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  • UNA FIAMMA GIALLA TRA LE VITTIME DELL’ECCIDIO DELLA VAL MUSONE- parte 2

    I tedeschi, giunti a Filottrano verso le 5 del mattino, avrebbero rastrellato “a caso” e casa per casa numerosi civili, esclusi donne, vecchi e bambini. Alcuni di loro furono rilasciati, forse perché erano troppi da caricare sul camion che di lì a poco li avrebbe condotti al supplizio, oppure perché si era raggiunto il fatidico numero di dieci unità. La storia ci ricorda che poco prima della fucilazione furono chiamati sul posto i citati parroco e podestà di Filottrano, i quali si sarebbero opposti, peraltro offrendo la loro vita in cambio di quella dei propri cittadini.

    Ovviamente le loro proposte non furono accolte, procedendo così alla barbara esecuzione delle dieci vittime sacrificali, fra le quali il nostro Tavoloni, militare della Regia Guardia di Finanza che dopo l’armistizio dell’8 settembre aveva “abbandonato” il proprio reparto, verosimilmente per darsi alla macchia quale partigiano.

    Dalle scarne notizie emerse dal fascicolo personale custodito presso il Museo Storico della Guardia di Finanza, apprendiamo che l’esecuzione del povero Tavoloni si concretizzò, presso il foro Boario, alle ore 6,15 del 30 giugno 1944, così come emerge dall’atto di morte stilato dal Comune di Filottrano in quella stessa triste giornata, e che la salma fu di poi seppellita presso il locale cimitero.

    A questo punto ricordiamo brevemente la figura del Tavoloni, analizzandola prevalentemente dal punto di vista dell’appartenenza alle Fiamme Gialle, prima ancora di affrontare il tema della “lotta clandestina” alla quale si sarebbe votato il militare[1]

    Pietro Tavoloni nacque a Filottrano il 5 maggio del 1907, figlio di Vincenzo e di Maria Giampieri. Compiuti gli studi elementari, con il conseguimento del diploma di 3^ classe, svolse l’attività lavorativa di commesso, in attesa della fatidica chiamata alle armi per l’assolvimento del servizio di leva.

    In realtà, appena diciottenne ma ancora raggiunta la maggiore età (essendo allora contemplata nel 21° anno), il giovane Pietro decise di arruolarsi nella Regia Guardia di Finanza, presso la quale fu ammesso il 20 agosto del 1925, dopo aver superato le relative prove presso l’allora Comando Circolo di Ancona. Nello stesso giorno fu destinato a frequentare l’allora corso di formazione semestrale presso il Battaglione Allievi di Pola, in Istria, seguito, subito dopo, dal corso sciatori che frequentò presso la Scuola Alpina di Predazzo, lo stesso istituto ove presterà giuramento il 17 gennaio 1926.

    A Predazzo, Pietro farà quindi amicizia con il collega sardo Paolo Arca, che di lì a poco, assieme al nostro protagonista, verrà assegnato alla Legione di Genova. Mentre l’Arca fu destinato alla Brigata cittadina denominata “A. Doria”, alla quale – come già ricostruito in altro contributo – era demandata la vigilanza doganale su quell’importantissimo porto mercantile, il neo finanziere Tavoloni fu, invece, destinato al servizio operativo presso la Brigata di “Ponte dei Mille”, sempre a Genova città.

    Qui vi rimase appena dieci mesi, dovendo raggiungere il confine con la Svizzera, ove allora quasi tutti i militari del Corpo dovevano essere avvicendati onde farvi le opportune esperienze professionali.

    Nel giro di due anni, il giovane finanziere di Filottrano presterà dunque servizio presso le più dure Brigate d’alta montagna, quali ad esempio quella di Murelli e di Maslianico, dipendenti dalla Compagnia di Cernobbio (siamo nei pressi del Lago di Como), per poi raggiungere, il 5 giugno 1928, la Brigata di frontiera di Mazzo, nei pressi di Madonna di Tirano, sempre lungo il confine con la Svizzera.

    La particolare durezza riscontrata dal giovane nella vita di montagna lo indussero a non chiedere la rafferma nel Corpo, ragion per cui Pietro Tavoloni fu inviato in congedo illimitato a far data dal 20 agosto dello stesso 1928. Ritornato a Filottrano, Pietro riprese evidentemente ad esercitare il suo antico mestiere, lo stesso che qualche anno dopo gli consentirà di “metter su famiglia”.

    Non sappiamo nulla riguardo agli anni che il Tavoloni visse in famiglia. Sappiamo di certo che era coniugato e padre di due figli. Possiamo solo aggiungere che nel corso del 1932, allorquando fu chiamato presso il Comune di Filottrano per la tradizionale “chiamata di controllo” per il servizio militare, egli non si presentò a tale appello in quanto residente all’estero, nella fattispecie in Svizzera, ove probabilmente era da poco emigrato.

    Ma il legame con le Fiamme Gialle non era certo terminato lì. Il 25 giugno 1940, infatti, in seguito all’entrata in guerra dell’Italia, la guardia di finanza in congedo Tavoloni fu richiamata alle armi e conseguentemente destinata alla Legione Territoriale di Ancona, reparto che lo assegnò alla Brigata litoranea di Firenzuola di Focara, che in quel contesto si trovava mobilitata per la difesa delle coste.

    Il 1° marzo del ’41, il Tavoloni fu quindi trasferito all’omologo reparto di Pescara, mentre nell’ottobre seguente raggiungerà la Brigata stanziale di Pedaso, in provincia di Ascoli Piceno, ove rimase sino al marzo dell’anno seguente, epoca in cui dovette trasferirsi presso la Brigata litoranea di Senigallia. Qui vi rimarrà sino al 24 maggio seguente, data in cui fu inviato alla Brigata stanziale di Fabriano.

    Il Finanziere Tavoloni rimase a Fabriano sino al 17 settembre di quel fatidico anno. Fu proprio in quella data che il trentaseienne milite di Filottrano decise di darsi allo sbando “…per non collaborare con l’esercito tedesco invasore”, così come fu successivamente riportato – e non a caso aggiungo io – sul proprio foglio matricolare.

    La scarna notizia, che di per sé non aggiunge molto alla vicenda umana del militare, lascerebbe intendere il fatto che Pietro Tavoloni avesse deliberatamente deciso di abbandonare il Corpo di appartenenza, per poi affiliarsi in un secondo momento alla Resistenza, seguendo magari le orme del vecchio amico Paolo Arca, il quale, come abbiamo ricordato nel saggio a lui dedicato, si trovava a Filottrano già nell’autunno del ’43, avendo eseguito il materiale trasferimento del Comando della stessa Legione di Finanza, il quale vi si era stabilito dopo aver dovuto lasciare l’ordinaria sede di Ancona.

    Un ulteriore approfondimento mi ha, quindi, consentito di individuare in archivio tre preziosi e inediti documenti, stilati fra il 1946 ed il 1948 dall’allora Comando della 14^ Legione Guardia di Finanza di Bologna, nell’ambito di una statistica circa il “contributo dato agli Alleati per la causa comune, durante il periodo 8 settembre 1943 – 31 dicembre 1945”.

    Nel primo atto, che porta la data del 30 agosto 1946, nell’apposito elenco dei caduti subiti da quella Legione troviamo al terzo posto proprio il nome del nostro Tavoloni, al fianco del quale fu indicata la seguente frase: “Fucilato dai tedeschi il 30/6/1944 in Filottrano (Ancona) per il noto sistema di ammazzare 10 ostaggi per ogni militare tedesco ucciso”[2].

    Tale motivazione è tramandata anche dalla famiglia del caduto, come ha recentemente confermato lo stesso Maresciallo Moretti, secondo il quale il congiunto era stato appunto fucilato in rappresaglia della morte di un soldato tedesco.

    Purtroppo il documento del 30 agosto ’46 non aggiunge altro riguardo alla rappresaglia tedesca, la quale sarebbe stata effettivamente “innescata” dalla morte di un soldato germanico, evento che probabilmente si verificò in qualche località non molto distante da Filottrano, in uno dei giorni che precedettero lo stesso eccidio della Val Musone. Occorre dire, peraltro, che tale ipotesi – evidentemente suffragata da altre testimonianze – è stata ripresa anche recentemente, così come emerge dal sito internet ove viene ricordato il monumento ai caduti dell’eccidio di Filottrano del 30 giugno[3].

    Nella stessa direzione sembra tendere anche il secondo documento scoperto negli Archivi del Museo Storico delle Fiamme Gialle, documento dattiloscritto a Bologna il 4 marzo del 1948 e riportante l’elenco dei militari: “…già in servizio nel Corpo della Guardia di Finanza, deceduti in conseguenza della lotta clandestina”.

    Ebbene, il prezioso foglio[4], oltre che ad accostare inequivocabilmente il Tavoloni alla lotta partigiana, aggiunse anche che il militare della Guardia di Finanza era stato fucilato dai tedeschi “a scopo terroristico”, così come peraltro sono dell’avviso anche alcuni storici contemporanei che hanno recentemente affrontato con più attenzione la questione dell’eccidio, oltre che analizzata come seconda ipotesi dal primo citato riferimento al monumento di Filottrano[5]

    Un terzo ed ultimo documento, stilato nell’agosto seguente, aggiunge, infine, che il Tavoloni: “…è stato fucilato dalla truppe tedesche di occupazione, per rappresaglia, assieme ad altri cittadini della stessa località”[6].

    Interessante sarebbe, a questo punto, saperne di più riguardo all’effettivo ruolo che il povero Tavoloni svolse in seno alla Resistenza locale, prima di esalare l’ultimo respiro.

     


    [1] Archivio Museo Storico Guardia di Finanza (d’ora in poi AMSGF), fondo “Matricola”, fascicolo personale guardia Pietro Tavoloni.

    [2] “Statistica del contributo….”, documento datato Bologna 30 agosto 1946 a firma del Ten. Col. Giovanni Pozzi. In  AMSGF, fondo “Resistenza”, Sezione 675, f. 14, “Riconoscimento qualifiche Partigiani Combattenti”.

    [3]http://www.pietredellamemoria.it/pietre/monumento-ai-caduti-di-filottano-guerra-1940-45/.

    [4]“Elenco dei militari già in servizio…”, documento datato Bologna 4 marzo 1948 a firma del Col. Beniamino Porzio. In  AMSGF, fondo “Resistenza”, Sezione 675, f. 14, “Riconoscimento qualifiche Partigiani Combattenti”.

    [5]http://www.pietredellamemoria.it/pietre/monumento-ai-caduti-di-filottano-guerra-1940-45/.

    [6] Nota n. 42/62 del 3 agosto 1948 del Comando 14^ Legione Territoriale della Guardia di Finanza di Bologna diretta al Comando del Distretto Militare di Ancona. In AMSGF, fondo “Matricola”, fascicolo personale guardia Pietro Tavoloni.

     

  • UNA FIAMMA GIALLA TRA LE VITTIME DELL’ECCIDIO DELLA VAL MUSONE- parte 1

    Breve ricordo del Finanziere partigiano Pietro Tavoloni da Filottrano

     Debbo principalmente al Maresciallo Fabio Moretti se oggi ho avuto la possibilità di fare luce, ricordandone la figura patriottica, su un partigiano marchigiano, suo lontano zio per parte di madre, sul quale era effettivamente calato il “silenzio della storia”, essendo il poveretto una delle tantissime vittime innocenti della tracotanza nazi-fascista. Il collega Moretti, senza saperlo, nel chiedermi notizie sul lontano parente, ha innescato in me una viva curiosità, anche perché mi ero già interessato della Resistenza impersonata dalle Fiamme Gialle nelle Marche, Filottrano compresa, pubblicandone i risultati proprio su questo rinomato sito.

    Le notizie che il Maresciallo mi chiedeva si riferivano al Finanziere Pietro Tavoloni, uno delle dieci vittime filottranesi del c.d. “eccidio della Val Musone”, del quale gli occupanti tedeschi si macchiarono nella notte tra il 29 e il 30 giugno 1944 (mancava appena un giorno alla nota Battaglia liberatrice di Filottrano).

    In effetti – occorre precisarlo sin da adesso – su detto eccidio non è stato francamente scritto molto, anche perché a tutt’oggi non sarebbero ancora chiari taluni dei passaggi, o aspetti che dir si voglia, che portarono alla drammatica idea germanica: quella cioè di “condannare a morte” 26 povere vittime civili (e non) rastrellate nelle località di Montalvello di Apiro, di Staffolo, di Cingoli e di Filottrano, al solo scopo – si immagina con un certo margine di plausibilità – di dar sfogo alla rabbia teutonica contro l’efficace azione partigiana sin lì condotta ai loro danni da parte di bande patriottiche locali.

    I rastrellamenti e le uccisioni, che riguardarono le anzidette località, pur non sembrando azioni collegate fra di loro, farebbero comunque parte di un comune disegno criminoso: quello cioè di far comprendere, soprattutto alla cittadinanza locale, quali fossero i rischi concreti ai quali sarebbero andati incontro tutti coloro che avessero continuato ad offrire aiuti ai tanti uomini e donne che si erano offerti alla nobilissima causa della Resistenza al nazi-fascismo.

    In verità, molti non sapevano, almeno fino ad oggi, che fra le vittime di Filottrano vi fu proprio il Finanziere Pietro Tavoloni, il cui nome campeggia da anni sul monumento eretto a futura memoria di quella strage. Si tratta, però, dello stesso Tavoloni che in alcuni testi ed articoli viene genericamente indicato come “fruttivendolo”, forse in ricordo del precedente mestiere da lui esercitato dopo il congedo dal Corpo.

    Per questo motivo, anche grazie alla spinta emotiva del Maresciallo Moretti, ho ritenuto doveroso ricordarne almeno la biografia, nella speranza beninteso di poter presto apprendere ulteriori e definiti elementi di certezza riguardo alla sua attività partigiana (nome della Banda ed eventuali azioni patriottiche, ecc.), ipotesi che mi è venuta in mente non solo per il fatto che si trattava di un militare “datosi alla macchia”, come vedremo in avanti, ma soprattutto in ragione del fatto che il nostro uomo aveva conosciuto, all’inizio della carriera, l’allora parigrado Paolo Arca, colui che da Brigadiere si distinguerà per attività partigiana proprio nella zona di Filottrano[1].

    Volendo brevemente ricordare l’accaduto, aggiungo che, almeno secondo talune fonti bibliografiche, alcune delle quali citano anche le testimonianze del Parroco Don Eugenio Santoni e del Commissario Prefettizio Aurelio Buschi, entrambi presenti all’eccidio, alcuni automezzi tedeschi giunsero a Filottrano all’alba del 30 giugno, peraltro reduci da altri misfatti.

    Si trattava, in particolare, come ricostruisce il Giacomini, di:

    “…venti militari della SS germanica, comandati da un tenente (.) divisisi in gruppi di tre uomini ciascuno, senza alcun motivo, prelevarono dalle proprie case 10 cittadini, i quali condotti nel foro Boario senza alcuna dichiarazione d’accusa o giudizio leale, vennero fucilati”[2].

    Le vittime erano Armando Falappa, muratore; Anelio Bontempi, muratore; Armando Armillei, pittore; Domenico Mantini, sarto; Ovidio Giuliodori, facchino; Luigi Fusco, terrazziere; Giuseppe Bottegoni, muratore; Giocondo Mengarelli, straccivendolo; il nostro Pietro Tavoloni, “fruttivendolo” ed Eraldo Giuliodori, fattorino postale.



    [1] Vgs. Gerardo Severino, “Paolo Arca, Brigadiere delle Fiamme Gialle, eroico partigiano a Filottrano (1901 – 1957”, pubblicato il 21 settembre 2013 sul sito www.anpiosimo.it.

     

    [2] Ruggero Giacomini, “Ribelli e partigiani. La Resistenza nelle Marche 1943-1944”, edizioni Affinità elettive -  Ancona, anno 2008, pag. 306.

                                                                                                                    ... continua

  • L'internamento nelle Marche

    Il Consiglio Comunale di Urbisaglia, ieri 18 novembre, ha conferito la cittadinanza onoraria a Giuseppe Viterbo, quale doveroso risarcimento al dolore e alle sofferenze sopportate a causa dall’internamento di suo padre Carlo Alberto presso il Campo di Urbisaglia.

    Carlo Alberto Viterbo (1889-1974) fu internato nel Campo di Urbisaglia dal 28 giugno 1940 al 1 luglio 1941. Giornalista, avvocato, uomo di cultura e di azione, durante la sua permanenza ad Urbisaglia Carlo Alberto Viterbo continuò a lavorare per la Delasem (Delegazione per l’Assistenza degli Emigranti Ebrei), organizzò corsi di italiano e di ebraico, gestì la piccola biblioteca allestita dagli internati e divenne da subito una “guida spirituale” degli ebrei osservanti, officiando le principali festività ebraiche.

    Dopo il rilascio Carlo Alberto Viterbo tornò a Roma sotto falso nome e continuò a lavorare per la Delasem fino alla liberazione della capitale. Negli anni del dopoguerra, oltre che nella conduzione del settimanale Israel, Viterbo fu impegnato attivamente nelle attività istituzionali ebraiche, a livello locale e nazionale.

    Il Consiglio Comunale di Urbisaglia ha conferito al sig. Giuseppe Viterbo la cittadinanza onoraria in quanto vittima delle leggi razziali che l’hanno coinvolto insieme agli affetti più cari. Questo gesto testimonia la volontà del Comune e dei cittadini di Urbisaglia di non dimenticare gli anni della dittatura e della guerra, e di ispirarsi ai valori di quanti hanno combattuto per la libertà e la democrazia.

    Giovanna Salvucci

    Presidente ANPI Urbisaglia

  • Legge elettorale e riforma del Senato: la posizione dell'Anpi

    Sono in atto diverse iniziative, per presentare quesiti, proporre la costituzione dei Comitati referendari, ecc. Naturalmente sono tutte degne di attenzione e di rispetto. Vi sono anche ragioni per muoversi con qualche cautela ed attenzione; improvvide ed intempestive iniziative (come si è già verificato) non sono utili e talora sono dannose. È per questa ragione che l'ANPI ha ritenuto opportuno discutere ampiamente, nel suo massimo organismo dirigente (il Comitato nazionale) l'intera materia, assumendo una decisione unitaria, che conferma la linea finora seguita e dà indicazioni specifiche (e di cautela) per le iniziative da assumere. In sostanza si è preso atto del fatto che:
    a) la legge elettorale è stata definitivamente approvata, e tuttavia ci sono in giro diversi propositi, richieste, tentazioni, di apportare ulteriori modifiche; ci sono progetti ed iniziative dirette ad ottenere che la legge elettorale venga sottoposta al giudizio della Corte Costituzionale, per verificarne la legittimità costituzionale; ci sono anche proposte di costituire dei Comitati per il “no“, in vista di un referendum abrogativo che potrebbe svolgersi nel corso del prossimo anno (due quesiti sono stati già presentati formalmente alla Corte di Cassazione, da parte del Comitato per la democrazia Costituzionale); in ogni caso un eventuale referendum dovrebbe svolgersi, a giudizio di molti, nei primi mesi del 2016, cioè dal febbraio al maggio 2016, per giungere in porto prima del periodo estivo.

    b) la riforma del Senato ha passato di recente il vaglio del Senato, dopo altre letture del Senato e della Camera. Non si tratta di una legge definitiva, perché sono richieste, secondo la Costituzione, altre tre letture, di cui una (alla Camera) in qualunque momento e le altre due dopo tre mesi da quella votazione; nelle ultime due votazioni, la legge deve essere approvata con la maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera.

    Circolano, vari progetti e iniziative per un referendum abrogativo; si è proposta anche la costituzione di Comitati per la promozione del referendum e per il “no” al momento delle votazioni popolari referendarie. Secondo i calcoli degli esperti, le maggiori probabilità di svolgimento del referendum abrogativo dovrebbero coincidere con l'autunno 2016. Non si ignora che anche il Governo, nella certezza – ormai – che non si raggiungerà la maggioranza di due terzi dei componenti, necessaria per escludere le possibilità di un referendum, avrebbe intenzione di promuovere - a sua volta - nelle forme che riterrà praticabili, un referendum “confermativo”, per farsi forte di un più ampio consenso popolare.

    Questa è la situazione attuale. Rimane ferma, come confermata dal Comitato nazionale, la linea fin qui seguita in tema di Riforme istituzionali, a partire dalla manifestazione tenuta al Teatro Eliseo a Roma il 31 marzo 2013. Una linea di assoluta contrarietà sia alla legge elettorale così come concepita e approvata, sia alla Riforma del Senato, così come si configura allo stato, dopo la recente votazione al Senato.

    Abbiamo spiegato più che a sufficienza che l'ANPI non ha nessuna vocazione alla conservazione e non è affatto contraria alla possibilità di modifiche alla Costituzione (del resto previste dalla stessa Corte Costituzionale) che non ne stravolgano le linee portanti e i princìpi ispiratori della prima e della seconda parte. Per quanto riguarda la legge elettorale, si è ribadito più volte, anche in conformità ad una ben nota sentenza della Corte costituzionale sul “Porcellum”, che essa deve restituire la parola ai cittadini, consentire il maggior livello possibile di rappresentanza, non prestarsi ad autentiche deformazioni (ad esempio con un premio di rappresentanza eccessivo) della volontà espressa dai cittadini.

    Per quanto riguarda il Senato, siamo convinti che debba essere modificato il sistema del cosiddetto “bicameralismo perfetto”, che – nella totale equiparazione delle funzioni delle due Camere – finisce per produrre il risultato, non di rado, di inutili prolungamenti dell'iter legislativo. Si è detto, peraltro, più volte, che di un bicameralismo “corretto” esistono in Europa modelli già sperimentati con successo, ai quali facilmente ci si potrebbe ispirare, senza inutili e dannose complicazioni. Il Senato è stato previso come uno dei contro-poteri, necessari per il “bilanciamento” corretto tra le istituzioni parlamentari, deve avere funzioni, anche diverse, ma di eguale valore rispetto a quelle della Camera e deve essere eletto dai cittadini. Anche in questo caso, le soluzioni fin qui approvate vanno molto al di là e al di fuori di quanto sarebbe necessario ed utile.

    Nel combinato disposto di una legge elettorale che non garantisce una vera rappresentanza dei cittadini e di una riforma del Senato che stravolge il bilanciamento di poteri di cui si è detto, l'ANPI – in parecchie occasioni – ha denunciato pubblicamente l'esistenza di un problema di “spazi di democrazia”, dunque un problema di assoluta e funzionale rilevanza per tutta la comunità nazionale e per le sue istituzioni. In questo contesto, è evidente che dobbiamo muoverci in assoluta coerenza con l'impostazione di cui si è detto, ma anche con la serietà e la cautela che la delicata situazione politica impone.
    Da ciò, la decisione del Comitato nazionale, adottata all'unanimità, di operare sulle seguenti direttrici:
    - conferma della linea assunta in tema di riforme e di legge elettorale, così come sopra sintetizzata; - promozione di una campagna di informazione e di mobilitazione dei cittadini durante l'ultimo iter della legge di riforma del Senato, affinché conoscano pienamente di che cosa si tratta, quali le conseguenze per l'equilibrio dei poteri e per la rappresentanza dei cittadini, ove il progetto passasse definitivamente; impegno, anche nei confronti dei parlamentari affinché, in piena libertà di coscienza, valutino appieno le conseguenze e gli effetti del loro voto, tanto più rilevante e impegnativo anche sul piano della responsabilità politica, allorché – come nel caso di specie – le due ultime votazioni debbano svolgersi con la maggioranza assoluta dei componenti.

    Prematuro, a questo punto, aderire a Comitati e ad altre iniziative referendarie, pur comprendendone le finalità e condividendo pienamente l'impegno di informazione e di convincimento dei cittadini; - per quanto riguarda la legge elettorale, in attesa di sapere se ci saranno modifiche e di conoscere se ci sarà la concreta possibilità di una pronuncia della Corte costituzionale, assumere un ruolo di “osservazione” partecipe, nel senso che, pur non aderendo, per ora, ai Comitati per il “no”, parteciperemo alle iniziative di informazione dei cittadini affinché conoscano appieno i difetti della legge elettorale, così come ora approvata, sul piano della rappresentanza e della democrazia. Decisioni definitive saranno adottate, sempre in coerenza delle linee generali più sopra enunciate, quando i nodi accennati saranno sciolti e si arriverà al momento in cui un eventuale avvio di una Campagna referendaria diventerà improrogabile. Infine, vi sono vari progetti di referendum, sul Jobs Act, sulla scuola, sull'ambiente, ecc. Ci sono sostenitori della tesi che converrebbe abbinare più tipi di referendum; altri temono che, così facendo, si creerebbe confusione. Anche su questo, converrà riflettere e poi – se del caso – decidere per il meglio. Questo è il quadro generale, che mi pare sufficientemente chiaro e definito. È necessario unire coerenza ed attenzione, per ottenere i migliori risultati possibili e il contemporaneo rispetto delle democrazia e del pluralismo.

    Carlo Smuraglia, presidente nazionale dell'Anpi

  • Il sacrario di Affile: Anpi ammessa tra le parti civili. La medaglia al fascista sarà ritirata

    Due notizie positive sul fronte dell'antifascismo.
    La prima: nel procedimento penale relativo alla vicenda del sacrario dedicato a Rodolfo Graziani, ad Affile, in corso davanti al Tribunale di Tivoli, l'ANPI ha chiesto di costituirsi parte civile. Ed ora, con un'ordinanza del Tribunale, la partecipazione dell'ANPI al processo come parte civile, è stata ammessa (l'unica Associazione o Ente ammesso) con una motivazione che parla da sola: “L'ANPI è un'Associazione il cui scopo, fissato dall'allegato Atto costitutivo e Statuto, è rappresentato dal riunire tutti coloro che hanno partecipato alla guerra partigiana contro il fascismo e dalla tutela dell'onore partigiano, contro ogni forma di vilipendio e di speculazione. Dunque l'ANPI è un'Associazione portatrice di un interesse giuridicamente rilevante, coincidente con lo scopo specifico ed esclusivo dell'ente la cui identità è stata lesa dal reato per cui è processo e pertanto legittimata a costituirsi parte civile”. Non occorrono commenti; questa ordinanza coincide pienamente con quelle emesse da diversi Tribunali militari che si occupavano delle stragi nazifasciste e nei quali l'ANPI si era costituita parte civile ed era stata ammessa, col pieno riconoscimento della sua legittimazione.

    La seconda: si è avuta notizia che il procedimento relativo al conferimento (illegittimo) della medaglia ad un fascista repubblichino, si sta avviando alla conclusione, nel senso dell'annullamento del provvedimento originario per l'accertata inesistenza dei presupposti necessari per il riconoscimento di quella benemerenza; e ciò su parere sostanzialmente conforme della Procura militare di Roma. Anche questa è una buona notizia, anche se mi sembra che stia passando troppo tempo per arrivare a concludere ciò che per noi è stato pacifico fin dall'inizio: quel riconoscimento, previsto dalla legge sulla “Giornata del ricordo” non poteva e non può essere concesso ad un soggetto che ha militato, operato e combattuto nella sedicente Repubblica di Salò.

    Confidiamo che veda finalmente la luce, ed a breve, un provvedimento definitivo e prosegua anche la verifica su altri riconoscimenti del genere, dall'ANPI messi in discussione con un documento, ormai datato, indirizzato alla stessa Presidenza del Consiglio.

  • ANPI- Solidarietà al popolo francese

    In apertura del Convegno sui "Gruppi di Difesa della Donna", in svolgimento oggi 14 novembre a Torino, il presidente nazionale dell'ANPI, Carlo Smuraglia, ha espresso la solidarietà di tutta l'Associazione alla Francia, ai parenti delle vittime dell'ignobile attacco terroristico e ai feriti. "Oggi più che mai - ha sottolineato - occorre una forte unità europea e mondiale per rispondere a questo ennesimo massacro. Non bastano interventi militari, occorre una profonda e comune riflessione. Una stagione di grande responsabilità collettiva, di ognuno. Una rinnovata resistenza contro l'orrore."

  • 83 anni dopo. Distrutta di nuovo la ex sezione PCI del Borgo

    comunicato ANPI Osimo.

    L'ANPI di Osimo, rispetto all'episodio di venerdì scorso quando sconosciuti sono penetrati nella Casa del Popolo "Riccardo Giulietti" distruggendo suppellettili e vecchie raccolte di Giorni-Vie Nuove e Rinascita, oltre a qualche copia di vecchi manifesti e foto, deplora quanto accaduto.

    Il fatto, per così dire, si ripete. Il 7 agosto 1922 i fascisti entrarono nella sezione Borgo del PCI distruggendola. Noi siamo portati a pensare che, prima di etichettare questo gesto sciagurato come gesto "squadrista", siano da attendere i risultati delle indagini che, immaginiamo, diano una risposta seria e speriamo rapida, alle tante domande, ai tanti dubbi, che questo episodio si porta dietro.

    Intanto possiamo rassicurare i vecchi compagni e quanti tengono alla conservazione di questo importante luogo della memoria cittadina, che la vecchia Bandiera Rossa del PCI sezione Borgo, assieme alle foto scattate durante la costruzione dell'edificio, sono salve, e rimarranno lì ancora a testimonianza della volontà popolare di ieri e di oggi.

  • Dai Comuni una medaglia ai combattenti per la libertà

    Staffette, combattenti, internati e patrioti “viventi” stanno per ricevere il distintivo al merito e per qualcuno di loro sarà il primo conferito dalla Repubblica Italiana, per il contributo dato nella Resistenza e alla Liberazione. La decorazione è il riconoscimento che il Governo, col Ministero della Difesa, ha deciso di coniare in occasione del 70° della Liberazione in memoria dei giovani di allora che scelsero di lottare per una Patria democratica.

    Dopo la cerimonia di consegna ai labari e ai rappresentanti delle associazioni nazionali, svoltasi ad aprile nella Capitale, alla presenza del ministro Roberta Pinotti, è ora la volta delle comunità locali. Già sono 1.000 le medaglie inviate a prefetti. Le altre lo saranno nei prossimi mesi per completare le consegne nel 2016, settantesimo anniversario delle prime elezioni libere e della Costituente.

    Il fregio onorifico della Medaglia ha impresso un dettaglio delle cancellate in bronzo del Mausoleo delle Fosse Ardeatine, realizzate nel dopoguerra da Mirko Basaldella. Sarà ogni territorio, con la collaborazione delle associazioni e dei sindaci, a scegliere come e quando organizzare la consegna. Si è attivata anche l’ANCI, l’associazione dei Comuni italiani.

    Le associazioni della Resistenza hanno fornito l’imprescindibile punto di partenza: i nomi di quanti, protagonisti di quella stagione, sono ancora tra noi, residenti in Italia o all’estero. Un tamtam preso in carico dai dirigenti e attivisti all’ANPI e dagli iscritti. Dai figli e dai nipoti dei partigiani. E da più parti si sta pensando ad eventi in “grande stile”, per consegnare le onorificenze.

  • I funerali di Fondato, sopravvissuto all'eccidio di Montalto

    La sera del 30 ottobre si è spento Quinto Fondato, partigiano combattente, sopravvissuto all'eccidio di Montalto di Cassapalombo del marzo 1944.

    Vi invitiamo a partecipare numerosi al funerale che avrà luogo lunedì 2 novembre alle ore 11,15 muovendo dall'ospedale di Fabriano per la chiesa parrocchiale della Misericordia; dopo il rito esequiale, la cara salma sarà tumulata nel cimitero di Santa Maria. 
     
    saluti
     
    Anpi Fabriano
     

    L'eccidio di Montalto

    Il 22 marzo 1944 si consumò l’“eccidio di Montalto”. Ventisette uomini tra partigiani di vecchia data e giovani giunti in montagna da meno di un mese persero la vita per mano di un reparto del battaglione M – IX Settembre, inquadrato nella divisione tedesca Brandenburg. Ancora oggi è opinione diffusa che si sia trattato di una rappresaglia, volta a vendicare l’episodio di violenza avvenuto a Muccia un mese prima, il 23 febbraio. In realtà, per comprendere la natura e le ragioni di questa strage, è necessario inserirla nel contesto politico-militare delle Marche. Essa avvenne nel corso dell’offensiva nazifascista che tra il mese di marzo e quello di aprile si dispiegò nelle provincie meridionali: dopo Rovetino,Pozza e Umito, le operazioni di rastrellamento continuarono nel territorio maceratese tra CaldarolaSarnano. Dal punto di vista militare si trattava di una zona strategica, importante al fine dei collegamenti con il fronte di Anzio. Per questo appariva necessario stroncare le formazioni partigiane che vi operavano, spesso compiendo azioni di disturbo e di sabotaggio ai danni dei convogli tedeschi. Oltre a rientrare tra le cosiddette operazioni militari preventive, l’eccidio di Montalto aveva anche l’obbiettivo di impressionare e terrorizzare la popolazione locale, minando le basi d’appoggio per i partigiani e costringere i giovani a presentarsi ai bandi di leva o come forza lavoro da inviare in Germania.

    Proprio nei primi giorni di marzo e a ridosso della scadenza del bando Graziani, un gruppo di ragazzi intorno ai vent’anni e, nella maggior parte, originari di Tolentino, decisero di partire per la montagna. Indirizzati dal parroco tolentinate don Luciano Piergentili e dal CLN di Tolentino, si stabilirono a Montalto di Cessapalombo, alcuni alla “casa della comunità” e altri alla scuola. Nelle poche settimane chepassarono tra le fila della resistenza, dovettero affrontare non pochi problemi organizzativi e logistici, come la ricerca di vitto sufficiente per tutti, spesso raggiunto grazie l’aiuto della popolazione locale, e la mancanza quasi totale di armi, purtroppo mai colmata. Al momento della strage, si trattava ancora di un gruppo in formazione.

    Dal 19 marzo, in seguito allo scontro di Caldarola e alla conseguente cattura di una dozzina di partigiani, tra cui alcuni dei giovani di Montalto, la situazione si fece sempre più critica. Nelle ore seguenti si diffuse la notizia dell’accaduto e si susseguirono gli allarmi di un prossimo rastrellamento della zona. In una catena di ordini e contrordini impartiti dal CLN di Macerata e dal Comando di Vestignano, alla fine il gruppo di Montalto non venne trasferito e non furono prese neppure misure precauzionali aggiuntive. Così, in un clima di attesa e speranza, si arrivò all’alba del 22 marzo quando un’ottantina di soldati tra fascisti e tedeschi, guidati dal comandante Giulio Grassano e dal tenente Fischer, si mossero davvero verso la zona interessata. Con loro erano anche i sei partigiani che, catturati a Caldarola, erano stati condannati a morte, e don Antonio Salvatori che, incontrato lungo la strada e apostrofato come il prete dei ribelli, venne fatto salire sul camion e fu costretto ad assistere all’esecuzione. 

    Intorno alle 7 iniziò il rastrellamento. I giovani partigiani furono allertati dagli spari della sentinella e, in tuttafretta, cominciarono a correre verso Vestignano, secondo gli ordini ricevuti dal Comando. Ma proprio lì, c’erano ad attenderli due camion pieni di soldati. Lungo il tragitto caddero Nicola Peramezza, Mario Ramundo, Guidobaldo Orizi e Lauro Cappellacci. Alcuni riuscirono a sfuggire alla cattura nascondendosi nei luoghi più disparati, ma tutti gli altri furono radunati e ricondotti verso la mulattiera sotto Montalto. Fu preso anche il comandante Achille Barilatti, da qualche giorno posto alla loro guida. Cominciò la fucilazione e di quattro in quattro, anche i catturati a Caldarola, si trovarono sotto il plotone di esecuzione. Verso la fine il tenente Fischer la sospese, probabilmente non per uno slancio di umanità, ma per ragioni pratiche: la strada era ingombra dicadaveri e i camion che dovevano muoversi erano impossibilitati a farlo, quindi si doveva procedere immediatamente con lo spostamento dei corpi. In questo modo furono risparmiati Marcello Muscolini, Aroldo RagainiAlberto Pretese, Carlo Manente ed Elvio Verdinelli. Si salvò anche uno dei fucilati, Nello Salvatori, che gravemente ferito si finse morto e attese per tre ore che i soldati se ne andassero: ≪Si saranno forse accorti di me che sono vivo? Mi daranno il colpo di grazia? Riconcentro tutto me stesso a comparire morto. Altri fucilati mi cadono bruscamente sopra, e sento di qualcuno l’ultimo respiro…≫ (La tragedia di Montalto 1945, p.17-18). Le salme dei caduti furono trasferite nella cappella del cimitero di Montalto per poi essere lì tumulate. Solo dopo la Liberazione, vennero riportati a Tolentino nel corso di una solenne cerimonia cui partecipò l’intera cittadinanza.

    Nella giornata del 22 marzo morirono tra Vestignano e Montalto trenta giovani. Il comandante Barilatti sarà ucciso il giorno successivo presso le mura del cimitero di Muccia.

    Al Comune di Cessapalombo è stata concessa la Croce al valor militare con la seguente motivazione: ≪Durante l’occupazione tedesca il Comune di Cessapalombo dimostrava in difficili circostanze, ferma patriottica decisione. Particolarmente meritevole di elogio il contegno tenuto dalle popolazioni di Montalto e Monastero che rifornivano di viveri, armi e munizioni i partigiani e partecipavano anche, con i loro uomini, ai combattimenti del marzo e del maggio. Settembre 1943 – Giugno 1944≫. Per volontà del Comitato dei genitori dei caduti e delle amministrazioni comunali di Tolentino, Caldarola e Cessapalombo sul luogo della strage fu costruito un monumento che onorasse la loro memoria, inaugurato nel terzo anniversario della morte. Dal 2003 si tiene ogni anno una marcia commemorativa attraverso cui si ripercorrono i luoghi della tragedia da Caldarola a Montalto.
     

    Bibliografia
    Associazione giovanile ≪Excelsior≫ San Francesco, La tragedia di Montalto. Simbolo di libertà e giustizia del racconto del superstite Nello Salvatori 22 marzo 1944, Tolentino 1945.
    AA.VV., Tolentino e la resistenza nel Maceratese, Accademia Filelfica, Tolentino 1964.
    G. Boccanera, Sono passati i tedeschi. Episodi di guerra nel Camerinese, ristampa a cura dell’Università degli studi, Camerino 1994.
    E. Calcaterra (a cura di), Noi c’eravamo, 22 marzo 1944: l’eccidio di Montalto nelle fonti essenziali, 1944-1964, Tolentino, Istituto editoriale europeo, 1989.
    -Queste mura cadranno. Uomini, storie e memorie del ’44, ANPI Tolentino e Comune di Tolentino, Tolentino 1990.
    -Anime belle anime perse. La generazione degli antieroi, ANPI e Comune di Tolentino, Tolentino 1991.
    E. Calcaterra, P. Ciarapica, Passato prossimo, ANPI Tolentino, Tolentino 1992.
    E. Calcaterra, F. Maiolati, Un’amicizia per la vita. Un sacrificio per la libertà. I giovani di Montalto: protagonisti e testimoni, Circolo culturale Tullio Colsalvatico, Tolentino 2009.
    R. Giacomini, Ribelli e partigiani. La Resistenza nelle Marche 1943-1944, Affinità elettive, Ancona 2008.