Quando nell’ottobre del 1936 il presidente americano Franklin Delano Roosevelt intrattenne per due giorni il cardinale Eugenio Pacelli (il futuro papa Pio XII), in visita privata negli Stati Uniti, l’alto prelato, parlando della Grande Depressione, disse preoccupato al suo interlocutore: “Secondo me il pericolo più grave è che l’America divenga comunista”. Roosevelt di rimando gli rispose: “No, il pericolo più grave è che l’America divenga fascista”.Lo scambio di opinioni è illuminante. Il timore del presidente statunitense, protagonista del New Deal, era reale. All’epoca i comunisti americani non avevano un grande seguito (né per la verità lo ebbero mai). Viceversa i fascisti e Benito Mussolini, godevano di buona reputazione nella classe dirigente a stelle e strisce. Di più, molti americani erano addirittura infatuati dalla politica del duce. È il tema del bel libro “Quando l’America si innamorò di Mussolini” (Editori Internazionali Riuniti) del giornalista Ennio Caretto, che conosce bene gli Stati Uniti e i suoi archivi storici, essendo stato per 35 anni corrispondente oltreoceano per La Stampa, Repubblica e il Corriere della Sera. In America, il duce fu il capo di Stato o di governo straniero più popolare del suo tempo. Più che in ogni altra nazione occidentale, Gran Bretagna inclusa. Osannato soprattutto dall’industria, dalla finanza e dai conservatori, che lo ammiravano come “l’uomo nuovo” che trascendeva il liberalismo e debellava il comunismo. L’innamoramento durò almeno tre lustri, fino alle guerre d’Etiopia del 1935 e di Spagna del 1936. Nell’epoca delle dittature, la maggioranza degli americani vide nel regime fascista – salvo poi pentirsene - un presentabile “autoritarismo democratico”, ritenendolo moderato e lontano dalle spietate tirannie sovietica e nazista di Stalin e Hitler. Lo dicono decine di migliaia di pagine di carteggi dei leader politici, culturali e religiosi americani, di documenti top-secret, di studi condotti da varie istituzioni, di giornali, di libri. Il fascino di Mussolini non riguardò solo i repubblicani. I media americani, inclusi quelli che oggi giudicheremmo di sinistra, applaudirono in prevalenza alla Marcia su Roma e all’ascesa del fascismo. Nell’ottobre del 1922, subito dopo la Marcia, il New York Tribune, di cui Karl Marx era stato il corrispondente europeo da Londra mezzo secolo prima, paragonò Mussolini a Garibaldi e a Giulio Cesare, e a novembre il New York Times elogiò “la forza” del duce, un leader che si collocava “tra Napoleone e un pugilista”. All’inizio perfino Ernest Hemingway (ma poi cambierà radicalmente idea) ne scrisse entusiasta: “Mussolini è una grossa sorpresa. Non è il mostro che hanno dipinto. Ha un volto intellettuale ed e soprattutto un patriota”. Contemporaneamente, si schierarono per il fascismo istituzioni finanziarie e patriottiche come la Camera di Commercio e la Legione Americana. Anziché isolarlo, quattro presidenti, da Warren Harding a Franklin Roosevelt (i primi tre repubblicani) collaborarono con lui considerandolo un baluardo contro il “contagio bolscevico” in Europa e un potenziale partner nel Mediterraneo. Al funerale di Harding il feretro fu scortato, tra altri, dalle Camicie Nere di Mussolini. E per un certo lasso di tempo Roosevelt espresse interesse e simpatia per “l’esperimento” del fascismo e intrecciò con lui normali rapporti, sperando fino al 1940 di riuscire a tenerlo fuori dal conflitto. Anche gli ambasciatori statunitensi a Roma si dimostrarono per lo più favorevoli al duce. Il più agiografico di essi, Richard Washburn Child, scrisse un’introduzione all’autobiografia di Mussolini pubblicata in America nel 1928 che rasentava il culto della personalità: “Mussolini è un super-statista umano e giusto”. Non che mancassero i critici di Mussolini, ma vennero neutralizzati. L’America voleva che l’Europa, il suo mercato naturale e più ricco, che doveva ripagarle l’enorme debito bellico della Grande Guerra, si ricostruisse in fretta. Chiunque ne garantisse la pace sociale e il liberismo economico, come il duce, era considerato un partner affidabile. Anche dopo la guerra di Spagna, nonostante l’opposizione americana al fascismo e al nazismo raccogliesse sempre maggiori consensi negli Stati Uniti, nell’establishment economico e politico restavano numerosi gli ammiratori del duce e del Fuhrer. Uno di loro era il miliardario e neoambasciatore americano a Londra Joseph Kennedy, padre del futuro presidente John F. Kennedy. E lo stesso giovane John, nel 1937, appena ventenne, esprimeva ancora ammirazione per i due dittatori. Lo rivelano le sue lettere e i suoi diari di viaggio, scritti in vacanza in Italia e in Germania, e pubblicati di recente dall’editrice tedesca Aufbau a cura dello storico tedesco Oliver Lubrich. “Sono giunto alla conclusione che il fascismo sia giusto per l’Italia − scriveva Kennedy − come che il nazionalsocialismo sia giusto per la Germania (…). Che cosa è mai il fascismo in confronto al comunismo? (…) Questi regimi fanno del bene ai loro paesi”. Di più: “Quanto al signor Adolf Hitler, sono persuaso che abbia la stoffa di chi entra nella leggenda”.

Quando nell’ottobre del 1936 il presidente americano Franklin Delano Roosevelt intrattenne per due giorni il cardinale Eugenio Pacelli (il futuro papa Pio XII), in visita privata negli Stati Uniti, l’alto prelato, parlando della Grande Depressione, disse preoccupato al suo interlocutore: “Secondo me il pericolo più grave è che l’America divenga comunista”. Roosevelt di rimando gli rispose: “No, il pericolo più grave è che l’America divenga fascista”.Lo scambio di opinioni è illuminante. Il timore del presidente statunitense, protagonista del New Deal, era reale. All’epoca i comunisti americani non avevano un grande seguito (né per la verità lo ebbero mai). Viceversa i fascisti e Benito Mussolini, godevano di buona reputazione nella classe dirigente a stelle e strisce. Di più, molti americani erano addirittura infatuati dalla politica del duce. È il tema del bel libro “Quando l’America si innamorò di Mussolini” (Editori Internazionali Riuniti) del giornalista Ennio Caretto, che conosce bene gli Stati Uniti e i suoi archivi storici, essendo stato per 35 anni corrispondente oltreoceano per La Stampa, Repubblica e il Corriere della Sera. In America, il duce fu il capo di Stato o di governo straniero più popolare del suo tempo. Più che in ogni altra nazione occidentale, Gran Bretagna inclusa. Osannato soprattutto dall’industria, dalla finanza e dai conservatori, che lo ammiravano come “l’uomo nuovo” che trascendeva il liberalismo e debellava il comunismo. L’innamoramento durò almeno tre lustri, fino alle guerre d’Etiopia del 1935 e di Spagna del 1936. Nell’epoca delle dittature, la maggioranza degli americani vide nel regime fascista – salvo poi pentirsene - un presentabile “autoritarismo democratico”, ritenendolo moderato e lontano dalle spietate tirannie sovietica e nazista di Stalin e Hitler. Lo dicono decine di migliaia di pagine di carteggi dei leader politici, culturali e religiosi americani, di documenti top-secret, di studi condotti da varie istituzioni, di giornali, di libri. Il fascino di Mussolini non riguardò solo i repubblicani. I media americani, inclusi quelli che oggi giudicheremmo di sinistra, applaudirono in prevalenza alla Marcia su Roma e all’ascesa del fascismo. Nell’ottobre del 1922, subito dopo la Marcia, il New York Tribune, di cui Karl Marx era stato il corrispondente europeo da Londra mezzo secolo prima, paragonò Mussolini a Garibaldi e a Giulio Cesare, e a novembre il New York Times elogiò “la forza” del duce, un leader che si collocava “tra Napoleone e un pugilista”. All’inizio perfino Ernest Hemingway (ma poi cambierà radicalmente idea) ne scrisse entusiasta: “Mussolini è una grossa sorpresa. Non è il mostro che hanno dipinto. Ha un volto intellettuale ed e soprattutto un patriota”. Contemporaneamente, si schierarono per il fascismo istituzioni finanziarie e patriottiche come la Camera di Commercio e la Legione Americana. Anziché isolarlo, quattro presidenti, da Warren Harding a Franklin Roosevelt (i primi tre repubblicani) collaborarono con lui considerandolo un baluardo contro il “contagio bolscevico” in Europa e un potenziale partner nel Mediterraneo. Al funerale di Harding il feretro fu scortato, tra altri, dalle Camicie Nere di Mussolini. E per un certo lasso di tempo Roosevelt espresse interesse e simpatia per “l’esperimento” del fascismo e intrecciò con lui normali rapporti, sperando fino al 1940 di riuscire a tenerlo fuori dal conflitto. Anche gli ambasciatori statunitensi a Roma si dimostrarono per lo più favorevoli al duce. Il più agiografico di essi, Richard Washburn Child, scrisse un’introduzione all’autobiografia di Mussolini pubblicata in America nel 1928 che rasentava il culto della personalità: “Mussolini è un super-statista umano e giusto”. Non che mancassero i critici di Mussolini, ma vennero neutralizzati. L’America voleva che l’Europa, il suo mercato naturale e più ricco, che doveva ripagarle l’enorme debito bellico della Grande Guerra, si ricostruisse in fretta. Chiunque ne garantisse la pace sociale e il liberismo economico, come il duce, era considerato un partner affidabile. Anche dopo la guerra di Spagna, nonostante l’opposizione americana al fascismo e al nazismo raccogliesse sempre maggiori consensi negli Stati Uniti, nell’establishment economico e politico restavano numerosi gli ammiratori del duce e del Fuhrer. Uno di loro era il miliardario e neoambasciatore americano a Londra Joseph Kennedy, padre del futuro presidente John F. Kennedy. E lo stesso giovane John, nel 1937, appena ventenne, esprimeva ancora ammirazione per i due dittatori. Lo rivelano le sue lettere e i suoi diari di viaggio, scritti in vacanza in Italia e in Germania, e pubblicati di recente dall’editrice tedesca Aufbau a cura dello storico tedesco Oliver Lubrich. “Sono giunto alla conclusione che il fascismo sia giusto per l’Italia − scriveva Kennedy − come che il nazionalsocialismo sia giusto per la Germania (…). Che cosa è mai il fascismo in confronto al comunismo? (…) Questi regimi fanno del bene ai loro paesi”. Di più: “Quanto al signor Adolf Hitler, sono persuaso che abbia la stoffa di chi entra nella leggenda”.