Leggiamo dalle cronache che nelle amministrative ultime, nel comune di  Sermide e Felonica in terra virgiliana, la lista neofascista “Fasci italiani del lavoro”, con tanto di fascio littorio nel simbolo, ha fallito l’obbiettivo di un seggio in Consiglio comunale di quelle due città aggregatesi.   Il fatto che quella lista non sia rappresentata nelle Istituzioni ci consola ma di certo un successo quei personaggi lo hanno colto. Hanno cioè colto il successo di far apparire il fascio littorio sulla scheda elettorale. Il fatto che dopo un decennio di tentativi si permetta ad un gruppo maniifestatamente fascista, nel linguaggio e nella simbologia, di mettere quei contrassegni che rappresentano la devastazione morale e civile e materiale dell’Italia, su una scheda elettorale che rappresenta la massima espressione dell’Italia democratica e che così tanto è costata a questo Paese, è di per sé emblematico di una nazione che sta perdendo la memoria, di un Paese superficiale governato da una politica devastata e devastante che non ha più punti di riferimento, riferimento che si può trarre solo da un’attenta lettura del passato.

Se questa repubblica non ricorda più i suoi morti, i suoi Padri, significa non sa più neppure chi è, perché esiste, e soprattutto dove va.

Giudichiamo quindi con molto favore l’atto della Presidente della Camera On.Laura Boldrini che ha dato il via ad un processo che ha messo in discussione gli autori materiali e, non so quanto inconsapevoli, di quella sciagurata decisione di ammettere, lo ripeto, su una scheda elettorale, il fascio littorio infischiandosene del proprio dovere di garantire la corretta applicazione delle leggi dello Stato.

Anche un bambino sa che millantare simbologia nazista e fascista è reato, quello di apologia  e, ancor prima, che la Costituzione della Repubblica Italiana vieta la ricostituzione del Partito fascista “sotto qualsiasi forma”(12.a disposizione finale).

Si eviti prossimamente che dallo scranno che fu del partigiano Gigi Roncada e così in ogni dove, si possa assistere allo scempio di veder seduto qualche soggetto  in aula con la “camicia nera”.