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  •  Nel settantesimo anniversario della fucilazione del suo capo, il Sottotenente della Guardia di Finanza Gianmaria Paolini

     (1944 – 2014)

     

    1. 1.          Premessa.

     

    La storia della Resistenza in Italia ci ricorda che il 1944 rappresentò certamente l’anno più duro ed impegnativo per le varie organizzazioni partigiane operanti nel Centro-Nord del Paese. La durissima rappresaglia e la “caccia all’uomo”, portate avanti dalle truppe d’occupazione tedesche, così come dalle milizie repubblichine e dagli sgherri fascisti, in generale, determinarono l’annientamento o la frammentazione di molte formazioni; la deportazione nei lager tedeschi di migliaia di persone; la fucilazione o comunque la morte di centinaia e centinaia di capi e di valorosi partigiani.

    A questo scempio di carni, a questa illogica reazione contro la naturale idea di libertà non furono risparmiate le Marche, la gloriosa regione dell’Italia Centrale che alla Resistenza – lo ricordiamo tutti – ha offerto un elevato contributo di sangue, di valore, di altruismo. Come ricordò lo storico della Guardia di Finanza, Generale Giuliano Oliva, in un suo celebre ma poco conosciuto testo dedicato alla Resistenza vista dai finanzieri[1], nelle Marche l’attivismo partigiano era sorto immediatamente dopo il fatidico armistizio dell’8 settembre 1943, raggiungendo in breve una buona consisten­za. Esso comprendeva, grosso modo, circa una sessantina di gruppi, divisi in formazioni e bande, per la maggior parte autonomi tra di loro, chiamati ad operare in una zona molto vasta e massicciamente occupata dai nazi-fascisti, soprattutto per motivi bellici, come si ricorderà, pensando alla lenta avanzata degli anglo-americani. I patrioti marchigiani passarono immediatamente all’azione, rendendosi protagonisti di memorabili imprese ai danni del nemico. Il 19 gennaio 1944, ad esempio, la Brigata “Garibaldi” di Pesaro fece saltare i trasformatori della centrale elettrica del Belliso, mentre il 5 febbraio riesce, con successo, ad assaltare la stazione ferroviaria di Albacina, liberando 700 “reclute forzate” destinate all’Esercito della Repubblica di Salò.

    Nello stesso mese, i tedeschi vengono attaccati a San Ginesio e Meccia ed in altre località minori. Altre brillanti azioni patriottiche vengono messe a segno dalla Brigata partigiana  “Spartaco”, la quale, come ci ricorda il Generale Oliva, era composta da numerosi finanzieri, molti dei quali datisi alla macchia immediatamente dopo l’armistizio, pur di non servire sotto il giogo nazi-fascista. Nell’ascolano, in particolare, una formazione partigiana co­mandata da un ufficiale della Guardia di Finanza, il Sotto Sottotenente Gianmaria Paolini, si farà presto notare sia per il coraggio ed il valore delle proprie imprese, sia per la determinazione nel lottare il nemico. Come avremo modo di ricordare appresso, dopo l’armistizio, il Sottotenente Paolini, già comandante della Tenenza di Stretto, in Dalmazia, eludendo la vigilanza dei tedeschi, a bordo di due motobarche ex jugoslave raggiunse le coste marchigiane, con circa una diecina di finanzieri e parecchie armi da destinare alla lotta armata. A San Benedetto del Tronto, Paolini si mise immediatamente in contatto con i partigiani locali, tanto che già il 16 settembre ‘43, presso la locale caserma della Guardia di Finanza costituì la Banda partigiana che ben presto porterà il suo nome, anche se solo per distinguerla da altre formazioni, non certo per vanità: è bene ricordarlo !

    A questo manipolo di eroi dedichiamo il presente saggio, frutto di una ricerca presso gli archivi storici del Museo Storico del Corpo, ricorrendo quest’anno il 70° anniversario dell’esecuzione del giovane Gianmaria Paolini, figura di Eroe mai dimenticato dalle Fiamme Gialle e dalla Patria, per quanto oggi quasi sconosciuto ai più[2].

     

    1. 2.          Ma chi era Gianmaria Paolini ?

     

    Gianmaria Paolini nacque a Torino il 17 gennaio 1919, figlio di Vittorio, Dottore in medicina, membro di una benestante famiglia originaria di Garessio (Cuneo), famiglia che aveva dato all’Italia vari letterati e uomini di Chiesa, e di Paola Balbo, originaria anche Lei di Garessio, ove la famiglia viveva in Borgo San Francesco. Attratto dalla cultura sin dalla giovanissima età, Gianmaria compì con esito favorevole gli studi superiori, conseguendo la maturità classica nel corso del 1939. Dal suo stato di servizio apprendiamo anche che il ragazzo conosceva bene la lingua inglese, elemento questo non certo comune ai suoi coetanei e che probabilmente gli servirà in futuro, quando il Paolini, abbracciando, come vedremo, la vita partigiana entrerà in contatto con alcuni ufficiali alleati. Dopo essersi iscritto al primo anno di Giurisprudenza, il 27 novembre 1940, il giovane fu ammesso, quale allievo ufficiale, presso l’Accademia della Regia Guardia di Finanza, allora ospitata presso la Caserma “Vittorio Emanuele III” di Roma, Viale XXI Aprile, frequentatore del Corso “Val d’Astico”.

    La scelta della vita militare non fu del tutto casuale, anche perché nella famiglia Paolini, di militari e di ufficiali c’è ne erano stati anche in precedenza, e qualcuno si era pure distinto con grande onore e prestigio, come nel caso dello zio Federico, fratello del babbo, decorato di Medaglia d’Oro al Valor Militare per aver, da Capitano di Vascello, contribuito all’eroica difesa della legazione italiana a Pechino, durante la rivoluzione del Boxers, nel 1900[3]. Il corso biennale di formazione fu impegnativo, ma per uno studente universitario al passo con gli esami non fu gravoso tanto di più.

    Il Paolini fu così promosso Sotto Tenente il 1° settembre del 1942, pur rimanendo in Accademia onde completare il c.d. “Corso d’Applicazione”, ultimo passo prima della destinazione. Di lì a qualche mese, desideroso di combattere come gran parte dei giovani ufficiale d’allora, ancorché laureando in Giurisprudenza, il neo ufficiale vergò di proprio pugno la domanda di mobilitazione, indirizzata al Comando Generale del Corpo in data 17 novembre 1942, con la quale chiedeva apertamente di essere destinato, al termine del corso d’Applicazione, presso un Battaglione Mobilitato[4]. L’istanza fu ovviamente accolta, tant’è vero che in data 1° dicembre ’42, il giovane raggiunse Trieste, Centro di mobilitazione dell’XI Battaglione mobilitato, operante nei Balcani.

    Qualche tempo dopo, in seguito alla morte in combattimento del Tenente Leone Benvenuti, il Sotto Tenente Paolini viene, infine, destinato al comando della Tenenza di Stretto, ove rimarrà sino all’armistizio dell’8 settembre 1943.

     

    1. 3.          La Banda “Paolini”, operante nelle Marche.

     

    Dopo la resa italiana, con la comparsa sulla scena delle prime Bande partigiane jugoslave, il Sottotenente Paolini decise di schierarsi con queste, attendendo però il momento favorevole per rientrare in Patria. Ciò, in realtà, avverrà di lì a poco, allorquando, dopo aver raccolto il maggior quantitativo possibile di armi ed esplosivi, lasciò Sebenico, attraversando con altri Finanzieri e Soldati italiani l’Adriatico a bordo di una motovedetta della stessa Guardia di Finanza, comandata dal Sotto Brigadiere del contingente di mare Mario Mosconi, e di alcuni pescherecci.

    Qualche giorno dopo, durante la notte dell’11 settembre, il piccolo convoglio di italiani sbarcò a San Benedetto del Tronto, nelle Marche. Molto probabilmente, secondo alcune fonti, ivi compreso l’Oliva, il Paolini non arrivò, come tanti altri soldati italiani, a San Benedetto per caso, ma scelse volutamente quell’approdo, avendo la certezza di poter incrociare di lì a poco nelle Marche l’8^ Armata inglese, alla quale evidentemente unirsi per poter risalire con essa la penisola sino al suo Piemonte. In realtà, il rallentamento dell’avanzata degli alleati verso Nord cambiò i suoi piani, inducendolo a prendere con­tatti con alcuni esponenti del locale Comitato di Liberazione Nazionale, potendo così organizzare legittimamente sul posto una prima forma di guerriglia, operando attivamente anche nella zona dell’Ascensione, così come in altre località dei Comuni di Montalto e di Rotella.

    Nei giorni immediatamente successivi alla costituzione della Banda, il Sottotenente Paolini si renderà protagonista del salvataggio della flottiglia dei moto-pescherecci di San Benedetto, sui cui gravava il pericolo tedesco, la quale, alla guida del Guardiamarina Nebbia, riuscì a raggiungere indenne il Sud Italia, già liberato. Contemporaneamente riuscì a fare non pochi proseliti, attirando alla nuova formazione partigiana molti suoi colleghi finanzieri, numerosi altri militari, così come civili ed ex prigionieri alleati. Lo aiuteranno nell’organizzazione dell’unità uomini altrettanto valorosi, Fiamme Gialle di rare virtù come l’Aiutante di Battaglia del contingente di mare Pietro Iovine, il Brigadiere Tito Speca, l’indomito Finanziere di mare Antonio Magro, tutti aggregati, su richiesta dello stesso Paolini, alla Brigata di Finanza di San Benedetto, onde evitare i naturali sospetti da parte dei nazi-fascisti. L’azione resistenziale che farà conoscere in zona la pericolosità della Banda “Paolini”, e che fra l’altro giustificherà la concessione dell’unica ricompensa conferita all’eroe piemontese, si concretizzò il 15 settembre del ’43, all’interno della stazione ferroviaria di San Benedetto, ove si trovava in sosta un treno carico di tedeschi.

    PaoliniA ricostruirla furono l’Aiutante di Battaglia delle Fiamme Gialle Pietro Iovine ed il Finanziere Antonio Magro, ai quali lasciamo la parola, sicuri di fare piena luce su di un episodio per il quale alcuni storici locali hanno leggermente abbondato in fantasia, per quanto in buona fede, attribuendo proprio a quell’episodio la volontà del Paolini di seguire la via della Resistenza. “Mentre si lavorava per l’inquadramento dei giovani e per la loro sistemazione presso i contadini della frazione Ponte Rotto di San Benedetto – ricorda Pietro Iovine -  accadde il primo avvenimento degno di nota. Il sotto tenente Paolini con altri partigiani era intento a scaricare una mitragliatrice da un noto peschereccio, quando sentendo degli scoppi di bombe a mano in direzione della stazione, si diresse verso la stazione stessa e domandò che cosa stava accadendo. Seppe che un macchinista di treno, per allontanare i bambini che giocavano in mezzo alle rotaie, aveva tirato loro due bombe a mano a distanza in modo da spaventarli soltanto, ma per disgrazia una scheggia ferì ad un occhio un bambino in modo non grave. L’episodio sarebbe finito senza altre complicazioni, se una popolana non avesse incominciato ad inveire contro i tedeschi che erano in stazione, appoggiata dall’indignazione di tutti i presenti. Fu allora che il Paolini con sei o sette patrioti di recò nella caserma di Finanza dove già si trovavano numerose casse di bombe a mano e, con l’Aiutante di Battaglia Iovine, le distribuì agli uomini volenterosi di rispondere con atti di forza ad atti di forza. Tornati alla stazione, mentre gli uomini guidati dall’Aiutante di Battaglia Iovine turarono una settantina di bombe a mano contro il treno, il S. Ten. Paolini sparò ad un tedesco che fu mortalmente ferito e approfittando della confusione generale, si dileguò e raggiunse la località di Ponte Rotto, dove rimase finché cessarono le ricerche. Lo stesso dovette fare l’Aiutante Iovine con la famiglia e gli uomini del proprio reparto”[5].

    Nei giorni seguenti, resosi con­to che lungo la costa sanbenedettese sarebbe stato impossibile, soprattutto a causa dell’intensificarsi delle ricerche e dei rastrellamenti da parte dei tedeschi, condurre una efficace lotta armata, il Paolini, ottenuta l’adesione di molti altri patrioti sanbenedettesi si diede definitivamente alla macchia con i suoi finanzieri, preferendo portare l’azione principalmente verso l’interno del territorio marchigiano, dislocan­do inizialmente la Banda tra Acquaviva e Ripatransone, ma anche nel fondovalle del Tesino. In questo periodo, così come documentato da Iovine e Magro: “…fu di grande aiuto al Movimento patriottico il S. Ten. dei CC. RR. Carlo Dalla Chiesa che mise i bastoni tra le ruote ai poliziotti tedeschi”[6]. E’, questa, una notizia inedita nell’ambito delle vicende legate al Paolini, che con grande onore riportiamo in questo saggio, volendo offrire il giusto risalto a quel grande Carabiniere che tutti gli italiani ricordano con affetto e gratitudine, e che siamo certi avrà conosciuto ed apprezzato in vita il nostro personaggio principale[7].

    Torniamo alla narrazione dei fatti.  Man mano che la Banda “Paolini” s’andava ingrandendo in strutture di comando ed organici, importanti “capisaldi avanzati” furono organizzati lungo tutto il crinale che divideva il Tesino dalla Valle del Tronto. Pur tuttavia – nel frattempo – la costa non fu abbandonata a sé stessa, anche perché alla foce del Tronto dovette essere spo­stato il luogo di partenza dei motopescherecci diretti a sud (già in mano agli Alleati) e che, ovviamen­te, non poteva più mantenere il “capolinea” nella zona del porto di San Benedetto, dalla quale – lo ricordiamo a noi stessi – dal me­se di settembre fino a metà ottobre del ’43 moltissimi ex prigionieri anglo-americani avevano potuto raggiungere Termoli, per l’appunto a bordo di barche da pesca.

    Lo storico Oliva ci ricorda che gli anglo-americani venivano rac­colti in una casa nei pressi del c.d. “Ponte Lungo”, vicino al campo sportivo, per poi, ovviamente di notte, guadagnare a gruppi le vicine banchine portuali, dalle quali imbarcarsi verso Sud. Quando i tedeschi se ne resero conto, la Banda “Paolini” fu costretta a dirottare tale attività ver­so la citata foce del Tronto, ponendone a capo il prode Finanziere Antonio Magro, con il quale rimarrà in contatto grazie al posto radio voluto dal Colonnello Styvel a Castel di Croce. Nei mesi seguenti, con l’intensificarsi dei rastrellamenti nazi-fascisti nella zona, dopo aver assicurato la fuga di molti pescherecci, sia l’avamposto del Finanziere Magro che l’intera Banda “Paolini” si dovette trasferire a Ponte Rotto, località dalla quale, anche grazie all’inserimento tra le sue fila di due ufficiali inglesi, diede inizio alle sue prime azioni di guerra, nel corso delle quali si coprirà di gloria.

    Sarà la stessa popolazione marchigiana a dar manforte alla formazione partigiana capeggiata dall’ufficiale di Finanza, grata anche per ciò che i patrioti del Paolini avevano dimostrato a Monteparo, a Forca, a San Vittorio e a Monteleone, ove, dopo aver aperto a forza i silos dell’ammasso, distribuirono il grano alla gente affamata, ma anche per i soccorsi prestati alla popolazione in occasione dei numerosi bombardamenti. Il valore e la determinazione della Banda destò ben presto l’attenzione del truce fascista Giuseppe Roscioli, il quale, con i suoi sgherri ed informatori si mise a caccia di quei partigiani, inseguendoli per tutte le Marche. Una forte taglia viene posta sulla sua testa del suo capo, divenuto così il classico “pericolo pubblico numero uno”. La formazione si dovette così spostare da Ponte Rotto ad Acquaviva e da qui a Rovetino, località rivelatasi più sicura grazie all’ambiente roccioso e alla ricchezza di boschi.

    Vari, tuttavia, furono gli scontri sostenuti dai patrioti della “Paolini” contro i fascisti, tutti analiticamente ricordati dallo Iovine e dal Magro. Ponte Rotto, Sanili, Acquaviva, Monte Rinaldo, Forca e Ro­tella – come ricorda anche il Generale Oliva – sono le località nelle quali la Banda risolse a suo favore gli scontri con gli avversari, riuscendo persino a piombare in caso dello stesso Roscioli, nel corso di una memorabile impresa che porta la data del 17 febbraio[8]. L’efficienza della Banda era sostanzialmente dovuta all’alta percentuale di militari o ex militari che vi militavano. La sua struttura, per scelta dello stesso Sottotenente Paolini, era ispirata a rigidi criteri militari, tanto che gli uomini che ne facevano parte erano sottoposti ad una concreta forma di disciplina, mentre compiti e respon­sabilità venivano ripartiti nel corso di riunioni tattico-operative. Fu anche per tale impostazione che la “Paolini”, in più occasioni, fu in grado di opporsi con decisione ai rastrellamenti, infliggendo perdite notevoli sia alle truppe tedesche che agli odiati fascisti. Affratellata in animo ed azioni con l’intero apparto resistenziale marchigiano, la Banda “Paolini” corse spesso in aiuto di altre organizzazioni sorelle, come nel caso in cui ebbe modo di fornire consistenti aiuti in armi e mezzi alla formazione partigiana che operava a Colle San Marco al comando di un ufficiale dell’Esercito.

    Alla celebrità delle azioni patriottiche ad essa ascritte fece eco un infoltimento delle sue fila, tant’è che verso la fine del mese di febbraio del 1944, la “Paolini” decise di dividersi in due gruppi. Il primo, quello più consistente, che avrebbe operato in tutta la zona, rimase sotto il comando dello stesso Sottotenente Paolini, mentre il secondo fu lasciato in riserva a Rovetino. Ma il destino della formazione partigiana era ormai segnato. Anche se i vari scontri con i nazi-fascisti impegnarono decisamente la formazione, il morale dei suoi uomini non ne rimarrà intaccato. Anzi ! Nella prima decade del mese di marzo 1944, nel mentre i due gruppi della “Paolini” si trovavano ad operare a Rovetino e a Castel di Croce, i tedeschi diedero vita ad una gros­sa offensiva contro le formazioni partigiane operanti nelle Marche ed in Um­bria: offensiva che vide impiegate due Divisioni motorizzate; autoblinde e artiglieria pe­sante, ma soprattutto centinaia di uomini, truppe appositamente distratte dal fronte, reparti di SS e truppe dell’Esercito repubblichino. La Banda “Paolini”, com’è facile intuire, fu tra le prime organizzazioni patriottiche che la subirono. L’offensiva durerà circa un mese, concludendosi con fortissime perdite subite dai partigiani operanti nell’Appennino Umbro-Marchigiano. Secondo alcune fonti: oltre trecento morti tra patrioti e civili, per non parlare dei tanti catturati in vita, probabilmente deportati nei lager. Anche la nostra “Paolini” dovette cedere alla notevole sperequazione di forze. Attaccata a Rovetino e a Castel di Croce, subì anch’essa perdite cospicue. Molti dei suoi uomini caddero valorosamente, come Gino Capriotti, abbattuto sulla sua mitragliatrice; Antonio Tauro, Gaetano Mazzocchi, Giulio Danesi e tanti altri patrioti di pura fede. Fra i tanti caduti in mano nemica vi fu anche l’Aiutante di Battaglia Iovine, che nel frattempo combatteva con un altro gruppo nella zona di Monticelli di Monteprandone, acciuffato il 16 marzo.

    A quel punto, la si­tuazione precipitò inesorabilmente. I nazi-fascisti riuscirono persino ad individuare la riserva di armi ed i rifugi dei patrioti. La Banda “Paolini” si poteva ritenere ormai annientata, cessando virtualmente di esistere, come evidenzia il Generale Oliva. I suoi superstiti, per niente  fiaccati dal nemico, passarono così a far parte di altre formazio­ni patriottiche operanti nella medesima area. Nei giorni seguenti, tuttavia, per ordine del Comando Partigiano di zona, su consiglio del Comandante del Raggruppamento “Gran Sasso”, Maggiore Italo Postiglione, il Sottotenente Gianmaria Paolini fu inviato in missione al Nord, unitamente ad altri cinque patrioti, fra i quali il Sotto Tenente degli Alpini Settimio Berton ed il cannoniere sanbenedettese Francesco Fiscoletti, coetanei del nostro protagonista, i quali seguiranno il Paolini, dopo che il gruppo si era diviso a Macerata, onde percorrere strade diverse per far sì che almeno uno di loro raggiungesse la meta. Loro prima tappa sarebbe stata Firenze ed in seguito Torino. Dopo una durissima marcia a piedi, toccando le località di Ripatransone, Montegiorgio, Urbisaglia e San Severino, i tre eroi si impadronirono di una vecchia autovettura proprio a San Severino: autovettura a bordo della quale raggiunsero Foligno e poi Perugia. Tale scelta si dimostrerà fatale. Il 22 marzo 1944, mentre i tre percorrevano in macchina la zona di Lora Ciuffenna, in provincia di Arezzo, verranno fermati e catturati dalla Guardia Nazionale Re­pubblicana di San Giustino[9], dietro ordine d’arresto firmato dal Prefetto aretino Bruno Rao Torres. Trasferiti inizialmente nelle carceri Mandamentali di Montevarchi, i patrioti furono successivamente tradotti (era il 19 aprile) in quelle di San Giovanni Valdarno, ove appresero di essere stati condannati a morte, naturalmente senza subire alcun processo.

    Vani si dimostreranno i tentativi di salvarlo, compiuti dai superiori direttamente presso il Questore di Arezzo e dallo stesso padre del Paolini (che riuscì anche a riabbracciare il figlio il 28 di marzo, in una breve visita a Montevarchi), presso il Questore di Cuneo, come documentano gli archivi del Corpo. Pur tuttavia, la famiglia Paolini vivrà il dramma di Gianmaria con grande compostezza, peraltro avendo “sotto le armi” della Repubblica fascista altri due figli, bersaglieri presso la 3^ Compagnia di Monterosso, in provincia di Spezia. Ormai la vendetta stava per compiersi. I tre valorosi partigiani, dopo essersi salvati per l’opposizione popolare che ne impedì l’esecuzione nella pubblica piazza, il mattino del 24 aprile, verranno, infatti, fucilati da un Plotone della Polizia Ausiliaria, al comando del Sottotenente Renato Tartarotti, lo stesso giorno in località Santa Lucia, a San Giovanni Valdarno, una zona boscosa lontana da occhi indiscreti. La documentazione conservata presso il citato Museo Storico del Corpo ci conferma che due giorni prima di morire, Gianmaria Paolini chiese di parlare con il co­mandante della Brigata della Guardia di Finanza di San Giovanni Valdarno, il Maresciallo capo Salvatore Sale, al quale volle confidare, oltre al credo antifascista, la propria attività partigiana e l'incarico avuto dal Comando dei patrioti delle Marche[10]. Nel fatidico momento della fucilazione – erano le 10 di mattina di una stupenda giornata di aprile - l’ufficiale delle Fiamme Gialle apparve sereno, sia nell’animo che nella forma esteriore, trovando anche il coraggio di gridare “Viva l'Italia”, prima che i carnefici gli esplodessero contro i colpi delle loro armi. F

    u, questa, la testimonianza più toccante che Don Aldo Forzoni, cappellano di San Lorenzo, ma soprattutto del frate francescano Teodosio Cardini e di Mons. Cesare Vannucci, testimoni oculari dell’esecuzione sommaria, racconteranno ai posteri, primi fra tutti all’anziano padre e alla fidanzata del Paolini[11]. Inizialmente sepolti presso il locale cimitero, i tre patrioti marchigiani, per iniziativa della locale Sezione dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, furono riesumati la mattina 24 aprile del 1946, per poi raggiungere finalmente i paesi d’origine delle vittime. Il giorno seguente, i resti mortali di Gianmaria Paolini partirono alla volta di Garessio, in Piemonte, ove sono tuttora sono venerati nella cappella di famiglia, lì tumulati il 28 seguente nel corso di una solenne cerimonia. Per fortuna, i due responsabili dell’eccidio di San Giovanni – ci piace ricordarlo in questa sede – non sfuggirono alla giustizia degli uomini.

    Mentre l’ex Prefetto Rao Torres fu condannato, nell’ottobre del 1947, a 30 anni di reclusione, da parte della Corte Speciale d’Assise de L’Aquila, il Tartarotti, nel frattempo promosso Capitano delle famigerate “Brigate Nere”, verrà, invece, fucilato a Bologna, ove era stato catturato subito dopo la Liberazione. In ogni caso, Gian Maria Paolini non fu dimenticato dal suo Paese. Già nel marzo del 1945 (ricordiamo ai più giovani che Roma era già stata liberata nel giugno del ’44), la Direzione Generale del Movimento Partigiano richiese al Comando Generale della Guardia di Finanza tutta la documentazione possibile sul Paolini, onde proporlo eventualmente per una ricompensa al Valor Militare[12].

    Analoga iniziativa fu intrapresa dal Comandante del Raggruppamento partigiano “Gran Sasso”, Italo Petroni, che propose l’ufficiale delle Fiamme Gialle per la Medaglia d’Argento al Valor Militare[13], mentre la Commissione Regionale Marchigiana per il riconoscimento della qualifica di partigiano lo propose per quella d’Oro. A tali iniziative fece seguito, nel marzo 1946, la proposta di conferimento della Medaglia d’Oro, sempre al Valor Militare, voluta personalmente dal Comandante Generale del Corpo[14]. Fu solo nel 1948, con D.P.R. in data 1° di dicembre, che alla memoria del giovane capo partigiano verrà concessa la Medaglia d’Argento al Valor Militare, in luogo della citata Medaglia d’Oro, e solo per un’azione specifica, anziché per tutto il ciclo operativo sostenuto dal capo partigiano, così come aveva proposto il Comando Generale del Corpo. Ad essa affidiamo la conclusione del saggio, ricordando che all’eroico ufficiale la Guardia di Finanza ha dedicato alcune caserme ed una nave-scuola, così come alcune Vie pubbliche gli sono state intitolate a San Benedetto del Tronto e a Garessio.

     

    “Valoroso ufficiale reagiva con indignazione ad atti di crudeltà commessi da militari tedeschi in sosta in una stazione ferroviaria, costringendo con lancio di bombe a mano il convoglio nemico ad allontanarsi. Al comando di una banda di partigiani sosteneva per un intero ciclo operativo numerosi scontri con i nazifascisti distinguendosi per coraggio, ardimento e sprezzo del pericolo. Catturato dall’avversario veniva condotto al supplizio che seppe affrontare con fermezza al grido di Viva l’Italia. Zona Picena, settembre 1943 – aprile 1944”.

     

     *Capitano, Direttore del Museo Storico e Capo Sezione1454555 Ufficio Storico Guardia di Finanza.



    [1] Giuliano Oliva, “La Guardia di Finanza nella Resistenza e per la Liberazione”, edizione Scuola di Polizia Tributaria – Roma, 1985.

    [2] Dell’eroe piemontese ne tracciò ampia testimonianza Michele Poveromo nel suo poco noto libro “I Nostri Morti nella Guerra 1940 – 1945”, Tipografia Arti Grafiche Friulane – Udine, 1947, pagg. 139-141.

    [3] Apparteneva alla famiglia anche il Generale Vincenzo Paolini, decorato della Croce dell’Ordine Militare di Savoia per il comportamento tenuto durante la recente campagna Italo-Etiopica.

    [4] Archivio Museo Storico Guardia di Finanza (dora in poi AMSGF), Fondo U.G.A., Sezione 675, f. 8, “Documentazione relativa al S.T. Paolini Gian Maria”.

    [5] AMSGF, Fondo U.G.A., Sezione 675, f. 8, “Documentazione relativa al S.T. Paolini Gian Maria”, “Dichiarazione dell’Aiutante di Battaglia mare Iovine Pietro e Finanziere Magro Antonio circa l’attività svolta dal Tenente Paolini Gianmaria”, rilasciata a Civitavecchia in data 7 aprile 1945, pag. 1.

    [6] Ibidem, pagg. 1 e 2.

    [7] Ricordiamo che in quel contesto storico (settembre 1943), il Sotto Tenente Carlo Alberto Dalla Chiesa era il Comandante della Tenenza dei CC. RR. di San Benedetto del Tronto, reparto che resse ancora per poche settimane, passando anche lui alla macchia, dopo essersi rifiutato di eseguire rastrellamenti al fianco dei nazi-fascisti, schierandosi così apertamente con la Resistenza.

    [8] Ricordano lo Iovine ed il Magro che fu solo per l’intervento della moglie e dei figli piccoli del fascista che il Paolini, commosso dalla scena, decise di lasciare in vita il Roscioli, ottenendo da questi la promessa di non interessarsi più di politica. AMSGF, Fondo U.G.A., Sezione 675, f. 8, “Documentazione relativa al S.T. Paolini Gian Maria”, “Dichiarazione dell’Aiutante di Battaglia mare Iovine Pietro e Finanziere Magro Antonio circa l’attività svolta dal Tenente Paolini Gianmaria”, rilasciata a Civitavecchia in data 7 aprile 1945, pagg. 2 e 3.

    [9] Località della Val Tiberina, a circa 66 km a nord di Perugia.

    [10] AMSGF, Fondo U.G.A., Sezione 675, f. 8, “Documentazione relativa al S.T. Paolini Gian Maria”, nota n. 275 in data 20 aprile 1945 del Comando Generale del Corpo indirizzata al Comando Zona Speciale R. G- Finanza di Roma.

    [11] Copie delle lettere del Cardini e del Vannucci sono conservate nel fascicolo dedicato al Paolini e di cui alla precedente nota.

    [12] Lettera in data 14 marzo 1945, prot. n. 622 e lettera in data 5 aprile 1945, a firma del Segretario Generale del Movimento, Col. Dolfi. In AMSGF, Fondo U.G.A., Sezione 675, f. 8, “Documentazione relativa al S.T. Paolini Gian Maria”.

    [13] Copia della proposta priva di data si trova in AMSGF, Fondo U.G.A., Sezione 675, f. 8, “Documentazione relativa al S.T. Paolini Gian Maria”.

    [14] I contenuti della proposta sono racchiusi in un promemoria stilato dall’Ufficio del Generale Addetto al Comando Generale del Corpo in data 30 marzo 1946. In AMSGF, Fondo U.G.A., Sezione 675, f. 8, “Documentazione relativa al S.T. Paolini Gian Maria”.

     

     

    Sentitamente ringraziamo il cap. Severino per questo sostanziale contributo alla conoscenza della nostra storia regionale e del concorso dei finazieri alla liberazione delle nostre terre. Lo ringraziamo ancor più perché con il suo impegno ci aiuta fattivamente a rendere questo sito un luogo dove la ricerca storica é elemento fondamentale e qualificante.

    Lo ringraziamo insieme agli altri nostri collaboratori che anch'essi contribuiscono e con i quali auspichiamo una continuità in questo sforzo comune di presentare storie, sentimenti e ragioni che sono le radici del nostro Paese.  Grazie.

    Armando Duranti

  • A volte, nell'enfasi della pubblica denuncia travestita sotto le mentite spoglie di un improbo giornalismo d'assalto, nel mettere in un calderone tutto quello che "appare", si prendono quelle che nell'accezzione comune si chiamano "cantonate"; in buona fede certo, ma sempre cantonate.

    E' il caso di Carmine Gazzanni dell'Espresso il quale facendo le pulci, o meglio, i conti in tasca alle associazioni cosiddette di ex combattenti, reduci ecc, per i fondi statali che questi enti o associazioni ricevono dallo Stato, tira in ballo la stessa ANPI.

    La risposta precisa del presidente nazionale Smuraglia di cui sotto, é ampiamente esaustiva dell'argomento.

    Ciò che vogliamo aggiungere é la nostra personale esperienza che viene da dieci anni di Premio Nazionale Fabrizi.

    Al di là che ringraziamo il presidente nazionale Smuraglia per aver citato la ns. manifestazione la quale si é avvalsa dell'attenzione, sotto forma di patrocinio, dellla Presidenza della Camera,  la nostra esperienza cui parlavamo sopra é stata quella che avemmo nel 2010 con alcuni colleghi del Gazzanni: Concita De Gregorio e Sandro Ruotolo.

    La De Gregorio in particolare, che oggi fa parte dello stesso gruppo editoriale del Gazzanni e allora direttore dell'Unità, ricevette, appunto, il Premio Nazionale ANPI Fabrizi.

    La partecipazione alla cerimonia di consegna della De Gregorio fu memorabile per noi (due intere pagine dell'Unità dedicate), come pure quella dei tanti altri emeriti che si sono  gentilmente avvicendati a ritirare il premio "dei Partigiani"  (leggi: De Bortoli,Cazzullo solo per citare altri colleghi). Quella presenza fu memorabile anche per la De Gregorio  perché fu solo allora che il direttore del giornale di Gramsci ebbe coscienza di cosa fosse davvero l'ANPI del 2000: diversi anziani certo, forti come quercie nello spirito combattente, ma anche attivisti di mezz'età e molti, moltissimi giovani.

    Giovani che credono molto meno nei partiti (purtroppo, ma non é ai ragazzi che si può imputare questo.) ma molto di più nelle Istituzioni democratiche che i partigiani rappresentano nella loro accezione più genuina.

    Da quel 25 aprile del 2010 la De Gregorio tornò a Roma con una visione davvero diversa su cosa fosse l'associazione dei Partigiani e iniziò una campagna di promozione dell'ANPI in cui coinvolse, oltre alla Dacia Maraini, tante persone della cultura del nostro Paese.

    Ecco, a Gazzanni chiediamo di fare una telefonata alla Sua illustre collega e di farsi raccontare l'ANPI di oggi; quella che ben evidenzia il presidente Smuraglia in questo intervento, quella delle migliaia d'iniziative culturali tese a rinnovare, specie nelle nuove generazioni, la memoria dei resistenti e la coscienza delle Istituzioni repubblicane.    

                                                                                                                                                                                                      Armando Duranti

    Ho letto un articolo sul suo settimanale del 23.1.2014, a firma Carmine Gazzanni e col titolo “Sprechi. Dai garibaldini agli antifascisti. Quanto ci costano gli ex combattenti”.

    Ovviamente, non mi occupo delle altre Associazioni citate. Ma poiché c’è un riferimento anche all’ANPI (Associazione nazionale partigiani d’Italia), definita “pur importante”, vorrei fare una precisazione: è vero che all’ANPI sono assegnati 65.300 euro annui, ma che questo sia uno spreco ingiustificato è davvero dubitabile. L’ANPI è un’Associazione di fortissima tradizione, eretta in Ente morale fin dal 1944, che conta oggi circa 130.000 iscritti, con molti organismi periferici dislocati sul territorio e con un ritmo di attività intensissimo, perché realizziamo iniziative su temi tutt’altro che “reducistici” (ad es. le stragi nazifasciste del 1943-45, l’antifascismo europeo, le donne e il fascismo, la Costituzione e i progetti di riforma, e così via). Facciamo pubblicazioni, abbiamo una Rivista assai accreditata (“Patria”) e una news-letter settimanale. Abbiamo avuto importanti riconoscimenti, in occasione di recenti convegni da noi organizzati, dal Presidente della Repubblica, dai Presidenti delle Camere, dal Presidente del Parlamento europeo Schulz. Tutto questo è così poco “inutile” che di recente abbiamo ottenuto che la Repubblica federale di Germania si assumesse il finanziamento di un progetto per la creazione di un “Atlante delle stragi”.

    A fronte di tutto questo, è evidente che 65.000 euro sono una somma irrisoria, rispetto alla nostra attività ed – a maggior ragione – ridicola rispetto alle complessive spese dello Stato. Se riusciamo a fare tante cose, ad avere tanti iscritti, è solo perché abbiamo un volontariato molto convinto e tanti iscritti che pensano che la parte migliore della nostra storia meriti di essere non solo conservata, ma rielaborata e fatta conoscere alle nuove generazioni.
    Carlo Smuraglia, Presidente Nazionale ANPI

    Questa la risposta del giornalista dell'Espresso. 

    Gentile Presidente,
    i fondi elargiti a pioggia, senza valutazioni di merito, vanno a discapito proprio delle associazioni come l’Anpi, il cui impegno, anche sociale, non è in discussione
    grazie

  • Ospitiamo anche oggi un'altro testo tra quelli composti dalla 5A del Liceo Scientifico Tecnologico dell’IIS “Giovanni Giorgi” di Milano dopo un viaggio di vera "istruzione" nei luoghi dove l'Olocausto ebraico ebbe il suo tragico esito.

    Un luogo lontano dalla civiltà

    di Maria Frunza

    Grazie alla provincia di Milano e all’impegno dei nostri professori, abbiamo contribuito a tenere vivo il ricordo mediante il viaggio della memoria, incontri sul tema della Shoah e discussioni con superstiti e testimoni, ricorrendo anche a letture di poesie, canzoni, libri. L’esperienza del “viaggio della memoria” ha indirizzato centinaia di studenti a visitare il campo di concentramento di Mauthausen, scelto come destinazione dell’anno 2013.

    Dopo un lungo viaggio ci troviamo nel nord dell’Austria, nella città di Linz, dove alloggiamo per prepararci alla visita del giorno seguente al campo di concentramento.

    Eccoci pronti, ci avviamo verso il lager, siamo guidati su questa collina che porta i segni della sofferenza e ci troviamo in alto, in un luogo isolato, lontano dalla civiltà. L’ambiente sembra soffocante, forse a causa del forte vento che infastidisce o forse perché quel posto così triste custodisce ancora i bisbigli di tutte quelle voci che venivano oppresse nel dolore e nel silenzio. Quando mi trovai di fronte ai portoni dell’ingresso del lager, la mia mente si rappresentò le marce di quelle persone che come me entrarono ma che non uscirono più.

    Entrata dentro, fui turbata dalle maestose e imponenti mura che sembravano inghiottirti, isolarti, incutono paura e soffocano ogni sentimento di libertà e di pace. Infatti, nel varcare quella porta, le persone un tempo diventarono dei codici, dei semplici numeri per essere gestite con maggiore facilità dalle SS. Queste persone vennero spogliate della loro identità, divise dai loro cari, ammassate in baracche dove lo spazio era perfettamente calcolato in modo da ottenere il maggior numero di posti letto possibili.

    Nei campi di concentramento i deportati venivano impiegati in condizioni di vera e propria schiavitù nei lavori gravosi. L’alimentazione non soddisfaceva il bisogno giornaliero, gli orari erano oltre i limiti fisiologici, in modo da ottenere il più alto grado di prestazione. In queste condizioni i prigionieri assumevano progressivamente la stessa fisionomia: capi rasati, stesso peso, corpi ridotti a scheletri fragili, visi scavati, occhi vuoti e passivi come automi con uno spirito ormai morto. Diventando così, le guardie non faticavano a vedere queste persone come una razza a sé, una razza inferiore su cui è lecito commettere soprusi, violenze, torture senza avere pietà o rimorso.

    Quando la guida raccontava questi fatti orrendi, meditavo su come questo sia stato possibile in una società evoluta del XX secolo, in cui sembra però essere scomparsa ogni forma di civiltà. Questo dimostra quanto gli esseri umani siano facili da manipolare da figure autoritarie che sappiano come imporsi agli altri. Questi sistemi si sono presentati continuamente nella storia, ma il sistema nazista è stato il più catastrofico in assoluto. Per questo è necessario ricordare, per vincere l’apatia che purtroppo è diffusa e può risultare molto dannosa, perché tutto si può ripetere e le persone si potrebbero trovare di nuovo impreparate.

    Su una didascalia nella stanza del crematorio si trova la scritta: “Da questi forni e da queste ceneri nasce il richiamo alla pace nel mondo. I superstiti italiani”. Ora sta a noi contribuire a mantenere la pace, e dobbiamo ricordare di non darla per scontata, perché spesso gli equilibri in cui viviamo sono precari. L’esperienza che ho vissuto è stata importante, perché mi ha insegnato a dare peso a ciò che è accaduto e riflettere di più sul mio presente e la mia società.

  • L’ANPI di Osimo comunica con grande soddisfazione e ammirazione che al capitano della Guardia di Finanza, Direttore del Museo Nazionale della Guardia di Finanza, storico dell’Arma delle Fiamme Gialle e collaboratore del ns. sito anpiosimo.it  Gerardo Severino, il Presidente della Repubblica sen. Giorgio Napolitano ha conferito l’importante onorificenza di Commendatore dell'Ordine al Merito della Repubblica Italiana.

    Ricordando l’impegno del cap. Severino per lo studio e per la diffusione della conoscenza dell’azione della Guardia di Finanza nella Resistenza e nella Lotta di Liberazione, non possiamo che rallegrarci perché la Repubblica Italiana, ancor che riconoscere il giusto merito a chi quella straordinaria storia difende, con questa onoreficenza concessa, riafferma l’attualità e la  centralità di quegli eventi che hanno determinato e determinano la storia democratica di questo Paese.

    I nostri più sinceri complimenti.

    Armando Duranti
    Presidente ANPI Osimo
     
    Questo il testo del ns messaggio al comm. Severino:

    Ill.mo Commendatore Severino,

    a titolo personale e dell'intera sezione di Osimo, siamo veramente compiaciuti dell’alto riconoscimento a Lei conferito che, senza dubbio, La ripaga moralmente per il grande impegno profuso nel sostenere le radici storiche di questa nostra repubblica, dell'Arma cui appartiene e della Lotta di Liberazione. Di nuovo congratulazioni.

  • Io cosa avrei fatto?

    di Davide Di Gregorio

    Le sensazioni provocate da questo viaggio sono strane e difficili da esprimere. L’unione tra il piacere di essere in viaggio con la propria classe e il macabro spettacolo dei campi di concentramento è troppo contrastante. Tutta la serenità, i sorrisi, le risate rimangono chiusi nel pullmann e sembrano qualcosa di lontano non appena si è davanti alle mura di Mauthausen.

    L’immaginazione si mischia a frammenti di documentari sull’olocausto, che, pur riportando fedelmente i fatti accaduti, trasmettono emozioni che sono lontane anni luce da quelle provate quando ci si trova di persona in un campo di concentramento. Cammino e penso che poche decine di anni fa migliaia di persone hanno calpestato quella stessa terra, ma in una situazione decisamente diversa.

    Provo a immaginare le scene verificatesi proprio nello stesso luogo in cui mi trovo, tutte le crudeltà, le uccisioni, le violenze fisiche e psicologiche. Ma purtroppo mi rendo conto che in questo caso la realtà ha superato di gran lunga qualsiasi tipo di immaginazione. Tutto sembra così surreale, così lontano dal mondo in cui vivo, ma basterebbe scavare un po’ più a fondo per scoprire che in realtà il mondo e gli uomini sono rimasti sempre gli stessi. A chi si è chiesto e si chiederà se una cosa simile potrà mai riaccadere, Primo Levi ha risposto semplicemente: “E’ accaduto, quindi può accadere ancora”.

    Intanto la visita al campo procede e ogni stanza, ogni racconto rende sempre più dettagliata l’immagine di come era quell’inferno durante il dominio nazista. Ci si chiede come sia stato possibile, perché tante persone sono rimaste in silenzio, perché nessuno ha fatto niente per impedirlo. Ma poi mi domando: io cosa avrei fatto?

    Usciti dal campo di Mauthausen, qualsiasi sorriso, qualsiasi risata sembra fuori luogo di fronte a tanta sofferenza, persino il sole che illumina il campo sembra inopportuno. La sofferenza ancora imprigionata in quel luogo rende tutto più cupo, scuro.

    Finita la visita si cerca non di dimenticare, ma di non pensare, accantonando tutte quelle immagini ed emozioni nate all’interno del campo. È come quando si cerca di superare un lutto, ci si distrae e si prova a non pensare. Ma il ricordo è ancora vivo, la ferita è ancora aperta nel cuore di tutti gli uomini. Nonostante tutti i buoni propositi, si ha sempre il timore che tutto ciò possa riaccadere. Pensandoci, la nostra società non è cambiata, esistono ancora discriminazione e odio razziale. Si è sempre in bilico tra tolleranza e intolleranza: basterebbe una lieve spinta per far precipitare nuovamente l’umanità in una situazione di profonda intolleranza.

    Questo viaggio lascia in me indignazione e vergogna. Vergogna di essere un uomo proprio come quegli uomini che hanno commesso tali atrocità. Ma d’altro canto mi rendo conto che sono tanti piccoli atteggiamenti quotidiani, tanti pregiudizi che tuttora esistono che potrebbero un giorno sfuggire al nostro controllo e permettere che il dramma dell’olocausto si ripeta.

  • Proseguono le ns. pubblicazioni dell'iniziativa Vivalascuola cui trattavamo nel precedente articolo a riguardo. Questo il secondo appuntamento.

     

    Un viaggio che tutti dovrebbero fare

    di Aimen Finear

     

    Il viaggio effettuato tra il 29 e il 31 gennaio 2013 è stato un ritorno al passato attraverso il quale abbiamo riflettuto e sofferto, grazie a una delle più profonde capacità dell’uomo, l’empatia.

    Partiti da Milano alle 7 del 29 gennaio, siamo giunti a Linz verso le 19, dopo varie pause. Linz è la città (vicina al campo di lavoro che dovevamo visitare) dove c’era il nostro albergo. La mattina dopo siamo partiti verso la meta prefissata. Già nell’aria si sentiva che sarebbe stata una giornata straziante.

    La prima tappa fu il campo di Gusen. Del lager rimane il luogo più simbolico, la camera con i forni crematori. Attorno c’erano case, ville e piccole fattorie, e già lì il mio animo rabbrividiva. Come faceva quella gente a vivere in quel luogo, sopra i corpi e le macerie di migliaia di persone morte senza motivo? Come faceva a essere indifferente? Solo al pensiero io scapperei lontano per non sentire nemmeno l’odore dell’aria di quel luogo che non può essere chiamato cimitero e forse neanche inferno.

    La visita durò poco perché ci aspettava il lager di Mauthausen, situato su una collina, appena sopra il paese dove vivevano i cittadini austro-tedeschi. Scesi dal pullmann, ci imbattemmo subito nel cancello del lager. Sulla cima del cancello c’era una scritta: “Arbeit macht frei”, che in tedesco significa “Il lavoro rende liberi”. Una frase che considero crudele, una presa in giro, come dare una falsa falsissima speranza che rendeva ancora più orribile ciò che succedeva lì dentro.

    Non ero neanche entrato nel lager e già l’ansia si impadroniva di me. Le strade larghe, la terra fangosa, i colori freddi e la povertà del posto incutevano paura, ansia, tristezza e a ogni passo, accompagnato dalle parole della guida, apparivano sempre più nitide come allucinazioni le scene quotidiane di quel luogo durante il terzo reich.

    La situazione diventò più difficile all’interno degli edifici, le camere dove i deportati venivano ammazzati, le camere a gas e i forni crematori: era tutto impressionante. In quei luoghi non esistevano uomini, i deportati diventavano oggetti, i nazisti le macchine di morte più orribili del mondo. Nella storia non è mai esistita un’organizzazione statale che avesse il compito di sterminare un popolo, quello ebraico; per non parlare dei rom, degli avversari politici, dei non ariani. E questo orrore purtroppo non svanirà mai da quella terra e dal mondo intero.

    Usciti dal lager ci trovammo in una situazione commovente ma abbastanza ipocrita: stava iniziando la commemorazione degli italiani morti nel lager. Come se quegli italiani fossero stati gli unici a essere stati deportati, torturati e uccisi. Nonostante ciò partecipai in silenzio e con rispetto.

    Il culmine della visita fu la sera stessa, in un castello bellissimo e maestoso, dove c’era un lato nascosto che vorrei non ricordare. Lì, nel castello di Hartheim, nacque l’organizzazione della disumanizzazione. Esso era la scuola dello sterminio: tutti i soldati nazisti che uscivano da lì furono comandanti di campi di lavoro e di sterminio. Lì furono ottimizzate le pratiche di sterminio, usando i disabili come cavie, perché considerati esseri inferiori.

    Ed è sempre lì che persi una parte del mio buon senso, in un istante mi sono trasformato in uno di quelli, sarei voluto tornare indietro nel tempo e mostrare a quei mostri cosa volesse dire essere vittima indifesa, priva di ogni forma di diritto. Sarebbe stato scendere al loro livello, ma in quel momento non mi importava. Uscire da lì fu come fare ritorno a me stesso. La rabbia si trasformò in disprezzo, orrore e voglia di essere diverso da quelli.

    Tutta la notte fui preso da sgomento e incredulità. Nel viaggio di ritorno tutti erano storditi da questo cammino verso il ricordo e la riflessione. Ed è il ricordo il valore fondamentale dell’iniziativa: ricordare, trasmettere ai nostri figli, non sbagliare più, fare entrare nelle nostre limitate teste il vero significato dei valori di uguaglianza, amore e pietà. Più che un viaggio fisico è stato un viaggio spirituale, qualcosa che tutti dovrebbero fare per aumentare in se stessi la coscienza del valore della vita di ogni singolo organismo in questo universo.

  • Abbiamo letto solo stasera una mail del prof Giorgio Morale che ci segnalava queste "righe di emozioni" di alcuni alunni che hanno visitato i luoghi della Memoria indicati nei campi di sterminio di Mauthausen, Hartheim e Gusen.   Ci é sembrato giusto che oggi abbiano spazio nel nostro sito i sentimenti dei giovani se é vero che, in primo luogo, a loro é destinato il testimone della Memoria.  Per par nostro ringraziamo attraverso il prof. Morale tutti quegli insegnanti che nella passione per la loro primaria professione, investono tutto se stessi per dare non solo nozioni di italiano, matematica ecc, ma per preparare i futuri cittadini, i futuri dirigenti di questo martoriato Paese. I testi sono stati pubblicati su lapoesiaelospirito.wordpress.com/. Non pubblicheremo tutti i testi insieme per dare l'attenzione dovuta ad ogniuno di questi giovani.

    Armando Duranti

    Bisogna ricordare ogni giorno

    di Sara Bosco

     Ho un’immagine fissa stampata nella mia testa. È l’immagine di quando sono entrata in una delle baracche.

    Inizialmente sembravano casette di legno uguali a quelle dei nostri attuali villaggi turistici, i cosiddetti bungalow; poi mi sono fermata un attimo davanti a una delle finestre della baracca, il vetro era vecchio, sporco e si vedeva a malapena fuori perché le piccole macchie marroncine fatte dal tempo oscuravano la visuale. Così ho chiuso gli occhi e per un attimo mi sono immaginata accanto a me una persona di massimo 30 chili, con la pelle scura per la sporcizia e gli occhi tristi e pieni di dolore, ma di un blu candido e limpido, che guardavano fuori dalla finestrella. E per un attimo ho avuto due immagini parallele, la mia, che poteva solo immaginare cosa volesse dire guardare fuori da quella finestra in quei giorni bui; e quella della persona da me evocata che vedeva solo una fine già decisa e che in fondo stava aspettando quasi con ansia, perché sapeva che sarebbe stata l’unica “via d’uscita”.

    Entrambe le immagini erano accomunate da una cosa, il dolore. Forse il mio non è giustificato, perché io non posso neanche immaginare cosa volesse dire, non vivere, ma cercare di sopravvivere in quella realtà, però provo ugualmente dolore ed è un dolore reale, di quelli che ti fanno sentire un peso allo stomaco e ti fanno mancare l’aria. Dolore dato dal solo immaginare ciò che può aver provato ogni persona che è stata in un campo di concentramento. Non ho la minima idea di cosa possa voler dire non poter mangiare e bere, non poter neanche pensare per la paura, non so cosa voglia dire provare ad immaginare che ciò che è accaduto possa riaccadere.

    Ciò che è accaduto in quei campi a quelle persone andrebbe ricordato ogni giorno, non solo nel cosiddetto “giorno della memoria”, perché sono tutti bravi a fare i moralisti un giorno all’anno e poi fare i razzisti per i 364 giorni restanti.

    Io odio l’ingiustizia che regna sovrana nel nostro mondo. Chiudiamo gli occhi di fronte a cose di una gravità inaudita come questa, perché è più facile dire di non sapere, non capire e non pensare. È più facile pensare che la realtà che ci sta attorno non ci riguardi. Ma il nostro mondo sarebbe in grado di difendersi se dovesse riaccadere una cosa del genere? Io questa cosa me la domandavo spesso ed era una dei motivi per cui ero restia a fare questo viaggio. Non perché non voglia ricordare, ma perché sapevo che sarebbe stato un viaggio difficile.

    Quando siamo arrivati al campo, la prima cosa che abbiamo visto è stata una muraglia chiamata “muro del pianto” perché le persone quando arrivavano al campo erano costrette a spogliarsi di tutto e a restare fino a un massimo di 24 ore inginocchiate, nude, al freddo, senza cibo e senza acqua; la chiamavano “selezione”. Non riesco nemmeno a esprimere la rabbia che mi fa immaginare che delle persone, degli esseri umani in carne ed ossa, abbiamo dovuto subire un’umiliazione simile. “Schifo” è la parola che può definire questi fatti.

    Il punto è che, se vedi questi posti, non penseresti mai che possa esserci stato qualcosa di così terribile dentro. Perché non è rimasto nulla di particolarmente significativo, però poi ti trovi ad ascoltare racconti, a vedere filmati o piccoli segni sui muri, che ti portano a ricordare tutto.

    Io non sono riuscita a entrare nella maggior parte dei luoghi che abbiamo visitato. Non riuscivo a star dentro perché sentivo un senso di dolore opprimente. È stata una delle esperienze più dure che abbia affrontato, perché, come in tutte le cose, fino a che non le vedi con i tuoi occhi non puoi renderti conto di quanto facciano male.

    Entrare in quelle stanze sottoterra, con il soffitto appena sopra la mia testa e quelle pareti di un grigio che poteva rappresentare solo dolore. Non so come sia potuto accadere tutto ciò. Non me ne capacito. Ma so che vedere tutto così da vicino mi ha fatto sentire vicino anche il dolore. Mentre eravamo in pullmann guardavo dal mio finestrino il paesaggio che circondava i campi e in sottofondo ascoltavo l’audio del video che parlava proprio del fatto che la maggior parte delle persone che abitano nei dintorni non si ricordino neanche di aver così vicino questi luoghi.

    Ma ciò che mi ha più colpito è stata la visita al castello di Hartheim. Dal di fuori un castello normalissimo, ma mi è bastato vedere un video sul pullmann per capire che quello che avremmo visto mi avrebbe segnato ancora di più dei campi.

    All’interno del castello oltre alle camere a gas c’è un museo. Cinque stanze piene di foto a dimostrazione del maltrattamento dei disabili che avveniva lì dentro. Maltrattavano, violentavano e uccidevano i disabili. Quando penso a queste cose mi verrebbe da mettere in dubbio anche l’esistenza di un “ente superiore”, perché mi chiedo quale Dio che ami i propri figli sarebbe stato fermo a guardare mentre subivano tutte quelle violenze. Ciò che mi fa ricredere è la mia forte convinzione del fatto che tutto, qualsiasi cosa ci accada, accade perché dobbiamo imparare qualcosa.

    Ciononostante non so come una mente umana possa arrivare a concepire di maltrattare dei disabili, persone che sono già state messe a dura prova dalla vita fin dalla nascita. Vedere le immagini di quel museo e la sedia a rotelle su cui venivano trasportati mi ha fatto rabbrividire. Sono stata una decina di minuti a fissare quella sedia con le lacrime agli occhi. Ne ho osservato ogni dettaglio. Dalle ruote alla cintura per bloccare le persone, alle maniglie utilizzate per spingerle. Era una sedia blu. Mi sono immaginata una persona seduta lì, impaurita, fragile, spaventata. E dietro un uomo con il volto duro e freddo, senza pietà, che la spingeva. In quel momento ho provato odio, schifo, ribrezzo. Per un momento mi sono vergognata di essere un essere umano.

    Non credo ci possa essere una spiegazione razionale a tutto ciò. La verità è che io ho paura. Ho paura che tutto ciò possa risuccedere per davvero e ho paura che la maggior parte delle persone non se ne renda conto. Non so quale meccanismo malato possa scattare nel cervello di una persona per portarla a compiere gesti simili. Mi pongo spesso questa domanda, ma temo che non troverò mai una risposta.

    Provo dolore per quanto è successo. Provo dolore per lo schifo che vedo ogni giorno nel mondo. Ma amo la vita più di ogni altra cosa e, se ricordare ciò che è successo in passato, cercare di trasmetterlo a coloro che mi stanno vicini, può servire per fare in modo che ciò non succeda un’altra volta, allora è ciò che farò.

     

     

  • La Resistenza é un concetto ampio cui il movimento partigiano ha avuto, senza dubbio alcuno, un ruolo primario. Ma le prime bande partigiane si emanciparono militarmente con l'aggiungersi a queste di militari che presero la via della montagna o si accompagnarono alle SAP nelle città o composero le brigate all'estero, specie nella ex jugoslavia, in Albania ed in Grecia, dopo l'8 settembre. Altri militari vennero organizzati nell'Italia meridionale già liberata. In questa condizione fu partecipe alla lotta di liberazione anche la Guardia di Finanza, una storia meno nota questa, ma che pure ci corre l'obbligo ricorcordare. Per questo motivo stiamo cercando di riportare alla luce della conoscenza locale, la vicenda della Brigata delle Marche della GdF di stanza a Centofinestre di Osimo. Questo grazie al cap. GdF Severino che delle Fiamme Gialle e della Resistenza é da sempre impegnato all'interno dell'Arma su questo "fronte".

    Con grande piacere ospitiamo questo intero scritto del cap. Severino sul brigadiere GdF Buratti, già esponente di primo piano del Partito d'Azione, eroe della resistenza romana e viterbese, che neppure scampo alla tortura di Kappler.

    Sperando di fare cosa gradita ai nostri numerosi lettori e di rendere degno omaggio a un Padre dell'Italia libera e democratica e all'intera Arma delle Fiamme Gialle, di seguito riportiamo la premessa.  Per leggere o scaricare il testo completo cliccare sul link PDF sotto.

    Armando Duranti  

    “Il BRIGADIERE MARIANO BURATTI,

    EROE DELLA RESISTENZA,

    MEDAGLIA D’ORO AL VALOR MILITARE”

     

     

    1. 1.      Premessa.

     

    Ricorre quest’anno (esattamente il 31 di gennaio) il 70° anniversario della morte di uno fra gli Eroi più puri della Resistenza e della Guerra di Liberazione, il Professor Mariano Buratti, un insigne studioso di Filosofia, un educatore di rara efficacia, il quale, come molti esponenti del mondo della Scuola, dopo l’8 settembre 1943, con il grado di Brigadiere della Guardia di Finanza, decise di brandire le armi per affrancare il suo Paese dalla tracotanza nazista. Durante la sua esistenza, infatti, egli militò, anche se per poco tempo, nel Corpo, congedandosi con il grado di Sotto brigadiere. Rimise l’uniforme dei finanzieri altre due volte, nel 1941 e nel 1943, allorquando fu richiamato alle armi, per le esigenze legate alla mobilitazione militare.

    E fu proprio mentre si trovava in forza alla 9^ Legione di Roma che il suo destino trovò l’epilogo. Esponente di spicco del Partito d’Azione, il brigadiere Buratti si coprirà di gloria in molte azioni patriottiche organizzate dalla Resistenza romana e viterbese. Sarà quindi arrestato su delazione, sopporterà le torture del magg. Kappler a via Tasso ed, infine, vedrà porre fine ai suoi giorni all’alba di un freddissimo 31 gennaio del 1944, sotto i colpi di mitra del plotone d’esecuzione.

    Anche se, per puro caso, nell’albo delle Medaglie d’Oro al Valor Militare, il suo nome precede quello di un altro Eroe della Guardia di Finanza, il tenente Attilio Corrubia, il brigadiere Buratti è certamente una figura molto più complessa rispetto agli altri Eroi con le “Fiamme Gialle”. La sua personalità fu così ricca d’elementi, ma soprattutto dotata di una forte intensità emotiva, fattori, questi, che ci hanno indotto a tracciarne un percorso biografico con il quale ricordarlo in occasione del citato anniversario. Il presente scritto, in ogni modo, non deve ritenersi soltanto un contributo storiografico, ma un percorso attraverso il quale si cercherà di far conoscere ai giovani una “Fiamma Gialla” di rare virtù.

     

    cap. GdF Gerardo SEVERINO

    Direttore Museo Storico della Guardia di Finanza

  • da l'Unità del 19/1/2014 di Adriana Comaschi 

    «Ho l’impressione che ci sia una generale disattenzione, anche a sinistra, sulla gravità del momento e sul valore delle prossime elezioni europee per bloccare l’avanzata di fascismi, nuovi populismi, razzismo». Carlo Smuraglia, presidente nazionale Anpi, è diretto nel bacchettare i partiti, impegnati a discutere di regole piuttosto che su come arginare un crescente disagio sociale e i pericoli che ne derivano. Lo fa dal convegno che si è tenuto ieri in Campidoglio con la Federazione internazionale dei Resistenti (Fir), la principale associazione in difesa dei valori di Resistenza e antifascismo in Europa.
    Presidente, perché proprio ora la riunione dell’esecutivo Fir a Roma? L’antifascismo e i suoi valori sono a rischio oblio?
    «Vogliamo riorganizzare le file dell’antifascismo in Europa in modo che il nuovo Parlamento, quello che uscirà dalle prossime elezioni europee, metta alla sua base antifascismo e difesa della democrazia. Finora l’Europa è stata molto tiepida nel censurare forme rinascenti di quasi dittatura, come nell’Est europeo, o di movimenti che si richiamano al nazismo, il risorgere del razzismo, nuove forme di populismo e fascismo. Per questo chiederemo ai candidati alle europee un impegno preciso per un’Europa non solo unita e attenta al sociale, ma anzitutto democratica. Ci sono pericoli sempre attuali, alcune condizioni che portarono all’affermarsi di fascismo e nazismo purtroppo si ripropongono».
    Quali sono le situazioni che vi hanno allarmato?
    «L’orribile strage di Utoya, di matrice chiaramente razzista e fascista; l’enorme crescita del movimento di Marine Le Pen in Francia; l’alleanza tra questo e la Lega Nord; situazioni di mancanza di libertà come in Ungheria e Slovacchia. In generale, le destre si stanno spostando da un conservatorismo liberale a nuove forme di populismo e razzismo: e quest’ultimo è sempre la premessa per cose ancora peggiori...»
    Diceva del riproporsi di condizioni che hanno portato al fascismo. Occorre intervenire anche su queste? Come? 
    «Non c’è dubbio che sia così, certi fenomeni in Europa sono sempre nati da situazioni di crisi. Oggi la crisi c’è, crea scontento, spesso può spingere a destra, una destra che appunto sta cambiando. Allora non basta esorcizzare questi effetti, si agisca sulle cause della crisi: una è la politica di intransigenza assoluta sui bilanci, a mio giudizio profondamente sbagliata, seguita finora dall’Europa. Una politica che ha aggravato la crisi sociale, trasformandola in un’emergenza con proteste che i populismi fanno presto a cavalcare. Non basta reprimerli, servono politiche più attente al versante sociale, allo sviluppo. Queste possono essere un grosso antidoto».
    Le forze politiche stanno agendo in questo senso? 
    «No. Sul fatto che alle prossime elezioni europee ci si gioca il futuro della Ue e diritti fondamentali vedo una distrazione, anche delle forze di sinistra, più attente al dato sociale: le richiamo in questo senso, perché colgano la gravità di questo momento. Ogni Paese scegliendo i suoi candidati ricordi la posta in gioco, siamo inseriti in un contesto: devono censurare di più certi movimenti e intervenire sulle cause della crisi, contrastando il liberismo sfrenato che ha imperversato finora, serve più attenzione alle esigenze dei lavoratori».
    Dunque occuparsi del nodo lavoro. Come lo sta affrontando la politica In Italia? E come valuta il Job Act di Renzi?
    «Vedo un grande affannarsi a discutere di regole, quando si dovrebbe piuttosto creare nuovi posti di lavoro ed espandere la produzione. Altrimenti le disuguaglianze cresceranno ancora, con i rischi di cui dicevo. Anche il Job Act non mi convince, mi pare disciplini e semplifichi più che incentivare le attività per cogliere la “ripresina”».
    Schulz, presidente del Parlamento Ue, vi ha inviato un messaggio di sostegno in cui declina l’antifascismo di oggi anche in «battaglie concrete», come quella per evitare che i migranti diventino «capro espiatorio di ogni male»...
    «È veramente un punto importante. Non c’è da superare solo la Bossi-Fini, ma anche la legge Maroni. Ricordo poi al centrodestra che anche Alfano è andato a commemorare le vittime di un enorme naufragio: un governo ha il dovere di trovare una soluzione che tenga insieme diritti dei migranti e sicurezza, un punto di incontro. Lo ius soli temperato? Sono favorevolissimo, mi sembra strano persino dover discutere sulla cittadinanza ai figli di chi risiede qui da anni». 
    Come legge i continui attacchi al ministro Kyenge?
    «Ne sono profondamente indignato, non si contesta quello che fa ma quello che è, per il colore della sua pelle. Eppure colgo poco stupore, nonostante si sia superata ampiamente la soglia della tollerabilità, come dimostra la pubblicazione degli appuntamenti del ministro, con l’invito a seguirli per contestarla. Poi c’è il parlamentare che si presenta in aula con il volto dipinto di nero... vorrei più indignazione, anche a sinistra, l’istigazione all’odio razziale è un reato».  

  • E' mancato ieri uno degli ultimi resistenti osimani viventi: Roberto Donati. Questo il comunicato ufficiale dell'ANPI di Osimo a riguardo.

    Roberto Donati é il ragazzo in divisa scura in basso

     

    L’ANPI di Osimo è profondamente colpita per la perdita del compagno

     

    Roberto DONATI

    (Nicchio)

     

    Tra gli ultimi rappresentanti di quella categoria di lavoratori della sartoria che non solo a Osimo divenne punto di riferimento ideale sindacale e politico producendo i primi segretari delle Camere del Lavoro di Osimo Mario Ambrogetti e di quella di Ancona Mario Zingaretti; custodi dell’antifascismo, ispiratori della Resistenza come pure furono Renato Benedetto Fabrizi e Nazzareno Schiavoni.

    Roberto lo ricorderemo per la sua passione politica ispirata al senso della giustizia sociale e della morale, per il sorriso e la giovialità che accompagnava la fine di ogni nostro incontro.

    Che Roberto sia d’ispirazione per le nuove generazioni di antifascisti e democratici, e che i compagni possano continuarne la memoria in nome di quegli ideali per i quali Roberto pensava valesse la pena spendere una vita.

    Ai congiuti giungano le nostre più sentite condoglianze.

    Osimo, 15 gennaio 2014

  • In una delle 43 storie del libro “Racconti ebraici” di Gianfranco Moscati e Gustavo Ottolenghi si parla della testimonianza dell’ebrea polacca Rachel Igenfeld. Dopo la fuga e l’esilio in Svizzera per sfuggire alla cattura dei nazifascisti, nel 1945 Moscati rientrò a Milano e collaborò con il Servizio Ricerche Deportati, che aveva sede a Roma. Entrò così in possesso di una ventina di appelli della giovane Rachel, rimasta vedova nel ghetto di Varsavia, che mise in salvo la sua piccola neonata Italaja lasciandola dentro un cesto nella foresta con un biglietto con su scritto: “La bimba è battezzata e si chiama Leonka”. Quando nella zona arrivarono i russi, malgrado il loro intervento, Rachel non riuscì a riavere la sua bambina, di cui aveva continuato a seguire la vita presso la famiglia che l’aveva adottata. Finita la guerra, Rachel Igenfeld col secondo marito Shlomo Bassermann si trasferì in Austria, poi in Germania e infine in Canada, a Toronto. Di qui il 16 novembre 1949 scrisse al Comitato Ricerche di Roma una lettera riprodotta nel libro di Moscati: un accorato appello alle autorità civili e religiose ebraiche e cattoliche per riabbracciare la propria creatura. Una storia che, come sottolinea Moscati, ricorda per certi versi quella di Mosè, che venne salvato dagli eccidi del faraone d’Egitto grazie al gesto della madre, che lo mise in un canestro sulla riva del fiume Nilo, e fu adottato dalla regina d’Egitto. “Io purtroppo non parlo l’inglese – ha scritto in una lettera Moscati – e cosa più grave non so utilizzare il computer. Tra pochi giorni entrerò nel 90° anno ed ho pensato che il più bel regalo che i miei amici potrebbero farmi, sarà che possiate lanciare messaggi in tutto il mondo, riuscendo, mi auguro, a rintracciare Italaja che oggi dovrebbe avere circa 71 anni e dovrebbe trovarsi in Polonia”. Un messaggio nella “bottiglia” di Internet, che speriamo venga raccolto da qualcuno.

  • L’armistizio con gli anglo-americani, firmato dall’Italia il 3 settembre di settant’anni orsono, costituisce certamente una delle tappe fondamentali della storia contemporanea del nostro Paese, anche perché rappresentò l’inizio di quella agognata “riscossa nazionale” dopo tre lunghi anni di guerra: riscossa la quale, grazie soprattutto al valore dei soldati e dei partigiani italiani, così come degli eserciti alleati che percorsero l’intera Penisola, portò alla liberazione del 25 aprile ’45 ed alla conseguente riconquista della libertà. Un processo storico, lo ricordiamo, che si presenta alquanto complesso e nello stesso tempo ricco di eventi, di cui però la nostra amata Repubblica è figlia e degna erede. Ricorderemo, quindi, tale anniversario analizzandolo dal punto di vista della Guardia di Finanza. Per meglio comprendere gli avvenimenti connessi con la situazione venutasi a creare dopo l’8 settembre 1943, è opportuno soffermarsi sulla fisionomia del Corpo in quel particolare contesto storico, sia riguardo alle esigenze connesse con il servizio d'istituto, che a quelle inerenti i compiti bellici. Da una circolare datata 28 agosto 1943 avente per oggetto “Norme particolari per la R. Guardia di Finanza durante l’attuale periodo bellico”, emerge che la forza effettiva del Corpo ammontava a 51.133 uomini, ivi compresi i militari richiamati dal congedo. Metà di tale forza (circa 24.880 unità) era impiegata in compiti d'istituto, ai quali vanno aggiunti, oltre alla vigilanza a salvaguardia dell’Erario, anche una specifica competenza in materia di polizia economica, strettamente connessa con il periodo di guerra e, non da ultimo, il concorso al mantenimento dell'ordine e della sicurezza pubblica, la cui tutela divenne oltremodo gravosa, visto il clima di tensione generale che si venne a creare in seguito alla caduta del fascismo. Il resto della forza (circa 26.253 uomini) era impiegato in compiti di natura militare, ovvero nella difesa costiera, nella difesa delle fabbriche e nella protezione degli impianti, a disposizione della C.I.A.F. (Commissione Italiana Armistizio Francia), ma soprattutto nei battaglioni mobilitati dislocati nei territori occupati durante la guerra (Jugoslavia, Dalmazia, Montenegro, Albania, Grecia e Dodecanneso). Riguardo agli avvenimenti connessi con il fatidico 8 settembre, data di annuncio dell’armistizio e sua entrata in vigore, uno specifico riferimento alla delicatissima situazione che di lì a poco si sarebbe delineata per il Corpo potrebbe essere desunto da una circostanza non certamente secondaria, legata alle prime fasi del noto “piano Alarico”, in relazione al quale unità corazzate tedesche si presentarono il 26 luglio 1943 al valico del Brennero, in una inequivocabile formazione da combattimento. D’altra parte, mentre erano in corso le trattative segrete per uscire dal conflitto, lo stesso Comando Supremo aveva studiato talune contromisure per contrastare le prevedibili reazioni tedesche. Si trattava comunque di contromisure che potevano essere poste in essere solo mediante il rientro di unità dai territori occupati, ma anche mediante la riduzione dell'impegno dell'Esercito nei compiti di ordine pubblico. In tale direzione fu coinvolta anche la Regia Guardia di Finanza, alla quale, il 26 agosto, fu richiesta la costituzione di battaglioni mobili, i cui organici ed armamento sarebbero stati simili a quelli dei Carabinieri Reali. Il giorno seguente, il Ministro delle Finanze Bartolini, dopo un colloquio avuto con il Capo del Governo, Maresciallo Pietro Badoglio, predispose l’intervento diretto dello Stato Maggiore del Regio Esercito, onde consentire il rientro di gran parte dei nostri battaglioni mobilitati, dislocati al di là delle frontiere nazionali. In realtà tali disposizioni, ad onor del vero emanate pochi giorni prima della firma dell'armistizio a Cassibile, non ebbero obbiettivamente modo di poter essere attuate. D’altra parte, la formazione di “Reparti Mobili”, che avrebbero dovuto comprendere ciascuno anche una “Compagnia Autoblindo e Carri Leggeri”, rappresentava, per il Corpo, una novità davvero assoluta, considerando il fatto che lo stesso non aveva mai disposto di alcun mezzo corazzato e, di conseguenza, non poteva contare, nell’immediato, su personale specializzato. Il rientro in Patria dei battaglioni di Finanza mobilitati, peraltro frazionati in piccoli reparti (per lo più Distaccamenti), dislocati in località molto isolate, si presentava certamente come un’operazione molto complessa, la quale richiedeva i classici “tempi tecnici”. Il Ministero della Guerra, in data 2 settembre, scrisse allo Stato Maggiore del Regio Esercito - Ufficio Operazioni, comunicando che: “… era necessario disporre il rientro di alcuni battaglioni mobilitati della Regia Guardia di Finanza, che, in ordine di precedenza potrebbero essere i seguenti (.). Si prega codesto Stato Maggiore di voler comunicare la data entro la quale si può ritenere possibile il rientro dei battaglioni predetti, tenuto presente che la costituzione delle nuove unità ha carattere di assoluta urgenza”. Come è facile intuire, tutto ciò avveniva il giorno prima della firma, a Cassibile, dell'armistizio, avvenuta, infatti, il 3 settembre 1943. A tal riguardo, appare inevitabile – soprattutto per rispetto alla memoria delle vittime – esprimere alcune considerazioni di merito sulle quali, fra l’altro, si dibatte da lungo tempo. Se tali disposizioni fossero state impartite al momento opportuno, il Corpo avrebbe potuto evitare l'internamento, da parte dei tedeschi, di circa un terzo delle proprie forze dislocate oltre frontiera, risparmiando così la vita ai tanti militari che, invece, la persero nei lager nazisti. Per quanto le trattative con quelli che, di lì a poco, sarebbero divenuti i “nuovi alleati”, esse si svolgevano in gran segreto e la situazione politico-militare era ormai tale, da indurre il Comando Generale del Corpo a diramare la citata circolare del 28 agosto 1943 (“Norme particolari per la R. Guardia di Finanza durante l’attuale periodo bellico”), con la quale furono impartiti ordini precisi riguardo al comportamento che i Comandi ed i Reparti della Guardia di Finanza avrebbero dovuto tenere, qualora gli eventi bellici avessero determinato un “l'immediato contatto col nemico”, e ciò sia nell’ambito del territorio nazionale, che fuori dai confini del Paese. In buona sostanza, la circolare, stabilì che: “le aliquote poste a disposizione dell'Esercito, avrebbero mantenuto, in ogni circostanza, le dipendenze operative previste, eseguendo di conseguenza gli ordini”; ma anche che “i reparti impiegati nel servizio d'istituto nel territorio nazionale non dovevano, in ogni caso, lasciare le loro sedi, salvo ordini superiori, continuando così ad assolvere i loro compiti, compresi quelli di concorso al mantenimento dell'ordine e della sicurezza pubblica”[1]. La circolare ebbe certamente la sua importanza, soprattutto se consideriamo il fatto che la medesima consentì di orientare l'azione dei Comandanti di Reparto nei momenti più delicati, come lo furono quelli successivi all'annuncio radiofonico dell’avvenuta firma dell'armistizio, assicurando – per quanto fu loro possibile – la sopravvivenza e l'integrità del Corpo stesso, nel preciso momento in cui altre istituzioni statuali si dissolsero. Veniamo ora agli avvenimenti che seguirono il fatidico 8 settembre 1943, citando solo i principali fatti che riguardarono i reparti organici del Corpo, tralasciando, quindi, la narrazione dei numerosi episodi che comunque videro le singole Fiamme Gialle affrontare con le armi il tedesco invasore, pagando, per questo comportamento, con il bene più prezioso: la vita. Tutto ebbe inizio nell'Italia centrale, ed esattamente a Piombino, ove, verso le ore 22 del 9 settembre 1943, gli equipaggi di due unità della Kriegsmarine, ormeggiate in quel porto, attaccarono di sorpresa le postazioni italiane. Fra queste vi erano inquadrati anche reparti della locale Compagnia della Guardia di Finanza. Ne seguì uno scontro a fuoco, durato circa cinque ore, al termine del quale i tedeschi furono costretti a reimbarcarsi ed a prendere il largo, lasciando però a terra oltre un centinaio di morti e numerosi feriti. Anche l’Italia meridionale, area dalla quale le truppe tedesche stavano ritirandosi, in conseguenza degli sbarchi alleati di Salerno e Taranto, pagò a duro prezzo il “rovesciamento delle alleanze”. Fu proprio qui che i nazisti, durante la marcia che li avrebbe condotti verso Nord, diedero inizio ad una lunga sequela di atti di sabotaggio, a quel punto finalizzati ad ottenere il maggior ritardo dell'avanzata nemica. A Bari, ad esempio, la mattina dello stesso 9 settembre, un reparto germanico entrò a sorpresa nel porto, occupandovi alcuni edifici, che avrebbero voluto utilizzare, come base di partenza, per l'azione di gruppi di guastatori che avevano, quale obiettivo principale, quello di far saltare le banchine e le navi ivi ormeggiate. Le Fiamme Gialle che in quel momento si trovavano colà di servizio, senza alcuna esitazione, aprirono il fuoco, chiedendo nel contempo l’immediato rinforzo. Da una caserma, prossima alle strutture portuali, fu inviato un nucleo di finanzieri, ai quali si aggiunsero ben presto i soldati del 9° Reggimento Genio ed alcuni marinai. Ne nacquero duri combattimenti, i quali, protrattisi fino a tarda serata, ebbero, quale risultato finale, la salvezza del porto e la resa da parte degli stessi occupanti. Altro episodio degno di nota fu quello verificatosi a Matera il 21 settembre, laddove una colonna di tedeschi si diede al saccheggio dei negozi. L’intervento fulmineo dei finanzieri del locale Comando Compagnia innescò i primi scontri a fuoco, che ben presto interessarono gran parte della città. Inizialmente respinti, i tedeschi ritornarono in forze, anche con l’ausilio di armi pesanti, circondando immediatamente la caserma della Guardia di Finanza. All’imbrunire, non riuscendo a vincere la resistenza dei nostri militari, gli stessi uomini preferirono abbandonare la città, dopo aver recuperato caduti e feriti. Nelle regioni dell'Italia centro-settentrionale, i Comandi del Corpo rimasero ai loro posti, attenendosi scrupolosamente alle direttive impartite con la citata circolare del 28 agosto. In gran parte di tale area geografica, dopo l’inutile attesa di precisi ordini da parte delle Autorità Centrali e dagli stessi Comandi Militari Territoriali, le autorità di polizia si accordarono fra loro al fine di adottare “misure comuni”, comunque idonee al mantenimento dell'ordine e della sicurezza pubblica. Da questo punto di vista, la Regia Guardia di Finanza poté contare sul fatto che I tedeschi, che inizialmente si erano presentati nelle caserme del Corpo per impadronirsi delle armi, riconobbero le “qualifiche di polizia” rivestite dagli appartenenti all’Istituzione, elemento questo che favorì il mantenimento della compagine territoriale che, di lì a poco, molti vantaggi avrebbe garantito alla Resistenza. I militari del Corpo ebbero così modo di continuare il proprio servizio d’istituto, assicurando, in quel delicato momento storico, sia la vigilanza degli edifici pubblici che la salvaguardia delle fabbriche e degli impianti loro assegnati, elemento questo importantissimo, specie per gli innumerevoli vantaggi che apportò nella cosiddetta “fase della ricostruzione”. Nella vasta area che comprende il confine italo-svizzero, i finanzieri rimasti in servizio si adoperarono, con grande umanità, per agevolare l'espatrio dei militari italiani, dei prigionieri di guerra alleati evasi dai campi di concentramento, ma soprattutto degli ebrei, già scampati miracolosamente dall’Europa dell’Est e dalla stessa Penisola. In tale ambito, non si può fare a meno di ricordare l’opera meritoria svolta il 12 settembre ’43 dall’allora Capitano Leonardo Marinelli, Comandante della Compagnia di Madonna di Tirano, che personalmente guidò i suoi dipendenti nella disperata corsa contro il tempo pur di salvare il maggior numero possibile di sventurati. Episodi simili se ne sarebbero verificati a centinaia anche nei mesi successivi, con il salvataggio di migliaia di ebrei e di perseguitati dal nazi-fascismo, come abbiamo più volte ricordato su questa rivista. Numerosi furono, invece, gli scontri che si registrarono lungo il cosiddetto “confine orientale”, laddove i reparti del Corpo, che avevano immediatamente reagito alle intimazioni di disarmo rivoltegli dalle unità germaniche, entrate in Italia dopo il proclama di Badoglio, furono sopraffatte, nonostante gli eroici tentativi di resistenza. Decisamente drammatica fu, poi, la sorte toccata ai battaglioni di Finanza dislocati oltre confine, i quali, alla stregua di quanto avvenne per le unità del Regio Esercito, fra le quali erano inquadrati, furono colti di sorpresa dagli avvenimenti, tanto che gran parte del loro personale fu catturato ed avviato nei campi di concentramento. Fra i battaglioni dislocati in Francia (due), quello di stanza a Nizza, data la vicinanza al confine italiano, riuscì ad attraversare la frontiera il giorno 9 settembre, circa un'ora prima che i tedeschi interrompessero il traffico a Mentone. Del battaglione di stanza ad Annemasse (Alta Savoia), un solo plotone riuscì a scampare, ritornando in Italia, mentre il resto della forza o riuscì a passare in Svizzera (si trattò di poche unità), ove fu internato, oppure, nella peggiore delle ipotesi, fu catturato ed internato dai tedeschi. Una buona parte dei battaglioni che, alla data dell’8 settembre 1943, si trovavano dislocati nella provincia di Lubiana, dopo alterne vicissitudini, riuscì a rientrare in Patria. Si trattò comunque di un rientro non certamente facile, se consideriamo che molti dei reparti dipendenti, che provenivano da varie località e che si sarebbero dovuti ricongiungere a Trieste, durante la già faticosa marcia di avvicinamento, dovettero sostenere non pochi scontri con i partigiani sloveni, i quali, approfittando della situazione venutasi a creare, miravano ad impadronirsi delle loro armi. In altre aree dei Balcani (comprendendovi anche le isole), le sorti dei nostri reparti furono le stesse di quelle delle Grandi Unità del Regio Esercito, dalle quali ovviamente dipendevano. Nei casi in cui fu impartito l'ordine di resistere ai tedeschi, le Fiamme Gialle combatterono, con pari valore e dignità, al fianco dei soldati, subendo, per questo, gravissime perdite. In altre circostanze, laddove lo sbandamento dei reparti militari fu completo, i finanzieri furono costretti a cedere le armi e, di conseguenza, furono catturati dai tedeschi. Altri militari del Corpo riuscirono ad evitare la cattura. Molti di essi si unirono immediatamente ai movimenti di resistenza locali, mentre altrettanti entrarono a far parte delle formazioni del nostro Esercito, a seguito delle quali condussero una lotta senza quartiere contro un nemico agguerrito, ben armato, ma soprattutto desideroso di vendicarsi nei riguardi del suo ex alleato. Per fortuna, molto diversa fu la sorte toccata al “Naviglio della Guardia di Finanza” ed al suo personale, il quale, secondo i piani di mobilitazione, il fatidico 10 giugno 1940 era passato alle dipendenze della Regia Marina, e ciò con equipaggi integralmente composti da finanzieri del contingente di mare. Con la proclamazione dell’armistizio, le superstiti unità del Naviglio (la flotta dei finanzieri aveva, in realtà, subito gravissime perdite durante la guerra), dislocate sia in Italia che oltre confine, in parte si auto affondarono, poiché in procinto di essere catturate dai tedeschi (cosa che avvenne nei porti di Imperia, Livorno, Trieste, Fiume e Napoli), altre, invece, affondarono nel corso dei bombardamenti della Luftwaffe. Altre unità, tra le quali quelle dislocate in Dalmazia, Albania, Grecia e Rodi, riuscirono appena in tempo a salpare, spesso unendosi ad altri convogli, raggiungendo così i porti dell'Italia liberata. In tali circostanze – è doveroso ricordarlo – molti furono i militari sbandati (sia del Corpo che di altre Forze Armate) che vi si imbarcarono, avendo così salva la vita. In tale ambito non si può fare a meno di ricordare la vicenda della Pirovedetta "Postiglioni", la quale, salpando da Rodi l’11 settembre, approdò in Medioriente, venendo così impiegata, agli ordini della Marina Reale inglese, in delicatissime missioni di guerra. Un ultimo ricordo lo dedichiamo ai due eroici battaglioni del Corpo, che assieme ad altri reparti delle Forze Armate furono colti di sorpresa dalla firma dell'armistizio mentre si trovavano nei Balcani. Ci riferiamo all’indomito I battaglione, che seguì la tragica sorte della Divisione “Acqui” a Cefalonia ed a Corfù, ed al VI battaglione, il quale, rinforzato da elementi del XV, operò, nell’ambito della gloriosa Divisione “Venezia”, contro i tedeschi in Montenegro. I due reparti meritarono rispettivamente la Medaglia d'Oro e la Medaglia di Bronzo al Valor Militare, appuntate sulla Bandiera di Guerra della Guardia di Finanza, la stessa ove nel 1984 verrà appuntata altra Medaglia d’Oro al Valor Militare per il contributo offerto dai reparti delle Fiamme Gialle alla Resistenza ed alla Guerra di Liberazione, contributo per il quale numerose ed importanti decorazioni (al Valor Militare, al Valore della Guardia di Finanza ed al Merito Civile), sono state conferite nel tempo anche ai tanti Finanzieri che vi si distinsero, spesso a costo della loro stessa vita, come nel caso del Tenente Attilio Corrubia, del Maresciallo Vincenzo Giudice, del Brigadiere Mariano Buratti e del Finanziere Attilio Martinetto – tanto per citare i più valorosi – i quali combatterono la tirannide, con grandissimo coraggio e determinazione, nei lunghi mesi che dall’8 settembre ’43 portarono alla liberazione del 25 aprile 1945.



    [1] Tale disposizione si trovava in perfetta armonia con le norme internazionali, peraltro recepite all'art. 56 della legge di guerra italiana (R.D. 8 luglio 1938, esplicitamente citato nella circolare).

  • Dopo aver visionato le immagini riprese dai soldati britannici e russi nel '45 a Bergen-Belsen, il maestro del brivido Alfred Hitchcock rimase lontano dai Pinewood Studios per una settimana, traumatizzato e sotto shock. Nei famosi studi londinesi il regista stava lavorando, insieme al collega e amico Sidney Bernstein, alla realizzazione del documentario 'Memory of the Camps' e il ruolo di Hitchcok - che per questo lavoro non volle ricevere alcun compenso - consisteva nell'ottimizzare il materiale in postproduzione. Nelle intenzioni degli Alleati, il film avrebbe dovuto essere proiettato al popolo tedesco per mostrare di cosa fosse stato corresponsabile ma si ritenne poi che fosse meglio non colpevolizzare e scioccare troppo i Tedeschi per avviare una fruttuosa collaborazione con la Germania post-nazista. Il film, che contiene immagini particolarmente crude - rimase così dimenticato negli archivi di stato britannici per decenni, fino a quando - nel 1985 - una versione incompleta fu ritrovata da un ricercatore nell'Imperial War Museum e poi trasmessa dal canale tv britannico PBS Frontline. Il documentario è stato ora finalmente restaurato digitalmente e arricchito di materiale inedito dal London's Imperial War Museum e sarà trasmesso dalla tv nel 2015, in coincidenza con il 70mo anniversario della Liberazione dell'Europa dal Nazismo e della fine della II Guerra Mondiale. 

  • Lo chiamano ancora oggi «il Veneziano», anche se vive ininterrottamente a Roma dai primi anni Trenta, a  parte la drammatica parentesi dei due anni di deportazione. Mario Limentani,  detto Zi’ Mario, a 90 anni di età è uno dei pochi sopravvissuti di quei circa  1.700 ebrei della comunità più popolosa d’Italia che, durante i nove mesi di  occupazione tedesca della capitale, tra il settembre del 1943 e il giugno del  1944, vennero estirpati a forza dalle loro case e tradotti nell’inferno dei  Lager del Reich. La sua storia, per tanti aspetti unica ed esemplare, è stata  per la prima volta raccontata in modo organico e completo nel libro intitolato “La scala della morte. Mario Limentani da Venezia a Roma, via Mauthausen” (Marlin editore), scritto da Grazia Di Veroli, che con delicatezza e rispetto  della sfera privata dell’interlocutore, ha sapientemente collazionato i suoi  ricordi di oggi con le interviste rilasciate dallo stesso Limentani negli ultimi  venti anni, a partire da quelle al Cdec e alla Shoah Foundation di Spielberg. Il  saggio sarà presentato dal Centro di Cultura Ebraica, l’Aned di Roma e la  Libreria Ebraica “Kiryat Sefer” giovedì 9 gennaio 2014, alle 20.30, presso il  Museo Ebraico di Roma (via Catalana/Largo 16 ottobre). Intervengono, oltre al  sottoscritto, Anna Foa e Marcello Pezzetti. Saranno presenti l’autrice e Mario  Limentani. Nel libro-intervista, che esce significativamente nel 70°  anniversario della deportazione da Roma del 4 gennaio 1944 (ricordato domenica  scorsa dall’Aned a Regina Coeli), scorrono le immagini dell’infanzia di  Limentani, originario di Venezia ma trasferitosi nella capitale giovanissimo – par di sentirlo, nella sua classica parlata in romanesco verace impastata di  inflessioni venete – fino all’impatto scioccante con le leggi razziste del 1938.  E poi la guerra, la fame, i bombardamenti, la caduta del fascismo, l’occupazione  tedesca, la raccolta dell’oro e la tragica alba del 16 ottobre del 1943, con la  retata degli ebrei in tutta Roma, durante la quale i Limentani si nascondono in  uno scantinato e si sottraggono alla cattura da parte delle SS di Herbert  Kappler. Purtroppo il ventenne Mario Limentani, come centinaia di altri ebrei  romani, finirà comunque tra le grinfie dei nazisti, qualche settimana dopo, a  fine dicembre del 1943, nei pressi della Stazione Termini, forse a causa di una  delazione della celebre spia ebrea Celeste Di Porto, detta la Pantera Nera. E ad  arrestarlo e a consegnarlo ai tedeschi saranno alcuni fascisti, a testimonianza  di quanto pesò il collaborazionismo italiano nella vicenda della  Shoah. Incarcerato a Regina Coeli, il 4 gennaio del 1944 Mario viene condotto  al binario n. 1 della Stazione Tiburtina e caricato su un vagone piombato in  partenza per il Reich, assieme a circa 300 deportati. I suoi compagni di viaggio  sono in maggioranza politici, dai nipoti di Badoglio, Pietro e Luigi Valenzano,  al gruppo dei comunisti, tra i quali spicca la figura di Filippo D’Agostino, uno  dei fondatori del partito comunista d’Italia. Ma vi sono anche una decina di  ebrei. All’arrivo a Mauthausen, a Limentani, che pure viene registrato come  ebreo, viene cucita sulla tuta a righe «una stella fatta con due triangoli: uno  rosso con IT nero perché ero italiano e m’avevano portato con i politici e uno  giallo perché ero ebreo». Quasi ad attestare il destino in parte comune che  toccava a chi si era opposto al nazifascismo e a chi era perseguitato per il  solo fatto di essere ebreo. La particolarità dell’esperienza di Limentani  (come quella degli altri del suo gruppo) trae origine proprio da qui. Egli  infatti, a differenza della maggior parte degli ebrei italiani, non viene  deportato ad Auschwitz, ma a Mauthausen, uno dei Lager simbolo della  deportazione politica, più avanti trasferito nel sottocampo di Melk, poi di  nuovo a Mauthausen e infine nell’altro sottocampo di  Ebensee. Nell’immaginario collettivo, quando si pensa alla Shoah, soprattutto  per quanto riguarda gli ebrei italiani, il pensiero va subito al Lager di  Auschwitz, dove furono deportati oltre 6mila di loro (su un totale di poco più  di 6.800). Forse anche per questo motivo le vicende dei circa 800 ebrei che  furono deportati in altri Lager, hanno avuto – ingiustamente – un’attenzione  minore da parte della storiografia e dell’opinione pubblica. Il racconto dei  due anni nei Lager nazisti è commovente, ma – come è nello stile asciutto e  privo di retorica di Limentani – non indulge mai al pietismo e non insiste sui  dettagli più crudi, mantenendo sempre un certo pudore e lasciando confinato ciò  che è indicibile nella sfera dell’inesprimibile. Tra le pagine più toccanti  delle memorie di Limentani, raccolte e verificate dalla Di Veroli, ci sono  quelle sulla famosa «scala della morte» di Mauthausen, dalla quale prende il  titolo questo libro: i 186 gradini, ripidi e scivolosi, che portano alla cava e  che i deportati sono costretti a salire e scendere più volte al giorno, con un  pesante carico di massi di granito. Molti di loro muoiono su quella scala, privi  di forze, rotolando sui gradini oppure facendo un tragico volo nel burrone sul  quale la scala si protende. Limentani sarà uno dei pochi ebrei romani a  sopravvivere alla soluzione finale e a tornare a casa. E nel dopoguerra,  diventerà una delle colonne portanti dell’Aned capitolino e uno dei principali  testimoni italiani della deportazione razziale e politica.

  • lunedì  13 e martedì 14 gennaio 2014 l'’artista tedesco Gunter Demnig posizionerà 15 Stolpersteine (pietre  d’inciampo)

    Dopo le quattro  edizioni (2010, 2011, 2012, 2013) in cui sono state posizionate 191 pietre  d’inciampo, per la quinta volta l’artista tedesco Gunter Demnig  sarà a Roma lunedì 13 e martedì 14 gennaio 2014 per installare 15 Stolpersteine (pietre d’inciampo) in memoria di  deportati razziali e politici.

     
    La quinta edizione di Memorie d’inciampo a  Roma, realizzata con il sostegno dell’Assessorato alla  Cultura, Creatività e Promozione Artistica, dei Municipi Roma I e Roma XIV di  Roma Capitale e dell’Ambasciata della Repubblica Federale di  Germania.
     
    Memorie d’inciampo a Roma è promosso da:  ANED (Associazione Nazionale ex Deportati); ANEI (Associazione Nazionale ex  Internati); Federazione delle Amicizie Ebraico  Cristiane di Italia; Fondazione CDEC (Centro di Documentazione Ebraica  Contemporanea), IRSIFAR (Istituto Romano per la Storia d’Italia dal Fascismo  alla Resistenza); Museo Storico della Liberazione, ed è organizzato dall’Associazione ARTE IN  MEMORIA.
     
    Posto sotto l’Alto Patronato del Presidente della  Repubblica, ha il Patrocinio  dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane e della Comunità Ebraica di  Roma.
     
     
    Curato da Adachiara Zevi, il progetto si avvale di  un Comitato scientifico composto daAnna Maria Casavola, Annabella Gioia, Antonio Parisella, Liliana  Picciotto, Micaela Procaccia e Michele Sarfatti; e di un Comitato  organizzativo composto da Marina Fiorentino, Annabella Gioia, Elisa  Guida, Daniela Mantarro, Bice Migliau, Eugenio  Iafrate e Sandra Terracina.
     
    L’inaugurazione avrà luogo lunedì 13 gennaio alle ore  12.00 alla presenza di Flavia Barca, Assessore alla  Cultura, Creatività e Promozione Artistica di Roma Capitale e per  la prima volta saranno posizionate due pietre davanti al Carcere di  Regina Coeli, in ricordo di due detenuti politici: Jean Bourdet e Paskvala  Blazevic per procedere poi di fronte alle  abitazioni dei deportati  (v. programma allegato).
     
    L’idea di Demnig risale al 1993 quando l’artista è  invitato a Colonia per una installazione sulla deportazione di cittadini rom e  sinti. All’obiezione di un’anziana signora secondo la quale a Colonia non  avrebbero mai abitato rom, l’artista decide di dedicare tutto il suo lavoro  successivo alla ricerca e alla testimonianza dell’esistenza di cittadini  scomparsi a seguito delle persecuzioni naziste: ebrei, politici, militari, rom,  omosessuali. Un segno concreto e tangibile ma discreto e antimonumentale,  a conferma che la memoria non può  risolversi in appuntamento occasionale e celebrativo ma costituire parte  integrante della vita quotidiana.
    Sceglie dunque il  marciapiede prospicientela casa in cui hanno vissuto i deportati e vi installa  altrettante “pietre d’inciampo”, sampietrini del tipo comune e di dimensioni  standard (10x10). Li distingue solo la superficie superiore, a livello stradale,  perché di ottone lucente.
    Su di essa sono incisi:  nome e cognome del/lla deportato/a, età, data e luogo di deportazione e, quando  nota, data di morte.
     
    Il giorno e l’ora della  collocazione delle pietre è annunciata agli inquilini da una lettera del  Municipio in cui si spiega che il progetto vuole “ricordare abitanti del  quartiere uccisi e perseguitati dai fascisti e dai nazisti, deportati, vittime  del criminale programma di eutanasia  o oggetto di persecuzione perché omosessuali”.
    L’inciampo non è fisico  ma visivo e mentale, costringe chi passa a interrogarsi su quella diversità e  agli attuali abitanti della casa a ricordare quanto accaduto in quel luogo e a  quella data, intrecciando continuamente il passato e il presente, la memoria e  l’attualità.
     
    I primi Stolpersteine sono stati installati a Colonia nel  1995; da allora questa straordinaria mappa della memoria  europea si è estesa sino a includere oltre 40.000 pietre. Invitato  per la prima volta in Italia nel 2010, Gunter Demnig ha consentito al  nostro paese di entrare a far parte di questo grande circuito internazionale  della memoria.
     
    Gli Stolpersteine sono finanziati da sottoscrizioni private; il costo di ognuno, compresa l’installazione, è di 120  euro.
     
    Presso la Biblioteca  della Casa della Memoria e della Storia è attivo uno “sportello” (casadellamemoria@bibliotechediroma.it /  tel. 06/45460501) curato da Daniela Mantarro ed Elisa  Guida. A loro possono rivolgersi quanti  intendono ricordare familiari o amici deportati attraverso la collocazione di un Stolpersteine davanti alla sua abitazione.
     
    Il sito web www.memoriedinciampo.com   curato da Giovanni D’Ambrosio e Paolo La Farina, documenta interamente le  precedenti edizioni: la mappa dei luoghi dove sono stati installati i  sampietrini, fotografie, film e testimonianze, il lavoro svolto dagli studenti  che hanno aderito al progetto didattico, testi storici e critici relativi alla  deportazione di ebrei, politici e militari, un profilo biografico dell’artista e  una vastissima rassegna stampa.
     
    Alla quinta edizione sarà nuovamente affiancato il progetto  didattico  curato da  Annabella Gioia e Sandra Terracina: ogni Municipio coinvolto sceglie una o più  scuole cui affidare una ricerca storica sui perseguitati alla cui memoria sono  dedicati i sampietrini. I risultati delle ricerche saranno pubblicati, come i  precedenti, sul sito. I Municipi sono coadiuvati dal Progetto Memoria della Fondazione CDEC  e del Dipartimento Cultura della Comunità Ebraica di  Roma, dalla FNISM (Federazione Nazionale Insegnanti) – Sezione Roma eRegione Lazio e dall’Irsifar (Istituto  Romano per la Storia d’Italia dal Fascismo alla Resistenza).
     
    Per le scuole interessate a partecipare al  Progetto didattico: sandra.terracina@tiscali.it  
     
    SOTTO L’'ALTO  PATRONATO DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA

    CON IL SOSTEGNO  DELL’ASSESSORATO ALLA CULTURA, CREATIVITÀ’

    E PROMOZIONE  ARTISTICA, DEI MUNICIPI ROMA I E ROMA XIV DI ROMA CAPITALE E

    DELL’AMBASCIATA  DELLA REPUBBLICA FEDERALE DI GERMANIA

           PATROCINI:                                   

                  Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, Comunità Ebraica di Roma

    ENTI PROMOTORI:                      

      Federazione  delle Amicizie Ebraico Cristiane di Italia, ANED (Associazione Nazionale ex Deportati), ANEI (Associazione Nazionale ex Internati) Fondazione CDEC  (Centro di Documentazione  Ebraica Contemporanea) IRSIFAR (Istituto  Romano per la Storia d’Italia dal Fascismo alla  Resistenza), Museo Storico della Liberazione

     

     
    PROGRAMMA
     
    Lunedì 13 gennaio  2014 
    ore 10.00 via dei Laterizi 27 per Alberto Di Giacomo. Nato nel 1886,  arrestato come politico il 19 dicembre 1943, deportato a Kz Mauthausen,  assassinato il 15 settembre 1944 nel Centro di Sterminio Castello Di  Hartheim/Linz.  
     
    ore 12.00 via della Lungara 29  (Carcere di Regina Coeli)  Richiedente ANED  (Associazione Nazionale ex Deportati)per Jean  Bourdet, Paskvala Blesevic (politici) Da qui fu deportato  Jean  Bourdet  nato nel 1919,  arrestato come politico il 3 gennaio  1944, deportato a Kz Mauthausen , morto il  30 aprile1945 a Ebensee.Da qui fu deportato Paskvala Blazevic nato  nel 1920, arrestato come politico il 26  dicembre 1943, deportato a Kz Mauthausen, morto il 19 aprile 1945  a Gusen.  
     
    ore  14.30 via della Reginella 19  per Settimio  SpagnolettoNato nel 1895,  arrestato il  27 marzo 1944, deportato ad Auschwitz, fu assassinato il 23 maggio  1944.  
     
    ore 15.15 via Sant’Ambrogio  23 per Marco Sciunnach, Settimio Sciunnach, Rosa  Spagnoletto in Sciunnach Marco Sciunnach nato nel 1888, arrestato nel gennaio 1944, deportato ad  Auschwitz, morto in luogo ignoto e in data ignota. Settimio Sciunnach nato nel 1897,  arrestato il 21 febbraio 1944, deportato ad Auschwitz, morto il 31 ottobre 1944. Rosa Spagnoletto in Sciunnach nata nel 1896, arrestata il 21 febbraio  1944, deportata adAuschwitz,  assassinata il  10 aprile 1944.
     
    ore 16.15 via Marmorata 169  per Lazzaro Di Porto Nato nel 1882, arrestato l‘8 maggio 1944, deportato ad Auschwitz,  assassinato il 30 giugno 1944.
     

    Martedì 14 gennaio  2014

     ore 10.00 via Marianna Dionigi  17 per Dante Calò Nato nel 1890, arrestato il 13 gennaio 1944, deportato ad Auschwitz,  morto in luogo ignoto e in data ignota.   

    ore 11.00 via Piramide Cestia  21   per Gino Pace, Sergio Pace, Fernanda Piazza,  Emma Seppilli, Gisella GregoGino Pace, nato nel 1885, arrestato il 16 ottobre 1943, deportato ad  Auschwitz, assassinato il  23  ottobre 1943. Sergio Pace, nato nel 1926, arrestato il 16 ottobre 1943, deportato ad  Auschwitz, morto in luogo ignoto dopo il 3 dicembre 1943.Fernanda Piazza, nata nel 1888, arrestata il 16 ottobre 1943, deportata  ad Auschwitz, assassinata il  23  ottobre 1943.Emma Mazaltov Seppilli, nata nel 1857, arrestata il 16 ottobre 1943,  deportata ad Auschwitz, assassinata il  23 ottobre 1943.Gisella Grego, nata nel 1875, arrestata il 16 ottobre 1943, deportata ad  Auschwitz, assassinata il  23  ottobre 1943.  

    ore 12.00 via Venezia 14  per Alberto Pascucci Nato nel 1912, arrestato come politico il 23 dicembre 1943, deportato a  Kz Mauthausen, morto il 18 maggio 1944 a Ebensee.

  • “La Costituzione è incompiuta” diceva Pietro Calamandrei nel 1950. Eppure, “La Costituzione è sconosciuta” dice uno studente nel 2013.  È l’insieme delle leggi fondative del nostro Paese. Un documento unico, scritto quasi settant’anni fa, profondamente attuale. Ma quanti di noi lo conoscono, quanti sanno applicarne i principi nella vita di tutti i giorni, partecipando così attivamente alla società?

    L’Associazione Libertà e Giustizia, insieme all’Associazione Nazionale Magistrati, è entrata nelle scuole superiori e ha coinvolto studenti e insegnanti in un progetto di grande valore civico, i cui frutti sono raccolti in questo volume. La Repubblica siamo noi non solo comprende le riflessioni dei ragazzi sui temi della Costituzione ma, soprattutto, le loro idee, il loro desiderio di futuro, il sogno di una comunità civile basata sul riconoscimento, sul lavoro, la convivenza, i doveri e i diritti comuni.

    Corredato da due testi di Gherardo Colombo e Roberta De Monticelli, sostenitori appassionati e divulgatori dei principi costituzionali, queste pagine sono un prezioso strumento di sapere, per diventare cittadini consapevoli anziché “passivi e zittiti”; per rendere la Costituzione un’emozione civile, come la Resistenza da cui è sgorgata e piena come la dignità che ci porta ogni giorno.

    Gherardo Colombo ha lasciato la magistratura nel 2007. Oggi si confronta con i giovani nelle scuole; Roberta De Monticelli insegna Filosofia moderna e contemporanea nell’Università di Ginevra.

LOCANDINA

AD OSIMO


 

  

 

 

 

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