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  • Vicini a Sandro

    Appresa la notizia delle minacce subite dal nostro compagno Sandro Ruotolo a seguito di un servizio giornalistico sulla Terra dei Fuochi,  l'ANPI di Osimo esprime al medesimo la propria solidarietà. Grazie a giornalisti "con la schiena dritta" come Sandro , possiamo parlare della libertà d'espressione come di un fatto compiuto in questo Paese  L'ANPI di Osimo condanna e sempre si opporra' ad ogni tentativo di  sovversione dei principi liberali e democratici,  da  qualsiasi parte essi provengano. http://youtu.be/fp-Bx_UAUT0 

  • Vigilia di battaglia. Una risposta non data.

    Nel diario di Giuseppe Olivo, che il 18 luglio sarà ferito gravemente, alla data del 17 luglio si coglie tutta l’attesa degli avvenimenti.

    Dalle informazioni che abbiamo avuto dai paracadutisti della Nembo avremo dei combattimenti durissimi per sfondare la nuova linea tedesca sul Musone. I paracadutisti a Filottrano hanno già avuto circa 600 fra morti e feriti….

    …….

    Nottata movimentata e così pure l’intera giornata. Verso le 18 (del 16 luglio 1944, n.d.a.) è arrivato l’ordine di tenersi pronti. Domattina il I Battaglione attaccherà e noi gli daremo il cambio dopo 48 ore di rincalzo, naturalmente se tutto andrà bene!

     

    Da parte tedesca ormai si ha la percezione che si è alla vigilia di un attacco in grande stile. Durante la notte si percepisce il rumore degli autocarri e dei carri armati nemici che stanno prendendo posizione; questo diffonde fra le file tedesche un certo nervosismo. Ognuno chiede a se stesso e si domanda dove verrà l’attacco e in quale punto verrà svolto il massimo sforzo per attuare lo sfondamento. I comandi cercano di prepararsi nel migliore dei modi. Per far fronte all’attacco dei carri armati, viene diramato l’ordine, che raggiungerà ogni uomo di prima linea: in caso di attacco di carri armati, lasciarsi superare dai carri armati stessi; contrastare, invece, combattendo le fanterie che seguono i mezzi corazzati stessi. In ogni caso bisogna tenere, da parte tedesca, ed un ordine preciso per i soldati tedesco, tenere le posizioni.

    Questo ordine è estremamente importante da sottolineare, in quanto l’indomani, come vedremo, sarà la tattica applicata contro gli elementi del I battaglione del 68° Reggimento fanteria del Corpo Italiano di Liberazione sul Musone, davanti a Casenuove, che ostacolerà per tutta la mattina l’avanzata italiana. 

    Massimo Coltrinari

    (massimo.coltrinari@libero.it

     

     

    Olivo G., Diario di Guerra, in Appignanesi P., Bacelli D., La Liberazione di Cingoli. 13 luglio 1944 e le altre pagine di storia cingolana, Cingoli, Associazione Nazionale Partigiani d’Italia Sezione di Macerata-Amministrazione Provinciale di Macerata-Comune di Cingoli, 1986, pag. 215

  • Resistenza e Corpo Italiano di Liberazione:

    Al di là di ogni considerazione locale, non si deve dimenticare che le formazioni partigiane avevano un armamento leggero, fucili, pistole e qualche mitragliatrice, con munizionamento scarso. Inoltre il numero era esiguo, sull’ordine delle decine di unità. Se queste formazioni fossero state impiegate contro unita o reparti di prima linea, in gradi non solo di reggere il fuoco, ma di potenziarlo e di manovrare, con una organizzazione di comando e controllo efficiente, le possibilità di successo erano veramente minime.

    Scrive Gianni Oliva:

    Anche qui c’è stato un errore degli storici negli anni scorsi: quello di sopravalutare il ruolo militare delle formazioni partigiane: E’ quello di voler rilegger la storia delle formazioni partigiane in termini soltanto di storia militare.

    Una formazione partigiana ha necessariamente sul piano un ruolo limitato, un ruolo secondario. Quando si hanno i fucili in mano e dall’altra parte ci sono le truppe corazzate e gli aerei ricognitori, è evidente che dal punto di vista militare il ruolo è secondario. Secondario non vuol dire infintesimale e non vuol dire trascurabile.”

    Si è già accennato alla richiesta alleata di attaccare i Tedeschi per prendere e mettere in sicurezza il porto di Ancona. L’impresa di realizzare tale progetto era già difficilissima attuarla; ma il vero problema era quello di mantenere le posizioni in attesa dell’arrivo degli Alleati: quanto tempo avrebbero resistito? Questo è il nocciolo del problema. Il “Fabrizi”, entrato in Osimo il 3 luglio con un ottima azione di infiltrazione, era in grado di dare battaglia ai due battaglioni Tedeschi che presidiavano le posizioni di Osimo e mantenerle? Sicuramente no.

    Accusare Corradi, che sarà stato pure di idee monarchiche, istruito nelle Accademie militari, attendista, sembra voler sviare la realtà: le formazioni della Resistenza, a fine giugno 1944 nell’area di Ancona, non avevano la capacità militare di attuare quello che passione, idealità, amor di patria, senso del dovere, voglia di riscatto, partecipazione, sprezzo del pericolo e volontà di riscatto suggerivano.

    Come giustamente fa osservare un protagonista, Paolino Orlandini, la frattura fra azionisti e comunisti non si era ricomposta; dando il comando ad una terza forza, a Ufficiali Monarchici, espressione di un “vecchio” che nessuno voleva, fu un altro errore che si aggiunse ai precedenti, che sommati insieme hanno portato alla conclusione che nelle operazioni per la liberazione di Ancona, sul piano strettamente militare, le formazioni combattenti partigiane ebbero un ruolo marginale.

    Ma se ci sposta dal piano militare al piano sociale e politico, allora il ruolo si capovolge e diventa di tutto rilievo. Le formazioni partigiane con la loro presenza hanno avuto il compito e il ruolo di deligittimare in tutta la sua vastità “la Repubblica Sociale Italiana, nel contendere alla Repubblica Sociale Italiana il controllo del territorio, nel far sì che la sovranità reale, non quella formale, fosse limitata ai grandi centri urbani ed alla periferia nel momento in cui c’era contemporaneamente la presenza delle forze armate tedesche in rastrellamento. Ora questa delegittimazione della repubblica Sociale Italiana è nello stesso tempo la legittimazione del regno del Sud, della guerra di liberazione che viene combattuta a Sud, di quello che l’Italia diverrà dopo il 25 aprile.”

    Portando queste considerazioni sull’evento che stiamo narrando, mentre i gerarchi e le autorità della Repubblica Sociale Italiana al solo apparire del nemico nelle Marche, fuggirono senza ritegno abbandonando tutti e tutto, lasciando la popolazione in balia di se stessa, le formazioni partigiane erano presenti sul territorio, rivendicando quella sovranità di fatto che fu conquistata sul terreno. Sul piano militare la loro incidenza fu quella indicata sopra, che è quella che è “in res ipsa”, sul piano militare

    Il contributo dei “patrioti” rimane, sotto questo profilo costante durante la battaglia. Innumerevoli sono gli episodi che testimoniano come i “patrioti” riuscivano a dare un contributo fattivo alle operazioni.

    Paolo Orlandini, ad esempio, scrive,

    “Abbiamo tenuto il fronte di Osimo per 18 giorni perché gli Alleati sono arrivati il 6 luglio ed il fronte non è avanzato fino al 18 di luglio, il giorno della liberazione di Ancona. Il giorno 17 cominciò l’offensiva da parte del Corpo Italiano di Liberazione. Una nostra pattuglia catturò un ufficiale austriaco addetto allea fortificazione della valle che comandava direttamente una batteria di mortai distaccata a S. Paolina lui ci disegnò sulla carta topografica tutta la difesa nemica e con quel disegno io andai al Comando Artiglieria polacco. Il colonnello Leon volle subito verificare se le informazioni erano esatte ed ordinò un tiro di controbatteria verso un’indicazione segnalata: una prima batteria nemica venne distrutta”

    Emerge, quindi, di contro il ruolo del Corpo Italiano di Liberazione, in questo profilo, che non è una espressione del “vecchio regime”, ma l’espressione, come elemento militare, della legittimazione del Regno del Sud, e quindi di rilevanza notevole, tale da poter dire che realmente partecipò alla liberazione di Ancona, ma che dal punto di vista politico e sociale, ha un peso ed un significato diametralmente opposto a quello delle formazioni partigiane, come è facilmente deducibile da tutte le testimonianze e fonti che in parte sono state qui citate.

    Massimo Coltrinari

    (massimo.coltrinari@libero.it

    Oliva G., L’apporto popolare e partigiano alla liberazione d’Italia, in ”Le forze Armate nella Resistenza e nella Guerra di Liberazione”, Atti del Convegno di Studi, Bologna, 21-22 marzo 1995, Roma, 1995

    Ibidem

    Si intende in questo caso le forze Polacche e quelle italiane del Corpo Italiano di  Liberazione.

         Matteucci I., La Lapide ed il Cippo di Piazza Ugo Bassi, Ancona, Il lavoro editoriale, 2007, pag. 28

  • Da Tommasi, attraverso Baldelli, a Corradi:

    La terza forza che si presenta come attrice principale nella liberazione di Ancona, qui deve essere, seppur a grandi linee, non solo citata ma studiata nelle sue reali dimensioni dal punto di vista strettamente militare è quella partigiana. Qui non si mette in discussione il ruolo politico e di rottura e di volontà del popolo italiano di combattere per una Italia diversa da quella che aveva portato la guerra in casa, tra indicibili tragedie, lutti e danni immensi che le formazioni partigiane rappresentano; si vuole solo analizzare il ruolo tattico svolto dalle medesime e la sua incidenza sulle operazioni.

    Certamente prendendo i dati di forza, la situazione appare chiara: per combattere i 5000 Tedeschi combattenti che difendevano Ancona, vi era una unità complessa a livello di corpo d’armata consistente in tre divisioni, due polacche, con circa 43.000 uomini e una italiana, il Corpo Italiano di Liberazione, con 25.000 uomini. L’entità numerica delle formazioni partigiane, secondo varie fonti, oscilla tra i 400 ed i 600 uomini combattenti, includendo, oltre alle formazioni “di montagna”, anche i GAP ed i SAP. Sarebbe banale fermarsi a questi rapporti di forza.

    Il movimento partigiano nella provincia di Ancona da aprile, fino alla seconda meta di giugno, dal punto di vista militare fu segnato profondamente da un insanabile dissidio tra azionisti e   comunisti. Tutto sembrava andare per il meglio con l’accordo del 14 gennaio in cui si erano stabiliti incarichi e compiti che tutti accettavano.

    La cattura di “Annibale”, l’ing. Tommasi da tutti riconosciuto come capo militare, aveva messo in crisi la struttura militare partigiana. Fu mandato nelle Marche a colmare questo vuoto Alessandro Vaia, comunista, accolto a San Pietro in Calibano il 13 aprile 1944 da comandanti Partigiani con vero calore. Appena arrivato, senza sentire le altre forze politiche e gli altri comandanti partigiani, emette “l’ordine del giorno n. 1” in cui in virtù dello sviluppo che il movimento aveva assunto, impone che la V Brigata Garibaldi assumesse la denominazione di “Divisione Marche”, di cui lui era il Comandante e come commissario politico Rodolfo Sarti. Dalla Divisione Marche dipendevano la Ia, la IIa e la IIIa zona delle Marche, in sostanza le formazioni garibaldine della provincia di Macerata, Ancona e Pesaro.

    Questo si rileverà un primo grave errore politico, in quanto era stato scavalcato a pieno il CLN Regionale, presieduto da Oddo Marinelli, azionista. Si metteva in discussione la fino ad allora leaderschip del Partito d’Azione nel comando provinciale di Ancona ed anche nel CNL regionale e che, anche grazie alla radio trasmittente e relativo codice gestita da Baldelli, permetteva al CNL e, quindi, a tutti di essere accreditato presso gli Alleati come referente diretto del movimento patriottico. Era una crisi veramente grave. 

    In pratica, i comunisti, con la scomparsa di Tommasi si sentivano esclusi dai vertici decisionali del movimento patriottico e Vaia, in modo maldestro, aveva imposto soluzioni di parte.

    Il conflitto si aggravò anche per l’atteggiamento di Tiraboschi, che minacciò di non riconoscere l’autorità del CNL. In questo contesto molto difficile, che in pratica privava la Resistenza di un Capo e minava la sua unità d’intenti, si inserisce la morte di Goffredo Baldelli, che fu una tragedia non solo per i partigiani del San Vicino, ma per la Resistenza tutta, per il ruolo prezioso, il coraggio e l’impegno senza risparmio. Questo episodio non fece altro che aggravare il conflitto in essere tra comunisti e azionisti, conflitto che precipita drammaticamente il 7 giugno, a tre settimane dall’investimento alleato della piazzaforte di Ancona. Viene destituito Tiraboschi e la frattura diventa sempre più insanabile. Il 10 giugno, il CLN regionale, deciso ad affrontare il problema e a risolverlo decide di affidare il comando della V Brigata B (Garibaldi)“ad ufficiali da trarre da organizzazione patriottica militare clandestina già esistente”. Questa soluzione si rileverà ancora più deleteria, in quanto nel contesto della Resistenza vengono immessi esponenti dichiaratamente monarchici, militari “ortodossi”, visti da tutti come “i residui del vecchio regime” contro cui si stava combattendo.

     Il 12 giugno viene formalizzata la nomina a Comandante di “Gancia” il colonnello Egisto Corradi, che immediatamente si reca a San Vittore di Cingoli per riceve le “consegne”. Corradi conferma Frillo come vice Comandante e come commissario politico Gino Grilli, in un clima non certo di entusiasmo, farcito da diffidenza e riserve mentali.

    L’azione di comando del col. Corradi non ha avuto grande plauso, come ampiamente prevedibile; lo si accusava e lo si accusa di avere avuto scarso spirito combattivo; da una parte si preoccupò molto di ottenere armi ed equipaggiamenti dagli Alleati, cosa che riuscì a fare bene, ottenendo in cinque giorni ben cinque lanci nei campi a disposizione di Porcarella (Valle di Castro), Baldiola e Barucci di Sassoferrato. In pratica si dedica alla organizzazione dei distaccamenti, che giudicava, almeno sulla base della sua particolare valutazione tecnico-militare, insufficienti ad azioni consistenti e a vasto raggio e nel tempo, efficaci contro il nemico.

    Sul piano operativo, se da una parte, soprattutto dalle formazioni comuniste, ed in generale dai combattenti si attendeva iniziative ardite e spregiudicate, Corradi impose un orientamento che erroneamente fu definito “attendistico”, ma che era solamente realistico se si metteva in relazione i mezzi con i fini.

        Per comprendere meglio la situazione, occorre riflettere che siamo nella ultima decade di giugno e i Tedeschi si stavano ritirando dal Potenza al Musone. L’area di azione, la vallata del Musone e la zona di Ancona, era diventata da immediata retrovia a linea di combattimento. Come poteva un Comandante responsabile che aveva assunto la guida delle bande da pochi giorni, dopo una crisi politica estremamente grave che si era protratta per mesi e che si era risolta con un compromesso che vedeva le parti, azionisti e comunisti ancora profondamente divisi, in azioni di vasta portata senza incorrere in disastri e sconfitte laceranti? Accusare Corradi di “attendismo” appare quanto mai un modo per non affrontare realisticamente un esame critico della situazione. L’azione militare era stata gravemente compromessa dalle divisioni innestate dagli errori politici e di comando di Alessandro Vaia, che si era dimostrato incapace di comprendere i reali equilibri della Resistenza nelle Marche: le violente polemiche del dopoguerra ne sono una ulteriore conferma. Attaccare i Tedeschi con l’obiettivo disarticolare il loro dispositivo di difesa appariva ed appare quasi assurdo, nelle situazioni in cui si era.

     

     Massimo Coltrinari

     

    Rientrato da poco in Italia, assente da oltre 11 anni, di cui quattro in carcere per condanna del Tribunale speciale per attività comunista, combattente della guerra di Spagna e militante integro, Alessandro Vaia conosceva poco o nulla le Marche e gli equilibri che si erano andati formando in un contesto veramente difficile

    “Arrivato a Poggio San Vicino dopo una notte di fatica (passata a recuperare le armi giunte con un lancio alleato n.d.a.) a prendere il camion per il sollecito trasporto, Baldelli aveva trovato che vi stava facendo un giro lo scozzese Douglas Davidson, per cui aveva sfogato la sua ira su “Alvaro” (Alvaro Livargini, Comandante partigiano n.d.a), accusandolo che all’accampamento si faceva “vita frivola e svagata”. Quando finalmente Douglas fece ritorno, i due si affrontarono a brutto muso e la lire degenerò. Lo scozzese sferrò a Baldelli “due potenti ‘diretti’ alle ganasce” mandandolo a gambe all’aria e quando il falconarese abbozzò il gesto di prendere la pistola, Jovocic, un montenegrino presente alla scena, gli sparò due colpi e poi lo finì con un terzo  della pistola di Baldelli raccolta a terra.”