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  • Da molti anni , precisamente con la legge 221 del luglio  2000 , nel nostro paese si celebra

     “ il GIORNO DELLA MEMORIA  in ricordo dello sterminio e delle persecuzioni del popolo ebraico e dei deportati militari e politici italiani nei campi nazisti", al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati (art.1).

    Il 27 gennaio 1945 ad Auschwitz- Birkenau i soldati dell’Armata Rossa, liberando i  superstiti del campo di sterminio, fecero conoscere al mondo l’orrore e la follia di quel massacro,   organizzato lì e in tanti altri luoghi d’Europa per sterminare il popolo ebraico. Accanto agli ebrei erano stati eliminati, con azioni altrettanto pianificate, oppositori politici, rom, omosessuali, disabili : tutti ritenuti d’ostacolo  all’affermazione della presunta “ razza pura”.

     Oggi dunque, 27 gennaio 2015, ricorrono i 70 anni da quell’avvenimento, ma l’anniversario, purtroppo, risulta particolarmente problematico : gli avvenimenti tragici di Parigi o  le molteplici aggressioni subite da ebrei, come anche gli omicidi e  le stragi  in ogni continente contro i tanti   ritenuti “diversi”, richiedono che si faccia seriamente  memoria , fuor di retorica.

    “…….perché dobbiamo ricordare? E che cosa bisogna ricordare?
     …. Bisogna ricordare il Male nelle sue estreme efferatezze e conoscerlo bene anche quando si presenta in forme apparentemente innocue: quando si pensa che uno straniero, o un diverso da noi, è un Nemico si pongono le premesse di una catena al cui termine, c’è il Lager, il campo di sterminio” ( così scriveva Primo Levi nell’introduzione di "Se questo è un uomo").

                Forse, in anni trascorsi, ci eravamo illusi che il ricordo, la rievocazione di quel tragico passato potesse tenerci lontani da altre follie simili a quelle naziste; oggi invece costatiamo con sgomento che così non è; perciò  ci richiamiamo ai valori di solidarietà, contro la legge del più forte,  al valore della varietà, del pensiero libero contro l’integralismo,  al valore del dialogo contro la sopraffazione e la violenza.

    Per assicurare alla memoria un ruolo davvero essenziale è dunque necessario che la memoria del passato  si innesti nel nostro presente, entrando a far parte della coscienza individuale, risvegliandola.

          Il Sindaco

    Simone Pugnaloni

  • Leggiamo e visualizziamo su La Repubblica online e Repubblica TV, che la chiusura dell'importantissima campagna elettorale greca di Tsipras è stata salutata con l'inno popolare e partigiano italiano " Bella Ciao" nella versione dei Modena City Rambles.

    La stessa vittoria alle ultime presidenziali di Hollande in Francia, veniva salutata con le famose note dei partigiani italiani. Ce lo ricordò Aldo Cazzullo che personalmente assistette a quel tripudio di cori e di bandiere, ricordandoci l'emozione e l'orgoglio all'alzarsi di quell'inno di "liberazione".

    Antonio Ingroia, nel suo intervento al premio Nazionale ANPI Fabrizi di Osimo, ricordò l'episodio che lo vide protagonista quando, in un suo viaggio in Guatemala, gli venne riconosciuta la suoneria del suo cellulare che era appunto Bella Ciao dei Modena, avanzando l'ipotesi Bella Ciao fosse più conosciuta di Volare dell'indimenticabile Modugno. 

    Ricordo che nelle manifestazione della CGIL a Roma dopo il 2001, i cortei venivano attraversati da quelle note, come pure quelle del PD, senza contare quelli di altri partiti e movimenti.

    Oggi sono appunto i greci ad intonate quei versi così popolari, e non possiamo che esserne fieri sia come eredi della tradizione liberale e democratica dei partigiani, sia come italiani.

    Passati gli inni e le canzoni otto/novecentesche, e quelle che cantavamo da ragazzi, quelle delle lotte per la democrazia, per il riscatto sociale, oggi i versi di Bella Ciao attraversano con lo stesso spirito la piazze di mezza Europa. 

    Ovunque quelle parole sostengono la necessità liberazione da chi tenta di restringere e di respingere gli spazi di libertà e democrazia; dovunque sostengono la necessità di giustizia sociale. Bella Ciao sarà intonata a lungo, fintanto ci sarà bisogno di difendere quello che la Resistenza ha così faticosamente guadagnato ' per chi c"era, per chi non c'era e per chi era contro' come ebbe a dire Arrigo Boldrini.

  • Nel corso suo stage universitario in municipio, il nostro giovane iscritto, ma ormai veterano, Niccolò Duranti, ha notato qualche giorno fa una lapide scura in fondo ad un archivio, appoggiata a terra, in una soffitta del palazzo municipale di Osimo. Amante della storia specie della nostra città, ispiratore della ricerca e coautore di un testo sulla presenza ebraica a Osimo nel XV sec., Niccolò ha subito compreso l'importanza di quel marmo.

    Il prezioso marmo, non per il materiale in sé quanto per il ricordo che conserva, fu scoperto il 29 settembre 1920 in occasione del ricordo della battaglia di Castelfidardo (18/9/1860), scontro questo, che diede luogo alla successiva annessione delle Marche e dell'Umbria al Regno d'Italia.  Le parole incise, suggellano la figura del concittadino Vincenzo Rossi con questi versi: 

    A

    VINCENZO ROSSI

    COSPIRATORE INFATICABILE SOLDATO VALOROSO

    DELL'ITALICO RISORGIMENTO

    CHE NEL SETTEMBRE 1860

    L'OSIMANO RISCATTO COMPIVA

    E ALLE FRATERNE MILIZIE LIBERATRICI

    PREPARAVA IL CAMMINO

    IL POPOLO

    MEMORE GRATO


    Non abbiamo ancora ricostruito la storia di questa lapide ma si è portati a credere che questo marmo abbia subito la fine delle altre lapidi, citate da autori locali, e che furono divelte, dal luogo dove erano collocate, dalla amministrazione civica fascista.

    Quella a Francesco Fiorenzi, ad esempio, altra figura del Risorgimento osimano, fu girata e riutilizzata: nelle stesse circostanze?

    In attesa che la ricerca svolga il suo compito, l'ANPI si è attivata per riportare alla "luce" degli osimani la storica epigrafe prendendo contatto con il sindaco Pugnaloni e l'assessore alla cultura Pellegrini, trovando la collaborazione dell'AUSER Cultura per un evento da organizzare sulla figura del patriota Rossi.

    A quanti non conoscono questa figura di politico, riportiamo qualche notizia sapendo che esiste una letteratura su questi disponibile presso la Biblioteca comunale "Cini".

    Vincenzo Rossi nacque nella vicina Montefano nel 1818. Studiò arte a Venezia .  Attorno al 1840 aderì alla Carboneria osimana che già nell'ottobre 1816 si presume contasse su una ottantina di "sospetti". Nel 1820, Gran Maestro era Andrea Bonfigli, il segretario Francesco Gherardi mentre esponenti di spicco erano pure i conti Cesare Gallo, che tentò una sortita militare nel 1831, e Sinibaldo Sinibaldi, primo sindaco di Osimo, oltre al segretario comunale Filippo Giacconi.

    Tornando al Rossi, questi, dopo aver partecipato agli eventi tra gli anni 1840 e 1850, fonda la Società Nazionale.

    Alla liberazione dallo Stato della Chiesa, Rossi fu della Commissione municipale, comandante della Guardia Nazionale. Divenne poi sindaco dall'aprile 1863 al 1867, e poi di nuovo dal 1876 al 1878 passando successivamente anche al Consiglio provinciale ed in quello comunale sempre come esponente dei "Progressisti" quella che potrebbe essere identificata nella "sinistra" odierna.

    Nel 1877, anno dei fatti legati alla Società Fratelli Bandiera, aprì il settimanale più famoso di Osimo: La Sentinella del Musone, organo progressista/repubblicano, la quale finì le pubblicazioni nel 1924 per opera del Fascismo e, fino a qualche anno prima, riferimento del movimento socialista osimano.  

    Vincenzo Rossi morì nel 1889 ed ebbe almeno tre figli, Ezio e Umberto e una femmina, cui ci sfugge il nome, legata al sindaco Gambini, sindaco due volte a ridosso del secolo successivo.

    Ezio Rossi fece parte della commissione trattante con l'amministrazione comunale, durante il grande sciopero contro il carovita del gennaio 1898, quale consigliere della repubblicana Società di Mutuo Soccorso fra gli Operaj ; per questo sua partecipazione fu arrestato e finì sotto processo, venendo poi assolto anche per l'intervento del sindaco Lardinelli. 

     


     VINCENZO ROSSI

  • C’è troppa violenza nel mondo e dobbiamo essere pronti a reagire con forza e tempestività a tutti gli attentati alla vita e alla convivenza civile"

     L’ANPI si unisce al cordoglio, allo sdegno, alla protesta e all’impegno per la libertà di tante nazioni europee ed extraeuropee dopo i tragici fatti di Parigi. C’è troppa violenza nel mondo e dobbiamo essere pronti a reagire con forza e tempestività a tutti gli attentati alla vita e alla convivenza civile.
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    Due novità riportano la nostra riflessione sulla annosa vicenda del “Memoriale in onore degli italiani caduti nei campi di sterminio nazisti”, che dal 1980 risiede nel blocco 21 del campo I di Auschwitz. Minacciato di smantellamento, sembra aver trovato finalmente a Firenze una sede idonea ad accoglierlo: gli spazi della Ex3 a Gavinana, un centro per l’arte contemporanea attualmente in disuso, accanto a piazza Bartali. Un luogo certamente congruo alla sua straordinaria qualità artistica ma che, alienandolo dal sito per cui era stato concepito e realizzato, lo depriva della funzione originaria di rappresentare la storia e la memoria della deportazione in Italia.

    La seconda novità concerne invece la donazione alla Fondazione Memoria della Deportazione dell’archivio di Giordano Quattri, l’”esecutore materiale” del Memoriale. Vi si trovano gli accordi, risalenti all’aprile 1979, tra l’Aned e l’allora direttore del Museo di Auschwitz, Kazimierz Smolen, per un memoriale che si configurò da subito come opera d’arte, cioè “libera e poetica interpretazione della grande tragedia nella quale sono stati coinvolti molti italiani”. Vi sono custoditi poi gli elaborati relativi alla costruzione vera e propria nello stabilimento di Quattri a Milano prima e nel campo di Auschwitz poi: la scelta della tela algerina per i 23 teli dipinti da Pupino Samonà, il sistema di ancoraggio alla spirale di ferro, la descrizione minuziosa dell’occorrente necessario agli operai per il tempo della costruzione. Ci sono anche i documenti che raccontano le scelte pittoriche di Samonà, sul testo guida redatto da Primo Levi. Scartata l’ipotesi realista, astratta o espressionista perché “irriverente nei riguardi di chi aveva subito una simile infamia”, il punto di riferimento “categorico” diventa per Samonà la spirale progettata dall’architetto Lodovico Barbiano di Belgiojoso, “un vortice ossessivo che annulla tutte le pulsioni positive dell’essere umano”, che occupa due ambienti del blocco 21, per una lunghezza di 80 metri. Occorre percorrerli tutti, lungo la predella di larice sospesa a 30 cm. da terra, avvolti dalla spirale dipinta che lascia scoperte le finestre consentendo la vista del campo. Galleggiante, la spirale è allo stesso tempo autonoma e ancorata allo spazio e al contesto. Osserva acutamente Renato Pedio: “Auschwitz era priva di tempo. Per questo è giusta la spirale qui. Ricostruisce il tempo dove la vergogna dell’uomo l’ha fermato. L’architettura può dunque avere significanza”.
    Sulle 23 strisce di tela, lunghe ognuna 12 metri, è raccontata la storia d’Italia dal 1922 al 1945, il prima e il dopo la deportazione: le lotte operaie, l’avvento del fascismo, la repressione, le guerre coloniali, la guerra di Spagna, l’alleanza con la Germania, la guerra, la caduta del fascismo, l’occupazione tedesca, la resistenza, la deportazione, infine la Liberazione. Come scrive Levi: “La storia della Deportazione e dei campi di sterminio, la storia di questo luogo, non può essere separata dalla storia delle tirannidi fasciste in Europa”. Il percorso lineare nello spazio si coniuga con la circolarità del racconto storico; il visitatore è avviluppato da una pittura ora astratta per assecondare il vortice architettonico, ora allusiva a lotte e protagonisti, con una modulazione cromatica che parte dalla cupezza del grigio e del nero per virare poi progressivamente e ottimisticamente verso il rosso-nero e culminare nel rosso-giallo. Così Samonà: “Scelsi colori di sicura resistenza, ma di nessuna preziosità, così che il gioco delle luci positive e negative fosse il più schematico e povero possibile. Il disegno delle figure doveva essere… cancellato ma non annullato nel proseguimento del lavoro: figura più cancellazione più figura più cancellazione, all’infinito. I corpi e i volti divennero diafani e incorporei, per lasciar intravedere la loro intima sofferenza insieme alla loro grandezza”. Leggibili e identificabili dunque ma non pedissequamente e realisticamente rappresentati.
    Alla sinergia tra arte e architettura si aggiunge poi quella con la musica di Luigi Nono, che concede al Museo l’uso permanente di “Ricorda cosa ti hanno fatto in Auschwitz”, composto per l’Istruttoria di Peter Weiss e diffuso da sotto la passerella lignea. Il tutto con la regia sapiente di Nelo Risi.
    Pur in uno stato di progressivo abbandono e degrado, il Memoriale resiste fino al 2008 quando, racconta Elisabetta Ruffini, direttrice dell’Istituto bergamasco per la storia della resistenza e dell’età contemporanea (ISREC), un decreto legge “mille proroghe”, un articolo, a firma dello storico Giovanni De Luna e un convegno, promosso a Torino dal Centro studi Acmos, lo bollano come vecchio e superato, inadeguato a rappresentare l’Italia, non conforme alla normativa sulle esposizioni nazionali varata dal Museo negli anni Novanta. In sostanza, come ribadisce nel 2009 il direttore del Museo, Piotr M.A.Cywinski, “l’esposizione italiana si basa su una espressione artistica che, in quanto arte, può o meno piacere, ma non possiede tuttavia quella dimensione educativa che è condizione indispensabile affinchè l’esposizione rispetti la normativa sulle mostre nazionali…Temo che non sia possibile solamente integrare l’attuale mostra con un contenuto educativo senza intaccare l’aspetto artistico.”. Ne consegue: non ha senso mantenere nel campo un memoriale la cui natura è puramente artistica. Ergo, dal 2011 il Memoriale è chiuso al pubblico e il 30 novembre 2014 deve essere smantellato.
    Ma come, dopo trent’anni ci si accorge che il Memoriale è un’opera d’arte e come tale priva di dimensione educativa e inadatta a rappresentare l’Italia nel Museo di Auschwitz? A prescindere dalla legittimità della contrapposizione tra arte e valore educativo, il carattere non didascalico del Memoriale è esplicito sin nelle premesse progettuali: lo stesso Belgiojoso spiega infatti nel ‘79 che “la comunicazione non è affidata agli strumenti consueti quali cartelloni, didascalie e fotografie, è affidata allo spazio, alle suggestioni della composizione pittorica e alle immagini”, ricollegandosi idealmente alla tradizione degli affreschi. Una soluzione originale per una storia peculiare: “Non era facile spiegare a un pubblico vasto ed eterogeneo la storia della partecipazione italiana alla Resistenza e al comune destino della deportazione, particolarmente in un paese dell’Est che aveva assistito al passaggio dei nostri soldati accanto alle armate germaniche, rumene e ungheresi nel ‘41-’42”. In realtà, quello che viene messo radicalmente in discussione è il carattere “politically oriented” del Memoriale, una lettura storica, cioè, databile all’epoca della costruzione, che sacrifica a quella politica le altre forme di deportazione, in primis quella razziale. Così si spiega perchè, nonostante il consenso iniziale, l’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane si sia unita al coro dei detrattori.
    Alla minaccia di smantellamento nel 2008, ANED e ISREC reagiscono energicamente e tentano il tutto per tutto, ben consapevoli della gravità di alienare da Auschwitz un memoriale i cui strumenti di trasmissione della memoria sono quanto mai attuali.
    L’attitudine non a descrivere e rappresentare la storia ma a farla rivivere, lasciando a ognuno autonomia di elaborazione è infatti la stessa che ha animato Peter Eisenman alle prese con il Denkmal für die ermordeten Juden Europas a Berlino e Daniel Libeskind con il Jüdische Museum o l’artista Jochen Gerz i cui contro-monumenti spariscono per “passare il testimone” al visitatore. Non delegare e impigrire la memoria ma attivarla e stimolarla attraverso percorsi, spazi vertiginosi e occasioni d’immagine: questo il messaggio rivoluzionario del Memoriale di Auschwitz. Redigono prima un manifesto per dar vita poi, insieme alla Scuola di restauro dell’Accademia di Brera e ai sindacati edili di CGIL, CISL, UIL (Lazio, Lombardia, Nazionale) al “Cantiere blocco 21”, laboratorio di studio, documentazione e conservazione. 32 allievi dell’Accademia si trasferiscono per una settimana ad Auschwitz dove eseguono il rilievo del Memoriale ed effettuano la pulitura e manutenzione delle tele, della passerella e della struttura circostante.
    Il progetto “Glossa” origina in quell’ambito e prevede un apparato didascalico che integri e commenti criticamente le immagini, faciliti la lettura delle tele e dunque della storia italiana, aggiornandola alle nuove acquisizioni storiografiche. Una via giudicata impraticabile dal direttore del museo ma anche da storici di alto profilo come David Bidussa, convinto che “la partita non si risolve aggiungendo un po’ di narrazione o delle integrazioni ‘a margine’”. Fallito il tentativo di spostare il Memoriale nel campo di Fossoli, dove pure sono passati sia Primo Levi sia Lodovico di Belgiojoso, lo smantellamento sembra proprio inevitabile. Solo l’appello in extremis dell’Aned nel marzo scorso ha aperto le porte alla lodevole iniziativa fiorentina che, pur in un luogo diverso da quello per cui era stato concepito, consentirà, finanziamenti permettendo, al Memoriale di continuare a vivere.
    Auspichiamo che, nella guerra tra le memorie che dagli anni ‘80 ha soppiantato l’egemonia della deportazione politica, ciò che andrà a sostituire il capolavoro di Belgiojoso non sia espressione di un’altra, “unica”, memoria, che sancirebbe, opina Bidussa, “la sconfitta culturale di chi vuol costruire una cultura della convivenza e una memoria universalistica”. Soprattutto, che affidi nuovamente la sua progettazione alla sinergia tra storia, memoria, arte e architettura.

    Adachiara Zevi, Pagine Ebraiche gennaio 2015

LOCANDINA

AD OSIMO


 

  

 

 

 

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