Una ricerca ArciServizioCivile fotografa il rapporto delle nuove generazioni col passato. Tra lacune e ignoranza.   

 

E la maggioranza non sa neppure se i nonni fossero partigiani o repubblichini.   Italiani brava gente: nonostante tutto, nonostante le leggi razziali, le deportazioni.   Non era colpa loro, hanno deciso gli altri, ha imposto tutto Hitler. leggi e lager. 

 

E' questa l'immagine che del passato hanno i giovani del nostro Paese . Non conoscono le pagine più buie della nostra storia politica, le reali responsabilità: la metà è infatti convinta che le leggi razziali le abbia volute solo Hitler, ignara del manifesto per la razza firmato da scienziati e politici, dei decreti approvati. Le nuove generazioni a casa sentono parlare poco o nulla della Resistenza o della guerra, tanto che non sanno neppure dire da che parte siano stati i loro nonni, se repubblichini o partigiani.

 


A raccontare la visione distorta e piena di vuoti storici che ci assolve, una ricerca ArciServizioCivile che ha promosso “La Memoria come strumento di educazione alla pace”, progetto di servizio civile nel quale hanno operato più ragazzi in città differenti, intervistando un migliaio di  giovani fino a 25 anni.

 

Dal punto di vista nozionistico, la maggior parte degli intervistati dimostra una buona conoscenza di base dei dati storici relativi alla Seconda Guerra Mondiale. Il 41% di questi colloca tra 30.000 e 50.000 il numero totale di deportati dall’Italia, il 31% ritiene siano stati più di 100.000 e il 23% tra le 5.000 e le 10.000 persone. Di seguito, una media del 71% sa che fra i deportati vi furono anche omosessuali, portatori di handicap, prigionieri politici, sinti e rom.

Peccato che sulle responsabilità le cose si facciano molto più confuse e assolutorie.

Il 52 % è convinto  che le leggi razziali le abbia imposte Hitler e il restante che le abbia decise Mussolini. Ignorando quanti nel Paese ne hanno approfittato, dalle università ai posti pubblici prendendo le cariche degli ebrei cacciati.

Sull'importanza della memoria, tutti d'accordo. Alla domanda: “Secondo te, a 70 anni di distanza, è importante parlare di cosa siano stati il nazismo e il fascismo e ricordare le loro vittime?” la somma delle risposte “Sì perché è giusto ricordare le vittime innocenti della guerra” e “Sì, perché è un importante antidoto contro il razzismo e serve a comprendere dove può arrivare una dittatura” raggiunge il 95%.

E forse anche per questo il 73% degli intervistati pensa che il nostro Paese non abbia ancora fatto i conti col proprio passato storico. Se leggiamo questo dato, assieme a quello sulla partecipazione agli eventi pubblici riferendoci in particolare al 25 Aprile, emerge chiaramente il problema di percezione e valutazione storica sulla memoria della Resistenza.
Anche per la scarsa comunicazione che c’è sul tema della Resistenza nelle famiglie.
Infatti dalla domanda n.18 ,“Nella tua famiglia, considerando nonni, bisnonni, zii, cugini, prozii viventi e non (se li conosci), ci sono persone che durante la Seconda Guerra Mondiale hanno partecipato alla Resistenza?” emerge che il 30% degli intervistati non sa se nella propria famiglia ci sono persone che hanno partecipato alla Resistenza e il 36% non sa se ci sono stati familiari che hanno fatto parte della RSI.

Dati che sono in linea con la domanda n. 25: “Dove hai discusso di Resistenza e Shoah?” nella quale emerge che nel 33% delle famiglie degli intervistati non si parla di questi temi. Men che mai nelle deportazioni.