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  • 70° dell'eccidio di Chigiano. I figli più cari di Osimo

    "Alessio"Umberto LAVAGNOLI         Franco STACCHIOTTI               Piero GRACIOTTI                     Lelio CASTELLANI

     

    70 anni sono l’altro ieri

     

    Il 23 e 24 marzo 1944 l’atto più alto che Osimo compie ai fini dell’Unità d’Italia aggiungendovi libertà e democrazia.

    Non togliamo nulla ma arricchiamo di significato il valore ad altri osimani che proposero il loro corpo al nemico in nome di un futuro diverso da quello che altrimenti attendeva loro e i loro figli, intendendo per questo il sacrificio nei moti risorgimentali.

    Non a caso la Resistenza è definita anche il “secondo Risorgimento iitaliano”.

    E il 23 e 24 marzo di quel lunghissimo 1944, un inverno rigido e nevoso come pochi, si copie il destino di 24 partigiani e di 4 osimani, un cameranese e un sirolese.

    L’Alpen Krieg della seconda divisione H.Goering  tedesca decide un’azione di rastrellamento nella zona attorno al M.S. Vicino, a S. Severino Marche, Calderola, Tolentino.

    Nella zona di Chigiano vengono schierati quattro battaglioni misti di fascisti e tedeschi, oltre 2000 unità, armati di mortai, mitragliatrici e fucili mitragliatori, nonché di una radio trasmittente che stavano avanzando tra le montagne.

    I reparti degli occupanti avanzavano da Matelica su Braccano, da Castelraimondo su Gagliole e da San Severino su Roti e, caduto questo avamposto con il capitano Valerio, volgevano  verso  Chigiano.

    Le formazioni partigiane attestate nel medio-alto maceratese e attorno alle pendici del S. Vicino,  erano un  pericolo sicuro per il defluire delle divisioni tedesche in ritirata dopo l’abbattimento della Linea Gustav, tentando una nuova difesa su un fronte che andavano da Pesaro a La Spezia, in un fronte di guerra che correva in massima parte lungo l’appennino tosco-emiliano: la linea Gotica.

    I partigiani attorno a Chigiano e Valdiola entrarono in contatto con i tedeschi nella notte tra il 22 e il 23 marzo e ne scaturì un cruento scontro a fuoco.

    Tutte le formazioni partigiane di Elcito, Frontale fino a Serra S.Quirico furono impegnate a respingere i nazisti aiutati nell’impresa dai fascisti locali: nazifascisti che alla fine lasciarono sul campo diversi soldati feriti a morte e che per questo non si ripresenteranno più in zona.

    Finita la battaglia si contarono vittime anche tra i partigiani del distaccamento “Mario”. Dal ponte di Chigiano, che attraversa le due sponde del Musone, ai partigiani si presentò uno spettacolo pietoso: nel sottostante greto del fiume giacevano tremendamente mutilati anche nelle parti più intime, sfigurati i visi per evitarne il riconoscimento, sei corpi.

    Tra quelle vite spezzate quattro sono quelle di osimani: Franco Stacchiotti, cui verrà dedicato successivamente il Gap del Fiumicello, Piero Graciotti, Lelio Castellani e Alessio Lavagnoli, oltre a quelli di Giuseppe Paci, e Augusto Filippi.

    Quei corpi orribilmente massacrati furono allora trasportati con la Lancia Stura requisita al vescovo di Macerata e sepolti nel piccolo cimitero di Frontale da dove vennero riesumati e inviati a Osimo solo dopo la Liberazione.

    Lelio Castellani venne riconosciuto solo da una boccetta di brillantina che venne trovata addosso ad uno di quei corpi.

    In questa stessa azione, un altro partigiano, ma appartenente al gruppo “Ferro” dell’anconetano Emilio Ferretti, Anacleto Giulietti di Sirolo, correndo in soccorso dei compagni di Valdiola da Elcito, finì nelle mani dei nazifascisti.

    La dichiarazione di morte verrà stilata solo tre anni dopo quando uno dei corpi rimasti senza nome perché irriconoscibili, venne riconosciuto in quello del marinaio di Sirolo.

    In quella giornata di scontri perse la vita anche Lubiano Bondi di Camerano.

    Settant’anni nella vita di un uomo possono essere abbastanza.

    Per la storia settant’anni sono l’altro ieri;  per chi crede negli ideali di libertà, di democrazia, di giustizia e di pace sono ieri.

    Per chi difende gli ideali di libertà, di democrazia, di giustizia e di pace quei tragici eventi sono “domani”.

    Armando Duranti

  • ANPI e ANMI Numana-Sirolo. Commemorazione dei fratelli Giulietti

    24 marzo 1944 - 24 marzo /2014  70° anniversario dei martiri di Chigiano Valdiola e di Anacleto Giulietti

     

    L’A.N.P.I.  Numana -  Sirolo e l’Associazione Nazionale Marinai d’Italia sez. Numana-Sirolo vogliono commemorare, nel 70° anniversario della morte, il martire partigiano sirolese “ Amedeo“ Anacleto Giulietti.

    Nei giorni 23 e 24 marzo 1944 a Chigiano di  S. Severino Marche, a Valdiola, e in altri centri attorno al monte S. Vicino, ci furono violenti combattimenti tra partigiani e nazifascisti: uno degli scontro più importanti della nostra regione.

    Durante quell’operazione di rastrellamento, le truppe tedesche dell’ AlpenKrieg catturarono “ Amedeo“ e altri partigiani trucidandoli orrendamente e sfigurando quei corpi già martoriati dalle raffiche di mitra per renderli irriconoscibili.

    La salma di “ Amedeo” Giulietti rimase perciò anonima fino a quando il capitano Depangher stilo’ l’atto di morte tre anni dopo la Liberazione essendo stata riconosciuta la salma dopo l'esumazione dal cimitero di Frontale.

    Dal rastrellamento si salvò invece Armenio Giulietti,  fratello di Amedeo, anche lui in soccorso dei compagni attaccati a Chigiano e Valdiola, entrambi provenienti dal comando del “Ferro” di Elcito, perché passato più a monte anziché fare lo stesso percorso del fratello .

    Armenio é deceduto solo pochi giorni fa’ portando con sé la testimonianza di quei fatti che per anni aveva gelosamente custodito.

    Ai Giulietti, ai loro compagni di lotta caduti nel corso della Lotta di Liberazione, va il nostro più sentito riconoscimento e ringraziamento per aver sacrificato la propria vita per la nostra libertà, per la nostra democrazia.

      

    A.N.P.I. Sirolo-numana  - Ass.ne Naz.le Marinai d’Italia

  • Il rabbino capo Di Segni: "I troppi misteri

    Il 24 marzo del 1944 furono uccisi nelle cave 335 uomini. Tra le vittime molti ebrei criminali comuni detenuti politici militari e anche un sottosegretario del primo governo Mussolini. Sul luogo dell'eccidio 70 anni dopo: "L'Italia democratica nacque anche quel giorno".

    "Tutta la storia delle Fosse Ardeatine è stata così tormentata che non è mai finita. Esistono ancora dei punti da chiarire ". Il rabbino capo Riccardo Di Segni entra in queste cave quando mancano pochi giorni al settantesimo anniversario della strage del 24 marzo del 1944, decisa da Kappler come rappresaglia per l'attentato di via Rasella. A selezionare le vittime furono Erich Priebke e Karl Hass "ma nelle liste - dice Di Segni mentre cammina nelle grotte - alcuni nomi furono cancellati, altri spostati, per via delle pressioni e delle trattative in quelle ore. Poi la penosa identificazione delle vittime: pensi alla famiglia di Marco Moscati. Non si sapeva nemmeno se fosse nelle liste, poi si pensò che il suo corpo fosse in una certa tomba ma il Dna ha svelato che era in un altro loculo di ignoto. E tra le vittime c'era persino un sottosegretario agli Interni del primo governo Mussolini, Aldo Finzi". E ancora, quelle che il rabbino definisce "le varie tragedie dei processi: il primo iniziò con i romani che volevano linciare il prefetto Caruso che però quel giorno non era in tribunale e così la rabbia si scatenò contro il direttore del carcere di Regina Coeli: scappò nel Tevere, lo finirono a colpi di remo e lo appesero davanti alla moglie. Caruso invece fu fucilato: era colpevole di vere nefandezze. Per anni i veri responsabili non sono stati colpiti: la storia di Kappler è allucinante. Fu condannato per le 5 vittime in più rispetto alla rappresaglia decisa inizialmente e l'Italia chiuse tutti e due gli occhi per farlo scappare, anche per un accordo con la Germania".

    Di Segni arriva davanti al punto in cui vi furono le esecuzioni: "Qui oggi si tengono le cerimonie religiose: c'è il monumento ebraico e quello cattolico. Pensi che all'inizio noi non potevamo neppure entrare: il rabbino Prato, che era stato capo prima del fascismo e tornò a esserlo tra il 1945 e il 1951, si vestì con la tonaca per le cerimonie che usava in sinagoga assieme al altri rav e soltanto allora potè ricordare i defunti ". Alle Fosse un gruppo di giovani lombardi riconosce Di Segni e lo ferma: "Siamo dell'oratorio di Lomazzo, nel Comasco, è un onore conoscerla". A loro il rav parla di quella strage e ricorda le 335 vittime "che furono costrette a inginocchiarsi in file di cinque per essere uccise una a una con un colpo di pistola alla nuca. Settantacinque di loro erano ebrei: un numero enorme dal punto di vista statistico se rapportato alla popolazione della nostra religione dell'epoca. La verità è che quella delle Fosse Ardeatine fu una strage italiana, parte dello sterminio nazista che colpì l'intera popolazione di questo Paese: per la strage presero detenuti comuni, politici, partigiani ed ebrei. Essere qui è importante per capire: l'Italia democratica nacque anche quel giorno".

    La visita prosegue: Di Segni accarezza le lastre di metallo con i nomi delle vittime. "Il rabbino Sabato Fatucci, il padre di Fano che fu anche presidente della comunità ebraica, i parenti di rav Funaro, l'intera famiglia Di Consiglio: ne uccisero sei quel giorno". Tra i morti anche Giuseppe Cordero di Montezemolo. "Il figlio è cardinale, viene sempre alle cerimonie di ricordo". La figlia invece si è spesa molto, anche pubblicamente, a favore di Priebke: "Riteniamo che ognuno possa perdonare le proprie offese, ma non esiste la delega per il perdono: non possiamo perdonare ciò che è stato compiuto a danno di altri" dice severo Di Segni.
    E se l'ebraismo è ricerca, il rabbino capo - da poco in pensione come primario di Radiologia al San Giovanni - è rimasto impressionato dai due volumi pubblicati recentemente con i documenti medici, fino ai riconoscimenti, delle
    vittime: "I nazisti minarono le Fosse dopo la strage. I morti furono identificati grazie a ciò che fu trovato sui corpi: documenti in parte bruciati, biglietti dell'autobus, pezzi di pane, piccoli gioielli, foto di famiglia".

    Il tempo torna al 1944: "Mio padre, Mosè, medico e partigiano, che in quegli stessi giorni combatteva a Valdiola, nelle Marche. Ho scoperto questo particolare dal diario di mio papà quasi 70 anni dopo, e qui fu ucciso anche un suo cugino ". Si esce dalle grotte, si vedono sulla collinetta a breve distanza tra loro è quasi finita. L'ultima domanda è la più difficile: se Dio è bontà, come è possibile che sia accaduto tutto questo? "Qualsiasi interpretazione è inferiore alla realtà". Sì, 70 anni dopo, capire è ancora difficile.

     

  • Mister Mussolini che piaceva all'America

    Quando nell’ottobre del 1936 il presidente americano Franklin Delano Roosevelt intrattenne per due giorni il cardinale Eugenio Pacelli (il futuro papa Pio XII), in visita privata negli Stati Uniti, l’alto prelato, parlando della Grande Depressione, disse preoccupato al suo interlocutore: “Secondo me il pericolo più grave è che l’America divenga comunista”. Roosevelt di rimando gli rispose: “No, il pericolo più grave è che l’America divenga fascista”.Lo scambio di opinioni è illuminante. Il timore del presidente statunitense, protagonista del New Deal, era reale. All’epoca i comunisti americani non avevano un grande seguito (né per la verità lo ebbero mai). Viceversa i fascisti e Benito Mussolini, godevano di buona reputazione nella classe dirigente a stelle e strisce. Di più, molti americani erano addirittura infatuati dalla politica del duce. È il tema del bel libro “Quando l’America si innamorò di Mussolini” (Editori Internazionali Riuniti) del giornalista Ennio Caretto, che conosce bene gli Stati Uniti e i suoi archivi storici, essendo stato per 35 anni corrispondente oltreoceano per La Stampa, Repubblica e il Corriere della Sera. In America, il duce fu il capo di Stato o di governo straniero più popolare del suo tempo. Più che in ogni altra nazione occidentale, Gran Bretagna inclusa. Osannato soprattutto dall’industria, dalla finanza e dai conservatori, che lo ammiravano come “l’uomo nuovo” che trascendeva il liberalismo e debellava il comunismo. L’innamoramento durò almeno tre lustri, fino alle guerre d’Etiopia del 1935 e di Spagna del 1936. Nell’epoca delle dittature, la maggioranza degli americani vide nel regime fascista – salvo poi pentirsene - un presentabile “autoritarismo democratico”, ritenendolo moderato e lontano dalle spietate tirannie sovietica e nazista di Stalin e Hitler. Lo dicono decine di migliaia di pagine di carteggi dei leader politici, culturali e religiosi americani, di documenti top-secret, di studi condotti da varie istituzioni, di giornali, di libri. Il fascino di Mussolini non riguardò solo i repubblicani. I media americani, inclusi quelli che oggi giudicheremmo di sinistra, applaudirono in prevalenza alla Marcia su Roma e all’ascesa del fascismo. Nell’ottobre del 1922, subito dopo la Marcia, il New York Tribune, di cui Karl Marx era stato il corrispondente europeo da Londra mezzo secolo prima, paragonò Mussolini a Garibaldi e a Giulio Cesare, e a novembre il New York Times elogiò “la forza” del duce, un leader che si collocava “tra Napoleone e un pugilista”. All’inizio perfino Ernest Hemingway (ma poi cambierà radicalmente idea) ne scrisse entusiasta: “Mussolini è una grossa sorpresa. Non è il mostro che hanno dipinto. Ha un volto intellettuale ed e soprattutto un patriota”. Contemporaneamente, si schierarono per il fascismo istituzioni finanziarie e patriottiche come la Camera di Commercio e la Legione Americana. Anziché isolarlo, quattro presidenti, da Warren Harding a Franklin Roosevelt (i primi tre repubblicani) collaborarono con lui considerandolo un baluardo contro il “contagio bolscevico” in Europa e un potenziale partner nel Mediterraneo. Al funerale di Harding il feretro fu scortato, tra altri, dalle Camicie Nere di Mussolini. E per un certo lasso di tempo Roosevelt espresse interesse e simpatia per “l’esperimento” del fascismo e intrecciò con lui normali rapporti, sperando fino al 1940 di riuscire a tenerlo fuori dal conflitto. Anche gli ambasciatori statunitensi a Roma si dimostrarono per lo più favorevoli al duce. Il più agiografico di essi, Richard Washburn Child, scrisse un’introduzione all’autobiografia di Mussolini pubblicata in America nel 1928 che rasentava il culto della personalità: “Mussolini è un super-statista umano e giusto”. Non che mancassero i critici di Mussolini, ma vennero neutralizzati. L’America voleva che l’Europa, il suo mercato naturale e più ricco, che doveva ripagarle l’enorme debito bellico della Grande Guerra, si ricostruisse in fretta. Chiunque ne garantisse la pace sociale e il liberismo economico, come il duce, era considerato un partner affidabile. Anche dopo la guerra di Spagna, nonostante l’opposizione americana al fascismo e al nazismo raccogliesse sempre maggiori consensi negli Stati Uniti, nell’establishment economico e politico restavano numerosi gli ammiratori del duce e del Fuhrer. Uno di loro era il miliardario e neoambasciatore americano a Londra Joseph Kennedy, padre del futuro presidente John F. Kennedy. E lo stesso giovane John, nel 1937, appena ventenne, esprimeva ancora ammirazione per i due dittatori. Lo rivelano le sue lettere e i suoi diari di viaggio, scritti in vacanza in Italia e in Germania, e pubblicati di recente dall’editrice tedesca Aufbau a cura dello storico tedesco Oliver Lubrich. “Sono giunto alla conclusione che il fascismo sia giusto per l’Italia − scriveva Kennedy − come che il nazionalsocialismo sia giusto per la Germania (…). Che cosa è mai il fascismo in confronto al comunismo? (…) Questi regimi fanno del bene ai loro paesi”. Di più: “Quanto al signor Adolf Hitler, sono persuaso che abbia la stoffa di chi entra nella leggenda”.

    Quando nell’ottobre del 1936 il presidente americano Franklin Delano Roosevelt intrattenne per due giorni il cardinale Eugenio Pacelli (il futuro papa Pio XII), in visita privata negli Stati Uniti, l’alto prelato, parlando della Grande Depressione, disse preoccupato al suo interlocutore: “Secondo me il pericolo più grave è che l’America divenga comunista”. Roosevelt di rimando gli rispose: “No, il pericolo più grave è che l’America divenga fascista”.Lo scambio di opinioni è illuminante. Il timore del presidente statunitense, protagonista del New Deal, era reale. All’epoca i comunisti americani non avevano un grande seguito (né per la verità lo ebbero mai). Viceversa i fascisti e Benito Mussolini, godevano di buona reputazione nella classe dirigente a stelle e strisce. Di più, molti americani erano addirittura infatuati dalla politica del duce. È il tema del bel libro “Quando l’America si innamorò di Mussolini” (Editori Internazionali Riuniti) del giornalista Ennio Caretto, che conosce bene gli Stati Uniti e i suoi archivi storici, essendo stato per 35 anni corrispondente oltreoceano per La Stampa, Repubblica e il Corriere della Sera. In America, il duce fu il capo di Stato o di governo straniero più popolare del suo tempo. Più che in ogni altra nazione occidentale, Gran Bretagna inclusa. Osannato soprattutto dall’industria, dalla finanza e dai conservatori, che lo ammiravano come “l’uomo nuovo” che trascendeva il liberalismo e debellava il comunismo. L’innamoramento durò almeno tre lustri, fino alle guerre d’Etiopia del 1935 e di Spagna del 1936. Nell’epoca delle dittature, la maggioranza degli americani vide nel regime fascista – salvo poi pentirsene - un presentabile “autoritarismo democratico”, ritenendolo moderato e lontano dalle spietate tirannie sovietica e nazista di Stalin e Hitler. Lo dicono decine di migliaia di pagine di carteggi dei leader politici, culturali e religiosi americani, di documenti top-secret, di studi condotti da varie istituzioni, di giornali, di libri. Il fascino di Mussolini non riguardò solo i repubblicani. I media americani, inclusi quelli che oggi giudicheremmo di sinistra, applaudirono in prevalenza alla Marcia su Roma e all’ascesa del fascismo. Nell’ottobre del 1922, subito dopo la Marcia, il New York Tribune, di cui Karl Marx era stato il corrispondente europeo da Londra mezzo secolo prima, paragonò Mussolini a Garibaldi e a Giulio Cesare, e a novembre il New York Times elogiò “la forza” del duce, un leader che si collocava “tra Napoleone e un pugilista”. All’inizio perfino Ernest Hemingway (ma poi cambierà radicalmente idea) ne scrisse entusiasta: “Mussolini è una grossa sorpresa. Non è il mostro che hanno dipinto. Ha un volto intellettuale ed e soprattutto un patriota”. Contemporaneamente, si schierarono per il fascismo istituzioni finanziarie e patriottiche come la Camera di Commercio e la Legione Americana. Anziché isolarlo, quattro presidenti, da Warren Harding a Franklin Roosevelt (i primi tre repubblicani) collaborarono con lui considerandolo un baluardo contro il “contagio bolscevico” in Europa e un potenziale partner nel Mediterraneo. Al funerale di Harding il feretro fu scortato, tra altri, dalle Camicie Nere di Mussolini. E per un certo lasso di tempo Roosevelt espresse interesse e simpatia per “l’esperimento” del fascismo e intrecciò con lui normali rapporti, sperando fino al 1940 di riuscire a tenerlo fuori dal conflitto. Anche gli ambasciatori statunitensi a Roma si dimostrarono per lo più favorevoli al duce. Il più agiografico di essi, Richard Washburn Child, scrisse un’introduzione all’autobiografia di Mussolini pubblicata in America nel 1928 che rasentava il culto della personalità: “Mussolini è un super-statista umano e giusto”. Non che mancassero i critici di Mussolini, ma vennero neutralizzati. L’America voleva che l’Europa, il suo mercato naturale e più ricco, che doveva ripagarle l’enorme debito bellico della Grande Guerra, si ricostruisse in fretta. Chiunque ne garantisse la pace sociale e il liberismo economico, come il duce, era considerato un partner affidabile. Anche dopo la guerra di Spagna, nonostante l’opposizione americana al fascismo e al nazismo raccogliesse sempre maggiori consensi negli Stati Uniti, nell’establishment economico e politico restavano numerosi gli ammiratori del duce e del Fuhrer. Uno di loro era il miliardario e neoambasciatore americano a Londra Joseph Kennedy, padre del futuro presidente John F. Kennedy. E lo stesso giovane John, nel 1937, appena ventenne, esprimeva ancora ammirazione per i due dittatori. Lo rivelano le sue lettere e i suoi diari di viaggio, scritti in vacanza in Italia e in Germania, e pubblicati di recente dall’editrice tedesca Aufbau a cura dello storico tedesco Oliver Lubrich. “Sono giunto alla conclusione che il fascismo sia giusto per l’Italia − scriveva Kennedy − come che il nazionalsocialismo sia giusto per la Germania (…). Che cosa è mai il fascismo in confronto al comunismo? (…) Questi regimi fanno del bene ai loro paesi”. Di più: “Quanto al signor Adolf Hitler, sono persuaso che abbia la stoffa di chi entra nella leggenda”.

  • Le linee a difesa di Ancona - L'Esino

    UNO DEI PUNTI PIU' INTERESSANTI DA STUDIARE IN MERITO ALLA BATTAGLIA DI ANCONA E' COMPRENDERE IL MOTIVO PER CUI LA GUARNIGIONE TEDESCA DELLA PIAZZAFORTE DORICA NON è STATA FATTA AL COMPLETO FATTA PRIGIONIERA. IN PRATICA I TEDESCHI RIUSCIRONO A LASCIARE ANCONA CON PERDITE ACCETTABILI. NON SI ATTUO' QUELLO CHE IL COMANDO POLACCO AVEVA NEI SUOI INTENDIMENTI, OVVERO L'ANNIENTAMENTO DELLA 278a DIVISONE AL COMANDO DEL GEN HOPPE.

    Grafico delle posizioni tedesche e linee di difesa a nord   di Ancona il 17 e 19 luglio 1944

     

     

     

     

  • Storie - Sul processo Eichmann

    Mezzo secolo fa, nel 1961, a Gerusalemme si celebrò lo storico processo ad Adolf Eichmann, catturato in Argentina dai servizi segreti israeliani. Il processo a Eichmann fu il primo procedimento giudiziario per crimini nazisti celebrato in Israele e il primo ad essere trasmesso integralmente in televisione, con il coinvolgimento di mass media di tutto il mondo.
    Lo Stato d'Israele, nato nel 1948, volle celebrare il processo davanti a una Corte di giustizia ordinaria, per dimostrare a tutte le Nazioni cosa fosse stata la Shoah. Fu quindi un processo storico, che segnò un discrimine fondamentale nella ricostruzione della storia della persecuzione degli ebrei. Eppure, nonostante la sua importanza, il processo ancora oggi è assai poco conosciuto nelle sue mille storie e testimonianze, molte delle quali relative all’Italia.
    È merito di una piccola casa editrice di Fidenza, la Mattioli 1885, aver avviato un prezioso progetto editoriale, che ha ricevuto anche il patrocinio dell’Ucei, volto a pubblicare tutti gli atti e le testimonianze del Processo Eichmann: 13mila cartelle in varie lingue, principalmente in ebraico, che per la prima volta sono state tradotte e organizzate in una pubblicazione, curata da Livio Crescenzi.

    Vista la vastità del materiale, i documenti sono stati suddivisi in tre volumi tematici: uno dedicato agli italiani, uno ai bambini e uno alle parole di Eichmann stesso, con un dvd che raccoglie tutti i filmati del processo. Nel primo volume, intitolato Cinquanta chili d’oro (Mattioli 1885, pp. 230), sono raccolte le storie degli ebrei italiani e dei nazisti che operarono in Italia, attraverso le deposizioni dei testimoni raccolte da oscuri cancellieri nelle aule dei tribunali. Tra i tanti materiali e documenti proposti nel libro, si segnala in modo particolare la lunga deposizione di Herbert Kappler, resa nel carcere di Gaeta, dalla quale emerge con evidenza il ruolo fondamentale avuto dalle forze dell’ordine della Rsi negli arresti degli ebrei dopo la retata del 16 ottobre 1943. In appendice, vengono pubblicate due deposizioni rese da Primo Levi, l'una nel 1960 (relativa al processo Eichmann) e l'altra nel 1971 (relativa al processo contro Friedrich Bosshammer).
    Un libro utilissimo per capire la macchina della persecuzione nazista, il collaborazionismo fascista e anche la storia italiana di quegli anni.
  • Storie – Negazionismo & web: la sfida per gli storici

    Gli storici s’interrogano sul negazionismo. Il 10 e l’11 aprile si svolgerà a Roma il convegno “Shoah e negazionismo nel Web: una sfida per gli storici”, promosso dalla Sissco, dall’Università degli studi di Roma Tre e dal Dipartimento di Filosofia comunicazione e spettacolo dell’ateneo romano. Un convegno voluto dalla Sissco, come ha spiegato il presidente Agostino Giovagnoli, per “raccogliere la sollecitazione a portare sul terreno delle iniziative culturali e didattiche il contrasto del negazionismo”.
    Il convegno metterà a fuoco soprattutto il nesso con il web, che è oggi terreno aperto ad influenze diverse e contraddittorie, con due seminari, uno sul tema “La storia, le memorie e la didattica nel Web, presieduto da Michele Sarfatti, e l’altro su “L'universo digitale del negazionismo”, presieduto da Renato Moro. E’ prevista una tavola rotonda finale, “Contro il negazionismo: Una legge utile o dannosa?”, presieduta da Tommaso Detti, in cui saranno discussi utilità e limiti degli strumenti legislativi di lotta contro il negazionismo, anche con la partecipazione di esponenti di diverse forze politiche. Un momento importante di confronto per la storiografia italiana.

  • Storie – Negazionismo & web: la sfida per gli storici

    Gli storici s’interrogano sul negazionismo. Il 10 e l’11 aprile si svolgerà a Roma il convegno “Shoah e negazionismo nel Web: una sfida per gli storici”, promosso dalla Sissco, dall’Università degli studi di Roma Tre e dal Dipartimento di Filosofia comunicazione e spettacolo dell’ateneo romano. Un convegno voluto dalla Sissco, come ha spiegato il presidente Agostino Giovagnoli, per “raccogliere la sollecitazione a portare sul terreno delle iniziative culturali e didattiche il contrasto del negazionismo”.
    Il convegno metterà a fuoco soprattutto il nesso con il web, che è oggi terreno aperto ad influenze diverse e contraddittorie, con due seminari, uno sul tema “La storia, le memorie e la didattica nel Web, presieduto da Michele Sarfatti, e l’altro su “L'universo digitale del negazionismo”, presieduto da Renato Moro. E’ prevista una tavola rotonda finale, “Contro il negazionismo: Una legge utile o dannosa?”, presieduta da Tommaso Detti, in cui saranno discussi utilità e limiti degli strumenti legislativi di lotta contro il negazionismo, anche con la partecipazione di esponenti di diverse forze politiche. Un momento importante di confronto per la storiografia italiana.

  • Armenio Giulietti. Morto a Loreto il partigiano sirolese del "Ferro".

    E' scomparso Armenio Giulietti. Fratello di Anacleto martire dei tragici eventi che si svolsero attorno al Monte S. Vicino, culla della libertà, in quei 23 e 24 marzo 1943.

    Di Armenio e del fratello non si é mai conosciuto molto se non gli amici più stretti come il nostro amico Dubbini. Solo pochi mesi fa Armenio si era deciso a raccontarci la sua esperienza resistenziale e aspettevamo tempi più clementi per recarci sui luoghi che videro gli episodi più alti della REsistenza marchigiana: Elcito, Chigiano, Valdiola, S.Severino, Ugliano. Era quella l'occasione unica di trasmettere un documento dei fatti di Chigiano con un protagonistatrare quelle storie conosciute ma mai narrate di persona.

    Con la perdita di Armenio noi tutti, l'ANPI di Sirolo-Numana, il coordinamento Aspio- Basso Musone, perdiamo un amico che aveva scelto il riserbo come tanti come lui, fiero del suo passato custodito gelosamente così come la memoria di quel fratello che, scegliendo il sentiero a valle al suo posto, finì tra le braccia degli AlpenKrieg tedeschi che lo finirono e sfigurarono a tal punto che la sua salma rimase anonima fino a quando non venne stilato l'atto di morte dal capitano Depangher tre anni dopo la liberazione.

    L'ANPI di Numana Sirolo, il Coordinamento di Zona, rivolgono l'ultimo saluti ad Armenio e le proprie sentite condoglianze ai familiari.  

  • La battaglia di Ancona

     

    La cartina indica le principali linee in cui i tedeschi si sono attestati il 17 ed il 18 luglio 1944. l'abbreviazione 6/993 sta ad indicare la 6 compagnia del 993° reggimento.


    Fonte: La battaglia di Ancona del 17-19 luglio 1944 ed il Corpo d'ARmata Polacco, a cura di Giuseppe Campana, Ancona, 2002

     

  • IL COMANDANTE FRANZ

    Questo articolo non avrebbe mai visto la luce se, scorrendo tra gli elenchi dei partigiani della provincia di Como, alla ricerca di memorie e di testimonianze, non mi fossi imbattuto in un nome a me familiare, perché è il mio paese di origine: Bivongi, provincia di Reggio Calabria. Che ci faceva un abitante di un paesino sperduto nel profondo Sud nella resistenza comasca? Mi sono chiesto. Questa è la sua storia, a molti sconosciuta. Non dissimile da quella di molti uomini e donne che seppero lottare contro il nazismo ed il fascismo.  

    Francesco Pisano (nome in codice Franz), di origine calabrese, nacque a Bivongi il 1 novembre del 1913 da una famiglia modesta di piccoli commercianti che, con grandi sacrifici, lo fece studiare fino al 2° Istituto Industriale. Il 19 agosto del 1933, all'età di 20 anni, entrò nella Guardia di Finanza, nel cui corpo vi rimane fino al novembre del 1953. In questo arco di tempo prestò servizio in diverse città italiane da Udine, a Napoli, a Caserta, Milano, a Como coprendo diversi gradi e livelli di responsabilità, fino a quello di brigadiere.  

    Partecipò dal 31 agosto 1941 all'8 settembre 1943 alle operazioni di guerra svoltesi nei Balcani col X Battaglione mobilitato dalla R. Guardia di Finanza. Il 28 agosto del 1944 "si sbandò per non collaborare con l'esercito tedesco invasore".

    Nei Balcani conobbe Salvatore Corrias, di origine sarda, con il quale strinse negli anni un solido rapporto di amicizia che durò fino alla sua barbara esecuzione avvenuta il 28 gennaio 1945 per mano della banda Tucci, che gli aveva teso una imboscata al rientro da una difficile missione in Svizzera dove si era recato per portare in salvo un ex prigioniero inglese.

    Questa banda fascista, che operava sui monti a ridosso di Como, faceva azioni infide e molto sporche: si rendeva responsabile di operazioni di rastrellamento dei partigiani che operavano sul monte Bisbino ed al tempo stesso faceva affari con i contrabbandieri sul confine svizzero. Uno degli affari più obbrobriosi era il traffico di esseri umani, prevalentemente ebrei, che fuggivano dal fascismo e dal nazismo, verso la Svizzera in cambio di denaro. Molti contrabbandieri si arricchirono con questo turpe lavoro.  

    Noi incrociamo la storia di Francesco Pisano in un periodo storico particolare, quando arrivò a Como inviato dal Comando della Guardia di Finanza per dirigere la brigata del Bugone, dove incontrò di nuovo Salvatore Corrias che faceva parte di questa brigata.

     Francesco Pisano prese il comando della Brigata del Bugone il 2 febbraio del 1944 in piena lotta partigiana, subentrando ad un rigidissimo appuntato settentrionale in un gruppo di finanzieri tutti meridionali.  

    Egli era stato segnato dall'esperienza bellica nei Balcani e la sua salute ne aveva risentito (accusava problemi alla laringe che più tardi si accentueranno e lo porteranno alla morte) e non si sentiva di imbarcarsi in una nuova avventura bellica, poiché fino ad allora aveva evitato di collaborare sia con i tedeschi sia con i fascisti, anzi era vivamente impressionato per le loro nefandezze.  

    Ma il contesto in cui era stato calato era particolare. Sui monti attorno a Como era in corso una resistenza armata condotta con determinatezza dai partigiani, soprattutto dalle brigate Garibaldi, contro fascisti e nazisti; ed al tempo stesso si stava svolgendo una resistenza "umanitaria" di aiuto e sostegno ai perseguitati politici ed agli ebrei che volevano raggiungere clandestinamente la Svizzera. Fare espatriare clandestinamente un perseguitato politico od una famiglia ebrea era quindi un lavoro molto difficile e pericoloso poiché i confini erano sorvegliati dai nazisti e dai fascisti. Ma quando Francesco Pisano prese il comando della brigata alcuni finanzieri, come il Corrias, erano già impegnati spontaneamente in questa opera di soccorso umanitario clandestino che abbinavano al loro abituale lavoro di lotta e prevenzione del contrabbando.

    Fu lo stesso Corrias in una riunione con Felice Scoccimarro, Carmine Campitiello e Benedetto Gagliardo ad informare Francesco del "ruolo sostenuto da gran parte della brigata in favore dei profughi ebrei, dei soldati sbandati, ma soprattutto nell'ambito della guerra partigiana, essendosi schierati tutti con la Resistenza".

    Ma l'episodio che convinse Pisano ad impegnarsi nella Resistenza fu la partecipazione ad una riunione segretissima convocata a Cernobbio da Vincenzo Carbone, Comandante della Compagnia, che radunava tutte le brigate di frontiera; qui gli fu svelato che sia il comandante che il parroco Don Umberto Marmori erano impegnati nelle attività degli espatri clandestini. Qui apprese anche che la caserma del Bugone, proprio per la sua sicurezza, ospitava missioni di spionaggio e controspionaggio anglo-americani in Svizzera, con il sostegno dei finanzieri che facevano da guida attraverso i sentieri meno battuti dai nazi-fascisti.

    Sotto il comando di Pisano la brigata del Bugone rafforzò il lavoro di espatrio clandestino e rese più efficace , organizzato e sicuro il corridoio umanitario verso la Svizzera, collegandolo con il Comitato di Liberazione Nazionale.

    Così egli si esprime in un processo a verbale redatto il 1° settembre 1945 nel comando del circolo di Como della Guardia di Finanza: "Appena raggiunta la nuova residenza (Bugone, ndr), mi misi in collegamento con gli ufficiali che facevano da corriere fra il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia ed il Comitato di Liberazione con sede a Lugano, agevolando il loro transito attraverso la frontiera".

    Un lavoro non scevro da pericolose insidie, poiché la linea di confine con la Svizzera era presidiata da fascisti e nazisti che davano la caccia ai partigiani ed a coloro che cercavano di espatriare clandestinamente.

    Il suo carattere molto mite ed umano, "elastico e tollerante" lo predisponeva ad essere un bravo comandante e sicuramente un leader non autoritario; d'altronde il contesto del Bugone, un ambiente molto piccolo, chiuso, immerso per molti mesi nella neve, isolato dal resto del mondo, faceva emergere le caratteristiche del buon padre di famiglia e le sue attitudini all'ascolto dei bisogni dei suoi finanzieri.

    La sua brigata, quindi, oltre al lavoro istituzionale di presidio dei confini con la Svizzera per debellare la piaga del contrabbando, svolgeva un'altra funzione molto importante per la Resistenza nell'Alta Italia: aveva aperto in maniera sistematica un corridoio umanitario clandestino, attraverso il quale passavano gli ufficiali di collegamento, militari sbandati, uomini e donne della Resistenza e soprattutto ebrei che fuggivano dalle persecuzioni naziste e fasciste e cercavano un rifugio nella vicina Svizzera.

    Innumerevoli sono stati gli ebrei salvati, scampati ai campi di sterminio nazisti, i militari ed i partigiani; in questo lavoro si distinse in particolare Salvatore Corrias, che faceva parte del distaccamento della Guardia di Finanza del Bugone, comandato da Francesco Pisano.

    Così, infatti, Pisano si esprime nella sua deposizione: "della mia formazione partigiana e precisamente del distaccamento partigiano da me comandato faceva parte anche il finanziere Corrias Salvatore che era venuto con me dopo l'abbandono in massa della brigata di Bugone, caduto in una imboscata da parte dei nazifascisti nel mese di gennaio 1945".

    Dei tanti finanzieri che hanno preso parte a queste azioni di aiuto verso gli ebrei ed i partigiani si sa poco, quello che possiamo dire con certezza è che sono state centinaia le persone aiutate a passare il confine verso la Svizzera. In particolare verso la fine del 1944, essi hanno preso parte, assieme alle forze partigiane garibaldine, ad una missione molto delicata dalla quale è dipeso in parte il successo della guerra di liberazione, trasferendo  clandestinamente in Svizzera Ferruccio Parri e Giancarlo Pajetta che poi sarebbero andati a Roma, seguendo un tortuoso percorso che dalla Svizzera li portò in Francia, da dove raggiunsero in nave Napoli per risalire infine verso Roma, dove parteciparono ad un incontro con le forze anglo-americane.

    Questo incontro avvenne il 7 dicembre 1944 e vi parteciparono per il CLNAI, Alfredo Pizzoni, Ferruccio Parri, Gian Carlo Pajetta ed Edgardo Sogno che firmarono un accordo con il comando delle forze alleate il cui contenuto fu che i partigiani avrebbero ottenuto aiuti finanziari e militari fino alla fine della guerra, impegnandosi in cambio a riconoscere l’autorità degli alleati e a consegnare le armi a liberazione avvenuta.

    In questa azione di salvataggio di vite umane Pisano e Corrias hanno profuso tutte le loro energie fisiche e psicologiche, le loro competenze professionali e sfruttato al massimo la loro conoscenza del territorio di confine.

    Il monte Bisbino infatti era "un'area difficilmente controllabile dai nazifascisti, essendo ricca di camminamenti, trincee e postazioni di artiglieria costruite durante la prima guerra mondiale delle quali i finanzieri custodivano gelosamente le mappe, in ragione del loro servizio".

    Nell'agosto del 1944 una direttiva del comando delle truppe tedesche in Italia ordinò che si creasse lungo il confine italo-svizzero una zona militare profonda tre chilometri e completamente libera anche di nuclei abitativi.

    Ecco quello che accadde al Bugone come risposta a questa odiosa ordinanza. Così testimonia Francesco Pisano: "Il 28 agosto del 1944, a seguito di ordini impartiti dalle autorità di occupazione (naziste, ndr), la brigata della quale facevo parte e che comandavo, doveva arretrare dal confine, ... ma per poter continuare l'opera intrapresa, ... dietro mio ordine, il mio reparto passò al completo nella formazione Artom. ... Il passaggio avvenne con armi, viveri ed una mitragliatrice Hotchkiss prelevata presso le brigate del Murelli".

    Qui,  in un contesto di vita duro e difficile ("un postaccio"), sul monte Bisbino (1325 m.) che sovrasta il lago di Como, ai confini con la Svizzera, egli fece parte di formazioni partigiane dal 25 agosto 1944 al 25 aprile 1945, ricoprendo il ruolo di comandante della brigata "Emanuele Artom". Questa brigata era inquadrata in   Giustizia e Libertà, movimento politico antifascista fondato da esuli italiani a Parigi nel 1929,il cui leader era Carlo Rosselli e che avrà elementi di spicco nella guerra di liberazione come Parri, Lombardi, Lussu, Bobbio, Codignola.

    Improvvisamente, quindi, Pisano si trovò a comandare una brigata partigiana a tutti gli effetti e a prendere parte ad un'altra vicenda bellica, quella della resistenza armata. Il passaggio dalla resistenza umanitaria alla resistenza armata durò fino al 30 giugno 1945.

    Questo distaccamento, comandata da Pisano "raggiunse la forza di una cinquantina di uomini, rendendosi così protagonista di numerose ed eroiche azioni di guerriglia, quali l'assalto alle caserma delle Brigate Nere di Argegno, di quella della Milizia Confinaria di Prabello, nonché di frequenti imboscate ai danni di colonne nazi-fasciste" oppure l'assalto ai magazzini della Prefettura di Como a Laglio.

    Francesco Pisano morì a Moltrasio il 4 novembre del 1953 all'età di 40 anni per un tumore alla faringe.

                                                                                                                                                              Giuseppe De Luca

                                                                                                                                                          Presidente ANPI SEPRIO

     

    Fonte per questa ricostruzione:

    1)  Cap. Gerardo Severino, Direttore Museo Storico della Guardia di Finanza, attività del nucleo di ricerca incaricato di ricostruire gli aiuti prestati dalla Guardia di Finanza ai profughi ebrei ed ai perseguitati dal nazifascismo durante l'occupazione tedesca, fascicolo Brig. Francesco Pisano, classe 1913.

    2) Gerardo Severino, "Un anno sul Monte Bisbino, Salvatore Corrias un finanziere nel Giardino dei Giusti" - Comune di Moltrasio, Assessorato alla Cultura, 2007.

    3) Giuseppe Coppeno, " Como, dalla dittatura alla libertà", Istituto Comasco per la Storia del Movimento di Liberazione.

    4) Giancarlo Pajetta, "Il ragazzo rosso va alla guerra", Arnoldo Mondadori,1986.

    N.B. Si ringraziano per questa ricostruzione: Comune di Moltrasio; Comune di Bivongi; Gerardo Severino, Direttore del Museo Storico della Guardia di Finanza; Bruno Pisano, figlio di Francesco; Leonardo Visco-Gilardi per la revisione critica ed i suggerimenti; Giancarlo Pajetta, nipote dell'omonimo qui citato.

     

  • LIVIO RIVOSECCHI. BRIGADIERE DI FINANZA DI GROTTAMMARE

    LIVIO RIVOSECCHI.

    BRIGADIERE DI FINANZA DI GROTTAMMARE

    CAPO DELLA 23^ BANDA PARTIGIANA DEL RAGGRUPPAMENTO ESTERNO “GRAN SASSO”

     

    1. 1.        Premessa.

    Nel saggio dedicato al Tenente Gianmaria Paolini ed alla Banda partigiana omonima operante nelle Marche, pubblicato su questo sito alcuni mesi fa, accennammo marginalmente al ruolo avuto dalla Guardia di Finanza – nel suo insieme – sia nell’ambito dei Comitati di Liberazione Nazionali sorti nella regione dell’Italia Centrale, sia nell’ambito delle singole bande partigiane, ricordando che si era trattato di un contributo esaltante e – oseremmo aggiungere – rilevante, considerata anche la capillarità dei reparti territoriali e la preparazione militare degli appartenenti al Corpo.

    Proseguendo in tale direzione, desideriamo proporre ai visitatori di questo encomiabile sito, per quanto ci sarà possibile, anche grazie alle carte d’archivio custodite presso il Museo Storico della Guardia di Finanza, le vicende della 23^ Banda partigiana del Raggruppamento esterno “Gran Sasso” e del suo capo, l’indomito Brigadiere ed allievo ufficiale della Guardia di Finanza Livio Rivosecchi, un marchigiano doc, non a caso definito dal comandante dello stesso Raggruppamento, Maggiore Italo Postiglione, come “…una delle più belle figure del movimento clandestino anti tedesco dell’Italia Centrale (.) una figura veramente eroica, la sua audacia fu pari soltanto alla sua grande modestia”[1]

    Al Rivosecchi – occorre ricordarlo e non solo agli amici marchigiani – già insignito della Medaglia di Bronzo al Valor Militare e di una promozione ad Ufficiale per Merito di Guerra è stata intitolata, lo scorso 25 luglio 2013, la Caserma sede del Comando della Compagnia Guardia di Finanza di Fermo: ulteriore segno tangibile della riconoscenza che il Corpo ha da sempre dimostrato di avere nei suoi confronti. Con queste brevi note cercheremo, dunque, di conoscerlo meglio e non solo dal punto di vista resistenziale.

    1. 2.        Brevi notizie biografiche sulla Fiamma Gialla Livio Rivosecchi.

    Livio Rivosecchi nacque a Grottammare (Ascoli Piceno) il 12 aprile del 1913, figlio di Giuseppe e di Maria Serroni. Dopo aver compiuto gli studi dell’obbligo e quelli superiori, con il conseguimento del Diploma Magistrale, scelse di arruolarsi nella Regia Guardia di Finanza, Corpo che lo accolse a far data dal 22 agosto 1931, allorquando il giovane mise piede presso la Caserma “Vittorio Emanuele III” di Roma, sede della Legione Allievi.

    Promosso al grado di guardia il 1° marzo 1932, il neo finanziere fu destinato alla Legione di Trieste, prestando così servizio presso varie Brigate di frontiera ed ove rimase sino al 1° febbraio 1935, data in cui fu trasferito presso la Legione di Firenze. Il 1° novembre dello stesso anno, avendo superato le prove di ammissione, il Rivosecchi raggiunse Caserta, allora sede della Scuola Sottufficiali.

    Superato il corso di formazione, con la promozione a Sottobrigadiere, il giovane fu destinato alla Legione di Udine, ed anche in questo caso destinato ad operare presso varie Brigate di confine. Il 1° gennaio del 1939, il Sottufficiale marchigiano ottenne l’agognato trasferimento presso la Legione di Roma. Qui fu ammesso “ad esperimento” nella prestigiosa Polizia Tributaria Investigativa, reparto speciale che gli consentirà di apprendere i segreti dell’investigazione: segreti che peraltro gli saranno molto utili allorquando abbraccerà la vita partigiana, come approfondiremo a breve.

    Promosso Brigadiere il 15 novembre del 1940, Livio Rivosecchi fu trasferito alla Legione di Milano nel maggio dell’anno seguente. Qui decise di partecipare al concorso interno per l’ammissione all’Accademia Ufficiali del Corpo: concorso che vinse, trasferendosi, quindi, a Roma il 28 ottobre di quello stesso anno.

    Presso l’Accademia e Scuola Ufficiali, il Rivosecchi rimase sino al 6 agosto del 1943, data in cui, essendo terminato l’anno di corso, fu inviato in licenza presso il proprio paese natale, in attesa della ripresa degli studi accademici, prevista per la metà di settembre. Fu proprio a Grottammare che lo colse l’armistizio dell’8 settembre 1943.

    Dopo la Liberazione del 25 aprile 1945, il Brigadiere Rivosecchi non fece più ritorno in Accademia, ove avrebbe dovuto continuare gli studi per diventare ufficiale del Corpo. Il suo valore, il suo coraggio, il contributo generosamente offerto alla causa della Resistenza gli erano valsi – guerra durante – e per disposizione delle Autorità Militari Inglesi la promozione a Sottotenente in servizio permanente effettivo “per merito di guerra”, per quanto la stessa verrà sancita solo con Decreto legge luogotenenziale del 26 marzo 1946, sebbene con effetto retroattivo al 16 agosto 1944.

    Il 1° luglio del 1946, cessata definitivamente la mobilitazione nei ranghi della “Speciale Force Service”, il Tenente Rivosecchi fu assegnato alla Legione di Milano, ove assunse il comando della Tenenza di Milano 1^. Il 9 dicembre del 1948 si unì in matrimonio con la signorina Piera Bruni, dalla quale ebbe il suo unico figlio, Maurizio[2].

    L’ufficiale delle Fiamme Gialle continuò a servire nel Corpo sino alla data del congedo definitivo per “raggiunti limiti d’età”. L’ormai anziano Colonnello Livio Rivosecchi transitò, infatti, in ausiliaria il 13 aprile del 1971, per essere promosso subito dopo al grado di Generale di Brigata. L’eroe della Resistenza di cui stiamo trattando si è spento a Milano il 19 settembre del 2006

    .

    1. 3.        Il partigiano “Ruscelli”.

    L’8 settembre 1943, dunque, l’allievo ufficiale Livio Rivosecchi si trovava nella sua amata Grottammare, in licenza di fine corso. Il giovane, non avendo alcun dubbio su quanto andava fatto, anziché “sbandarsi”, come fecero allora in tanti, in mancanza di ordini precisi da parte dei propri Comandi militari, si presentò presso la locale Brigata del Corpo, ove fu immediatamente preso in carico ed immesso in servizio.

    Al di là dell’aspetto militare della vicenda, il Rivosecchi cercò immediatamente di darsi da fare, avendo avuto sentore dell’imminente arrivo in zone delle truppe d’occupazione tedesche. E fu proprio nella zona di Grottammare che il giovane ebbe modo di aiutare non pochi militari sbandati; di recuperare armi; addirittura di far disertare soldati tedeschi di origine austriaca.

    Anche grazie alle armi e agli esplosivi recuperati, egli riuscì ad organizzare attorno a se un primo gruppo di volontari, raccolti sia fra i militari che fra i civili, con i quali diede vita un forte nucleo partigiano. Dopo un rapido addestramento militare, impartito ai primi di ottobre, il Rivosecchi ebbe modo di combattere contro l’occupante nazista, ricevendo il classico “battesimo del fuoco” impegnando un Battaglione di paracadutisti delle Wehrmacht che aveva attaccato una banda partigiana nei pressi della Montagna dei Fiori.

    In quello stesso contesto, il Capo partigiano, che nel frattempo aveva assunto il nome di battaglia di “Ruscelli”[3], prese contatti con un marconista, munito di apparato ricetrasmittente, che nel frattempo era giunto in zona in missione da Brindisi. Il militare fu abilmente occultato fra i sostenitori del Movimento resistenziale, potendo così trasmettere al Comando Supremo italiano le varie informazioni che nei giorni seguenti gli verranno fornite dallo stesso Rivosecchi. Come ricorda il già citato “Rapporto informativo”, il partigiano Rivosecchi: “…lo ricovera e gli fornisce le notizie da trasmettere, per procurare le quali fa rapide puntate nelle immediate retrovie del fronte (zona Guardiagrele – Penne – Pescara)”[4]. Ricordiamo che in quel contesto che gli alleati anglo-americani si trovavano ancora fermi sulla nota “Linea Gustav”, che di fatto divideva in due l’Italia, dalla foce del Garigliano ad Ortona.

    A questo punto occorre dire che quel che rese Livio Rivosecchi fra i più audaci e valorosi capi partigiani dell’Italia Centrale fu, senza ombra di dubbio, la sua particolare dote di “agente segreto”, tant’è vero che parallelamente all’azione militare contro i nazifascisti, egli seppe associare anche quella di abile organizzatore di attività spionistica, utilissima soprattutto per il Fronte Clandestino e per il legittimo Governo Badoglio, inizialmente trasferitosi a Brindisi e poi a Bari dopo l’armistizio.

    Si trattava di missioni di una difficoltà enorme, le quali: “…comportavano lo spostamento nelle linee nemiche controllatissime, rischiando ogni volta non la semplice fucilazione, ma le più atroci torture”[5]. Anche grazie alla buona conoscenza delle lingue inglese e francese, il capo partigiano riuscì in breve a creare una rete di informatori, dai quali attingere notizie preziose, soprattutto riguardo al dislocamento ed al potenziale delle truppe germaniche. Fu proprio lui, ad esempio, che accompagnò il Colonnello Pawe, dell’esercito inglese, giunto in zona per una ricognizione, facilitandone il rientro nelle linee alleate.

    Entrato a far parte con la sua banda del “Comando Raggruppamento Bande Patrioti dell’Italia Centrale”, il Rivosecchi, unitamente al Maggiore Postiglione, che come nome di battaglia veniva definito “Il Mastro” (e che il nostro protagonista aveva incontrato nella stessa Grottammare, ove il Postiglione aveva dato vita ad una propria organizzazione patriottica già il 17 settembre 1943), diede vita ad un Comando di Zona, che comprendeva quattro Nuclei partigiani, della forza organica complessiva di circa 400 uomini. Fu in quel contesto che la banda del Rivosecchi divenne 23^ banda del c.d. Gruppo Esterno Bande Patrioti “Gran Sasso”, sempre al comando del Maggiore Postiglione.

    Numerose furono le azioni militari messe a segno dalla 23^ banda. Nel mese di novembre dello stesso 1943, Rivosecchi ed i suoi partigiani, grazie ad un abile stratagemma, riuscirono a mettere in salvo gran parte della flotta peschereccia di San Benedetto, facendola salpare da quel porto alla volta di Bari, poche ore prima che i tedeschi la requisissero al fine di impiegarla per la vigilanza costiera. Varie, poi, furono le azioni di sabotaggio; i frequenti scontri a fuoco con i tedeschi, ai quali riuscì anche ad infliggere serie perdite sia in uomini che materiali.

    Unitamente ad alcuni militari inglesi appositamente paracadutati in zona, il partigiano “Ruscelli” si mise alla ricerca dei prigionieri alleati fuggiti o liberati dai campi di concentramento italiani, costituendo appositi “Capisaldi” della c.d. “Rat-Line”, che aveva lo scopo di avviare gli stessi militari recuperati oltre le linee nemiche. Ciò avveniva mediante imbarchi su natanti lungo la costa adriatica.

    Ma l’opera dell’allievo di Finanza Livio Rivosecchi andò ben oltre, avendo organizzato in vari comuni marchigiani i Comitati di Liberazione, fulcro vitale di ogni forma di attività resistenziale, curando anche l’opera di collegamento fra le Bande operanti sul litorale con quelle attive nell’entroterra.

    Verso la fine di dicembre, di propria iniziativa, “Ruscelli” decise di partire alla volta di Roma, ove nel frattempo era sorta anche l’organizzazione clandestina della Guardia di Finanza, la nota “Banda Fiamme Gialle”, di cui era capo il Generale Filippo Crimi. Fu proprio nel corso di tale missione che il Rivosecchi entrò anche in contatto con il noto Col. Giuseppe Lanza Cordero di Montezemolo, Capo del Fronte Militare Clandestino, il quale gli affidò incarichi ed ordini delicati, primo fra tutti quello di istituire nelle Marche e in Umbria, con l’apporto di altri ufficiali, il c.d. “Comando Regionale Bande delle Marche e dell’Umbria”.

    Fra i vari ordini vi fu anche quello di consegnare a mano al Colonnello del Regio Esercito, Paolo Petroni, uno dei Comandanti delle Bande Militari delle Marche, copia della circolare operativa n. 333 datata 10 dicembre 1943 e firmata dal Maresciallo d’Italia Giovanni Messe, allora Capo di Stato Maggiore Generale delle FF.AA. Badogliane, avente per argomento: “Direttive per l’organizzazione e la condotta della guerriglia (riservata alla persona dei Comandanti militari regionali e dei loro immediati collaboratori)”.

    La circolare Messe, giunta nelle mani del Comandante Petroni fu da questi letta nel corso di una riunione riservatissima che si tenne ad Amandola, nei pressi di Fermo, nel corso dello stesso mese, ed alla quale presero parte, oltre al Rivosecchi, anche i partigiani Mario Cassio, Rodolfo Sarti, Mario Fattorini e la partigiana Tonina Averardi. Fu proprio in quella circostanza che il Rivosecchi comunicò a voce agli altri responsabili della Resistenza locale che tutta la zona della provincia di Ascoli avrebbe presto dato vita operativamente all’87° Settore Adriatico (che per un certo periodo verrà comandato dallo stesso Colonnello Petroni) e che a stretto giro sarebbe giunta in area una “missione militare” inviata da Bari, unitamente ad altre importanti istruzioni e, soprattutto, armi ed equipaggiamenti per incoraggiare il movimento insurrezionale.

    La missione militare, definita in codice “missione clandestina Man”, viene capeggiata dal Generale Salvatore Melia, dello Stato Maggiore Generale italiano, e sbarca, verso la metà di gennaio del 1944, alle foci del fiume Tenna, ove giunge a bordo di in MAS inglese.

    A tal riguardo è doveroso ricordare l’eccezionale forma di collaborazione che il Rivosecchi ricevette dalla sua stessa famiglia, le Fiamme Gialle operanti sul territorio. Armi ed equipaggiamenti furono forniti alla 23^ Banda dal Tenente Giovanni Pirrone, Comandante della Tenenza di Ascoli Piceno; dal Maresciallo Artemisio Sabatini, Comandante della Brigata di Pedaso; dal Maresciallo Luigi Di Leo, Comandante della stessa Brigata di Finanza di Grottammare, unitamente ai suoi più stretti collaboratori, il Sottobrigadiere Pietro Basco e il Finanziere Vincenzo Gemma.

    Si trattava di un contributo altamente rischioso, considerando il fatto che anche i reparti del Corpo di stanza nelle Marche, a partire dall’autunno del 1943, erano entrati a far parte – loro malgrado – delle Forze Armate repubblichine, avendo quella Repubblica dato vita alla c.d. “Guardia Repubblicana di Finanza”. A rischiare maggiormente furono i finanzieri di Grottammare, tant’è vero che il Maresciallo Di Leo ed il Finanziere Gemma, il 7 aprile1944, sarebbero caduti nelle maglie dei tedeschi, che li sottoposero ad interrogatori sino al maggio seguente, per poi liberarli.

    Col passare dei mesi e con i risultati raggiunti dalla ormai ribattezzata “Banda Rivosecchi”, elevata al rango di Brigata, il capo partigiano diventò, pure lui come il Tenente Paolini, “nemico pubblico numero uno”, ragion per cui la sua foto segnaletica fu diramata a tutti i comandi tedeschi e fascisti. Ciò nonostante, Livio Rivosecchi proseguì imperterrito per la sua strada, continuando ad organizzare ed eseguire azioni di sabotaggio e di vera e propria guerriglia.

    In quel frangente, però, accadde un fatto nuovo. Al rientro da una sua missione in Ascoli: “….viene a sapere che un suo compagno di lotta, il marconista Paolini Ezio era stato arrestato dai tedeschi ed egli è attivamente ricercato anche perché si supponeva nascondesse l’apparecchio radio trasmittente; questa circostanza lo spinge a raggiungere la banda di Paolini Gianmaria a Rovetino, nelle falde del Monte Ascensione”[6].

    Nel marzo 1944 – lo abbiamo già ricordato nel saggio dedicato alla Banda Paolini – i tedeschi diedero vita ad una grossa offensiva contro le formazioni partigiane operanti nelle Marche ed in Umbria, la quale fu condotta con estrema durezza da parte di due Divisioni motorizzate, affiancate da autoblinde e artiglieria pesante, ma soprattutto da centinaia di uomini, truppe appositamente distratte dal fronte, reparti di SS e truppe dell’Esercito della R.S.I.

    Pur avendo sostenuto duri e coraggiosi combattimenti, la “Banda Rivosecchi” fu costretta a ritirarsi temporaneamente in Abruzzo, ove ebbe modo di riorganizzarsi. Lo stesso Rivosecchi si diede da fare nell’impiantare in zona i primi servizi di collegamento con le altre organizzazioni patriottiche, così come varò una prima forma di attività informativa e spionistica. Si procurò i mezzi necessari e i rifornimenti di viveri e vestiario, effettuando personalmente anche trasporti di armi e materiali.

    Verso la fine dello stesso mese di marzo, allo scopo di sabotare il nemico e di impadronirsi di un cospicuo carico di armi, sotto falso nome, “Ruscelli” organizzò persino una spedizione a Brescia, allora sede dei molti Ministeri e Comandi Militari della Repubblica Sociale Italiana. Ottenuto l’ordine di scortare il convoglio, lo fece assalire dai suoi compagni prima che lo stesso giungesse a destinazione.

    Ai primi di aprile 1944, su richiesta di un ufficiale superiore alleato, a Livio Rivosecchi fu affidata una difficile missione nei pressi del confine italo-svizzero, ove incontrò il Sottotenente Rodolfo Siddi, Comandante della Tenenza di Lecco, che gli consegnò un lasciapassare e preziose informazioni. Non solo, ma come ricorda il Maggiore Postiglione: “Ne approfitta per raccogliere utilissime ed interessanti informazioni militari e prendere contatto con i Comandanti partigiani del Nord. Successivamente si presenta a me per farmi un dettagliato rapporto sulla situazione Bande delle Marche e sulle missioni svolte. Il Rivosecchi aveva intuito che qualche cosa stava per accadere lungo tutto il fronte ed era giunto in tempo”[7].

    In relazione all’imminente avanzata delle truppe anglo-americane, il Comando Raggruppamento Bande Patrioti “Gran Sasso” raccolse le forze onde contribuire fattivamente alla comune lotta contro l’oppressore. Furono impartite disposizioni, assicurati collegamenti con le bande più isolate nel territorio, missione, quest’ultima, molto rischiosa. Come ricorda, infatti, lo stesso Postiglione: “Data l’importanza che ha la regione Marche e la conseguente necessità che i miei ordini particolari per l’azione siano portati da un ufficiale capace di illustrarli, adottarli nei particolari, sono felice di poterli affidare a Rivosecchi. Difatti, nella tema che il mio Comando fosse venuto a trovarsi separato dalle bande, in seguito ad una rapida avanzata alleata, prima che desse tempo al Rivosecchi di ritornare a farmi il suo rapporto, parte per l’ascolano, con nuove importanti istruzioni, in previsione dell’offensiva avversaria. Su di una moto targata «Polizia Repubblicana» e con documenti falsi compie un rapido giro nelle Marche assolvendo brillantemente la sua missione, superando ogni sorta di difficoltà e di pericoli”[8].

    1. 4.        La fine della “Banda Rivosecchi” ed il prosieguo della lotta da parte del partigiano “Ruscelli”.

    La documentazione ufficiale ci ricorda che il 3 giugno 1944, il partigiano “Ruscelli” fece ritorno a Roma, ove imminente era l’arrivo delle avanguardie della 5^ Armata americana. Il 4 giugno, giorno della liberazione della Capitale, Rivosecchi prese anche parte ad uno scontro contro un nucleo della P.A.I. (Polizia dell’Africa Italiana) che aveva reagito alla vista delle prime pattuglie americane.

    In quel frangente il destino operativo del partigiano marchigiano mutò decisamente orientamento. Ci ricorda la relazione Postiglione che: “La Special Force, appena prende contatto con il Comando del Raggruppamento Bande dell’Italia Centrale, richiede alcuni elementi di provata fede e di audacia. Io, con parere concorde di tutti i Comandanti, per le innumerevoli prove precedentemente date, segnalavo fra i primi il Rivosecchi, che parte felicissimo”[9].

    La banda “Rivosecchi” non cessò di esistere ed operare a seguito del “cambio di incarico” del suo capo e fondatore. Rimarrà, infatti, ad operare nelle Marche, agli ordini dello stesso Maggiore Postiglione, sino alla liberazione della regione, avvenuta nel corso dell’estate 1944. 

    Livio Rivosecchi, dal canto suo, il 7 giugno dello stesso anno, per volontà degli Alleati entrò a far parte ufficialmente della “Special Force Service”, inizialmente destinato al Comando Alleato di Bari. La sua bravura e determinazione, ma soprattutto il suo coraggio, avevano convinto i Servizi Segreti inglesi riguardo all’opportunità di impiegarlo a tempo pieno in altre importanti e delicate missioni, che lo avrebbero portato, già nell’agosto 1944, in Francia, ove fu paracadutato assieme ad un ufficiale inglese.

    Di lì a poco, attraversata la frontiera italiana, il Rivosecchi raggiunse Torino, città nella quale si mise subito in contatto con il locale C.L.N., onde organizzare e sviluppare il piano resistenziale. A fine settembre l’ormai ufficiale delle Fiamme Gialle fece ritorno in Francia, prendendo contatti anche con la locale Resistenza. Rientrò nuovamente in Italia nel novembre successivo, continuando ad operare, sempre alle dipendenze della “Special Force”, nel settore dell’intelligence.

    Le sue gesta dopo aver lasciato l’Italia Centrale – è doveroso sottolinearlo – sono state ampiamente ricordate dal Generale Luciano Oliva nel suo pregevole libro dal titolo “La Guardia di Finanza nella Resistenza e per la Liberazione”, edito nel 1985. Ottimi riferimenti sono poi contenuti nel libro di Alessandro Perini dal titolo “I Diari di Babka (1943-1945). Aristocrazia antifascista e missioni segrete”, edito nel 2007. Ad entrambi i testi indirizziamo chiunque fosse in cerca di ulteriori approfondimenti sul personaggio appena analizzato.

    Ricordiamo, infine, che dopo la Liberazione, il Brigadiere Rivosecchi, oltre alla ratifica della promozione a Sottotenente in servizio permanente effettivo “per merito di guerra”, ottenne (con Decreto L. 31 gennaio 1947) anche una Medaglia di Bronzo al Valor Militare, alla cui motivazione lasciamo il compito – come è ormai tradizione – di terminare il presente saggio: “Volontario per missione di guerra veniva aviolanciato nel territorio occupato dal nemico insieme ad una missione britannica. Preso contatto con elementi direttivi del Movimento di Liberazione li collegava con la predetta missione con la quale lungamente collaborava per il potenziamento delle attività clandestine contro l’oppressore. Organizzava successivamente un ottimo servizio informativo per la realizzazione del quale agiva a più riprese con audacia, decisione e coraggio. Per l’attività svolta, rendeva utili servizi alla causa alleata e italiana. Fronte italiano, agosto 1944 aprile 25"



    [1] Dal “Rapporto informativo sull’attività patriottica svolta dall’Allievo R. Guardia di Finanza RIVOSECCHI Livio dall’8 settembre 1943 al 4 giugno 1944” stilato in data 15 novembre 1945 dal Magg. Italo Postiglione, già Comandante del Raggruppamento Bande Patrioti “Gran Sasso”. In Archivio Museo Storico Guardia di Finanza, fondo Matricola Ufficiali, f. Livio RIVOSECCHI.

    [2] Dallo “Stato di Servizio” dell’Ufficiale Livio RIVOSECCHI. In Archivio Museo Storico Guardia di Finanza, fondo Matricola Ufficiali, f. Livio RIVOSECCHI. 

    [3] Così cita Michele Poveromo nel suo libro “I Nostri Morti nella Guerra 1940-1945”, Tipografia Arti Grafiche Friulane – Udine, 1947, pag. 202.

    [4] “Rapporto Informativo….”, doc. cit., pag. 1.

    [5] Ibidem.

    [6] “Rapporto Informativo…”, doc. cit., pag. 3.

    [7] Ivi, pag. 4.

    [8] Ibidem.

    [9] Ibidem.

  • Costantino Di Sante, Auschwitz prima di Auschwitz.

    Nel primo dopoguerra Auschwitz non era ancora assurta a simbolo della Shoah italiana (ed europea) ed era quasi del tutto sconosciuta agli occhi dell’opinione pubblica. Tutt’al più era un nome tra i tanti della galassia concentrazionaria nazista. Uno dei primi in Italia a condurre ricerche per far conoscere cosa fosse accaduto agli ebrei nel cuore dell’Europa durante la seconda guerra mondiale e che fine avevano fatto gli ebrei deportati dal nostro Paese, fu Massimo Adolfo Vitale, un personaggio che meriterebbe maggiore notorietà a livello nazionale e che, fra l’altro, fu tra i fondatori del Cdec a Milano. Vitale, dopo ventotto anni vissuti in Africa come funzionario governativo del Ministero delle Colonie italiane e poi dell’Africa italiana e il licenziamento nel 1939 in seguito alle leggi razziali, nel maggio 1945 era stato nominato presidente del Comitato Ricerche dei Deportati Ebrei di Roma. In questa veste condusse un’instancabile attività di ricerca, oggetto dell’interessante libro di Costantino Di Sante, Auschwitz prima di Auschwitz. Massimo Adolfo Vitale e le prime ricerche sulla shoah italiana (ombre corte, 190 pp.). Il saggio è arricchito da vari preziosi documenti, tra cui spicca quello redatto dallo stesso Vitale sulla storia del campo di Auschwitz, uno dei primi in assoluto. Egli, dopo aver assistito a Varsavia, tra il marzo e l'aprile del 1947, al processo al comandante del campo Rudolf Höss, come osservatore italiano per conto dell'Unione delle Comunità Israelitiche Italiane e del Ministero di Grazia e Giustizia, stilò un dettagliato resoconto del suo viaggio in Polonia. La relazione di Vitale, la ricerca di notizie sui deportati italiani, la raccolta delle testimonianze dei sopravvissuti (pubblicate nel libro di Di Sante), tra cui anche quella di Primo Levi, e le battaglie che condurrà contro l'antisemitismo rappresentano ancora oggi un esempio e un antidoto contro il negazionismo, perché, come egli non si stancava di ripetere, "bisogna non dimenticare". Una battaglia per la verità storica condotta sempre in modo rigoroso, sulla base di prove e documenti. Nella convinzione che, come scriverà Georges Bensoussan in L’eredità di Auschwitz, “la nostra arma non è la memoria, che costruisce, demolisce, dimentica o edulcora, ma solo la Storia”. 

     

     

  • La storia di un italiano in una mostra

    Quella che Mario Avagliano presenta in questa mostra fotografia a lui dedicata é davvero una persona straordinaria.  La mia esperienza personale é stata "ingigantita" dai racconti di Piero Terracina quando lo chiamammo con il prof. Marconi e l'ISIS di Osimo Castelfidardo a narrarci e a narrare agli studenti e ai fidardensi, la sua storia e quella del suo popolo allora senza una terra ma anche italiani!.

    Una vicenda quella di Terracina che non é dissimile da quella degli altri che abbiamo avuto l'onore di ospitare, vittime pure loro della Shoah e della parte più bestiale che l'uomo può esprimere e che conserva nelle proprie viscere ma tra le più toccanti.

    Questo non perché ci sia dissimilità nei tragici eventi che insanguirarono l'Europa. Ciò che fa la differenza é il modo personalissimo di evocare quei tragisissimi momenti da parte di questi, loro malgrado, vittime della storia.

    C'é chi ti lascia attonito come dopo aver ricevuto uno schiaffo inatteso: é il caso di Nedo Fiano. C'é invece chi ,come Terracina o Alberto Mieli, che con la loro espressività anche somatica, ti fanno sentire la sofferenza in tutto il suo effetto deflagrante.

                                                                                                                                                                                                            Armando Duranti

    Questa la presentazione di Mario Avagliano per la mostra fotografica cui parlavamo all' inizio su Piero Terracina cui va il nostro pensiero e affetto e a sua figlia Sandra.

    Uno dei Testimoni più straordinari della Shoah italiana è il romano Piero Terracina. Fino al 7 marzo 2014 è in corso al Goethe-Institut di Roma una mostra a lui dedicata, con foto del tedesco Georg Pöhlein e una audio-documentario intitolato “Perché Piero Terracina ha rotto il suo silenzio” a cura di Andrea Pomplun e dello stesso Georg Pöhlein.
    Piero Terracina, classe 1928, subì, come tutti gli ebrei italiani, l’infamia delle leggi razziste. Il 15 novembre del 1938, quando entrò in classe e si diresse verso il suo banco, si sentì addosso gli occhi di tutti i suoi compagni. L'insegnante lo bloccò e gli disse: "Esci, che tu non puoi stare qui". Dopo l’armistizio, Piero Terracina sfuggì alla retata del 16 ottobre 1943. Arrestato il 7 aprile 1944, fu deportato, assieme agli otto componenti della sua famiglia, ad Auschwitz, da dove solo lui tornò vivo. Terracina, come altri deportati, si chiuse in un lungo silenzio ed iniziò a parlare della sua vicenda solo a partire dal 1992. I ritratti del fotografo tedesco Georg Pöhlein ci raccontano il personaggio Piero Terracina, con la sua passione e la sua umanità. L'audio documentario di Andrea Pomplun è invece dedicato alla storia della cattura, della deportazione e della morte della famiglia di Piero Terracina ad Auschwitz. La mostra è arricchita da altre testimonianze: le lettere dei ragazzi delle scuole in cui Terracina è stato ospite, i ricordi di Walter Veltroni, di Riccardo Di Segni e le riflessioni di chi ha curato la mostra e collaborato con Terracina