Oggi è un giorno di festa, senza se e senza ma. Potremmo chiederci se i partigiani festeggerebbero oggi allo stesso modo di 72 anni fa: sicuramente sì perché la democrazia e la libertà sono capisaldi ancora oggi inviolati nonostante diversi tentativi eversivi nel corso di questa breve storia repubblicana. I combattenti tuttavia potrebbero però avere un rammarico: l’incompiutezza dei loro intenti.

 

Sfogliando i giornali e aprendo gli occhi di fronte ai problemi del Paese è facile individuare dove le generazioni successive hanno sbagliato. La crisi morde ancora e forse più di prima , siamo il Paese in Europa con la minore crescita, la povertà abbraccia una porzione sempre più sostanziosa della popolazione, l’illegalità, la corruzione e la disoccupazione sono ancora i mali maggiori che affliggono questo Paese. C’è una crisi profonda e diffusa di valori, una sfiducia nelle istituzioni e nei partiti mai vista prima. Manca soprattutto una visione del futuro, una progettualità che possa indicare una via d’uscita a tutta questa crisi apparentemente irreversibile.

 

Come nella storia è sempre accaduto, nell’instabilità e nell’incertezza, si cerca la soluzione che può sembrare più semplice , la panacea ad ogni male, dell’uomo solo al comando, del populista di turno in grado di fornire facili risposte che appagano “la pancia del Paese”. Seppur eletto democraticamente con un sistema che comunque non premia chi ha più voti, un esempio è Donald Trump che ha raccolto il malcontento delle fasce più deboli della società americana, della classe lavoratrice più colpita dalla crisi, proponendo idee che la storia stessa ha dichiarato fallimentari: il protezionismo che sfocia nell’utopia dell’autarchia di fascistica memoria, la costruzione di muri come unica soluzione ad una necessità dell’uomo quale l’immigrazione, la riduzione del welfare. Purtroppo gli Stati Uniti non sono i soli ad aver ceduto a questo ….

 

Nell’Europa dell’est , seguendo la strada tracciata dall’Ungheria, seppur uscito da dittature, si tentano di riscrivere costituzioni, di modificare gli assetti statali in direzione di un presidenzialismo senza adeguati contrappesi, di rilegare le minoranze politiche, e sociali, i sindacati ai margini, ininfluenti, di chiudere gli stati su sé stessi, in una sorta di egoismo nazionale sbattendo la porta in faccia a qualsiasi forma di cooperazione e di solidarietà.

 

Negli ultimi anni c’è stata un’evidente e intollerabile esplosione dei movimenti che si ispirano al fascismo e al nazionalsocialismo, anche nel nostro Paese: la colpa è di chi non ci ha ascoltato, di chi non ha vigilato a sufficienza e anzi ne ha sottovalutato gli effetti: liste elettorali, gadget e ostentazione di simboli del Ventennio, manifestazioni. La verità è che non furono fatti al tempo, non lo si fa neppure ora, i conti col fascismo: sicuramente a noi mancò una Norimberga, ma soprattutto in nome di una presunta continuità dell’apparato statale, non si riuscì neanche ad affermare le indicazioni dalle nostra Carta costituzionale.

 

Oggi, non c’è continente dove non siano in atto tentativi di aggressione o di conflitti, il rischio di una nuova guerra è dietro l’angolo e allora noi dobbiamo con forza rivendicare, attraverso la via del dialogo, e seppur inseriti in un contesto di alleanza internazionali, continuare a chiedere con forza la cessazione di ogni ostilità, di ogni provocazione. La nostra Costituzione ci ricorda che l’Italia ripudia la guerra come strumento di risoluzione delle controversie.

 

Tutto questo scenario rende evidente che c’è bisogno di una svolta, di un vero cambiamento di rotta prima che la situazione precipiti.

 

In Europa, dobbiamo imporci di ritrovare lo spirito che animò Spinelli, Rossi e gli altri antifascisti imprigionati i quali sottoscrissero il Manifesto di Ventotene e che, sessant'anni fa, spinsero alla sottoscrizione dei Trattati di Roma in nome dei grandi ideali di pace, di libertà, di democrazia, ponendo al primo posto il principio della solidarietà e dell'accoglienza nei confronti delle centinaia di migliaia di esseri umani che fuggono dalle guerre e dalla fame e che cercano rifugio nei Paesi europei.

 

E allora la ricorrenza del 25 aprile deve essere un simbolo irrinunciabile e condiviso per ribadire le ragioni della coesione nazionale, della solidarietà europea, sulla base di valori morali forti, indissolubilmente legati alla Resistenza e alla Liberazione che fu essa stessa esempio di unione tra popoli che della libertà, della democrazia ne fecero la vera forza.

 

Dobbiamo quindi ripartire dal frutto di quei venti mesi di lotta partigiana ovvero dalla nostra Costituzione.

 

E allora diamo a questa festa oltre al carattere del ricordo e della celebrazione anche quello di un impegno per realizzare le idee che animarono i resistenti e gli antifascisti facendo proprio il sentimento del Comandante Boldrini Bulow che evidenziò come in quel 43-45 si combatté per tutti indistintamente “per chi c’era, per chi non c’era e anche per chi era contro”. Nello stesso modo, noi oggi siamo qui per chi c’era, per non c’era, per quelli che ancora ostinatamente ma senza speranza, contro. Alla memoria aggiungiamo anche la partecipazione pilastro essenziale della democrazia.

 

Come ricorda spesso il presidente nazionale dell’ANPI la Resistenza fu “scelta” e “partecipazione” di tanti. Ma quei “tanti” furono in realtà una piccolissima minoranza se confrontata con le folle oceaniche delle radunate fasciste immortalate dalle foto e dai filmati dell’Istituto Luce. Alla fine della guerra si contarono circa 150 mila combattenti per la libertà, ai quali certo vanno aggiunti i moltissimi che collaborarono sotto qualsiasi forma al raggiungimento del comune obbiettivo: ne sono un esempio le famiglie contadine che condividevano quel poco che avevano con i partigiani, offrivano loro un rifugio o un giaciglio pur non chiedendo nulla in cambio, i parroci che nascondevano i perseguitati e soprattutto le staffette.

 

La Guerra di Liberazione fu sì armata ma molto più importante fu il collante del movimento morale per la condanna di ogni forma di sopraffazione e di violenza e un tentativo, per la prima volta, di una sostanziale uguaglianza di tutti i cittadini, di una libera circolazione delle idee e di un’autodeterminazione del popolo che era mancato nel primo Risorgimento.

 

Se tutto ciò è stato, come ci ha ricordato il professore De Luna al Premio Fabrizi, dobbiamo ridare il ruolo primario e centrale alla Resistenza armata all’interno della Guerra di Liberazione: per troppo tempo, giustamente, si è focalizzata l’attenzione sullo studio della Resistenza civile, di chi soccorse i prigionieri alleati, dei militari che si rifiutarono di proseguire la guerra affianco dell’occupante tedesco o di chi nascose gli ebrei (e voglio qui ribadire la posizione dell’ANPI sulla questione della partecipazione attiva nel movimento partigiano anche delle brigate ebraiche ricordando figure a noi vicine come Mosè Di Segni, medico della brigata di San Severino che annoverava tra le sue fila anche gli osimani).