La storia che si intreccia con la quotidianità. La Resistenza combattuta dai partigiani 72 anni fa che si erge ad esempio per  le lotte di ogni tempo.

Il Premio Nazionale “Renato Fabrizi” per la tredicesima  volta ha dimostrato che la Costituzione, l’antifascismo e la libertà si possono trasformare da intenti e parole in azioni concrete.

 

Gli ospiti che si sono avvicendati sul palco di Palazzo Campana, attraverso le loro storie, ci hanno portato a ragionare sulla precarietà e i continui pericoli che questo Paese attraversa. Ce lo hanno testimoniato Gianna e Maria Anselmi, sorelle di Tina, la partigiana “Gabriella”, scomparsa lo scorso novembre: il momento della consapevolezza di agire contro il regime dopo la vista di alcuni giovani partigiani impiccati lungo un viale a Bassano Del Grappa. La madre di tutte le battaglie fu senza dubbio per l’on. Anselmi la condanna di ogni tentativo eversivo di rovesciare lo stato democratico da parte della P2, il suo cruccio più grande è che in pochissimi credettero alle conclusioni a cui la commissione da lei presieduta arrivò: un intreccio eversivo di politica e malaffare, che molti hanno voluto insabbiare e con cui ciclicamente dobbiamo fare i conti come P3 e P4 evidenziano.

L’intento del prof. Giovanni  De Luna, che combina ruoli televisivi a RAI Storia a quelli cattedratici, è quello di ridare il ruolo centrale alla Resistenza armata all’interno della Resistenza civile;  senza i partigiani dei GAP e della montagna il popolo italiano non avrebbe preso coscienza che quello per cui essi si stavano battendo era per la della libertà, per la democrazia e contro la prepotenza. 

E il racconto di fronte ad una sala gremita delle forme di Resistenza moderne: quella di Yvan Sagnet, del procuratore Armando Spataro e del giornalista Pino Scaccia.

Di Sagnet , camerunese, presto sposo e padre, è bastata una battuta per costernare i presenti:  In Africa abbiamo la miseria ma conserviamo la dignità, qui in Italia, nei ghetti, tra i raccoglitori di pomodori , in quegli  inferni dell’umanità, c’è sempre la miseria ma, quel che è più grave, è che ci viene tolta anche la dignità.

Pino Scaccia ha ribadito la differenza tra l’inviato di guerra ed il lavoro di raccontare la verità non da una stanza d’albergo ma in mezzo alla fame e alle necessità delle vittime dei civili con cui ha condiviso fame e polvere. Trattando poi di un tema come quello dell’ecatombe dell’ARMIR, armata italiana in Russia del ’42, sono molti che ancora si rivolgono a lui, seconde e terze generazioni,  per  dare una sepoltura degna a quelle migliaia di uomini bruciati dall’incoscienza fascista.

Chiudiamo questo resoconto con il Procuratore Spataro che ha sostenuto di ricevere molto volentieri  il Premio Fabrizi e di accettarlo a nome di tutta quella magistratura che compie il proprio dovere in prima linea a difesa dei valori della Costituzione italiana.

 

Si chiude il sipario sul Fabrizi e sulla Festa della Liberazione e non della libertà come alcuni provano a dar d’intendere. La libertà è un concetto senza tempo; la Liberazione ha un tempo e dei padri ben precisi.