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  • Ci stringiamo ancora per un lutto che ha colpito la famiglia Lucarini, la famiglia dell'ANPI tutta. Giampaolo Lucarini ha coltivato l'impegno politico e sindacale da sempre dando luogo a quell'aspirazione di libertà e democrazia, giustizia e pace, valori per quali si erano battuti con lui i due fratelli di cui uno morì partigiano.

    Il primo incontro con Giampaolo, Emilio Ferretti, Mariolì, Paolo Orlandini, Mario Taborro e tanti altri resistenti, fu in un luogo sacro della Resistenza specie osimana: Chigiano.

    Erano per me, oggi 57enne, gli anni delle scuole elementari.

    Giampaolo lo conobbi meglio quando presi le redini della sezione di Osimo con Franco Mercuri. Con Giampaolo non c'erano in comune solo gli ideali della Resistenza e dell'Antifascismo ma anche gli interessi del mondo del lavoro, la CGIL e la FILCAMS in particolare.

    Giampaolo, classe '29, aveva iniziato il sindacato del commercio e noi negli anni '80 riprendemmo quell'eredità concretizzando la FILCAMS che conosciamo oggi.

    La cosa che più mi lega, e che sempre mi legherà al ricordo di Giampaolo, è quella di una settimana trascorsa lungo la costa della ex Jugoslavia.

    Con Giampaolo e con quello straordinario personaggio e compagno che fu Nazzareno Re, fummo incaricati dall'allora segretario regionale ANPI Emilio Ferretti, di contattare in loco le associazioni partigiane della costa dalmata, fino al Montenegro, per forgiare quell'associazione adriatico-ionica che prese il nome di Forum Antifascista.  

    Come si è visto poi, ci riuscimmo e conobbi allora un'altro Giampaolo con cui rimasi in rapporti più che amichevoli fino a che entrambi non lasciammo che i giovani prendessero il nostro posto.

    A quei giovani cui Giampaolo aveva tra i primi aperto l'ANPI, mi rivolgo affinché l'esempio ed il patrimonio suo e dei suoi fratelli, dei suoi compagni, non vada disperso.

    Addio Giampaolo.

                                                                                                                                                                                  Armando Duranti

  • È gravissimo e inaccettabile che un Ministro della Repubblica italiana, nata dalla Resistenza, faccia suo lo stile propagandistico di Mussolini, un criminale, guerrafondaio, massacratore della libertà e dei più deboli. Il sentiero su cui Matteo Salvini ha avviato il suo "operato" si scontra sempre di più col dettato di democrazia e civiltà della Costituzione. Si ponga fine immediatamente - mi appello ai silenti alleati di Governo del Ministro dell'Interno - a queste continue e nostalgiche aberrazioni.

  • 6 luglio 1944 – 6 luglio 2018.

    74 anni sono passati da quelle prime luci dell’alba che videro gli osimani uscire dai rifugi e fare capolino lungo corso Mazzini per festeggiare il nuovo inizio.

    Ma 74 anni non sono sufficienti a consolidare ciò che fu conquistato con quei mesi di lotta da uno sparuto e orgoglioso gruppo di combattenti per la libertà? Ovviamente NO.

     

    In questi ultimi mesi si è fatto un gran parlare di fascismo e fascisti, a volte a ragione, a volte a sproposito, quasi a svilire e banalizzare il significato che quella parola ha comportato per la storia di questa nazione: 20 anni di privazioni, di totale assenza di libertà, democrazia, giustizia sociale. Non lo diciamo noi, ma gli storici e i sociologi, che ogni tempo ha il suo fascismo, non facendo riferimento solo a quella dittatura storica, ma a quell’insieme di comportamenti politici, sociali e materiali che furono alla base dell’agire di Mussolini e dei suoi seguaci.  

    Se il fascismo fosse solo quello che vediamo in giro oggi per il Paese fatto di raduni folkloristici e negazionismo delle atrocità di cui il regime si è macchiato, saremmo di fronte a poco più che un fenomeno pittoresco da reprimere con il codice penale; il problema di pulsioni fasciste in Italia e nell’intero Vecchio Continente richiede un’intelligenza che talune semplificazioni mostrano di non possedere. Il fascismo è, ad esempio, l’invocazione di un popolo mitico che non esiste, il fascismo sono le semplificazioni di dire che i buoni sono da una parte e i cattivi dall’altra, è individuare sempre e comunque un nemico su cui riversare odio e rancore,  è delegittimare l’avversario politico con attacchi personali anziché confrontarsi con lui sulle idee e sui valori. E’ fascismo dire che destra e sinistra non esistono più, questo era uno dei temi cari proprio a quell’ideologia; esistono e sempre esisteranno analisi e soluzioni politiche di destra e di sinistra, seppur nell’incertezza e nella schizofrenia dei partiti attuali: si badi bene che il pericolo può venire non solo da chi assolve Mussolini ma soprattutto da chi dice che l’antifascismo non è un valore attuale e invece la Costituzione della Repubblica è lì, a ricordarcelo e a riaffermarlo ogni giorno.

     

    Allora che fine ha fatto la memoria storica di questo Paese? Che fine ha fatto la sua coscienza critica? La sua umanità? Che fine ha fatto la sua capacità di analisi e la sua intellighentzia? E infine dov’è finita quella capacità di schierarsi che in quel lontano 1944 spinse anche un osimano di 17 anni a dire ”non avevo neanche l’intenzione di dire faccio il partigiano, non avevo tessere di partito in tasca eppure c’era qualcosa da fare e mi misi a disposizione dei cittadini più bisognosi”?  

     

    Quel ragazzo oggi cosa direbbe? Forse direbbe che c’è bisogno di combattere il pensiero unico, la disinformazione imperante, affermerebbe la necessità di andare oltre la propaganda e analizzare la veridicità delle proposte e non abboccare a qualsiasi notizia venga scritta sui social network e internet, sosterrebbe la necessità di un ritorno ad una politica basata sul rispetto delle parti e delle istituzioni repubblicane, griderebbe la necessità di riscoprire la nostra storia e di farne tesoro perché come recita uno slogan dell’ANPI “la memoria batte nel cuore del futuro”. 

  • L'intervento che oggi presento è frutto di una ricerca che sto conducendo da tempo sui partigiani somali, eritrei ed etiopici che hanno combattuto con la Banda Mario, nell'area del Monte San Vicino.
    La Banda Mario era una banda multietnica. Al suo interno si parlavano almeno otto lingue diverse, forse dieci o forse di più, e si professavano almeno tre religioni (cristiana, ebraica e musulmana). Tra loro c'era anche chi non professava nulla.
    Vi sono state consegnate due foto, che ritraggono alcuni uomini della banda. Queste foto, grazie ad un'intuizione dell'Anpi di San Severino Marche, sono state riprodotte molte anni fa e distribuite in centinaia di copie. Il primo ad averle mostrate, almeno a me, è stato Bruno Taborro.
    Mario Depangher, il loro comandante, era evidentemente una persona speciale, in grado di trasformare donne e uomini così diversi in un'agguerrita formazione militare. Depangher creò, consolidò e mantenne un'eccezionale alchimia, in grado, ancora oggi, di trasmettere un messaggio a mio parere molto significativo.
     
    Vediamo la foto n. 1:
    In piedi, partendo da sinistra, si possono riconoscere:  Nicola Budrinie e Mirco Gubic (jugoslavi), Ivan Dovcopoli e Stefan Ponomarenco, (russo), Mosé Di Segni (ebreo), Frane Tralaja, (jugoslavo), Don Lino CiarlantiniCesare ManiniIvan Rienicenco, (russo), e Cesare Cecconi Gonnella. In basso, invece, sempre da sinistra:  Raico Giuric, (jugoslavo), Bruno TaborroVassili Simonenco e Ivan Vasilienco, (russi), “Carletto” Abbamagal, (etiopico), Sergio Cernievev, (russo), Luigi Verdolinie, infine, Mate Gispic, (jugoslavo).
     
    Una foto non è solo un immagine fissata nel tempo, è un racconto di noi stessi, di un evento o di un momento particolare che abbiamo vissuto.
    Anche oggi, abituati meccanicamente ai selfie, prima di scattare una foto spesso ci specchiamo velocemente, oppure, prima ancora di pubblicare una nostra immagine su un social network, guardiamo l'anteprima, per vedere se siamo in ordine, se c'è qualche particolare che c'è sfuggito, perché stiamo parlando di noi e vogliamo raccontarci al meglio.
    Settantaquattro anni fa ciò valeva ancor di più, perché farsi una foto era un evento raro, che suggellava un passaggio importante (la nascita di un figlio, un matrimonio, oppure l'esperienza da militare).
    Anche questi uomini, con questa immagine, hanno voluto raccontare loro stessi, e nella sequenza che adesso vedremo, ci sono i contenuti del loro racconto.
     
    Adesso prendiamo la foto n. 2.
     
    Questa è in realtà la prima foto della sequenza. Bruno Taborro mi ha raccontato che, dopo aver scattato, il fotografo e i presenti hanno visto Carletto l'etiopico e lo hanno invitato a mettersi in posa con loro.
    Nei pochi secondi trascorsi tra una foto e l'altra, nella decisione di ripetere lo scatto, c'è il loro messaggio, la loro determinazione e la loro consapevolezza rispetto al senso che acquisiva la loro lotta.
    La seconda guerra mondiale imperversava sui continenti e negli oceani. L'obiettivo del nazismo, del fascismo e dell'imperialismo giapponese era quello di costruire un ordine mondiale basato sul razzismo, la prevaricazione, la violenza e lo sfruttamento.
    L'Europa doveva essere ridisegnata. Gli ebrei dovevano essere eliminati. I popoli slavi dovevano essere ridotti in schiavitù, l'Unione sovietica trasformata in colonia per i tedeschi, così come l'Africa, che avrebbe dovuto essere assoggettata al dominio schiavistico nazista e fascista.
    Nella loro volontà di ripetere lo scatto, allora, richiamando un africano per farlo immortalare insieme agli altri, facendolo sistemare tra due russi ed un ebreo, essi hanno voluto parlare della posizione che avevano assunto rispetto agli eventi che stavano vivendo.
    Hanno voluto raccontare loro stessi, per dire che, anche se tutto sembrava crollare, loro non avevano perso di vista la necessità di essere giusti, e avevano deciso di combattere, armi alla mano, contro chi metteva l'uomo contro l'uomo.
     
    Questa foto è perciò qualcosa di più di una semplice istantanea. Ė un testamento iconografico, un messaggio di solidarietà internazionale e di fratellanza tra i popoli.
    Nella Banda Mario avevano trovato posto donne e uomini di tutti i paesi. Il requisito era la buona volontà, non la nazionalità.
     
    C'erano italiani (soldati sbandati, preti e giovani, per lo più contadini).
    C'erano jugoslavi (provenienti da Colfiorito e da altre località di internamento, fatti prigionieri durante la sanguinosa occupazione messa in atto dall'esercito italiano nel loro paese). Partizan è l'equivalente di partigiano, tradotto nella loro lingua.
    C'erano russi (fatti prigionieri dai tedeschi nella loro terra e portati in Italia a lavorare forzatamente per scavare trincee e costruire difese).
    C'erano ebrei (scampati ai rastrellamenti in Italia o fuggiti dalle località di internamento per salvarsi dalla deportazione in Germania).
    C'erano inglesi (scappati dai campi di Sforzacosta e Monte Urano, che poi, aiutati dai contadini, avevano raggiunto il san Vicino).
    C'erano inoltre degli africani: somali, eritrei ed etiopici portati in Italia nel 1940 per essere messi in mostra, come gli animali dello zoo, poi trasferiti a Treia per ragioni di sicurezza e, dopo l'8 settembre del 1943, scappati dal luogo dove erano rinchiusi e indirizzati dalla popolazione contadina verso la Banda Mario. Partisaanka è l'equivalente di partigiano, tradotto in somalo.
     
    Tutti scappavano dalle persecuzioni e dalla morte, e tutti avevano il Monte San Vicino come punto di riferimento. Tutti sapevano che qui avrebbero trovato tregua e ospitalità.
    La Banda Mario li avrebbe accolti.
    Il Monte san Vicino sarebbe stato il loro porto, aperto e sicuro.
     
    Nelle testimonianze e nelle memorie di chi qui ha combattuto, si può leggere che, nei periodi più duri dell'inverno, tra la fine del 1943 e il 1944, la Banda Mario si era ridotta molto di numero, pur senza mai sciogliersi, nonostante fossero disorientati, inseguiti, braccati.
    Dell'estate successiva, invece, il 1° luglio del 1944, giorno della liberazione di San Severino Marche, Bruno Taborro ha raccontato la gioia vissuta, i balli e i canti. In piazza, a festeggiare, erano tantissimi: russi, francesi, inglesi, somali, eritrei, etiopici,  jugoslavi e, naturalmente, italiani. Tutti insieme, senza distinzione.
     
    Io sono sicuro che tornerà l'estate, e saranno ancora una volta le donne e gli uomini di buona volontà a preparare il ritorno della bella stagione.
    Allora saremo chiamati a ricordarci di chi, durante l'inverno, ha sbarrato il proprio uscio, mettendo ancora una volta l'uomo contro l'uomo.

LOCANDINA

AD OSIMO


 

  

 

 

 

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