E' calato il sipario sulla prima lettura della legge di riforma (o meglio, di abolizione) del Senato, tra i fragorosi applausi degli entusiasti della demolizione della Costituzione, compresi quelli dell’ultima ora, quelli che erano partiti quanto meno dubbiosi, se non del tutto negativi ed hanno finito per dichiarare che l’8 agosto è una “data storica”.

E’ calato il sipario anche per i delusi, quelli che si aspettavano un dibattito di alto profilo ed un rafforzamento del Senato “delle competenze” e si sono trovati di fronte ad una discussione spesso impropria e ad una conclusione a dir poco “pasticciata” (si veda, per tutti, la chiarissima dichiarazione di voto di astensione, che peraltro in Senato è considerato come voto negativo, della Senatrice a vita Elena Cattaneo, riportata anche dalla “Stampa”).

Per noi, nonostante i presunti miglioramenti (si può davvero migliorare un pasticcio?), la conclusione è quella che abbiamo sempre paventato, con argomentazioni forse discutibili (come tutte le opinioni) ma non disprezzabili: invece di limitarsi ad eliminare i difetti del “bicameralismo perfetto”, si è puntato sostanzialmente alla creazione di una sola Camera vera, lasciando in piedi un Senato che non può essere razionalmente definito come “Senato delle autonomie” e che forse non può essere definito in alcun modo, fatto com’è di componenti non elettivi, destinati a svolgere poche funzioni, in posizione assolutamente subordinata rispetto alla Camera dei deputati e soprattutto a non avere un’identità precisa, avendo pochi poteri ma essendo dotati di alcune immunità; “Senatori” non compensati, se c’è davvero chi pensa che nel nostro Paese si andrebbe avanti a lungo senza ricorrere ad un compenso, ad una diaria, ad un qualcosa di tangibile che giustifichi i viaggi e la permanenza a Roma.

Certo, rispetto al testo iniziale, qualche piccolo aggiustamento è stato raggiunto, nel corso del dibattito al Senato. Ma se uno dei due relatori ha potuto definire il risultato con una parola che preferisco non richiamare, qualche dubbio dovrebbe sorgere perfino nella mente dei più osservanti e dei più recenti convertiti.

Noi conserviamo la nostra opinione; si poteva – e si doveva – correggere, ma non eliminando praticamente il ruolo del Senato; ci si poteva ispirare ad esempi più probanti e interessanti, come quello dei Paesi che, comunque la definiscano, dispongono anche di una Camera alta. Si poteva cogliere l’occasione per rafforzare la democrazia, in uno dei suoi più rilevanti assetti istituzionali, migliorando la qualità dei componenti, inserendo altre competenze professionali e scientifiche e così via.

Nulla di tutto ciò. Per contentino è stato promesso, comunque, un referendum, quando – fra l’altro – appariva assai dubbio che si potessero davvero raggiungere i 2/3 necessari per impedirlo. In più si sono introdotte disposizioni sull’iniziativa popolare e sul referendum che non ci sembrano corrispondere ad esigenze di democrazia (perché mai aumentare il numero delle firme necessarie per proporre una legge di iniziativa popolare, tanto per fare un esempio?).

Mentre non si è mancato di rafforzare i poteri dell’esecutivo sull’agenda parlamentare.

Insomma, noi avevamo parlato, fin dalla manifestazione all’Eliseo del 29 aprile, di una “questione di democrazia”; ed hanno fatto il possibile per convincerci che avevamo ragione. Tanto più che resta ancora in piedi una legge elettorale che, così come approvata dalla Camera, toglierebbe ancora diritti ai cittadini ed alla rappresentanza, anziché restituirli. Ora tutti parlano della necessità di cambiare quel testo, che non si capisce come, perché e da chi sia stata votata, se è davvero così meritevole di essere modificato.

Ma anche questo dibattito non ci appare chiaro, apparendo, più frutto di accordi e di intese “impossibili” tra pochi, che non preannuncio di migliorie vere, in senso democratico.

Restano ancora tre letture - per la riforma del Senato - e ci dovrà essere, dopo le prime due, la pausa di riflessione prevista dalla Costituzione. Ci sarebbe il tempo per ripensamenti e cambiamenti di rotta, ma dobbiamo contare soprattutto sulle forze di chi intende ragionare, discutere, approfondire piuttosto che gloriarsi della conquista di un “trofeo”.

Insomma, il nostro impegno non verrà meno. Non ci sentiamo “sconfitti” e non abbiamo nulla da recriminare per quanto ci riguarda, essendo evidente a chiunque la coerenza delle nostre opinioni. Adesso studieremo le forme migliori per continuare il nostro lavoro e per condurlo, se possibile, al successo. Fin d’ora, però, voglio dire che il nostro intento non è quello di inasprire e “chiudere” il dibattito fra due fronti contrapposti. Siamo convinti che molti abbiano dei dubbi seri, anche fra quelli che hanno votato il testo conclusivo; e sono convinto che chi è stato contrario ab initio, non si farà convincere dal fatto che c’è stata una prima lettura; altrimenti, non si capirebbe perché la Costituzione ne abbia previste diverse, di letture, ed abbia richiesto una pausa di riflessione ed un quorum particolarmente elevato per il voto finale (senza referendum).

Dunque, bisogna prima di tutto insistere nel chiarimento, nell’esposizione delle ragioni di tutti, nel convincimento di chi è stato finora poco interessato o riluttante ad occuparsi di una simile questione. Concordo pienamente con ciò che ha detto, in una recente intervista, il prof. Zagrebelsky sulla necessità di evitare contrapposizioni che finiscono per eliminare ogni spazio di discussione e di confronto. Se è vero che ci sono molti che, in una forma o nell’altra, non ritengono affatto chiusa la partita, è con questi che bisogna dialogare, così come con i cittadini un po’ distratti dall’estate e dalla propaganda, ma attenti, comunque, ai problemi ed alle tematiche della democrazia; che non si riducono solo al Senato, ma riguardano la legge elettorale, la partecipazione e la rappresentanza dei cittadini, il rispetto dei valori costituzionali. Tra i quali - sia detto per inciso - ci sono anche quelli che riguardano le libertà sindacali e i diritti di associazione sindacale, chiaramente indicati dall’art. 39 della Costituzione.

Orbene, anche sul sindacato si può discutere, sui modi con cui oggi svolge il suo ruolo, sulla sua adeguatezza rispetto ai mutamenti sociali e così via, ma sempre col rispetto dovuto e senza manifestare intolleranze ed ironie che, a dire il vero, una volta erano prerogative (poco apprezzabili) della destra.

Anche se con un (giustificato) ritardo, voglio esprimere la nostra piena solidarietà (dico “nostra” riferendomi a tutta l’ANPI) a Don Luigi Ciotti, alfiere da sempre della lotta contro la mafia e per la legalità. L’infame minaccia va respinta con una più convinta e decisa azione di tutti, a partire dagli organismi governativi, nei confronti di tutte le mafie, quelle che stanno fuori e quelle che stanno “dentro”, al 41 bis. In questo impegno saremo fra i primi e naturalmente ci troveremo accanto, come sempre, al carissimo Don Ciotti, al quale auguriamo lungo e fecondo lavoro. Restiamo sorpresi, comunque, del fatto che, a quanto risulta, sia mancata una tempestiva informazione delle dichiarazioni di Riina, almeno all’interessato. Anche sotto questo profilo, è evidente che - da parte degli organi competenti - occorre molta attenzione e molta tempestività.

Carlo Smuraglia, Presidente nazionale Anpi