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  • II Comitato nazionale deIl'ANPI prende atto con soddisfazione dell'esito del voto del 4 dicembre e ritiene che lo stesso abbia espresso con chiarezza la volontà di gran parte dei cittadini e delle cittadine di rispettare la Carta costituzionale, consentendo solo a revisioni puntuali, circoscritte e condivise, che ne osservino lo spirito. Da quel voto, peraltro, si ricava anche una importante volontà di partecipazione, nonché - implicitamente - una richiesta di rispetto, ma anche di piena attuazione della Costituzione.

    L'ANPI ringrazia tutti coloro che, membri di associazioni, di organismi amici e semplici volontari, hanno lavorato con intensità, continuità ed intelligenza; rimarca in particolare l'impegno davvero straordinario di migliaia di attivisti e dirigenti locali della nostra Associazione grazie a cui è stato possibile svolgere una campagna referendaria in modo capillare su scala nazionale con spirito critico, passione, entusiasmo, abnegazione.

    L'ANPI sottolinea la necessità e l'urgenza di una risposta alle più profonde attese del popolo italiano, ispirandosi ai contenuti, ai principi, ai valori della Carta Costituzionale, soprattutto là dove si esalta il valore del lavoro, la dignità della persona, la tutela della salute, dell'ambiente, dei beni culturali, in una prospettiva di sviluppo del Paese, in un contesto di libertà e di uguaglianza, di migliori condizioni di vita per la collettività e di migliori opportunità per i giovani.

    A queste esigenze, I'ANPI non mancherà di dare il suo contributo, nel quadro della sua identità e della sua autonomia, puntando su una migliore e più diffusa conoscenza della Costituzione, sullo sviluppo – nel Paese – di un vero "patriottismo costituzionale", sull'attuazione – attraverso una politica rigenerata ed eticamente qualificata – di quelle misure che non solo possano rilanciare l'economia del Paese, ma rivalutare il lavoro rendendolo dignitoso, e che diano ai giovani garanzia di sicurezza e di possibilità di libera espressione della propria personalità. Il tutto, nel contesto di una Europa capace di liberarsi degli egoismi, dei nazionalismi e delle spinte autoritarie, ritrovando quella unità che fu il sogno di Ventotene e che deve essere contrassegnata da un forte profilo di socialità.

    Impegna tutta l'Associazione a muoversi su questa linea, confrontandosi con i cittadini e le cittadine e gli interlocutori disponibili al dialogo, ma restando sempre legata alla sua identità ed alle sue finalità di fondo, a partire dalla memoria attiva, dall'esercizio della coscienza critica, dalla difesa degli interessi collettivi, nella piena valorizzazione dei principi di uguaglianza e di solidarietà.

    Nel fiorire di diverse posizioni e opzioni politiche, nel Parlamento, fra i partiti, e nelle Associazioni, I'ANPI – nella sua ferma e imprescindibile autonomia – considerando conclusa l'esperienza dei Comitati referendari, resterà fedele alle sue finalità statutarie ed alla sua stessa natura, maturata in tanti anni di lavoro, di esperienza, di iniziative.

    Indipendentemente dalla data più o meno vicina delle elezioni, ciò che conta è un assetto istituzionale in grado di affrontare i problemi di fondo della nostra economia e della nostra società a partire dai due grandi temi dell'eguaglianza e della rappresentanza, dando così concrete risposte alle attese ed alle speranze manifestate dalla volontà popolare col voto del 4 dicembre.

    Dovranno, poi, essere irrobustiti i rapporti che si sono creati positivamente, nel periodo referendario, con altre Associazioni, a partire innanzitutto dalla CGIL, dall'ARCI e da Libertà e Giustizia. Con loro, potremo portare avanti, con unità di intenti, quegli spunti già emersi in questi mesi, sulla piena attuazione della Costituzione e sui suoi fondamentali valori.

    Per quanto riguarda alcune diversità di posizione manifestatesi nell'ambito del referendum anche all'interno dell'ANPI, si riafferma il suo pluralismo, assieme alla rigorosa necessità del rispetto delle regole che sono quelle minime per l'esistenza effettiva dell'Associazione. Il risultato referendario è oramai un dato acquisito. Occorre perciò con coerenza guardare al domani. Sarà di conseguenza necessaria una grande discussione di chiarimento e di approfondimento politico, in tutti gli organismi e in tutte le sedi dell'ANPI, sulle prospettive e sugli impegni di lavoro, non meno che sulle regole, anche attraverso specifici percorsi formativi, nell'intento di continuare – tutti insieme – nel cammino di sempre, con una convinta partecipazione.

  • Partiamo dal comunicato emesso nella “fatidica” notte, diffuso alle agenzie e raccolto – al mattino – solo dal “Fatto Quotidiano”. Ritengo che esso contenesse l'essenziale, pur nel momento – ovvio – di maggiore ma “composta” soddisfazione. Lo riproduco al termine di queste note, per chi non lo avesse ancora letto.

  • Questa caotica stagione referendaria ha procurato e procura innumerevoli riflessioni, talora accese, talora depresse e depressive, talora ferme e tese a fare il punto. Dal mio osservatorio privilegiato, ho avuto modo in questi mesi di imbattermi in parti variegatissimi, in alcuni casi di pancia, come si suol dire, spesso di ambigua origine, un distinto ring comunicativo che ha riguardato inevitabilmente anche l’ANPI, un’antica e autorevole associazione mai trovatisi prima in uno scenario simile.

    Si innescano così linee di chiarimento. Sintetizzo.

    L’ANPI non è l’assalto a se stessa.

    Abbiamo tradizionalmente sedi di confronto aperto, anche di discussione forte, poi di democratiche risoluzioni. Abbiamo, però, dovuto assistere a inquietanti urgenze di intervento pubblico, per lo più feroce, a manipolazioni della realtà, a petizioni strampalate, a usi scorretti dei nostri simboli. Abbiamo osservato movimenti che non sanno di  appartenenza all’ANPI ma di inediti e disperati ordini di scuderia, eterodirezioni che evidentemente nulla hanno a che fare con la nostra associazione. Episodi di tensioni divisive dopo i quali confidiamo che un bel mattino la coscienza dei loro promotori e protagonisti si risvegli un po’ colpita e pronta a riprendersi.

    L’ANPI non è un’occasione partitica.

    Il nostro NO è e deve restare un dovere statutario, un seguire la consapevolezza di uno strappo alla democrazia che non poteva non vederci in campo. Il nostro NO non è l’accensione di orfanismi partitici, l’organizzazione di tentazioni colonizzatrici, la vulgata di uno spostamento “a sinistra” prodigo di chissà quali futuri antagonisti. Se l’ANPI avesse davvero voluto perseguire questa strada, ricordo che avrebbe aderito, per esempio, alla nota Coalizione sociale, cosa che non è avvenuta. È dunque evidente, a chi vuol davvero vedere e capire, che questa Associazione continua ad agire secondo spinte di sana, imprescindibile e imperturbabile autonomia.

    L’ANPI non cade nelle trappole della velocità e del deserto.

    Non bastano appelli, oltretutto fuorvianti. Non bastano pochi caratteri fibrillanti. C’è ancora una parte di popolo con le antenne captanti serietà o propaganda. Improvvisazione o accorta volontà riformatrice. C’è ancora gente radicata nella ragione e nella volontà di costruire un mondo che pretenda rispetto e partecipazione, sempre. Il deserto lo lasciamo ai furbetti.

    L’ANPI è il cuore diffuso e unitario della sua storia.

    Centinaia e centinaia di iniziative autentiche, senza toni bellicosi, senza attacchi pregiudiziali al Governo, senza infilate opportunistiche. Ho visto ragazze e ragazzi curiosi e vogliosi di esserci per la Costituzione, per darle gambe, non per vederla tagliata nelle sue parti decisive. Rappresentanza, poteri controllati. Ho visto vecchi militanti della democrazia battersi per vederla crescere. Ho visto un Presidente, volgarmente trattato da alcuni e da certa stampa, sbattersi da nord a sud col solo e unico intento di raccontare il bene di un dettato di diritti che ha visto nascere e proteggere l’identità preziosa di una nazione. Un Presidente mai refrattario ai cambiamenti, quelli però che migliorano non che affondano.

    L’ANPI, eccola.

    Il futuro ancora urgente di una vita collettiva senza menzogne e piena di passione e di energie democratiche. Pluralismo sano e ritrovarsi tutti insieme nelle ragioni fondative. Partigiani e antifascisti dell’onestà e di un convivere guardandosi negli occhi. Non nelle convenienze o nella follia.

  • Una campagna referendaria lunghissima, durata oltre sei mesi e che finalmente sta per concludersi. I toni di questa campagna sono stati spesso sopra le righe da entrambi gli schieramenti con attacchi personali e slogan privi di fondamento più che di critica dei contenuti.

    E’ capitato spesso a livello nazionale che il fronte del si, forse a corto di idee, abbia utilizzato l’arma della critica sulla composizione eterogenea dello schieramento del NO, che ovviamente non è meno composito di quello avverso, ma questo capita quando si è di fronte a due sole scelte, un sì o un NO. Rivendichiamo invece una campagna condotta dal Comitato del NO della Valmusone corretta e basata solo ed esclusivamente sui contenuti, ben consci che fra qualche giorno non voteremo giudicando il Presidente del Consiglio o il Governo ma una riforma che giudichiamo sbagliata sia nel metodo che nel merito. Ci sorge spontanea prima di tutto una domanda: quello di cui ha bisogno in questo momento il nostro Paese è davvero una riforma della Costituzione e del suo assetto istituzionale? I numeri, inconfutabili, ci dicono di no.

    Siamo il secondo Paese in Europa per numero di leggi approvate ogni anno dopo la Germania: quello che ci occorre magari è di legiferare meno ma farlo in modo migliore e con proposte di legge più efficaci e incisive sui problemi. I numeri ci raccontano poi che mediamente nelle ultime legislature, anche questa che vede Renzi Presidente del Consiglio, l’80% delle proposte viene approvata dopo una sola lettura sia alla Camera che al Senato. Il dettaglio che omettono i rappresentati del SI’ è che spesso la totale assenza di un accordo politico all’interno della maggioranza, comporta lungaggini nell’approvazione o proposte di legge che rimangono “ferme nei cassetti” di questa o quella Camera. Veniamo al contenuto della riforma: sarebbero molti i nostri NO ma crediamo che le criticità più vistose siano tre.

    Con questa proposta di riforma avremo un Senato delle Autonomie che non rappresenterà i territori ma i consigli regionali e verremo estromessi dalla possibilità di eleggere in maniera diretta i 74 consiglieri e i 21 sindaci che lo comporranno: l’elezione spetterà infatti ai consiglieri regionali al proprio interno. Ci domandiamo: se il Senato sarà l’espressione dei territori che finalmente potranno far “sentire le loro esigenze” e dialogare direttamente con il governo perché è stata mantenuta la Conferenza Stato-Regioni che ha da sempre quel compito? Se il Senato rappresenta le regioni di cosa sono espressione i 5 senatori eletti dal Presidente della Repubblica? Perché gli attuali senatori a vita continueranno a sedere negli stessi scranni così come i Presidenti Emeriti?

    Non riusciamo a comprendere poi come i consiglieri regionali e i sindaci possano discutere in tempi brevissimi, avranno infatti 10 giorni per richiamarle e 30 per modificarle prima dell’approvazione definitiva da parte della Camera dei Deputati, le proposte di legge, considerando il loro costante impegno nei territori di appartenenza: verranno creati senatori “part-time” e Palazzo Madama diventerà una sorta di dopo lavoro con porte girevoli. La composizione sarà costantemente in divenire perché si è deciso di far terminare il mandato da senatore con quello di consigliere regionale o sindaco. E che dire poi delle due maggioranze differenti che potrebbero venire a crearsi nei due rami del Parlamento con il rischio di un continuo richiamo da parte del Senato e quindi di allungamento dei tempi?

    Il terzo NO riguarda poi la cosiddetta clausola di supremazia. Nel nuovo art. 117 viene introdotto il principio per il quale il Governo può intervenire nelle materie di competenza delle regioni “quando lo richieda la tutela dell’unità giuridica o economica della Repubblica”. Ci si avvarrà di questo principio quindi ogni qual volta non si vorrà tener conto del parere dei territori, contraddicendo così ciò che la Corte Costituzionale ha più volte ribadito: ci deve essere sempre e comunque un accordo tra Stato e regione interessata (tanto che “il mancato raggiungimento dell’intesa costituisce ostacolo insuperabile alla conclusione del procedimento”). Domenica quando ci recheremo alle urne votiamo convintamente NO. Un NO contro la politica che scarica la sua incapacità di fare sintesi e di trovare compromessi sulla Costituzione. Un NO per una riforma che divide il Paese, appesantisce l’iter legislativo, complica il bicameralismo, svilisce la rappresentanza dei cittadini e la sovranità popolare. Un NO “che guarda al futuro”.

LOCANDINA

AD OSIMO


 

  

 

 

 

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