Una campagna referendaria lunghissima, durata oltre sei mesi e che finalmente sta per concludersi. I toni di questa campagna sono stati spesso sopra le righe da entrambi gli schieramenti con attacchi personali e slogan privi di fondamento più che di critica dei contenuti.

E’ capitato spesso a livello nazionale che il fronte del si, forse a corto di idee, abbia utilizzato l’arma della critica sulla composizione eterogenea dello schieramento del NO, che ovviamente non è meno composito di quello avverso, ma questo capita quando si è di fronte a due sole scelte, un sì o un NO. Rivendichiamo invece una campagna condotta dal Comitato del NO della Valmusone corretta e basata solo ed esclusivamente sui contenuti, ben consci che fra qualche giorno non voteremo giudicando il Presidente del Consiglio o il Governo ma una riforma che giudichiamo sbagliata sia nel metodo che nel merito. Ci sorge spontanea prima di tutto una domanda: quello di cui ha bisogno in questo momento il nostro Paese è davvero una riforma della Costituzione e del suo assetto istituzionale? I numeri, inconfutabili, ci dicono di no.

Siamo il secondo Paese in Europa per numero di leggi approvate ogni anno dopo la Germania: quello che ci occorre magari è di legiferare meno ma farlo in modo migliore e con proposte di legge più efficaci e incisive sui problemi. I numeri ci raccontano poi che mediamente nelle ultime legislature, anche questa che vede Renzi Presidente del Consiglio, l’80% delle proposte viene approvata dopo una sola lettura sia alla Camera che al Senato. Il dettaglio che omettono i rappresentati del SI’ è che spesso la totale assenza di un accordo politico all’interno della maggioranza, comporta lungaggini nell’approvazione o proposte di legge che rimangono “ferme nei cassetti” di questa o quella Camera. Veniamo al contenuto della riforma: sarebbero molti i nostri NO ma crediamo che le criticità più vistose siano tre.

Con questa proposta di riforma avremo un Senato delle Autonomie che non rappresenterà i territori ma i consigli regionali e verremo estromessi dalla possibilità di eleggere in maniera diretta i 74 consiglieri e i 21 sindaci che lo comporranno: l’elezione spetterà infatti ai consiglieri regionali al proprio interno. Ci domandiamo: se il Senato sarà l’espressione dei territori che finalmente potranno far “sentire le loro esigenze” e dialogare direttamente con il governo perché è stata mantenuta la Conferenza Stato-Regioni che ha da sempre quel compito? Se il Senato rappresenta le regioni di cosa sono espressione i 5 senatori eletti dal Presidente della Repubblica? Perché gli attuali senatori a vita continueranno a sedere negli stessi scranni così come i Presidenti Emeriti?

Non riusciamo a comprendere poi come i consiglieri regionali e i sindaci possano discutere in tempi brevissimi, avranno infatti 10 giorni per richiamarle e 30 per modificarle prima dell’approvazione definitiva da parte della Camera dei Deputati, le proposte di legge, considerando il loro costante impegno nei territori di appartenenza: verranno creati senatori “part-time” e Palazzo Madama diventerà una sorta di dopo lavoro con porte girevoli. La composizione sarà costantemente in divenire perché si è deciso di far terminare il mandato da senatore con quello di consigliere regionale o sindaco. E che dire poi delle due maggioranze differenti che potrebbero venire a crearsi nei due rami del Parlamento con il rischio di un continuo richiamo da parte del Senato e quindi di allungamento dei tempi?

Il terzo NO riguarda poi la cosiddetta clausola di supremazia. Nel nuovo art. 117 viene introdotto il principio per il quale il Governo può intervenire nelle materie di competenza delle regioni “quando lo richieda la tutela dell’unità giuridica o economica della Repubblica”. Ci si avvarrà di questo principio quindi ogni qual volta non si vorrà tener conto del parere dei territori, contraddicendo così ciò che la Corte Costituzionale ha più volte ribadito: ci deve essere sempre e comunque un accordo tra Stato e regione interessata (tanto che “il mancato raggiungimento dell’intesa costituisce ostacolo insuperabile alla conclusione del procedimento”). Domenica quando ci recheremo alle urne votiamo convintamente NO. Un NO contro la politica che scarica la sua incapacità di fare sintesi e di trovare compromessi sulla Costituzione. Un NO per una riforma che divide il Paese, appesantisce l’iter legislativo, complica il bicameralismo, svilisce la rappresentanza dei cittadini e la sovranità popolare. Un NO “che guarda al futuro”.