Nel precedente articolo abbiamo riscoperto o conosciuto i protagonisti osimani di una storia abbastanza nota, quella dell’eccidio della divisione Acqui sull’isola di Cefalonia, che, come affermato tra i primi dall’ allora Presidente della Repubblica Ciampi, fu senza dubbio il primo atto della Resistenza.

Ma c’è un fronte di guerra che divide più di ogni altro anche perché legato indissolubilmente ai secolari problemi del confine orientale, ad un’occupazione italiana che non è stata meno cruenta di quella che, in una sorta di auto assolvimento, descriviamo essere stata quella nazista. Ovviamente senza tralasciare il capitolo, ancora aperto, delle foibe, sia quelle del 1943 che quelle del 1945 che hanno connotati assai differenti. Un comune sentimento, un comune tributo di sangue lega tuttavia partigiani jugoslavi e italiani: superare il rancore per l’occupazione di quelle terre, l’esser stati prigionieri gli uni degli altri, tutto fu accantonato per combattere il comune nemico e ristabilire la libertà per le terre balcaniche e italiane. Se molti militari decisero infatti di collaborare con l’Esercito popolare di Liberazione jugoslavo è altrettanto fondamentale il contributo fornito dai militari slavi che, scappati o liberati dai numerosi campi d’internamento sul territorio nazionale, si unirono alle formazioni partigiane locali dando vita ad uno straordinario esempio di convivenza tra persone di diverse etnie. L’esempio a noi più prossimo è dato dal carattere internazionale della Banda Mario operante alle pendici del Monte San Vicino: una formazione partigiana composta anche da montenegrini, croati, sloveni, etiopi, eritrei, somali, ebrei, britannici.

 

Ma veniamo a due osimani, due partigiani, che scelsero di impugnare le armi, sebbene fossero l’esercito occupante, assieme ai partigiani slavi.

 

Gino Marini, classe 1919, inviato sul fronte di guerra nel 1940, aggregato alle truppe del presidio di Zara con il battaglione mitraglieri “Cadorna”, per oltre 70 anni è stato semplicemente un disperso in Jugoslavia. Solamente andando a sfogliare il suo fascicolo all’Archivio centrale dello Stato, sezione Commissione per l’attribuzione della qualifica di partigiano, siamo in grado di raccontare la sua storia, così come testimoniata da un commilitone, Attilio Mancinelli di Ancona, nel 1949, davanti alla Tenenza di Osimo.

Racconta il Mancinelli che conobbe Gino Marini il 9 settembre 1943 in procinto di imbarcarsi a Zara per far ritorno in Italia insieme a gran parte del suo reparto: quell’imbarco tuttavia non avvenne mai perché il sopraggiungere di truppe tedesche interruppe le operazioni facendo prigionieri una gran parte dei militari italiani. Marini e Mancinelli riuscirono a fuggire e, nei dintorni di Zara, furono avvicinati da alcuni partigiani slavi del battaglione Dubajo: inizialmente promisero loro di aiutarli a rimpatriare ma dopo una quindicina di giorni i due decisero invece di unirsi a quel battaglione. Dopo circa un mese Marini e Mancinelli entrarono a far parte della 1° Batteria di Artiglieria della 2° Divisione dell’EPLJ e furono sottoposti ad un corso da parte degli slavi stessi a Varkowine. Ultimato questo, venne loro consegnato un pezzo d’artiglieria e furono inviati a Senj per compiere azioni contro le imbarcazioni tedesche che compivano il tragitto tra Fiume e Karlopag finché le forze preponderanti dei nemici costrinse loro a ritirarsi dopo circa tre mesi di attività; furono quindi inviati verso il confine italiano, dove avvenne la scissione tra gli elementi italiani e slavi del battaglione. Dopo vari mesi passati a far parte di una compagnia di lavoratori, decisero di aggregarsi alla 1° compagnia rovignonese di partigiani italiani, il cui compito era quello d sabotare e intralciare il passaggio tedesco per ferrovia e strada. Il 29 luglio 1944, verso le ore 17, ben nascosti dietro dei cumuli di pietre, il gruppo di cui facevano parte i nostri due, attaccò una colonna motorizzata tedesca. Lo scontro a fuoco durò circa 15 minuti e, nel tentativo da parte del gruppo di 20 partigiani di ritirarsi, Gino Marini fu colpito da un proiettile alla gola che lo uccise sul colpo. Mentre continuava la ritirata, tre compagni rimasero sul posto per dare una sommaria sepoltura all’osimano, che da un paio di mesi era divenuto sergente. Tre ore più tardi, con la certezza che i tedeschi avessero fatto ritorno a Pola dopo aver effettuato un rastrellamento nella zona, la pattuglia partigiana tornò a raccogliere la salma del loro unico compagno morto in quell’azione per seppellirla nel cimitero di una piccola cittadina tra Vignano e Kanfanar.

 

Il caporale Amedeo Serloni invece, classe 1916, manovale, fu trasferito al plotone comando del 449° sottosettore A della Guardia alla Frontiera nel territorio di guerra jugoslavo nel 1942 e, come riporta il suo foglio matricolare, si sbandò in seguito agli eventi dell’8 settembre 1943 in territorio extrametropolitano. Non sappiamo tuttavia cosa fece dall’8 settembre ’43 all’ottobre ’44 poiché fu dichiarato disperso già dalla metà dell’agosto ’43 e il suo nome non risulterà né tra i dispersi né tra i prigionieri di guerra. Le poche notizie in nostro possesso ne risegnalano la presenza dal 30 ottobre 1944 quando si presenterà al comando della Divisione Italia, formazione che si era costituita il giorno precedente. Fu infatti concordato con l’EPLJ di riunire tutti i combattenti italiani, sparsi nei vari reparti, sotto un’unica divisione. La Divisione Italia contava quattro battaglioni, tra cui il Mameli di cui fece parte Serloni: la divisione aveva sede nella periferia di Belgrado e sappiamo che i vari battaglione rimasero nei dintorni della capitale fino a metà novembre per addestramenti e per rinvigorire lo spirito di unità. Iniziò poi una marcia di oltre 150 km per avvicinarsi al fronte di guerra dello Srem (una regione a confine tra Serbia e Croazia; sfondato questo fronte solamente nell’aprile 1945, l’esercito popolare jugoslavo poté liberare Zagabria): il Mameli si attestò a quota 190 nei pressi di Lezimir. Domenica 3 dicembre, con il supporto della V e VIII bgt montenegrina, iniziò lo scontro aperto con la Wermacht, ma solamente in tarda serata si riuscirono a conquistare le posizioni nemiche. Il giorno seguente anche il Mameli si pose in prima linea e, dopo un duro scontro sul settore destro, occupò le posizioni nemiche, inseguendolo fino ai dintorni di Ljuba: il tributo pagato dagli italiani fu di 13 uomini caduti sul campo, tra cui, molto probabilmente, ci fu anche Amedeo Serloni. Da alcuni dispacci risulta infatti ferito e ricoverato presso un ospedale militare jugoslavo (probabilmente quello di Pistinac), mentre in altre versioni disperso. Quello che è certo è che per il suo valore dimostrato sul campo (a questo punto possiamo affermare quasi con certezza che trattasi di quest’azione di sfondamento per la liberazione di Ljuba, Sot, Sid e via via tutte le altre), il Serloni fu decorato con l’Ordine al Valore jugoslavo e la Medaglia di Bronzo al Valor Militare. Questa la motivazione: “Alla testa del proprio reparto, dopo aver conquistato di slancio una munita posizione nemica, non pago del successo ottenuto, si portava arditamente all’inseguimento dell’avversario, finché, colpito gravemente si abbatteva incitando ancora i propri uomini all’azione. – Quota Pogliana, 4 dicembre 1944”.