Un urlo per la pace

 

Sala gremita e applausi entusiasti e non di circostanza: con queste due espressioni si potrebbe riassumere il successo della diciottesima edizione del Premio Nazionale “Renato B. Fabrizi”. Un’edizione ricca di contenuti e di volontà di elevare la discussione politica dalle solite beghe quotidiane, un messaggio di speranza a chi ha voglia di avvicinarsi ed essere protagonista di quel mondo. Proprio il ruolo della politica è stato al centro di tutti gli interventi degli emeriti di questa edizione dove, con particolare riferimento ai conflitti in concorso nel mondo e soprattutto in Ucraina, si è evidenziata la necessità che il sostegno al conflitto con l’invio di armi ceda il passo alla diplomazia e al dialogo: il precipitare verso una guerra nucleare e generalizzata deve spingere ancora di più i governi a riprendere in mano l’opzione del confronto e delle trattative, ridando centralità quindi alla politica. La partigiana del CLN Liguria, croce di guerra, Mirella Alloisio ha ribadito di essere entrata nella Resistenza perché non ne poteva più della guerra. Ebbene sì, i partigiani combatterono anche perché le generazioni successive non conoscessero più le atrocità dei conflitti armati; libertà e pace furono due delle loro parole d’ordine. La pace è possibile costruirla, gli ha fatto eco il Direttore di Avvenire, Marco Tarquinio, aprendo gli occhi e non accettando che qualcuno li faccia aprire a comando solo quando si decide che c’è una guerra che deve essere vista, ricordando anche che il conflitto russo-ucraino è iniziato nel 2014 e che i primi a non credere alla pace sono proprio quei paesi che vantano un’avanzata industria delle armi. La guerra, ha ammonito, va riconosciuta come una tragica manifestazione di un gioco di potenza e allora occorre agire civilmente e politicamente per sovvertire questa logica analizzando la realtà nel suo complesso e qui centrale deve tornare ad essere anche l’informazione e i mezzi di comunicazione.  

L’onorevole Rosy Bindi, purtroppo intervenuta solo in video, ha invece ammonito il nuovo governo a non perseguire la strada delle modifiche dell’assetto istituzionale in senso presidenziale e di autonomia differenziata, un grave rischio di spaccatura - ha fatto notare - che accentuerà il divario tra le aeree più ricche del Paese e quelle più povere, ma la rassicurazione che anche questa volta, come già in passato, il popolo italiano sarà in grado di respingere ogni tentativo di stravolgimento, grazie alla capacità che dovremo avere di tenere viva la Costituzione facendola conoscere. Il neo deputato Aboubakar Soumahoro, già sindacalista dell’USB e voce dei braccianti, ha spiegato il significato del suo gesto di indossare gli stivali sporchi di fango alla prima seduta della Camera: il simbolo di chi è rilegato nei bassi fondi della società, di chi vive nella precarietà, la fame, persino gli stivali dei giovani che vivono in un costante contesto di crisi valoriale e sociale, dei morti sul lavoro, di chi lotta contro la mafia o per una corretta informazione: ecco allora che la politica deve tornare a trasformare la disperazione in speranza anziché cavalcare il malcontento per meri fini elettorali, deve ritornare a ridare dignità al lavoro e, come sancito dalla Carta Costituzionale, rimuovere quegli ostacoli che impediscono la piena realizzazione della persona umana. Pace e Costituzione ancora una volta sono quindi stati al centro del dibattito e dell’azione dell’ANPI. Un grazie infine a quanti collaborano alla realizzazione del Premio, a chi lo supporto e a chi lo segue: al Comitato Nazionale, a quello provinciale, all’Amministrazione Comunale, alla magistrale conduttrice Cinzia Castignani, alle autorità intervenute a partire dalla Vice Prefetto, dott.ssa Iodice, e agli straordinari emeriti che hanno dimostrato, se mai ne ce fosse bisogno, che i valori che l’ANPI difende sono quanto mai attuali e necessari.Sala gremita e applausi entusiasti e non di circostanza: con queste due espressioni si potrebbe riassumere il successo della diciottesima edizione del Premio Nazionale “Renato B. Fabrizi”. Un’edizione ricca di contenuti e di volontà di elevare la discussione politica dalle solite beghe quotidiane, un messaggio di speranza a chi ha voglia di avvicinarsi ed essere protagonista di quel mondo. Proprio il ruolo della politica è stato al centro di tutti gli interventi degli emeriti di questa edizione dove, con particolare riferimento ai conflitti in concorso nel mondo e soprattutto in Ucraina, si è evidenziata la necessità che il sostegno al conflitto con l’invio di armi ceda il passo alla diplomazia e al dialogo: il precipitare verso una guerra nucleare e generalizzata deve spingere ancora di più i governi a riprendere in mano l’opzione del confronto e delle trattative, ridando centralità quindi alla politica. La partigiana del CLN Liguria, croce di guerra, Mirella Alloisio ha ribadito di essere entrata nella Resistenza perché non ne poteva più della guerra. Ebbene sì, i partigiani combatterono anche perché le generazioni successive non conoscessero più le atrocità dei conflitti armati; libertà e pace furono due delle loro parole d’ordine. La pace è possibile costruirla, gli ha fatto eco il Direttore di Avvenire, Marco Tarquinio, aprendo gli occhi e non accettando che qualcuno li faccia aprire a comando solo quando si decide che c’è una guerra che deve essere vista, ricordando anche che il conflitto russo-ucraino è iniziato nel 2014 e che i primi a non credere alla pace sono proprio quei paesi che vantano un’avanzata industria delle armi. La guerra, ha ammonito, va riconosciuta come una tragica manifestazione di un gioco di potenza e allora occorre agire civilmente e politicamente per sovvertire questa logica analizzando la realtà nel suo complesso e qui centrale deve tornare ad essere anche l’informazione e i mezzi di comunicazione.  

L’onorevole Rosy Bindi, purtroppo intervenuta solo in video, ha invece ammonito il nuovo governo a non perseguire la strada delle modifiche dell’assetto istituzionale in senso presidenziale e di autonomia differenziata, un grave rischio di spaccatura - ha fatto notare - che accentuerà il divario tra le aeree più ricche del Paese e quelle più povere, ma la rassicurazione che anche questa volta, come già in passato, il popolo italiano sarà in grado di respingere ogni tentativo di stravolgimento, grazie alla capacità che dovremo avere di tenere viva la Costituzione facendola conoscere. Il neo deputato Aboubakar Soumahoro, già sindacalista dell’USB e voce dei braccianti, ha spiegato il significato del suo gesto di indossare gli stivali sporchi di fango alla prima seduta della Camera: il simbolo di chi è rilegato nei bassi fondi della società, di chi vive nella precarietà, la fame, persino gli stivali dei giovani che vivono in un costante contesto di crisi valoriale e sociale, dei morti sul lavoro, di chi lotta contro la mafia o per una corretta informazione: ecco allora che la politica deve tornare a trasformare la disperazione in speranza anziché cavalcare il malcontento per meri fini elettorali, deve ritornare a ridare dignità al lavoro e, come sancito dalla Carta Costituzionale, rimuovere quegli ostacoli che impediscono la piena realizzazione della persona umana. Pace e Costituzione ancora una volta sono quindi stati al centro del dibattito e dell’azione dell’ANPI. Un grazie infine a quanti collaborano alla realizzazione del Premio, a chi lo supporto e a chi lo segue: al Comitato Nazionale, a quello provinciale, all’Amministrazione Comunale, alla magistrale conduttrice Cinzia Castignani, alle autorità intervenute a partire dalla Vice Prefetto, dott.ssa Iodice, e agli straordinari emeriti che hanno dimostrato, se mai ne ce fosse bisogno, che i valori che l’ANPI difende sono quanto mai attuali e necessari.


L'intervento conclusivo della Coordinatrice nazionale Donne ANPI Tamara Ferretti al Premio Fabrizi

Grazie ai nostri graditi ospiti e alle nostre gradite ospiti, al conduttore di questa serata e al pubblico presente, perché anche questa 17° edizione del premio Fabrizi, ci ha riservato emozioni e cultura e si chiude con un meritato successo. E a nome dell’Anpi nazionale, ringrazio inoltre per la disponibilità l’amministrazione comunale di Osimo e per l’impegno la sezione Anpi di Osimo e il comitato provinciale di Ancona.

Senza riprendere – una ad una – le motivazioni di ogni premiazione, dico che per l’Anpi l’umanità, la solidarietà, la giustizia, la pace, il rispetto della dignità e dei diritti di ogni persona fanno parte di quei valori fondamentali che hanno dato forza alla lotta di Liberazione partigiana, alla Resistenza, e attorno ai quali, oggi, si raccoglie e sta crescendo una nuova comunità di antifascisti.

Ed è per questi valori che in occasione della 17° edizione del premio Fabrizi abbiamo voluto testimoniare il nostro apprezzamento e un particolare riconoscimento allo Stato e al popolo cubano che, come pochi altri, nonostante le ingiustizie e le vessazioni del pluridecennale embargo, hanno dimostrato ancora una volta il valore della solidarietà e dell’interesse al bene comune.

Emozioni e cultura perché, nonostante tutto, c’è un Paese quotidianamente impegnato – nella scuola, nei luoghi di lavoro, nelle istituzioni – a difesa di questi valori e di questi principi, quelli scritti nella nostra Costituzione grazie alle battaglie e ai sacrifici degli antifascisti e di quanti scelsero da che parte stare con la lotta di Liberazione dal nazifascismo e nella Resistenza.

E c’è un Paese che, nonostante tutto, non dimentica e non rimuove: gli atti di solidarietà, i gesti di umanità ma anche gli oltraggi impuniti e i tradimenti della Costituzione.

Un mese fa, in occasione della festa della Repubblica, il Presidente Mattarella, ha richiamato le parole di una bella canzone di Francesco De Gregori “la storia siamo noi, nessuno si senta escluso”, parole che pesano come pietre sugli avvenimenti e sulle notizie di questi ultimi giorni: sui corpi delle sette vittime, giovani donne, e degli ultimi 43 di oggi, dell’ennesimo naufragio di disperati in cerca di futuro nelle acque del nostro Mediterraneo, così come sulle inammissibili violenze perpetrate, da ultimo, nel carcere di Santa Maria Capua Vetere. Da ultimo, perché sta emergendo che altre violenze squadriste erano già avvenute a Melfi, ad Ascoli Piceno, a Modena, a Rieti, a Bologna; violenze e umiliazioni inaudite che nulla hanno a che vedere con la proporzionalità delle pene e con la loro funzione rieducativa. Pene che, come dice il nostro articolo 27 della Costituzione, “non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità”.

In questi giorni ricorre anche un anniversario tra i più funesti per la storia di questo Paese: la morte di Carlo Giuliani e la mattanza di Bolzaneto al G8 di Genova del 2001. Ferite ancora aperte. Non poteva esserci modo peggiore per ricordare che troppe volte la nostra democrazia è stata offesa, calpestata e mortificata da azioni spesso rimaste impunite: da Ustica a Bologna, da Brescia a Milano, da Palermo a Firenze e Roma.

In questo Paese esistono ancora troppi coni d’ombra e zone grigie che inquinano e rischiano di logorare un tessuto democratico che, per quanto solido, nella storia e in diversi suoi apparati, non ha mai fatto fino in fondo i conti con il fascismo.

E uno stato democratico non può tollerare l’esistenza di zone franche, in cui c’è chi possa sentirsi autorizzato a sospendere le garanzie costituzionali, agendo impunemente e depistando le responsabilità delle azioni compiute: sia questo un carcere, una caserma, un ministero o una piazza.

Ed è ora che lo sdegno delle istituzioni venga accompagnato e corrisponda, a partire da chi è chiamato a ricoprire incarichi pubblici e giura sulla Costituzione, ad atti concreti, fondamentali per ricucire e ricostruire quella fiducia – da tempo logorata – tra cittadine e cittadine, comunità e istituzioni.

La nostra Costituzione non può tollerare uno sgangherato revisionismo che, tra sdoganamenti ed equiparazioni, vorrebbe porre alla stessa stregua partigiani e repubblichini o che, all’insegna di chissà quali depoliticizzazioni del ricordo dei giorni delle liberazioni, vorrebbe togliere la parola all’Anpi nelle cerimonie ufficiali (come è avvenuto di recente a Jesi e a Macerata), mentre contemporaneamente vengono legittimate saghe inneggianti neonazifascismi mascherati da pseudo-sovranismi che di identitario hanno solo il marchio dell’estremismo delle destre più becere, come è successo a Todi con il festival organizzato da Casapound.

La nostra Costituzione non può tollerarlo e noi non lo permetteremo perché non lo permetterà la coscienza democratica di questo Paese.

È ora che le rinate formazioni neofasciste, neonaziste, negazioniste, vengano messe definitivamente al bando e che gli organi dello Stato – tutti – vengano richiamati al rispetto della Costituzione in ogni sua parte, compresa la XII disposizione che vieta la ricostituzione di partiti e/o formazioni che si richiamano al fascismo. I nuovi arresti, l’altro giorno a Milano, di quattro neonazisti affiliati a una organizzazione clandestina dal nome “Avanguardia rivoluzionaria” come quelli di un paio di mesi fa di “Ultima legione” con aderenti anche nell’ascolano, ci dicono di reti estese, pericolose e con collegamenti internazionali che rinviano tutti al Compendio dello stragista norvegese Breivick, ispiratore anche della sparatoria di Traini a Macerata.

Gli uomini e le donne passano, ma per dirla ancora con le parole del nostro Presidente della Repubblica: “L’Italia è stata ricostruita dalle macerie: la Costituzione ha indicato alla Repubblica la via da percorrere (…) una Costituzione viva che si invera ogni giorno nei comportamenti, nelle scelte, nell’assunzione di responsabilità dei suoi cittadini a tutti i livelli e in qualsiasi ruolo (…) L’Unione Europea è – essa stessa – figlia della scelta repubblicana (…) compimento del destino nazionale – luogo e presidio di sovranità democratica.” E allora bisogna essere coerenti e conseguenti!

Di questo presidio di sovranità democratica noi siamo e saremo garanti. E lo saremo insieme a tutte le altre forze che si richiamano alla Resistenza europea: quell’Europa dei popoli che ha sconfitto il nazifascismo non permetterà che resuscitino i fantasmi delle divisioni, delle discriminazioni razziali, delle ingiustizie, delle prevaricazioni nazionaliste e delle guerre.

Ieri, in sedici hanno firmato un manifesto sovranista.

Tra i sottoscrittori, con l’ungherese Orban e la francese Le Pen, anche Meloni e Salvini. L’hanno chiamata “carta dei valori”. Di quei loro “valori” fanno parte i respingimenti e i maltrattamenti di migranti e profughi, l’innalzamento di muri alle frontiere e i blocchi navali, la negazione dei diritti delle donne, lo sfruttamento della manodopera minorile, la violenza verso ogni minoranza.

Beh, quelli che loro definiscono “valori” per noi sono disvalori, offensivi di ogni umanità! E non hanno niente a che vedere con i nostri valori: quelli della nostra Costituzione e quelli dell’Europa del Manifesto di Ventotene degli italiani Spinelli, Colorni e Rossi.

L’uguaglianza, il rispetto delle diversità “di sesso, razza, lingua, religione, opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”, il dovere della solidarietà, la pace sono scritti nella nostra Carta costituzionale. Così come il dovere di fare memoria è nel suo e nel nostro dna.

Noi pensiamo che ogni persona, ogni essere umano nelle sue differenze, rappresenti un valore e siamo convinti che libertà e autodeterminazione siano gli antidoti più efficaci ai morbi infettanti e infestanti dell’ignoranza negazionista, del perbenismo ipocrita e oscurantista, dell’indifferenza.

Noi pensiamo questo grazie al patrimonio di valori – questi sì valori – che la Resistenza ci ha consegnato e a quanti hanno combattuto per sconfiggere il nazifascismo, a quanti hanno sofferto e sono morti!

Lo dobbiamo agli antifascisti come Fabrizi, alle partigiane e ai partigiani come Bianca Sarti e Paolo Orlandini, lo dobbiamo alla lotta di Liberazione e alla Resistenza del popolo italiano.

Buona Liberazione e buona Resistenza sempre.

DESIGN ARMANDO DURANTI 2018