Autorità civili e militari, osimane e osimani,

74 anni fa risuonava su Radio Milano Libera la voce del partigiano Sandro Pertini che, con tono risoluto, incitava all’insurrezione popolare e intimava ai nazifascisti di arrendersi o perire.

Una data simbolica quindi quella del 25 aprile 1945 ma che rappresenta un lento e inesorabile movimento di liberazione che risalì la Penisola dal 10 luglio ’43 e per circa 20 mesi per dichiarare finalmente un nuovo inizio nel segno della democrazia, della libertà, dell’uguaglianza e dell’unità nazionale. 

Quella data segna la tappa fondamentale di ciò che siamo oggi; è la radice, assieme alla Costituzione, alla Dichiarazione Universale dei diritti dell’Uomo, al 1 maggio, alle lotte contadine e operaie, dell’albero che noi chiamiamo Repubblica italiana.

Come ha scritto la nostra presidente Carla Nespolo “è il canto corale delle origine autentiche della nostra Repubblica”.

Nonostante ciò, negli anni, man mano che le generazioni si allontanano da quegli eventi, assistiamo, non certo indifferenti, al tentativo di una corsa a chi la spara più grossa sul 25 aprile: festa della libertà e non della Liberazione, rievocazione del derby tra fascisti e comunisti, festa divisiva. 

Ci sono date che valgono per tutti in ogni angolo del mondo perché rappresentano un Paese, rappresentano tutti; sono valori che valgono per tutti.  

E’ tempo di finirla con questo stanco e logoro mantra di un 25 aprile che divide!!

E ci tengo qui a ribadire che la Festa della Liberazione è divisiva solo per chi non conosce la storia, per chi ritiene la democrazia di questo Paese un optional.

La smettano di sostenere: “prima che si compromettesse  con l’alleanza con Hitler il regime fascista fu buono; ha fatto solo due errori – affermano- le leggi razziali e l’adesione ad una guerra scellerata”.

Non vi fu mai un fascismo buono. Dire questo significa negare le radici stesse del fascismo. Ce lo dicono chiaramente gli atti di squadrismo, le violenze, gli assassinii compiuti di politici, di preti, di sindacalisti, di gente comune.  E non pensate questo come ad una cosa lontana, perché la violenza e gli omicidi avvennero anche nella nostra Osimo.

E alle dichiarazioni pubbliche pretestuose, buone solo per raccattare qualche voto, affermazioni che provano a svuotare il senso della festa della Liberazione riducendolo a un derby calcistico, caro ministro Salvini, le rispondo con del comandate Arrigo Boldrini: “Abbiamo combattuto tutti insieme: per chi c’era, per chi non c’era e anche per chi era contro”.

Per farle intendere cosa fu invece la Lotta di Liberazione del popolo italiano dall’invasore nazifascista, prendo in prestito le parole di mio nonno Orlando: “non sapevo chi fossero i partigiani, ma in coscienza sentivo che c’era bisogno di fare qualcosa… e l’ho fatto”.

Di fronte quindi a questi due modi di reagire, da una parte la lotta armata in montagna e dall’altra l’azione di aiuto alle popolazioni da parte dei gappisti, non si può non sottolineare che entrambi furono un movimento di popolo, un popolo che aveva patito 20 anni di soprusi, 20 anni di menzogne e che, giustamente, chiedeva di potersi riscattare.

E’ innegabile che fosse presente anche una componente ideologica, e non poteva essere diversamente per chi aveva visto sedi di partito devastate o date alle fiamme, i propri leader incarcerati, come Antonio Gramsci, Camilla Ravera, Sandro Pertini, come Renato Fabrizi o costretti a scappare all’estero per avere salva la vita o addirittura assassinati, come i fratelli Carlo e Nello Rosselli.

E non casualmente le formazioni partigiane decisero di dare un ruolo primario ai commissari politici, perché, come annotava nel suo diario Emanuele Artom, che aveva proprio quel ruolo in una formazione piemontese: “ vorrei svolgere un po’ di educazione politica tra questi giovani partigiani, penso a quando si tratterà di ricostruire il Paese: non sanno nulla di partiti, democrazia, sindacati,…e corriamo il rischio di tornare come prima.

La nostra società, piaccia oppure no, è figlia del 25 aprile anche per coloro che per mezzo secolo si definirono neofascisti e si costituirono in partiti e movimenti. Almirante poté sedersi in Parlamento e partecipare alla vita istituzionale di questo Paese: così come oggi chi contesta il 25 aprile può farlo perché c’è stato il 25 aprile e la Lotta di Liberazione. 

Non fu così con il sabato fascista, non fu così per l’anniversario della Marcia su Roma, cui tutti erano obbligati a partecipare a meno di pestaggi o gravi ripercussioni su se e sulla propria famiglia, fino a perdere il posto di lavoro.

Non lo diciamo noi, ma gli storici e i sociologi, che ogni tempo ha il suo fascismo. Intendendo con esso quell’insieme di comportamenti politici, sociali e materiali che furono propri di Mussolini e dei suoi seguaci.  

Se il fascismo fosse solo quello che vediamo in giro oggi per il Paese, fatto di raduni folkloristici e negazione delle atrocità di cui il regime si è macchiato, sarebbe sufficiente il codice penale per risolvere la questione (perché ricordiamolo ancora una volta che esiste una legge Scelba e una legge Mancino). Il fascismo è individuare sempre e comunque un nemico su cui riversare odio e rancore, che oggi potremmo declinare nella sequenza: individua il nemico, esponilo al gogna dei social, scatena l’insulto. E solitamente il nemico è il debole, colui che appartiene ad una minoranza, che non ha voce, non ha rappresentanza. E ancora una volta, per nascondere l’assenza di contenuti, si tenta di scatenare una guerra tra gli ultimi, anzi, oggi diremmo, tra gli ultimi e gli ultimissimi. Per questo la risposta dello stato democratico deve essere la vicinanza alle fasce più deboli.

Il razzismo è fascismo. Negare aiuto a chi tendendo una mano chiede solo un futuro, chiunque esso sia e da qualsiasi nazione esso provenga, vuol dire costruire una società egoistica e destinata ad avere vita breve.

E’ fascismo anche dire che destra e sinistra non esistono più, questo era proprio uno dei temi cari a quell’ideologia; esistono e sempre esisteranno analisi e soluzioni politiche di destra e di sinistra, seppur nell’incertezza e, a volte, nell’inconsistenza dei partiti attuali: si badi bene che il pericolo può venire non solo da chi assolve Mussolini ma soprattutto da chi dice che l’antifascismo non è un valore attuale e invece la nostra Costituzione è lì, a ricordarcelo e a riaffermarlo ogni giorno. Come ricordava uno dei padri costituenti, il presidente Scalfaro, “è’ il frutto ricco e sofferto di una pagina storica immensa, che i Padri Costituenti, di cui mi onoro umilmente di aver fatto parte, hanno scritto con l’impegno, l’amore e l’intelligenza politica che il popolo e questo Paese meritavano e continuano, nonostante tutto, a meritare”.

Così come già fanno milioni di italiani, milioni di europei democratici e chiunque abbia toccato con mano in tutto il mondo cosa significhi una dittatura, occorre alimentare costantemente gli antidoti, che ci sono: studiare la storia, imparare come si sviluppano i regimi, capirne i meccanismi: la propaganda, le congiunture economiche, la riduzione degli spazi democratici, la normalizzazione delle pulsioni e degli istinti più bassi dell’essere umano, “colpevolizzare” la cultura.

La partecipazione, il prendere una posizione, il dare il proprio contributo alla società è anch’esso, invece, un ottimo anticorpo. Il logoramento dei corpi intermedi sta portando alla vittoria di chi sa utilizzare meglio i social e i mezzi di comunicazione: siamo arrivati al paradosso che la verità non è più rilevante perché si guarda oltre: contano di più le emozioni che una notizia, o molto spesso un’opinione o una falsità spacciata per verità, mi suscita, piuttosto che ragionare su ciò che leggo o ascolto.

La politica è invece ragionamento, soluzioni condivise e compromesso: anche questo è un insegnamento della Resistenza che vide al suo interno collaborare comunisti, socialisti, azionisti, liberali, cattolici, monarchici, badogliani, cattolici, ebrei, atei, europei, africani, americani.

Chiudo rendendo omaggio ai partigiani i cui nomi sono indelebilmente trascritti su questa pietra, con una poesia incisa sul Monumento ai Caduti di Moresco:

 “Siamo i vostri fratelli, figli di queste colline. Ci fu chiesta la vita. Avevamo poco di più, ma la demmo lo stesso. Perché voi poteste continuare a sperare in un mondo più umano. Non offriteci solo preghiere ma la rabbia: una rabbia feroce contro chiunque voglia mettere di nuovo l’uomo contro l’uomo.”