Quando si era ormai in fase di stampa di "Mai con Mussolini", ci fu consegnato questo articolo sulla morte di Marino Verdolini da parte dei parenti, ai quali siamo grati, che ne custodiscono la memoria . Benché sarebbe stato più opportuno inserirlo nel testo di Massimo Morroni, ci è sembrato doveroso comunque pubblicarlo nel testo citato sopra. Certo non sfuggirà al lettore che Marino Verdolini fu comunque tra i principali protagonisti della “Cellula Ragno”, e che l’episodio rappresenta quindi degnamente la quadratura di quanto, tra le altre cose, tentato di dimostrare: la continuità cioè, tra Cellula Ragno e la Lotta di Liberazione. Il testo è un articolo di cui non sappiamo su quale giornale e quando fu pubblicato ma conservato gelosamente dalla famiglia Verdolini. Sono le parole di un cappellano, Elio Jacopini, della 54.a sezione di Sanità al seguito della divisione del C.I.L. “Cremona”, dal titolo:” I nostri Caduti – Geniere Verdolini Marino”.  “Quando lo scaricarono dall’ambulanza insieme ad altri quattro suoi compagni, sembrava un “ecce homo”: la faccia bruciacchiata dalla vampata della mina, una gamba sbrindellata e schegge su tutto il corpo. Nello stracciare la camicia per fargli la prima medicazione d’urgenza, apparvero i suoi muscoli enormi di lavoratore. Tre medici contemporaneamente intorno a lui. Ordini dati sottovoce, odore di alcool, lamenti di feriti, garze bianche, tabelloni diagnostici, chiazze rosse di sangue: e tutto attorno un’atmosfera di compassione e di tensione. Fuori, attraverso i vetri della finestra, si scorgevano le facce preoccupate dei loro compagni, che guardavano e domandavano qualcosa a qualcuno che sapeva. Faceva un freddo cane ed era buio che non si vedeva ad un palmo dal naso; ma i tedeschi quella sera continuavano a sparare senza misericordia. Ad ogni colpo, Villa Baronio tremava paurosamente. Da circa un quarto d’ora un medico gli passava una pezzuola bagnata sulla faccia. Finalmente aprì gli occhi: - Grazie, ora ci vedo -. Guardò intorno un po’ attonito. Doveva essere di una resistenza fisica eccezionale, perché nonostante il sangue perduto era ancora abbastanza forte e si riprendeva sempre più sotto l’azione della trasfusione. – Ma dove mi avete portato? Qui muoio dal freddo - . Era evidente l’effetto della grande perdita di sangue. Gli portai vicino un’altra stufa a petrolio. Mi guardò come per ringraziarmi. Voleva dirmi qualche cosa ma non osava -. – Sei marchigiano ? - gli domandai. – Si, perché? - Rispose. – Anch’io sono marchigiano. Ti ho subito riconosciuto, parlando. – Di Osimo, vicino Ancona… (illeggibile )-. – Chi hai a casa ? (illeggibile) -. – Mia moglie, una bambina di sei anni e mio padre di settanta -. – Coraggio, quando tornerai a casa verrò anch’io ad accompagnarti e mangeremo le tagliatelle alla marchigiana. – Sorrise, mi guardò come per domandare qualcosa, e intanto cercava di sollevare la testa per vedere meglio. – Cos’hai?. – Padre, le gambe, ce l’ho ancora? E lo disse con un non so che nella voce e negli occhi. – Come no?! e lo riappoggiai sulla barella. – Perché, a casa, se non lavoro io, essi non mangiano -. E mi raccontò mentre tre medici attorno a lui cucivano, tamponavano e fasciavano. I fascisti gliene avevano fatte di tutti i colori. Per questo era venuto volontario nel Cremona. Era partigiano e ne aveva scampate delle belle. Ma questa volta una mina maledetta…. Avevano viaggiato nella notte per andare a mettere un campo minato oltre le linee. I tedeschi se ne dovevano essere accorti e li avevano tempestati con i mortai. Un’ inferno! Chissà come è successo? Forse è stato un colpo di mortaio, forse qualcuno tentando di ripararsi, ha urtato contro una mina…ed eccoli qui, tutti e quattro. Uno è rimasto sul campo a brindelli. (Sia pace all’anima sua!). – Mi dispiace solo che non posso tornare a combattere. Me ne hanno fatte tante! -. - Coraggio, c’è sempre tempo. Ora devi pensare soltanto a guarire -. Durante il viaggio continuò ancora a parlarmi della moglie e della figliola: un amore di bimba. Lo raccomandai ad un medico canadese e gli promisi che sarei andato a trovarlo presto. Quando rientrai in sezione, il mio capitano medico mi disse: - Povero figliolo, se riesce a scamparla …(parte lacerata) -. Tornai tre giorni dopo … (illeggibile) nella lunga corsia.. (illeggibile) lettini bianchi e di … (illeggibile) e andai diritto al suo letto, ma lui non c’era più. Al suo posto c’era un altro ferito grave che mi guardò con gli occhi quasi spenti, meravigliato. Rimasi così senza poter dire una parola. Un altro infermiere canadese mi si accostò. – E Verdolini Marino?- domandai. Pensò un poco come per raccapezzarsi, ripetè sillabando gutturalmente il nome, poi. – Ah!… capito…capito -. E mi fece avvicinare alla finestra che dava sul cortile interno e con la mano mi indicò laggiù, quel fabbricato basso che serviva da camera mortuaria. Il mio sguardo continuò lontano, fin laggiù, vicino al mare: Osimo… . – A casa, se non lavoro io, essi non mangiano.

Elio Jacopini
Cappellano 54.a Sezione Sanità
Marino Verdolini: una vita per la libertà

da successive ricerche si è appurato che l'articolo è tratto da “La Spiga”, giornalino dal fronte del gruppo di combattimento “Cremona” del Corpo Italiano di Liberazione.

 
La moglie di Marino Verdolini, venendo a mancare il sostentamento del marito, prese la via dell'Argentina dalla quale non é più tornata.    La figlia "Renata", nome forse dato in memoria di Renato B. Fabrizi, viveva fino a qualche tempo fa a Rosario (Santa Fè)

 

 

 

 

 

Cartolina d'epoca dello zuccherificio di Mezzano di Ravenna