In questi giorni, a seguito di alcuni drammatici avvenimenti di cronaca, si sta facendo ogni sforzo per far emergere, a tutti i costi, l’Italia della paura.
Non occorre soffermarsi sulla “paura” nei confronti dei migranti, su cui ci siamo intrattenuti più volte (paura che ci ”rubino” posti di lavoro, paura che rappresentino un’insidia per la sicurezza nostra e delle nostre case, paura più o meno consapevole, di subire un’ “invasione “). Ho già scritto più volte che si tratta di un fenomeno inarrestabile, che va disciplinato con umanità e solidarietà. Ho invitato a distinguere tra quelli che cercano scampo, rifugio e lavoro e quelli che malviventi erano in patria e tali restano e dunque vanno respinti, ma non aprioristicamente (ogni volta che c’è uno stupro o una macchina che perde il controllo e uccide persone, si pensa subito, da parte di molti, allo “straniero” e poi i fatti, spesso, li smentiscono).
Si possono non capire i comportamenti di persone che provengono da altre abitudini e da altri costumi, ma perché averne paura, soprattutto quando sono, palesemente, inoffensivi?
Ma ora c’è stato qualcosa di più, uno sparo nella notte, un signore che – visto un ladro o presunto tale, nei pressi della sua casa – ha sparato e ucciso. Prescindo dal merito del fatto specifico, sul quale sta indagando la Magistratura, che – almeno per ora – sembra più orientata per un omicidio volontario che non per una legittima difesa; ma osservo che la cosa più impressionante è che, guardando qualunque trasmissione televisiva, sembra che l’Italia sia avvolta da una nuvola di paura, sia preoccupata perfino di stare in casa, abbia solo voglia di comprare una pistola o tenerla sotto il cuscino, se già la possiede.
Ma è davvero così? Io ne dubito. Che ci siano località o zone in cui si commettono frequenti furti nelle abitazioni, è possibile; ed è altrettanto possibile che gli abitanti di quelle zona non siano tranquilli, anzi siano esasperati e preoccupati. Tuttavia, nell’insieme del Paese non mi
pare che sia così. Gran parte delle persone esce la sera, o sta in casa, guarda la televisione, conversa con gli amici e non pensa affatto a correre dall’armaiolo. Semmai, si ricorda (cosa che in tutte le trasmissioni sembra dimenticata) che esiste il 113 e, in caso di allarme o di ombra sospetta, si può sempre chiamare la forza pubblica. C’è qualche caso in cui, chiamata, la polizia non sia arrivata o sia arrivata il giorno dopo, a fatti avvenuti? Non ne ho notizia e devo pensare che il 113 a qualcosa serva, visto che nessuno fornisce la prova contraria.
Certo, se appena si vede un ombra si spara, non c’è tempo di chiamare il 113, ma non mi sembra che sia quella la via consigliabile. Comunque, alcune delle persone intervistate esprimono paura e preoccupazione e si schierano subito dalla parte di chi spara o di chi (come il parlamentare e Sindaco di Borgosesia), invita a dotarsi di un’arma, anzi, addirittura
progetta di far stanziare dal suo Comune, una somma (su quale capitolo di bilancio?) per contribuire alla spesa dell’acquisto. Queste paure si possono combattere, se sono infondate, con la persuasione; se sono fondate, con la prevenzione e con l’accentuazione delle presenza delle Forze dell’ordine nei luoghi in cui, a quanto pare, c’è una frequenza inaccettabile di furti ed altri reati.
Purtroppo, però, c’è chi soffia sul fuoco e pensa di far fortuna (politica) proprio alimentando le paure. E’ un’operazione vergognosa, che tutte le persone sensate dovrebbero respingere, se non altro perché nei Paesi in cui molta gente si è armata, accadono fatti terrificanti e si prospetta, ora, la tendenza a porre dei limiti proprio a quella quantità di armi che l’Onorevole succitato vorrebbe aumentare. Sono stati fatti cortei, l’uomo che ha sparato, l’altra sera, è stato quasi portato in trionfo. Conforta almeno il fatto che, in un servizio televisivo, intervistandosi la vittima di un furto che, tempo fa, aveva reagito uccidendo, questi abbia
confessato che “stava male, pensando di aver tolto la vita ad una persona”.
A che serve alimentare queste paure? E’ giusto, per una manciata di voti, cercare di creare le premesse per un ritorno al Far West?
Io dico con chiarezza e fermezza che la sicurezza delle persone e delle case va garantita, e che lo Stato deve fare tutto il possibile perché ogni cittadino possa, in ogni momento ed in ogni luogo, avere scarsissima probabilità di essere aggredito o derubato. Insistiamo su questo; dunque, verifichiamo se e dove c’è maggior rischio per la sicurezza e facciamo in modo di tranquillizzare i cittadini, in special modo là dove sono (magari giustamente) preoccupati. Questo, però, è compito delle istituzioni e noi possiamo, dobbiamo, pretendere che lo svolgano fino in fondo. Ma respingiamo gli sforzi di suscitare, per bassi interessi di partito, reazioni istintive e scomposte e, come tali, pericolose. Ricordiamoci che sono sempre gli stessi ad alimentare tutte le paure, fomentando il razzismo e la xenofobia, propagandando l’uso delle armi e della giustizia fatta da sé. Non è questa l’Italia che ci serve e che vogliamo.
Semmai più sicurezza e meno armi in giro e soprattutto meno violenza.
Tanto più che ci sono altre paure, vere, in giro; e non bisogna fare confusione. C’è la paura di un futuro incerto, di perdere il posto di lavoro o di non trovarlo, di restare precario tutta la vita; c’è la paura di scendere al di sotto della soglia limite della povertà.
Queste paure, queste preoccupazioni, non sono di pancia, ma di cervello e di ragione e parlano di famiglie, di figli da sfamare e da far studiare, parlano di anziani da assistere, parlano di diseguaglianze sociali ed economiche, parlano di giovani senza futuro, parlano di dignità.
Queste paure non si combattono con le armi e con le suggestioni. La Costituzione impone di combatterle e di eliminarle con altri strumenti, attuando il diritto al lavoro, il diritto ad una retribuzione minima sufficiente, (non solo per sopravvivere), il diritto ad un trattamento
previdenziale, il diritto a poter concorrere, in condizioni di parità, alla “organizzazione politica, economica e sociale, del Paese”.
Ma di questo, gli agitatori di professione non si occupano, perché sono temi che non sono nelle loro corde, né del cuore, né della mente.
In questi casi, infatti, i rimedi, le contromisure per tranquillizzare i cittadini sono ben altri; soprattutto e, prima di tutto, l’attuazione della Costituzione (che gli “agitatori” non amano); in secondo luogo, l’impiego dell’arma più potente e meno pericolosa di cui dispongono i cittadini, che è quella della partecipazione (anche questa poco considerata da parte di chi preferisce parlare alla pancia anziché al raziocinio dei cittadini); quella partecipazione che è lo strumento fondamentale, col quale si esercita la sovranità popolare, ma anche gli altri diritti costituzionalmente sanciti, in nome della giustizia, dell’equità e dell’uguaglianza.