Filtro
  • La Grecia fa giustizia della destra neonazista antidemocratica e illiberale di Albadorata. Dopo l'assassinio del rapper antifascista Pavlos Fyssas ad opera del reoconfesso Yorgos Rupakias esponente del gruppo neofascista greco dello stesso, Nikos Michaloliakos presidente di Albadorata é stato arrestato con i deputati stessi del gruppo, mentre il suo vice si é dato alla latitanza ed é ricercato. E' forse un vizio della destra che quando arriva a posizionarsi nei ranghi del potere, credendo di essere legittimata da un voto popolare, demagogico e populista. agisce nell'illegalità credendo poi appunto nell'impunità. 

    A febbraio incontrammo quella che poi divenne la Presidente della Camera dei Deputati on Laura Boldrini che già da allora, essendo lei medesima dell'UNHCR competente di quel territorio, denunciava i crimini che Albadorata stavano commettevano ai danni di oppositori, di immigrati e di indigenti della stessa Grecia.   L'omicidio dell'antifascista greco ci ha, purtroppo, coinfermato che quell'allarme lanciato dell'on. Boldrini era giusto.

    Lo stato greco, con quest'iniziativa della magistratura, riafferma invece con gli autentici valori democratici, in un paese dove la democrazia é nata, in un paese inserito in un contesto, quello europeo, che trova le proprie origini nella civiltà ellenica. Questo é anche un segnale ai governi europei cui l'impegno di contrasto ai nuovi fascismo non può calare alla pari del contrasto alle esigenze economiche e della disoccupazione.

      

  • Premiati nelle altre sezioni Necci, Santagati e Tangherlini 

    Verranno consegnati, sabato 28 settembre, in una cerimonia che si terrà nella duecentesca chiesa di Santo Stefano nell’antico Borgo di Anticoli, l’odierna Fiuggi, i riconoscimenti della quarta edizione del Premio Fiuggi-Storia. Il Premio è promosso dalla Fondazione Giuseppe Levi Pelloni e dalla Biblioteca della Shoah-Il Novecento e le sue Storie, in collaborazione con il Comune di Fiuggi, l’Osservatorio sulla Comunicazione Sociale, la Banca Credito Cooperativo di Fiuggi, MediaEventi e Albergatori di Fiuggi. Claudio Fracassi con “La battaglia di Roma 1943. I giorni della passione sotto l’occupazione nazista” edito da Mursia, è il vincitore della seconda edizione del Premio FiuggiStoria per la saggistica. Per la sezione biografie il riconoscimento va ad Alessandra Necci per il libro dedicato alla vita di Nicolas Fouquet, Sovraintendente delle Finanze di Luigi XIV, “Re Sole e lo Scoiattolo” edito da Marsilio. Ad Orazio Andrea Santagati il premio per la sezione romanzo storico per il libro “L’amico del Fuhrer” (Iris4Edizioni).

    Il Fiuggi Storia 2013 Opera Prima va al libro “Siria in fuga” di Laura Tangherlini edito da Poiesis. Il FiuggiStoria-LazioMeridionale, sezione voluta dallo storico Piero Melograni e dedicata a don Celestino Ludovici autore di una preziosa “Storia di Anticoli”, ex aequo a Roberto Salvatori per il libro “Guerra e Resistenza a sud di Roma. 8 settembre 1943-5 giugno 1944” edito da Publiesse per conto del Comune di Bellegra e a Loreto Marco D’Emilia per il libro dedicato ad allievi e docenti del Liceo Tulliano di Arpino, “Un’istituzione e i suoi protagonisti, cento biografie rappresentative di una storia secolare”, edito in Arpino nel 2013 dall’Associazione Ex alunni ed amici del Tulliano. Menzione speciale a Francesco Crupi per il libro dedicato alla vita e all’opera dell’architetto Cleto Morelli, uno dei più importanti urbanisti del Novecento, “Cleto Morelli: La forza della coerenza. L’architettura e l’urbanistica di un intellettuale del territorio”. E a Roberto Lughezzani per La lunga strada sconosciuta. Una famiglia ebrea nella morsa del nazifascismo (Marlin Editore). Il trofeo, raffigurante la Menorah di Anticoli, è opera dell’oroscultore Leonardo Rosito.

  • Si sono concluse nel mese di settembre le "Serate di Storia", organizzate dai responsabili della Galleria del Figurino Storico di Osimo. Le Serate hanno coperto l'arco di Storia che va dall'Epoca Romana ai giorni del nostro Risorgimento nazionale, con approfondimenti interessanti su particlari aspetti, anche di vita osimana e regionale. Un contributo culturale e scientifico alla Galleria del Figurino Storico, che si propone di fare "Storia" con altri mezzi, oltre quelli tradizionali. La speranza che il prossimo anno si abbia la capacità ulteriore di organizzare un nuovo ciclo di conferenze, che hanno avuto un discreto successo di pubblico, scelto e competente, con argomenti ancora più interessanti e partecipativi. Un vero ringraziamento va all'Avv. Mengoni che, con discrezione ed intelligenza, è stato l'anima discreta di questo successo.
     
    Ndr- E' stata già richiesta dal "figurino storico" di Osimo alla nostra sezione di partecipare presentando il DVD "Osimo libera" (ed. anpiosimo 2011) per la regia di Armando Duranti tratto da un progetto di Massimo Morroni autore dello stesso omonimo libro. Per questo anche noi ci aggiungiamo ai ringraziamenti.
    il presidente ANPI Osimo 
           Armando Duranti   
  • Gino Bartali è stato proclamato Giusto tra le Nazioni. “Bartali è stato un campione immenso, sui pedali e nella vita. Il riconoscimento dello Yad Vashem, che lo ha inserito oggi nel registro dei Giusti tra le Nazioni, è il giusto premio per una vicenda umana esemplare”, ha affermato Guido Vitale, direttore della redazione di Pagine Ebraiche, il mensile dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane protagonista di numerose rivelazioni inedite sul coraggio del grande ciclista toscano durante il nazifascismo. A partire dalla testimonianza di Giorgio Goldenberg, il piccolo ebreo fiumano che ad Adam Smulevich raccontò di essere stato nascosto in un appartamento di proprietà del campionissimo in via del Bandino. “Sono vivo perché Bartali ci nascose in cantina”, spiegò allora Goldenberg, 81 anni, oggi residente in Israele a Kfar Saba. Oggi, dopo una lunga volata, l'annuncio più atteso. Una notizia che sta suscitando emozione in Italia e in tutto il mondo. “Finalmente!”, commenta commosso Andrea Bartali, figlio del campionissimo. Una soddisfazione che è anche di Sara Funaro, psicologa, promotrice del primo appello per la ricerca di nuove testimonianze pubblicata sul giornale dell'ebraismo italiano. “La decisione di Yad Vashem di dichiarare Gino Bartali Giusto tra le Nazioni – ha dichiarato il sindaco di Firenze, Matteo Renzi – è una scelta che commuove Firenze, è il più bel regalo alla città ed il modo più serio di dare un senso ai Mondiali di ciclismo".

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    A S S O C I A Z I O N E  N A Z I O N A L E  P A R T I G I A N I  D ’ I T A L I A

    COMITATO NAZIONALE

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    00192 Roma – Via degli Scipioni, 271 – Telefoni 06/3211949 – 3212345 –3212807 – Fax 06/3218495

    Ente Morale Decreto Luogotenenziale n. 224 del 5 aprile 1945 – Cod. Fisc. 00776550584

    www.anpi.it - e-mail anpisegreteria@libero.it oppure comitatonazionale@anpi.it

     

    COMUNICATO DELLA SEGRETERIA NAZIONALE DELL’ANPI SULLA MANIFESTAZIONE DEL 12 OTTOBRE A ROMA:

    Non possiamo aderire a iniziative che, pur legittime, prospettano piattaforme politicoprogrammatiche. 
    Resta fermo il nostro impegno per salvaguardare la Costituzione. Urge un forte rilancio delle linee del 2 giugno a Bologna

     

    La Segreteria Nazionale dell’ANPI, in relazione alla manifestazione indetta a Roma per il 12 ottobre, pur condividendo in linea di principio, gli obiettivi di fondo del documento “La via maestra” e in particolare l’obiettivo della difesa – senza conservatorismi, ma con assoluta intransigenza – della Costituzione contro ogni attacco, da qualunque parte provenga, ribadisce la necessità di continuare – prima di ogni altra cosa – a perseguire l’obiettivo che ci si era prefissi a Bologna, il 2 giugno, di fronte al pericolo reale e concreto di una riforma Costituzionale inaccettabile nelle modalità e nei contenuti;

    considerato che in questa fase, mentre già sta procedendo speditamente il cammino del disegno di legge costituzionale che modifica l’art. 138, in una sorta di diffusa disattenzione, il problema principale non è quello di ampliare gli obiettivi (nelle dichiarazioni di alcuni promotori si delinea addirittura un vero e proprio programma politico) e rivolgersi solo alla piazza, ma è quello di combattere una battaglia specifica, che riesca a coinvolgere tutti i cittadini e non solo una parte di essi e che non si presti ad equivoci e strumentalizzazioni; a questo fine, ciò che occorre, al di là della propaganda, è la formulazione di un serio e concordato programma di iniziative concrete e coordinate, sempre sul tema specifico del 2 giugno, che invece – nei documenti più recenti – è praticamente finito nell’ombra;

    ritenuto che non è possibile chiedere l’adesione dell’ANPI, su materie di tanto rilievo, senza coinvolgerla in alcun modo nella fase della preparazione e delle scelte delle modalità;

    che peraltro l’ANPI resta ferma sulla linea chiaramente espressa nel comunicato 18 maggio 2013, manifestata e largamente condivisa nella manifestazione del 2 giugno, a Bologna; e in particolare ribadisce l’invito a tutti i propri organismi e a tutte le associazioni interessate a mobilitarsi per informare, chiarire, discutere, con tutti i cittadini sulle tematiche dei progetti di riforma su cui si stanno impegnando Governo e Parlamento;

    propone che l’Associazione “Salviamo la Costituzione”, che tanti meriti si è acquisita in questi anni (e soprattutto in occasione del referendum del 2006) nella difesa – senza conservatorismi – della Costituzione e dei suoi valori, si faccia promotrice al più presto di un incontro quanto meno delle maggiori associazioni partecipanti alla manifestazione del 2 giugno a Bologna, per concordare le modalità per un prosieguo forte della battaglia contro le progettate riforme costituzionali, lanciando anche iniziative di informazione pubblica sia sugli aspetti critici della riforma in discussione proposta in Parlamento dal Governo, sia sulle questioni sulle quali alcune riforme coerenti con la struttura complessiva della Costituzione sarebbero facilmente realizzabili e addirittura auspicabili.

    Gli iscritti dell’ANPI sono liberi di partecipare alla manifestazione del 12 ottobre, a titolo personale. Sono invitati, peraltro, a promuovere ed a partecipare attivamente a tutte le iniziative che verranno organizzate dall’ANPI nazionale e dagli organismi periferici in questa materia, nella certezza che l’impegno sarà lungo e complesso e dunque occorrerà dispiegare tutte le energie disponibili.

    Resta ferma la disponibilità dell’ANPI a partecipare anche ad iniziative di più ampio respiro, se concordate preventivamente nelle modalità e negli obiettivi e non suscettibili di entrare in un campo squisitamente politico, che sarebbe estraneo alle finalità ed alla natura dell’ANPI.

    Infine, l’ANPI ringrazia il Prof. Rodotà, il Prof. Zagrebelsky, la Prof.ssa Carlassare e Sandra Bonsanti per aver dato risposta ad alcuni dei quesiti posti con la lettera del 19 settembre,assicurando che l’Associazione non dubita minimamente delle intenzioni e della lealtà dei  promotori stessi, con i quali si augura di poter collaborare ancora, com’è accaduto spesso nel passato, in quello spirito imprescindibile di comprensione reciproca, di collaborazione e di rispetto e stima che ha contrassegnato e deve contrassegnare i rapporti associativi e quelli personali.

    Restano peraltro le perplessità relative alla oggettiva natura ed agli effetti collaterali della manifestazione, al di là della stessa volontà di alcuni dei promotori (un esempio significativo: sui giornali di oggi c’è chi afferma che non sarà una manifestazione “contro” ma una manifestazione “per”; e il “per” consisterebbe in “un piano di investimenti straordinari, pubblici e privati, per difendere il lavoro e riqualificare l’industria e per chiedere più servizi sociali”. In altre dichiarazioni si precisa che “occorre ricostruire uno spazio politico vuoto, perché è in gioco la democrazia”.

    Secondo altri organi di stampa, le parole d’ordine della manifestazione, virgolettate, sarebbero, “una grande coalizione sociale per uscire dalla frammentazione e trasformare l’Italia”.

    Tutto è legittimo, ma ogni cosa a suo tempo e luogo. Oggi, secondo l’ANPI, l’obiettivo fondamentale resta quello di vincere la battaglia, in tutte le fasi, compreso, ove occorra, il referendum, contro un progetto di riforma che per metodo e contenuti è da respingere, nell’interesse del Paese ed in nome dei principi e valori espressi dalla Costituzione Repubblicana e tuttora validissimi.

                                                              Roma, 25 settembre 2013

     

    LA SEGRETERIA NAZIONALE DELL’ANPI

     

  • 16 settembre 1944- A Brindisi, sede del governo, il generale Puntoni annota – La situazione è grave; non si vede uno spiraglio di luce nella nuvolaglia che ci pesa in testa. Badoglio è in balia degli eventi, non ha risorse, le sue idee sembrano corte e sfasate -. Ad Ascoli Piceno, dopo l’occupazione dei maggiori centri da parte tedesca, la popolazione e le truppe del battaglione lì di stanza respingono i tedeschi fuori città.    A Salerno continua lo sbarco di uomini e mezzi che si trovano di fronte l’esercito tedesco ormai esausto nei tentativi di respingimento e si ferma.   Aspri combattimenti per il possesso di Gioia del Colle (BA) e del suo aereoporto.   La Luftwaffe bombarda Portoferraio e lancia volantini chiedendo la resa dell’isola.   Aerei tedeschi bombardano per tre lunghe ore l’isola greca di Corfù.  Incessanti i bombardamenti aerei su Cefalonia con continuo sbarco di truppe tedesche. Argostoli è ormai praticamente distrutta.   Agli angloamericani viene richiesto un appoggio con l’invio di truppe su navi da guerra così come per Rodi: nessun seguito viene fatto a tale richiesta.   In Grecia a Kalabaka truppe italiane e partigiani greci combattono con successo contro preponderanti truppe opposte.   Le truppe sovietiche respingono i tedeschi dalla zona di Kiev e in altre zone del proprio territorio.

     

    17 settembre 1944- La 5.a armata americana riprende l’attacco da Salerno sfondando su alcuni paesi limitrofi come Albanella (direzione sud) e Monte Corvino (direzione Est). E’ costretta ad arrestarsi ad Altavilla per l’incessante sbarramento d’artiglieria dei tedeschi.   Gli inglesi che risalgono dalla Calabria, occupano invece Vallo della Lucania e Gioia del Colle è infine abbandonata dagli occupanti nazisti non senza aver distrutto l’acquedotto pugliese.   Censita l’aviazione italiana che consiste in 117 aerei idonei al volo e 86 velivoli antiquati e da trasporto stanziati in Sardegna e nelle Puglie. Nei giorni dello sbarco in Sicilia (10/11 luglio 1943) i bombardieri Alleati distrussero con 1.400 tonnellate di bombe ben 104 aerei italo-tedeschi, mentre nei giorni successivi vennero resi inutilizzabili altri 71 caccia italiani e 179 caccia tedeschi portando il 9 luglio le perdite totali della Regia Aeronautica in Sicilia a 273 aerei (220 al suolo e 53 in combattimento).  L'11 luglio quasi tutti gli ultimi Bf 109 italiani vennero distrutti da un altro bombardamento Alleato eseguito su Sciacca.   Partono da Taranto 5 piroscafi scortati per portare viveri a Spalato  e poter ricaricare le truppe italiane presenti sul territorio slavo.   Sempre a Spalato battesimo del fuoco del neo costituito Battaglione Garibaldi respinge truppe naziste appoggiate da carro armati..

     

    18 settembre 1943 – Mussolini da Monaco di Baviera parla agli italiani avvisandoli della costituzione del Partito Fascista Repubblicano  e della Repubblica Sociale Italiana (RSI) e, dichiarando la propria gratitudine a Hitler e ai gerarchi nazisti e il tradimento della monarchia sabauda che dovrà essere sostituita da una repubblica,  detta quattro punti “programmatici” : 1) ripresa delle armi a fianco della Germania, del Giappone e della vecchia alleanza complessivamente; 2) riorganizzazione di un esercito attorno alla vecchia Milizia; 3)eliminazione dei traditori già fascisti; 4) annientamento delle plutocrazie e fare del lavoro il cardine dello Stato.   Dal Sud invece il solito Puntoni afferma, imbattendosi in un reparto in marcia nella Puglia, che le truppe sono allo sbando e senza speranza di un loro riordino.    Sempre al sud tra gli altri centri liberati attorno a Salerno ci sono Battipaglia e la Eboli resa famosa dal romanzo del confinato Carlo Levi che in quel paese in provincia di Salerno appunto, lasciava “una civiltà”, la ferrovia, per “un’altra civiltà”, quella della Lucania desolata che descriveva così - Come in un viaggio al principio del tempo, Cristo si è fermato a Eboli racconta la scoperta di una diversa civiltà. È quella dei contadini del Mezzogiorno: fuori della Storia e della Ragione progressiva, antichissima sapienza e paziente dolore- .   Rodi cade e iniziano le deportazioni di militari italiani e di ebrei locali.   A Cefalonia  l’intero 1° battaglione del 317° fanteria è annientato senza cedere neanche una striscia di terreno.

     

    19 settembre 1943- Se da un lato sul fronte del salernitano si continua nella liberazione dei luoghi occupati, gli altri alleati insistono su una linea da Altamura a Potenza liberando quest’ultima con l’ingresso di truppe canadesi in città.   Alcuni aerei italiani bombardano sull’Albania e sulla Grecia.

    A Boves (CN) il paese viene distrutto dai nazifascisti e lasciano sul terreno 23 civili tra cui il parroco mentre in Val Susa gruppi di partigiani combattono.   Si hanno notizie che le truppe italiane sui Balcani stanno tentando di raggiungere l’isola dalmata di Lagosta tra Spalato e Dubrovnick. Tenta invece di raggiungere Porto Edda (Sarandë- Albania) la divisione Perugia.

    Alla data la marina italiana ha dislocate le corazzate Duilio, Doria e Giulio Cesare, gli incrociatori Pompeo Magno, Abruzzi e Garibaldi, 4 cacciatorpediniere, 8 sommergibili e una nave cisterna sono alla fonda al largo di Malta; ad Alessandria d’Egitto le corazzate Italia e Vittorio Veneto, 4 incrociatori e 4 cacciatorpediniere mentre sono in acque spagnole l’incrociatore Attilio Regolo e 4 cacciatorpediniere.   

    A Cefalonia la Acqui non cede perdendo e riconquistando località dell’isola: a Capo Munta la gloriosa divisione perde circa 300 soldati e quasi tutti gli ufficiali. I tedeschi continuano a sbarcare truppe sull’isola greca.   Continuano gli appelli per assistere Cefalonia, appelli disattesi dagli Alleati. 

  • Sono in questi giorni 69 anni dalla Repubblica Partigiana dell'Ossola.   Un'evento tra i più straordinari che dovremmo celebrare in un modo assolutamente più ampio. Come dice Anna Identici, straordinaria cantante, sono stati quelli 40 giorni che hanno seminato la speranza non solo nelle valli interessate ma da tutto il Paese. Era la possibilità di farcela.   Da ragazzino ricordo ancora, nonostante abbia superato i cinquant'anni, quello straodinario sceneggiato che dovrebbe essere ripreso perché da questo traspariva lo slancio di quella gente che anelava ad una nuova vita nella libertà, nella democrazia e nella giustizia. A quegli eventi partecipò Umberto Terracini futuro presidente dell'Assemblea costituente che firmò poi la Costituzione.

     

     Questa repubblica esistette dal 9 settembre al 22 ottobre 1944. I partigiani del CLN l'8 settembre 1944 attaccarono le truppe fasciste di stanza a Domodossola, sconfiggendole e, dopo averle scacciate, parlarono di "territorio liberato"; solo in seguito, sull'esempio di zone come la Repubblica del Corniolo, la prima repubblica partigiana nell'Italia del nord, si cominciò ad usare l'espressione "repubblica" dell'Ossola.

    A differenza di altre Repubbliche partigiane la Repubblica dell'Ossola fu in grado, in poco più di un mese di vita, di affrontare non solo le contingenze imposte dallo stato di guerra, ma anche di darsi un'organizzazione articolata: vennero assunti funzionari (commissari) per l'amministrazione civile con il potere di assumere impiegati, venne vietata l'esportazione di valuta, venne rinnovata la toponomastica della valle.

    Tutte le leggi e i corpi militari fascisti vennero sciolti in soli 2 giorni. Salò reagì tagliando i rifornimenti all'intera valle, ma, dopo alcune incertezze, la piccola repubblica ottenne l'appoggio della Svizzera.

    bandiera dell'Ossola secondo Giorgio BoccaIl 10 ottobre i fascisti attaccarono con 5000 uomini e, dopo aspri scontri, il 23 ottobre riconquistarono tutto il territorio. La gran parte della popolazione abbandonò la Val d'Ossola per rifugiarsi in Svizzera lasciando il territorio pressoché deserto impedendo di fatto le forti rappresaglie che furono minacciate dai fascisti e dal capo della provincia in particolare. A tal proposito proprio il capo della provincia Enrico Vezzalini scrisse il famoso comunicato a Mussolini che recitava: "Abbiamo riconquistato l'Ossola, dobbiamo riconquistare gli Ossolani".

    La storia della Repubblica dell'Ossola è stata narrata nello sceneggiato di Leandro Castellani Quaranta giorni di libertà e dal libro di Giorgio Bocca Una repubblica partigiana (1964). Una narrazione molto particolareggiata si trova anche nel romanzo "Il cavallo rosso" di Eugenio Corti.

    Secondo Bocca la bandiera della repubblica sarebbe stata un tricolore rosso, verde e blu, in omaggio a tutte le formazioni militari partigiane che avevano partecipato alla liberazione e alla difesa del territorio libero dell'Ossola. Ogni gruppo partigiano aveva poi le sue insegne. Verde quella di "giustizia e libertà", rossa quella delle formazioni garibaldine, azzurra quella dei monarchici (vedi accanto ricostruzione).

     

     

    Personalità legate alla Repubblica dell'Ossola
    • Giorgio Ballarini, membro della giunta
    • Luigi Battisti
    • Corrado e Mario Bonfantini
    • Gianfranco Contini
    • Alfredo Di Dio
    • Gisella Floreanini, membro della giunta
    • Aristide Marchetti
    • Alberto Nobili, membro della giunta
    • Luigi Pellanda
    • Giacomo Roberti, membro della giunta
    • Bruno Rutto
    • Sandro Sinigaglia
    • Giovanni Battista Stucchi, comandante militare
    • Dionigi Superti
    • Ettore Tibaldi (militare), membro della giunta
    • Umberto Terracini, segretario della Repubblica
    • Ezio Vigorelli
    • Luigi Zoppetti
    • Giancarlo Pozzi
     
    Bibliografia
    • Storia d'Italia (pag. 498) - Mondadori 1978.
    • Eugenio Corti, Il cavallo rosso, 13, Edizioni Ares, 1999, pp. 1280. ISBN 88-8155-055-5
    • Giorgio Bocca, Una repubblica partigiana. Ossola, 10 settembre - 23 ottobre 1944, Edizioni Il Saggiatore, 1964, pp. 138. ISBN 88-428-0894-6
    • Luigi Pellanda, L' Ossola nella tempesta. Dal settembre 1939 alla liberazione, Tip. Provera, 1954, pp. 145. ISBN 9788885407008
     
     
     
     
     
     
     
     Partigiani dell'Ossola                                               Bandiera usata dagli Azzurri
     
     
     
     
  • Alcune cose di questa cronistoria, contrariamente alla consuetudine, sono riprese dalla letteratura di parte opposta e quindi la prospettiva che si offre in questo articolo é, per così dire, a 360° e quindi il rinscontro con la realtà é altamente probabile.   Alcune tracce sono di Massimo Morroni autore di "Osimo Libera", ed. ANPI Osimo 2004.   Spesso a sproposito si parla della "battaglia di Ancona". Leggendo questa cronaca ci si rende conto benissimo in realtà che fu una "Battaglia per Ancona" in quanto la parte preponderante dello scontro avvenne lungo la linea del fiume Musone che corre tra l'Acqwuaviva (Loreto/Castelfidardo) e le Casenuove/Filottrano.    Un episodio non inquadrabile temporalmente ma determinante per lo sconfinamento in terra osimana da parte polacca fu quello della cattura di un ufficiale della Wermacht che, catturato in zona ponte di San Domenico (Padiglione) dal distaccamento "Franco Stacchiotti" rese testimonianza scritta del posizionamento dell'artiglieria leggera posta a difesa di Osimo nella zona sotto la SS. 361    I partigiani con quella importantissima informazione si recarono presso il comando polacco di Recanati che li respinse perché al collo avevano il fazzoletto rosso.   Increduli da quel respingimento ma fermi nella certezza della bontà di ciò che avevano in tasca, i partigiani si recarono all'altro comando polacco che stazionava a Villa Spada il quale prese sul serio quelle informazioni fornendole alle artiglierie che se ne servirono per centrare i tedeschi e scendere da Recanati verso Osimo. Singolare é il fatto che l'ufficiale tedesco, una volta catturato e portato al comando del distaccamento, la prima cosa che disse vedendo quei partigiani con il fazzoletto rosso disse loro "Comunisti ?". I partigiani risposero positivamente e, a quella risposta, lo stesso ufficiale si strappò dalla divisa dosso ogni fregio tedesco e disse ai presenti "datemi carta e penna"; e disegnò la difesa tedesca.   Quell'ufficiale non era di origine tedesca ma di nazionalità austriaca dal 1938 annessa al III Reich.   Questo suo gesto fu forse di rivalsa verso chi aveva occupato il proprio paese e lo aveva trascinato in una guerra non sua o forse per convinzione politica ma fu certamente determinante. L'austriaco fu poi tradotto presso la sede vescovile di Santo Stefano adattata a carcere "sui generis" per i prigionieri e comandata dal raggruppamento GAP " Vilfredo comandato da Vilfredo Giannini.   Nelle frequenti escursioni di pattuglie lungo la zona tra Ancona e Osimo, una di queste attaccò proprio il luogo di reclusione e lì l'ufficiale austriaco venne ucciso.

    Armando Duranti (da testimonianze registrate)

    la "battaglia per Ancona"

     

    29 GIUGNO 1944 GIOVEDI‘. Narra Rolf Dittman, comandante della sesta compagnia del 993: "Nella notte tra il 29 e il 30 la nostra Divisione abbandona le posizioni sul fiume Chienti per ritirarsi dietro il fiume Musone... Per noi è ora terminato il periodo di riposo e veniamo nuovamente impiegati in prima linea. Al pomeriggio sul Musone, vengono assegnate ai Comandanti di Compagnia le nuove posizioni da difendere. Ci è chiaro che ora la nostra situazione ricomincia a farsi seria e che dobbiamo difenderci per sbarrare il più a lungo possibile al nemico l'accesso ad Ancona. Alle ore 22 le compagnie occupano le posizioni sulla linea del Musone. Al tenente Leipold (settima compagnia) viene assegnato il settore costiero, a me quello mediano ed al sottotenente Scholl (quinta compagnia) lo scomodo settore di destra. Qui infatti potrebbero localizzarsi il punto critico del nostro settore dato che la Via Adriatica (Strada Statale 16 N.d.T.) passa proprio attraverso la line tenuta dalla quinta compagnia. La linea assegnata alla mia Compagnia (la sesta) va dal terrapieno della ferrovia,dove confina con la quinta, allo sbocco del fiume Aspio nel Musone, dove confina con la settima. Il settore assegnato al battaglione è talmente esteso per cui tutte le compagnie fucilieri devono venire impegnate in prima linea. Siamo poco entusiasti della nostra linea perché il nemico, da Loreto, posto in altura, potrebbe distinguerne ogni particolare. Ho impegnato tutte le truppe disponibili in prima linea, compresi I due gruppi di riserva e la squadra mitragliatrici pesanti. Ci trinceriamo sulla sponda settentrionale del Musone. Il settore della Compagnia è ampio 1.800 metri. Considerate le cattive condizioni di visibilità, resto con il mio posto di comando tattico soltanto 200 metri dietro la linea del fronte" (Dittman R. Die Neue Bruecke n.25 pasqua 1962 e 26 agosto 1962)

    30 giugno 1944. VENERDI’- Le truppe tedesche sono appena ripiegate nella notte sul fiume Potenza che in mattinata giunge un nuovo ordine di ripiegare nella notte successiva sulla “Linea Albert” (leggi Edith da parte opposta) sul fiume Musone.

    "Sull'ala occidentale, la 6 Brigata di fanteria Leopoli, avanguardia del 5 Divisione Kresova, progrediva con lentezza a causa dell'accidentata natura del terreno e per le immense distruzioni stradali poste in atto dai tedeschi in ritirata. Tuttavia, alle ore 16, occupò Morrovalle e la zona circostante.Da queste posizioni, sul calar della sera, mosse verso il fiume Potenza, che era stato intanto raggiunto e valicato con facilità, la sera stessa, dalla 1 Brigata karpatica, reparto di punta della 3.Divisione omonima operante nella zona litoranea" (Santarelli pp ).

    Durante la notte il Comando di Divisione del generale Hoppe lascia Castelfidardo per trasferirsi a Montemarciano.

    "Quando il 30 giunse un nuovo ordine di ripiegare nella notte seguente sulla Linea Albert sul fiume Musone, nell'interesse della situazione vista nel suo complesso, si dovette rinunciare ad importanti vantaggi consistenti in primo luogo nel fatto che la vecchia linea sul fiume Potenza aveva una lunghezza di soli 20 chilometri contro I 30 di quella sul Musone e secondariamente nel fatto che, con le alture dominanti di Recanati e Loreto, cadevano nelle mani del nemico importanti punti di osservazione e posizioni da cui predisporre azioni offensive. Così molto a malincuore, nella notte fra il 30 e il 1 luglio venne abbandonata la linea sul fiume Potenza per attestarci sulla Linea Albert che era stata da giorni accuratamente esplorata ma non per questo soltanto aveva assunto maggiore importanza. E proprio lungo questa linea si doveva giungere alla battaglia" (Hoppe pp ).

    A Porto Recanati verso mezzogiorno i tedeschi fanno saltare il ponte sul Musone evacuando la zona. Arrivano nel pomeriggio i soldati polacchi della 3 Divisione Karpatica del 2 Corpo d'Armata. L'avv.Camillo Pauri sarà il primo sindaco dopo la liberazione nominato dal CLN locale.

    A Potenza Picena il GAP locale assume il controllo del paese e prepara la popolazione ad accogliere i liberatori. Alle ore 15 batterie tedesche dall'altura di Recanati aprono il fuoco contro Potenza Picena uccidendo 10 persone e ferendone altre. Con prontezza i partigiani accorrono e coadiuvati da alcuni civili trasportano all'ospedale i feriti.

    A Macerata, alle ore 14,30 provenienti da Civitanova passando internamente per Monte San Giusto e Corridonia giungono in corso Cairoli le prime camionette polacche, seguite dai reparti dei paracadutisti della Nembo del CIL. I partigiani del gruppo Nicolò, provenienti da Sforzacosta, issano per primi il tricolore sul monumento ai caduti. (Pinci G. in Macerata, 4).

    A Montelupone alle ore 18,15 le truppe polacche entrano in città.

    A Tolentino alle 3 del mattino saltano i ponti della città. Alle 14 entrano i partigiani e i motociclisti della Nembo tra l'esultanza della popolazione.

    A Recanati,i tedeschi evacuano la città ed elementi di retroguardia guastatori fanno saltare il Ponte Nuovo e la strada sotto il Duomo. Rappresaglia tedesca nella zona di Costa dei Ricchi. Ne è vittima Armando Nina,di anni 32, da poco congedato e reduce dall'Albania.I tedeschi lo obbligano a scavarsi la fossa insieme al padre e alla moglie e lo falciano con una raffica di mitra. A Filottrano invece per un soldato ucciso i tedeschi fucilano 10 persone prese a caso, altre 7 per un fatto simile ne hanno fucilate giorni addietro a Staffolo

    1 luglio 1944. Sabato. Le truppe tedesche hanno abbandonato nella notte la posizione difensiva sul fiume Potenza e hanno ripiegato sulla “Linea Albert” di 30 chilometri che corre parallelamente al Musone da ovest a est. Il punto centrale di questa linea è la posizione elevata di Osimo ma prima ancora, dopo un secolo dallo scontro piemontese-pontificio, la cittadina di Castelfidardo con la Selva di Monte Oro (la Battuta).

    Dalle memorie del generale Hoppe: "La Divisione si accorse di essersi sbagliata se, con il rapido sganciamento, aveva sperato di guadagnare il vantaggio di almeno qualche giorno di tempo. Infatti, sebbene la nuova linea venisse a trovarsi più indietro di 20 chilometri, quindi sufficientemente arretrata e tale da costringere il nemico ad effettuare una ulteriore avanzata, I polacchi non si attardarono in lunghi preparativi. Giustamente, dal nostro rapido sgombero della linea sul Potenza avevano tratto la conclusione che avremmo proseguito nel nostro arretramento e ci rimanevano quindi alla calcagna. Con l'impiego dell'aviazione essi erano facilmente in grado di compensare la mancanza dell'appoggio dell'artiglieria pesante che non poteva tenere dietro all'avanzata con la dovuta rapidità. I polacchi ci seguivano immediatamente ma senza incalzare troppo: il 1 luglio si accontentavano soltanto di premere sulle retroguardie della 278 divisione, lasciate per sicurezza sulla zona antistante la nostra linea, e si deve ringraziare questa circostanza se la Divisione si è potuta organizzare nella nuova linea di difesa. Questa andava da occidente ad oriente e passava a sud di Filottrano lungo la riva settentrionale del torrente Fiumicello sino al punto dove questo sbocca nel Musone. Il punto centrale di questa linea era rappresentato dalla piccola città di Osimo, posta su un'altura. Pertanto la Divisione si attendeva che il nemico avrebbe attaccato o a sud ovest o a sud est di Osimo per far cadere la città investendola ai fianchi. Se il nemico avesse invece diretto il suo attacco principale nella zona di Filottrano, puntando su Jesi e Chiaravalle, in tal caso avrebbe rivelato l'intenzione di accerchiare la 278 divisione presso Ancona e di annientarla. Se con il grosso delle sue truppe il nemico avesse sfondato il fronte ad oriente di Osimo allora lo avrebbe allettato la rapida conquista del porto di Ancona, importante per I rifornimenti. Soltanto l'andamento dei combattimenti avrebbe mostrato quale soluzione aveva scelto l'avversario" (Hoppe pp.)

    Nella mattinata poiché la 71 Divisione non è ancora in grado di combattere, la 278 deve da sola sostenere il peso della linea spiegandosi con sei battaglioni effettivi e uno di riserva come segue per la difesa della “Linea Albert“: A destra il 994 sotto il comando interinale del maggiore Rudolf Godorr, aiutante il capitano Helmut Wollin, con il 1 battaglione a destra e il 2 a sinistra, in collegamento con la 71 Divisione nel settore Filottrano-S.Biagio; al centro il 992, sotto il comando interinale del maggiore Werner Krueger, aiutante il tenente Erich Widmaier, con il 2 battaglione a destra e il 1 a sinistra, nel settore a sud di Osimo; a sinistra il 993, al comando del colonnello Paul Broecker (aiutante il tenente della riserva Hermann Eicher), con il 1 battaglione a destra e il 2 a sinistra, nel settore Castelfidardo-costa. Come riserva divisionale il 278 battaglione fucilieri, ad Offagna, comandato dal capitano Dister, aiutante il tenente Amhoff. Il 278 Reggimento artiglieria al comando del maggiore von Lonski ,aiutante il capitano Boehm, assegnato in appoggio al 994 col suo secondo gruppo ed il 992 col suo primo gruppo. Il 305 Reggimento artiglieria , al comando del colonnello Kurt, col suo primo gruppo era destinato ad appoggiare il 993 e col suo quarto gruppo effettuava la copertura di fuoco sul centro e sul settore sinistro del fronte. I gruppi terzo e quarto del 278 artiglieria erano ancora distaccati presso la 71 Divisione ma avevano il loro raggio di azione nella zona antistante il settore del 994 granatieri. Il 278 gruppo controcarro divisionale, al comando del capitano della riserva Kurt Knorn (aiutante il sottotenente della riserva Siegfried Bohlmann), veniva impegnato su due gruppi misti alle due estremità dello schieramento. Il 278 battaglione guastatori veniva dislocato fra il Musone e lo Esino col compito di creare sbarramenti e di simulare istallazioni militari. La guarnigione della piazzaforte di Ancona era costituita da un comandante appartenente alla marina, che disponeva di parecchie sezioni di artiglieria di marina, e dagli anziani elementi della Territoriale del 903.mo battaglione da fortezza e dal 676 battaglione di sicurezza che non disponevano delle armi pesanti della fanteria ed avevano pertanto scarsa efficienza combattiva. Il 924 Reggimento di fortezza, al comando del colonnello Von Seydlitz, assieme al 278 battaglione complementi ed al 3 battaglione del 755 Reggimento russo (Turcomanni) assicuravano la difesa del litorale di Ancona sino a Montemarciano.

    Scrive ancora il generale Hoppe: "Nel corso della giornata il fuoco aumentava sempre più, gli aerei aggiustavano il tiro dell'artiglieria e quando per la prima volta i cacciabombardieri effettuavano incursioni sulla linea di combattimento, la Divisione informava il 51 Corpo d'Armata che era imminente un attacco in grande stile, chiedendo ordini precisi che sono stati così formulati: "tenere Ancona il più possibile, evitando la frantumazione del fronte e senza perdere I collegamenti nel corso dei graduali movimenti di retrocessione" (Hoppe pp. )

    Segue ora la narrazione fatta dal capitano Rolf Dittman del settore operativo del 993: " ... La scorsa notte ci siamo trincerati sulla sponda settentrionale del Musone ed attendiamo con ansia gli eventi. Ma i polacchi hanno compiuto solo esitanti puntate e così c'è stata calma per quasi tutta la giornata. Solo nel tardo pomeriggio alcune autoblindo si muovevano sulla sponda opposta. Ai nostri tentativi di raggiungerle con granate controcarro, si sono sottratte con violente sparatoria. Ma, all'imbrunire, un carro leggero si sofferma a circa 300 metri avanti alla linea tenuta dal nostro primo plotone e resta bloccato nel fosso a lato della strada. Prendo la decisione di affrontarlo con alcuni volontari. Il sottotenente Jaensch della 14.ma compagnia partecipa a questa azione con un lancia razzi controcarro chiamato Ofemrohr (letteralmente tubo da stufa). Dopo aver predisposto l'indispensabile fuoco di copertura, guadiamo il Musone con l'acqua che ci arriva sino alla coscia. Dal pendio della sponda, alto circa due metri, osserviamo con I binocoli il terreno antistante ma non riusciamo a notare alcun movimento nelle vicinanze del mezzo corazzato. È rimasto inclinato nel fosso a lato della strada e soltanto il cannone e la mitragliatrice sono rivolti minacciosi nella nostra direzione. Ci avviciniamo piano piano con cautela sino a circa cento metri dal carro armato e Jeansch gli lancia contro la prima granata-razzo. Sebbene avesse cominciato ad emettere subito un fumo denso, senza attendere oltre, gli viene lanciata contro una seconda granata, dopo di che esplodono le munizioni all'interno del mezzo corazzato che va immediatamente in fiamme. Ora però si è fatta attenta anche l'artiglieria nemica e ci infastidisce con alcune salve. Rapidamente ci ritiriamo, raggiungendo indenni la nostra posizione. Usando un'arma controcarro da combattimento ravvicinato, con la nostra azione abbiamo distrutto un mezzo corazzato, il primo nel settore del nostro reggimento. Il fatto che l'equipaggio avesse già abbandonato il carro armato e che pertanto l'azione avesse presentato una relativamente scarsa pericolosità, pregiudica molto poco la nostra soddisfazione" (Dittman.pp)

    Nel 1978 il colonnello Helmut Wollin, che nel luglio del 1944,col grado di capitano, apparteneva al 994 Granatieri in qualità di aiutante maggiore del comandante, ha rintracciato nell'archivio militare federale l'originale di un rapporto che il maggiore Wolfgang Klennert, allora ufficiale di stato maggiore della 278 Divisione aveva trasmesso al comando del 51 Corpo di Armata alpino. "I combattimenti nella zona di Ancona sono caratterizzati dalla tattica nemica di occupare prima le importanti posizioni dominanti sulle alture per conquistare poi tutto il territorio che si può osservare dalle alture stesse”.

    Prima fase della battaglia per la presa di Ancona. Il nemico incominciò la battaglia occupando di forza, con l'impiego parziale di forti reparti, dapprima il bastione di S.Biagio ad oriente di Filottrano sul fronte tenuto dalla divisione, esteso per 32 chilometri. Con il grosso delle sue forze, partendo dalla zona a nord di Loreto, attraverso Crocette (la Selva), ha condotto poi l'attacco principale in direzione di Castelfidardo e di qui verso Osimo che domina tutte le posizioni tedesche sulla Linea Albert ( Klennert W., Rapporto al 51 Comando Alpino in data 29.7.1944 in Die Neue Bruecke n.64 giugno 1978, pp ).

    All'ala sinistra del fronte: "I Polacchi della Divisione Kresowa varcano con le avanguardie il Fiumicello e la 6 Brigata di fanteria Leopoli accompagnata dagli Ulani del 15 Reggimento con forte appoggio di carri armati, attaccano verso S.Biagio, fatti subito segno ad un fitto fuoco di artiglieria e mitragliatrici. Messi I carri in prima linea, I polacchi attaccano dalle ore 17 alle 20, contrastati dal 2 battaglione/994 che contrattaccava inutilmente. S.Biagio è presa, I tedeschi arretrano, chiedono l'intervento della riserva divisionale (il 278 battaglione fucilieri di stanza ad Offagna) ma il sopraggiungere della notte arresta le operazioni. Il comandante tedesco Hoppe ordina un contrattacco con le riserve del 2 battaglione/994 appoggiato dai cannoni corazzati semoventi in numero di 4 quale artiglieria mobile controcarro, da effettuare l'indomani. Intanto anche I reparti della Nembo hanno raggiunto la linea del fronte e si preparano ad appoggiare l'azione dei polacchi verso Filottrano", (Pierpaoli p.190)

    "Il 1 luglio il nemico irrompeva sulla nostra linea del fronte con forze corazzate e fanteria occupando il caposaldo di S.Biagio nella valle del Fiumicello, ad oriente di Filottrano. A sud di Castelfidardo è riuscito ad effettuare una penetrazione locale" . (Santarelli pp 53-56).

    A sera I reparti polacchi d'avanguardia raggiungono il Musone, che superano in vari punti, assicurando così i passaggi per il grosso delle forze.

    2 LUGLIO 1944 DOMENICA.“ Il giorno successivo fu combattuta quella che fu conosciuta coma le battaglia di Loreto, dal nome della città, attraverso la quale si sviluppò la nostra azione principale iniziale: obiettivo di essa fu di consolidare I successi conseguiti dai nostri gruppi lanciati all'inseguimento e creare condizioni favorevoli per la battaglia per Ancona conquistando alture dominanti sulla sponda settentrionale del Musone" (Santarelli .)

    Le truppe tedesche hanno abbandonato nella notte la posizione difensiva sul fiume Potenza e hanno ripiegato sulla linea Albert di 30 km. che corre parallelamente al Musone da ovest a est. Il punto centrale di questa linea è la posizione elevata di Osimo ma prima ancora, dopo un secolo dallo scontro piemontese-pontificio, la Selva di Castelfidardo. Nella mattinata poiché la 71 divisione non è ancora in grado di combattere, la 278 deve da sola sostenere il peso della linea spiegandosi con sei battaglioni effettivi e uno di riserva come segue: a destra: il 994.mo reggimento granatieri in collegamento con la 71 divisione nel settore Filottrano-S.Biagio; al centro:il 992 nel settore a sud di Osimo; a sinistra: il 993 nel settore Castelfidardo-costa; alla riserva: il 278.mo battaglione fucilieri ad Offagna. Il comando della divisione è stato frattanto trasferito a Montemarciano.

    Inizia un serrato fuoco di artiglieria da parte delle truppe polacche. Nel tardo pomeriggio alcune autoblindo si muovono sulla sponda opposta del Musone davanti la 6.a compagnia del 2 battaglione del 993 Tiri di artiglieria alleata colpiscono con granate Loreto e Camerano

    "Al mattino, di buon'ora, un fuoco tambureggiante preannunziava l'inizio della battaglia ed I carri armati avanzavano contro le linee tedesche sui previsti punti critici. Bombardieri e caccia bombardieri effettuavano I loro attacchi sulle postazioni di artiglieria e sui crocevia. Sull'ala destra del nostro schieramento perdevamo S.Biagio ed il nemico puntava su Centofinestre. Essendo risultati vani i contrattacchi operati dalle riserve disponibili sul posto ed essendo stati distrutti nel giro di un ora tutti I cannoni di assalto Fiat della 2 compagnia del 278 gruppo controcarro divisionale e nell'azione era caduto il valoroso comandante del reparto, tenente Philipp, in questo settore si era profilata una seria crisi. Mentre il comandante della divisione portava personalmente il battaglione fucilieri sull'ala destra del fronte e dal comando del 2 battaglione del 994 Granatieri a Centofinestre, riportava stabilità nella situazione inserendo il battaglione fucilieri tra il 2 battaglione del 994 e del 2 battaglione del 992, il 993 granatieri era riuscito in generale a mantenere la sua posizione a sud di Castelfidardo. Però le perdite del 2 battaglione del 994 e del 1 battaglione del 993 erano talmente elevate che il battaglione fucilieri non poteva venire ritirato dal fronte e, alla sera, il 993 Granatieri doveva addirittura essere rinforzato portando al fronte il 903 battaglione da fortezza. E questo era soltanto l'inizio" . (Hoppe pp.125)

    Le truppe polacche si dispongono per la battaglia: la 5 divisione Kresowa del generale Nikodem Sulik con la 6 Brigata fucilieri di Leopoli su Filottrano e la 5 Brigata di fanteria Wilno (colonnello Henryk Piatkowski) su Osimo; la 3 Divisione karpatica del generale Bronislaw Duch con la 1 Brigata fucilieri di Karpazia in prima schiera al comando del colonnello Jozef Matecki, su Castelfidardo, la 2 Brigata su Crocette con il 6 Reggimento corazzato divisionale; il 12 reggimento di Ulani della 3 Divisione sulla costa.

    I polacchi, partendo da S.Biagio, procedono ad un attacco condotto su due direzioni guadagnando terreno. Nel punto di penetrazione polacca presso Castelfidardo I tedeschi respingono le forze avanzanti. Mentre il 2 Corpo polacco impegna consistenti reparti nel tentativo di sfondare il fronte e raggiungere Castelfidardo, il tenente Hans Weinreich, comandante della 14 compagnia controcarro/993 contribuisce a sventare la manovra delle truppe polacche ponendosi personalmente al puntamento di un pezzo controcarro da 75 millimetri e apre il fuoco sui carri armati che avanzano mettendone due fuori combattimento. La brigata Nembo del CIL su due colonne provenienti da Sforzacosta e Pollenza, fa avanzare I propri reparti oltre il torrente Fiumicello, affluente del fiume Musone, verso l'abitato di Filottrano. La brigata partigiana Majella occupa San Severino Marche.

    Ecco come descrive le fasi della battaglia nel suo settore il comandante della sesta compagnia del 993 reggimento granatieri, capitano Rolf Dittman: "Già prima che si sia fatto completamente giorno avvertiamo un incessante frastuono prodotto da carri armati. Presto vediamo il regalo: da Loreto scendono senza sosta carri armati dei tipi più diversi, per lo più Sherman, e nel settore del nostro battaglione ne contiamo circa 50-60. Per quanto la nostra artiglieria sia intervenuta diligentemente, l'avanzata non può venire disturbata in modo decisivo. Verso mezzogiorno il nemico si trova a circa due chilometri dalle nostre linee, pronto ad attaccare, e si spinge lentamente vicino le nostre posizioni, protetto da un fuoco di sbarramento sempre più intenso delle armi pesanti. Purtroppo a noi mancano armi controcarro pesanti a lunga gittata. Come avevamo previsto, l'attacco principale è diretto contro la nostra quinta compagnia. In questo settore verso le ore 16, il nemico riesce in un primo tempo a superare il Musone con tre carri armati e poi a conseguire una penetrazione di poca importanza. Allo scopo di alleggerire il suo plotone, che era fortemente minacciato , il sottotenente Landmann attacca un carro armato con un lanciarazzi controcarro che però, purtroppo, manca il bersaglio. Così rimasto allo scoperto davanti al carro, viene mortalmente ferito. Poco dopo anche il comandante della compagnia, sottotenente Scholl, rimane gravemente ferito da un colpo in pieno abbattutosi sul posto di comando della compagnia. I carri armati tentano poi di travolgere la nostra linea accerchiandola su due lati e la manovra riesce però soltanto sul lato sinistro dove il plotone che rappresenta appunto il lato sinistro dello schieramento della quinta compagnia viene completamento annientato, mentre sulla destra, sul terrapieno della ferrovia, possiamo mantenere la posizione. Ma ben presto la situazione si fa critica. Dal frastuono del combattimento deduco che ai carri armati nemici doveva essere riuscito a raggiungere la quota 45, che domina la zona. I reparti dell'ottava compagnia, impegnati in quel settore, si difendono valorosamente al comando del sottotenente Kuhn, ma vengono annientati e lo stesso comandante, ferito, viene fatto prigioniero. In queste condizioni, dal battaglione mi giunge l'ordine di fare personalmente il punto della situazione, di raccogliere gli uomini dei reparti sbandati ed eventualmente, con l'impiego delle mie riserve, di eliminare l'infiltrazione o per lo meno di bloccarla. Sotto un pesante fuoco di artiglieria inframmezzato ripetutamente dal bagliore dei colpi sparati dei mezzi corazzati, ci affanniamo a raggiungere il terrapieno della ferrovia, ma non riusciamo a superarlo. Se solleviamo la testa veniamo subito fatti segno al fuoco nemico. Distinguo due Sherman a quota 45 che, illusoriamente, effettuano un contrattacco allo scoperto. Non appena incomincia ad imbrunire chiamo vicino a me un altro gruppo di uomini. Con due gruppi e due squadre armate di lanciarazzi controcarro, appartenenti alla 14.ma compagnia, al comando del sottotenente Jaensch ci spingiamo avanti, rastrelliamo uomini della quinta compagnia che erano sparsi per i campi e chiudiamo alla meno peggio la falla che si era prodotta nelle nostre linee. Purtroppo il tentativo di distruggere, con una squadra di assalto, i due carri armati a quota 45 fallisce per la prontezza degli equipaggi. Il sergente Lange della 14 compagnia, che per la distruzione di parecchi mezzi corazzati verrà successivamente citato sul Bollettino dell'onore dell'esercito, cade colpito al petto e due altri uomini rimangono feriti. Dopo aver ceduto al sottotenente Jaensch il comando del settore tenuto dalla quinta compagnia, dal mio posto di comando faccio rapporto sulla situazione al comando di battaglione. Apprendo con sollievo che già nel corso della notte una compagnia del reggimento di difesa costiera rinforzerà I resti della quinta compagnia e così le mie squadre saranno di nuovo disponibili. Effettivamente, prima dell'alba, torna Jaensch con le nostre squadre" . (Dittman n.26 pp.5-6).

    Completa il quadro della battaglia la precisa descrizione su combattimenti svoltisi nel settore Castelfidardo-Osimo fatta dal tenente Ludwig Heymann: "...Nella notte tra il 2 e il 3 luglio I polacchi attaccarono con limitate forze corazzate e di fanteria il settore tenuto dalla seconda compagnia del nostro 992 Reggimento granatieri proprio sulla linea di contatto con il settore del 993 Granatieri (esattamente con il 1 battaglione del 993 N.d.T) riuscendo a spingersi sino alla periferia sud di Castelfidardo e facendo anche dei prigionieri. È chiaro che si è trattato di una punta ricognitiva dato che il nemico ha impegnato forze relativamente esigue. forse I polacchi hanno anche avuto intenzione di occupare la città con un colpo di mano. Immediatamente il 1 battaglione/992 ha preso gli opportuni provvedimenti e così alla seconda compagnia (2/992), rinforzata da un gruppo di assalto guidato dal sottotenente Tiedemann e da un plotone della compagnia mitragliatrici, condotto dal maresciallo Schwetzke, riesce di ricacciare il nemico oltre la primitiva linea di combattimento... Però dal quel momento, il fronte resta in continuo fermento". (Heymann L. Geschichte des Granadier-Regiments 992 Berlin-Brandenburg 1959 Pohl-Druckerei und Verlagsanstalt Celle. pp.38-39)

    E per definire il quadro della giornata, ecco come continua il rapporto del maggiore Klennert: "Il 2 luglio il nemico, nonostante la superiorità, partendo da S.Biagio con un attacco condotto in due direzioni, ha potuto guadagnare terreno soltanto localmente. L'accanita resistenza delle nostre truppe è stata validamente appoggiata dal 278 gruppo cannoni d'assalto il cui comandante tenente Philipp è caduto eroicamente nel corso dell'azione. Nel punto di penetrazione presso Castelfidardo abbiamo potuto respingere il nemico che attaccava". (Klennert p.279)

    All'ala sinistra del fronte: "All'alba alle ore 5,45, l'artiglieria tedesca concentra il fuoco per 15 minuti sulle posizioni polacche, quindi il 2 battaglione/994 attacca immettendo in campo tutte le riserve e con l'appoggio di una compagnia di carri corazzati d'assalto (gli Ansaldo Fiat italiani) con 4 mezzi, comandati dal ten.Philipp. Artiglieria e contro carri polacchi aprono un fitto fuoco di sbarramento: ad uno ad uno i carri sono colpiti e messi fuori combattimento. Muore nel suo carro lo stesso ten.Philipp, il battaglione ripiega con gravi perdite. I polacchi della 6 brigata Leopoli (comandante il col.Sawicki) decidono di proseguire l'attacco puntando su Villa Centofinestre con il 12 Reggimento Ulani sulla sinistra per copertura e con l'immissione in combattimento anche del gruppo tattico Nembo in direzione Imbrecciata. S.Ignazio, Le grazie. L'attacco ha inizio alle ore 14 , sotto il fuoco dei contro carri, cannoni e mitragliatrici tedesche. Due carri Sherman sono centrati in pieno e distrutti, le fanterie vengono falciate ma l'attacco procede inarrestabile. Il gen.Hoppe sopraggiunge e guida personalmente all'attacco il 278 battaglione fucilieri di riserva per contenere il nemico. L'avanzata polacca è arrestata, la falla apertasi tra Centofinestre e Montoro è arginata. Gravi le perdite da ambo le parti: un triste destino, del resto, attende ad Offagna il 278 battaglione fucilieri che si sacrificherà completamente in un contrattacco restando con un solo superstite. Contava 708 uomini! La notte arresto i combattimenti e Villa Centofinestre restò in mano ai tedeschi anche se ormai le avanguardie polacche erano prossime all'edificio...". (Pierpaoli p.190)

    I polacchi occupano S.Biagio ad oriente di Filottrano e procedono ad un attacco condotto su due direzioni guadagnando terreno. Nel punto di penetrazione polacca presso Castelfidardo i tedeschi respingono le forze avanzanti. La brigata nembo del CIL fa avanzare i propri reparti oltre il torrente Fiumicello, affluente del fiume Musone, verso l'abitato di Filottrano. Il settore del fronte,che da Castelfidardo giunge sino alla costa adriatica rappresenta l'ala sinistra dello schieramento difensivo della 278 divisione di fanteria indicata dai tedeschi con la denominazione di "Albert stellung". Detto settore è affidato al 993 reggimento granatieri che è schierato col suo I battaglione nella zona antistante Castelfidardo, affiancato al I battaglione del 992 posto a difesa del settore antistante Osimo e col suo 2 battaglione del 993 fa giungere la linea difensiva sino al mare. Un fuoco tambureggiante annuncia l'inizio della battaglia ed i carri armati polacchi irrompono nei punti delle linee tedesche dove era stato previsto e si sarebbe esercitata la massima pressione. Bombardieri e cacciabombardieri dirigono gli attacchi sulle postazioni di artiglierie e sugli incroci stradali. Mentre si profila una crisi nel settore destro del fronte tedesco, a malapena evitata dai tempestivi provvedimenti presi dal generale Harry Hoppe, comandante della 278 divisione, il 993 regg.granatieri riesce a mantenere le sue posizioni a sud di Castelfidardo. Le perdite del 1 battaglione (993.mo) saranno così elevate per cui alla sera dovrà essere rinforzato anche con l'apporto del 903 battaglione da fortezza di stanza in Ancona, formato da anziani richiamati, privo delle armi pesanti.

    Nella vallata del Musone: fanteria polacca avanza nascosta sotto i covoni del grano mietuto. Gli abitanti di Castelfidardo vedono nella vallata bruciare due carri armati sherman centrati dai tedeschi al quadrivio Brandoni Cesare e un altro sotto la costa di Recanati.

    A Loreto alle prime luci dell'alba gli ultimi soldati tedeschi lasciano a piedi in fila indiana il colle loretano diretti verso Villa Musone. Gruppi di guastatori hanno fatto saltare in successione il ponte sulla ferrovia, quello della statale e quello sul fiume Musone. Ritiratisi i tedeschi, alla popolazione non rimane che attendere di ora in ora l'arrivo degli alleati. Nel frattempo in Municipio si insedia il Comitato di liberazione. Prima di mezzogiorno molti loretani si trovano in piazza Leopardi, altri alle finestre, quando lentamente da via Marconi si vedono salire le prime jepps con a bordo i soldati polacchi . I mezzi sono distanziati una ventina di metri uno dall'altro.La popolazione in festa si fa loro incontro. Quando i primi mezzi giungono a Porta Romana dalla popolazione si grida segnalando la presenza di tedeschi sulla sommità del monte reale.I polacchi si dirigono immediatamente sul posto e senza sparare un colpo fa prigioniera una pattuglia di guastatori tedeschi attardatasi nella ritirata. Gli alleati entrati a Loreto sistemano un osservatorio in cima al campanile e delle mitragliatrici sul palazzo apostolico. Solo con l'intervento del vescovo Malchiodi rivendicando la extraterritorialità del santuario vengono rimosse le postazioni. Il comando polacco della 3 divisione viene sistemato nei locali delle scuole elementari di via Marconi.

    Alle 10 circa i soldati polacchi entrano in Recanati. Da Pittura del Braccio i liberatori sfilano per Porta Marina e raggiungono con i carri armati la piazza principale. C'è ad attenderli un popolazione festante. I polacchi installano un osservatorio per le artiglierie sul palazzo Ottaviani in via Mazzini che ha di fronte tutta la vallata del Musone e i centri abitati di Osimo e Castelfidardo e più distante Camerano. Le artiglierie pesanti sono sistemate lungo il fiume Potenza. Nella tarda mattinata da Recanati una lunga fila di automezzi alleati si dirige verso Montefano sollevando un polverone sulla strada che corre su quel crinale.

    A Castelfidardo, ancora occupata dai tedeschi, le prime cannonate esplodono dopo mezzogiorno sul fianco del paese che da' verso Recanati. Pochi soldati tedeschi rimasti in paese spingono un cannone trascinandolo dalla piazzetta, in piazza, al piazzale dell'ospedale coinvolgendo nel trasporto civili di passaggio.È stato visto spingere anche il maestro Domenico Bianchi. Sul carretto di Vilelma per vendere i semi viene installata una mitragliatrice che può così essere spostata con facilita' da un punto all'altro dell'abitato.La centrale radio di tiro è posta invece nel cassettone grigio di lamiera che serve a trasportare la carne dal mattatoio, al comando di un ufficiale tedesco che alloggia da Orlando Quagliardi ( morirà all'ospedale il 2 mattino). I tedeschi infatti sono tutti sulla linea del fuoco al di qua della sponda sinistra del fiume Musone sulla Selva, a ridosso della collina sulla quale si allunga il paese e così via verso l'interno. Le batterie tedesche sono piazzate all'Abbadia di Osimo.

    Tutta la popolazione col passare delle ore trova rifugio nei sotterranei dei palazzi più per farsi coraggio stando insieme che per salvarsi in quanto quei locali non potevano di certo resistere ad un bombardamento aereo. Dichiarazione rilasciata dal comando tedesco in data odierna: "Frau Pepina (Peppina Cipolletti) ha lavorato dal 21.6. al 30.6 per otto ore al servizio dei tedeschi (come lavandaia)"

    A Osimo arrivano le prime cannonate da Montefano. Un comando tedesco viene stabilito in San Sabino. Reparti tedeschi sono appostati lungo via Fonte Magna e hanno piazzato batterie presso il ponte S.Valentino, a S.Stefano e a S.Biagio. Alle 11 circa scoppio violentissimo di un proiettile in piazza.

    3 Luglio 1944. Lunedì. La giornata inizia con un intenso fuoco di artiglieria polacca. Davanti all'ala destra si è attestata la 3 Divisione rafforzata dal grosso della 2 Brigata corazzata e dai lancieri di Karpazia, sulla sinistra la 5 Divisione di fanteria Kresy. I fucilieri tedeschi (278 battaglione) del maggiore Godorr, dopo un aspro combattimento, perdono la posizione di Centofinestre.

    Così relaziona ora il generale Hoppe: "I granatieri del 994 con il battaglione fucilieri, che era stato aggregato, appoggiati in maniera eccellente dal 2 e 4 gruppo del 278 artiglieria, combattevano sotto l'accorto comando del maggiore della riserva Rudolf Godorr contendendo al nemico ogni metro di terreno: Centofinestre veniva perduta, ma il fronte si era però rafforzato. La situazione era peggiore sull'ala sinistra. Il nemico, appoggiato da un intenso fuoco di artiglieria, in due ondate di mezzi corazzati seguiti da fanteria motorizzata, aveva attaccato di buon mattino conseguendo una profonda penetrazione. Dopo aver conquistato Crocette, verso mezzogiorno, effettuava una conversione in direzione ovest ed alle ore 16 occupava Castelfidardo. Alla sera anche le deboli forze del 2 battaglione del 993 Granatieri, dislocato sulla strada costiera, venivano sopraffatte ed il nemico penetrava a Numana. Avevamo accertato la presenza della terza divisione polacca davanti all'ala destra del nostro schieramento e della quinta su quella sinistra". (Hoppe p.26)

    "Il giorno 3 - dal racconto di Dittman - ha inizio con un vivace duello delle armi pesanti. La nostra casa Catena, situata nell'immediate vicinanze del comando della sesta compagnia/993 viene ridotta ad un cumulo di macerie. Tutta la mattinata trascorre così mentre altri carri armati scendendo da Loreto, avanzano sul campo di battaglia. Soltanto a mezzogiorno ha inizio un violento attacco di mezzi corazzati che riescono nuovamente ad effettuare una penetrazione nel settore tenuto dalla quinta compagnia, questa volta proprio vicino al nostro settore. Il caporal maggiore Winkler della 14 compagnia distrugge uno Sherman con un razzo controcarro, ma pochi minuti dopo cade, colpito alla testa. Destino di un soldato! I resti della quinta compagnia ed anche gli elementi della difesa costiera, non avvezzi al combattimento, vengono presto completamente annientati. La penetrazione si fa più ampia investendo anche il nostro settore. Ma soltanto la squadra Velroyen viene sloggiata dalle sue posizioni mentre la squadra Marks, ad essa collegata, resiste tenacemente. Con un contrattacco riconquistiamo nuovamente la posizione in cui inserisco una squadra di riserva perché possa difenderci sul fianco. Nonostante le sensibili perdite, tra gli altri cade qui anche il caporale Daehnicke, riusciamo a mantenere le nostre posizioni. Invece nel settore vicino alla nostra destra, sembra che le cose si mettano male. Qui sulla linea del fronte si è aperto un varco di circa un chilometro in larghezza e profondità. Qui cade il sottotenente Gast, osservatore avanzato della 13 compagnia cannoni nel settore della quinta compagnia. Un aereo leggero da ricognizione (che I tedeschi hanno soprannominato "lahme Ente" cioè anatra zoppa N.d.T.) volteggia senza posa sulle nostre teste dirigendo il fuoco dell'artiglieria su ogni nostro movimento. Le nostre armi pesanti vengono mantenute costantemente in una situazione critica dai caccia bombardieri. A questo punto ci giunge dal comando di battaglione l'ordine di abbandonare la prima linea e, con la compagnia, attraverso la valle dell'Aspio, di raggiungere la via Adriatica (strada statale 16) ed il Monte S.Pellegrino (quota 85) a circa un chilometro dietro la linea attuale per bloccare lì la penetrazione dei carri armati. A mio giudizio quest'ordine è giunto troppo tardi perché la penetrazione dovrebbe essere più profonda di quanto sembra sia stato supposto dal comando di battaglione. Ciò nonostante bisogna correre il rischio di fare il tentativo. Superando molte difficoltà, riusciamo a sganciare la compagnia dal combattimento ed a riunirla nella valle dell'Aspio. Siamo costretti a ritirarci guadando l'Aspio con l'acqua sino al ginocchio il che, col caldo rovente viene accolto quasi come un ristoro. Inoltre l'angusta valle offre un buon riparo contro le cannonate e l'osservazione aerea. Avvicinandoci al punto assegnato, riconosciamo subito che qui non c'è più niente da bloccare. I polacchi sono già avanzati di molto ed I loro carri armati, da quota 85 sparano in direzione nord est dominando il terreno in profondità. Presto siamo coinvolti in un combattimento a fuoco con un autoblindo piazzato davanti a noi sulla via adriatica. Per evitare di essere travolti sul fianco destro e per difenderci in quella direzione, inserisco il plotone Reiter sulla strada che porta verso Numana. Alle 18,30, la staffetta del battaglione, caporal maggiore Pristaff, mi consegna l'ordine di ritirarmi immediatamente. Ciò sarebbe già dovuto avvenire sin dalle ore 17, ma sino a quel momento la staffetta era stata alla nostra ricerca. Siamo dunque proprio in un bell'impiccio; attraverso I campi di mais con una vegetazione alta più di un uomo tentiamo di sganciarci possibilmente inosservati e di raggiungere quota 44 (Casa Stroppato) situata circa due chilometri ad oriente, dove l'ultima volta aveva la sede il comando del battaglione. Giunti ai piedi dell'altura,troviamo una brutta sorpresa: carri armati nemici sono penetrati sino qui e ci sparano addosso da due lati con I cannoni di bordo e con raffiche di mitragliatrice, tanto da rimanere storditi. Tuttavia mi riesce, con elementi del secondo e del terzo plotone, di superare la quota, procedendo con lunghi balzi, scomparendo al di la', nei campi coltivati a mais. Solo lì possiamo finalmente riprendere fiato. Il maresciallo Bursky, invece, col primo plotone gira intorno alla quota dirigendosi verso sud tentando così di raggiungere Numana. Come si è saputo in seguito, in quella direzione non è riuscito a sfuggire all'accerchiamento e così gran parte del plotone è caduta prigioniera. Frattanto noi, ancora ansanti, stazioniamo in un vastissimo campo di mais e, per la prima volta, ce ne stiamo nascosti. Poiché si comprende che in pieno giorno potrebbe essere quasi impossibile passare, decidiamo di attendere la notte. Ho stabilito il percorso secondo il terreno e le carte. Durante la notte, attraverso I campi, evitando strade e centri abitati, tenteremo di sfondare in direzione del monte Conero (572 metri) e il diavolo ci dovrebbe proprio mettere la coda se non riuscissimo a farcela.I polacchi non possono aver occupato tutto il territorio in maniera così totale! Se da un lato ci sentivamo relativamente al sicuro, questa attesa dietro il fronte nemico sta scuotendo il sistema nervoso per cui proviamo una certa contentezza quando, dopo oltre due ore , finalmente possiamo andarcene. Per quanto avevamo progettato, la notte è fin troppo illuminata dalla luna. Con la maggiore velocità possibile e silenziosi ci spingiamo in avanti. Dai centri abitati giunge ai nostri orecchi il baccano prodotto dai polacchi e dagli italiani, e questo può essere solo di vantaggio per noi. A mezzanotte scorgiamo su un'altura alcune sagome umane e con il sergente Marks mi avvicino con prudenza: chi può descrivere la nostra felicità scoprendo che si trattava di elementi di copertura della nostra settima compagnia! Così ce l'avevamo fatta. Quando, verso le 1,30, mi presento a rapporto dal capitano Hamkens provoco grande gioia perché ci credevano già prigionieri. Le perdite del battaglione negli ultimi due giorni sono considerevoli: la quinta compagnia è stata annientata e ridotta a due squadre che vengono assegnate alla sesta compagnia, la mia, che ha subito la perdita di 43 uomini fra caduti, feriti e dispersi (la squadra d'assalto Bursky con I sergenti Schneider, Seeger,Koenig, Geissler,Velroyen e la squadra mitragliatrici pesanti Leupold). Anche l'8.a compagnia ha perduto tutti I plotoni e le squadre che la componevano combattendo nel settore della quinta compagnia. Se l'è cavata meglio la settima dato che il settore costiero è stato quello più tranquillo. Per gli ufficiali, oltre alle perdite già menzionate (sottotenenti Landmann, Scholl e Kuhnt) anche il sottotenente Wolf viene dato per disperso. Ma il giorno dopo (5 Luglio) riuscirà a passare le linee ed a raggiungere il battaglione. La nuova linea tenuta dal battaglione, corre ora attraverso il Monte Freddo (quota 119) verso Numana. Proprio là staziona un gruppo di combattimento del reggimento composta da un plotone ciclisti ed elementi della compagnia controcarro divisionale al comando del tenente Weinreich. Accanto al mio nuovo posto di comando, un piccolo rifugio scavato nella terra nella parte interna di un pendio, appena a 200 metri dietro la linea del fronte c'è un cannone di assalto italiano, che presto si dovrà dimostrare utile (carro Fiat Ansaldo M 42 di preda bellica N.d.T)" . (Dittman pp.6-7-8).

    artiglieri del CIL sul fronte del MusoneIl quadro delle operazioni della giornata del 3 luglio si completa con la relazione di Heymann: " ...Verso mezzogiorno, con l'impiego di notevoli forze corazzate e di fanteria, il nemico scaccia il 993 Reggimento granatieri da Castelfidardo, respingendolo in direzione nord ovest e prende saldamente possesso della città. Poiché I polacchi cercano, e con successo, di ampliare il punto di penetrazione sia verso destra che verso sinistra, la situazione si fa critica anche per l'ala sinistra dello schieramento del 992 Granatieri ed in particolare per la seconda compagnia. Dapprima,al comando del 992, rimane poco chiara la situazione che si era venuta a creare sull'estrema ala sinistra del suo schieramento. Quando poi per lungo tempo si era inteso il fragore di combattimento nei paraggi di Castelfidardo ed era ancora venuto a mancare il collegamento con la seconda compagnia, I sottotenenti Heymann e Schroeder si recano sull'ala sinistra per chiarire la situazione e partono in motocicletta verso Castelfidardo, ma la città è ormai in mano dei polacchi ed una nutrita sparatoria accoglie I guidatori e I due ufficiali. Nella città e nelle vicinanze vengono rintracciati alcuni soldati isolati della seconda compagnia ed anche del 993 Reggimento che però non sono in grado di dire qualcosa di preciso circa l'ubicazione dei loro reparti. Non si riesce a rintracciare ne' il sottotenente Pokojewski ne' il maresciallo Schwetzke, che era impegnato col suo plotone mitraglieri nella zona periferica a sud di Castelfidardo. Alla fine ,l'apparire di diversi carri armati e di numerosa fanteria polacchi costringe I due ufficiali ad abbandonare rapidamente la città ed a ritirarsi per alcune centinaia di metri in direzione di Osimo. Viene informato il comando del 1 battaglione/992 e la riserva del battaglione, composta dagli addetti ai servizi presso tutte le compagnie, viene impiegata parecchie centinaia di metri ad oriente della chiesa di San Sabino a protezione dell'ala sinistra minacciata, col compito di sbarrare la strada Castelfidardo-Osimo.

    Circa un'ora più tardi, nel frattempo si erano fatte le ore 14,il sottotenente Pokojewski con due terzi della sua compagnia ed il plotone Schwetzke, che aveva anch'esso subito forti perdite, sono riusciti a raggiungere I reparti che sbarravano la strada. Gli era riuscito,fortemente premuto soprattutto sul fianco sinistro, di portare in salvo la massima parte della sua compagni ma le perdite erano però molto dolorose. Ora però Pokojewski e Schwetzke potranno rinforzare la line di sbarramento provvisoria nei pressi di san Sabino in modo che senza altro I polacchi non potranno sfondare in direzione di Osimo. Così la posizione dell'ala sinistra del 992 Granatieri si era in qualche modo rafforzata ma ora non c'era più alcun collegamento col reparto vicino cioè con il 1 battaglione del 993.mo, al comando del capitano Kammler. Fra I due reparti si era dunque aperta un'ampia falla che rappresentava un tremendo pericolo per il Reggimento. Alla sera il capitano Feldeisen ( comandante interinale del 1 battaglione/992) prende la decisione di ritirare la terza compagnia posta al centro dello schieramento e che viene sospinta sempre più sulla sua ala sinistra, così che la linea di combattimento corre ormai molto vicina a sud della strada Castelfidardo-Osimo e rientra circa 800 metri ad est della chiesa di S.Sabino oltre l'anzidetta strada facendo fronte verso oriente in direzione nord. Qui si raccorda la seconda compagnia prolungando il più possibile la linea di combattimento in direzione nord. L'ala sinistra di tale compagnia si trovava in una situazione incerta..." . (Heymann pp.39-40)

    "...Il comando del 1 battaglione/992 viene immediatamente trasferito vicino alla uscita orientale di Osimo. Vengono assegnate alla terza compagnia una squadra del plotone ciclisti reggimentale e la riserva del battaglione, mentre una seconda squadra del plotone ciclisti resta presso il comando del 1 battaglione/992 come riserva. In serata entrambe le squadre erano state con urgenza inviate dal comando del reggimento sull'ala sinistra, esposta alla minaccia nemica. Considerata la situazione esistente nella zona di Castelfidardo, I comandi e la truppa prevedono per il giorno seguente un forte attacco che si sarebbe concentrato sull'ala sinistra dove, nel corso del tardo pomeriggio, si sono potuti osservare anche forti concentramenti di carri armati... Ci sarà il 4 luglio l'atteso attacco in grande stile da parte polacca? Su quale del punto del fronte ci si dovrà attendere l'attacco principale?... La terza compagnia viene attaccata da carri armati con accompagnamento di fanteria che avanzano a cavallo della strada Castelfidardo Osimo ed è costretta ad indietreggiare soltanto di 300/400 metri" .(Heymann p. 40)

    Così continua il rapporto del maggiore Klennert al comando del 51 corpo d'armata alpino " Il 3 luglio si è verificato l'attacco principale, partito dalla zona nord di Loreto e condotto da 40 carri armati e dalla fanteria sui due lati della strada in direzione di Ancona sino a Crocette: di qui l'attacco si è rivolto verso Castelfidardo tentando, attraverso quest'ultima località, di sfondare in direzione di Osimo. Per impedire questo sfondamento era indispensabile arretrare la linea del fronte sino a tre chilometri a sud est di Osimo e due chilometri a sud est della stazione di osimo.

    Nel settore ad est di Filottrano gli attacchi nemici, all'inizio di forte intensità, sono sensibilmente diminuiti nel corso della giornata così che in questo punto del fronte si poteva prevedere che il nemico proseguisse nell'effettuare soltanto operazioni di secondaria importanza mentre c'era di nuovo da attendersi che continuasse a concentrare il suo massimo sforzo nel settore di Osimo". (Klennert p.279.)

    Il caporale Alfons Hoffmann narra un episodio che mette ancora una volta in risalto quanto sia determinante il destino nella vita dell'uomo: "Appartenevo al comando del 1 battaglione del 993 Granatieri e sono caduto prigioniero il 3 luglio a Crocette, presso Castelfidardo, assieme a tutti I componenti del comando, eccettuati gli ufficiali. Avevamo con noi anche due camerati della 14.ma compagnia controcarro del nostro reggimento che poco prima avevano distrutto un carro armato polacco con un colpo di Ofenrohr. La loro postazione si trovava all'uscita dell'abitato di Crocette, sulla strada che porta verso Castelfidardo. Il carro che avanzava poco dopo centrava una granata su di loro e li feriva gravemente. Pertanto I due si erano trascinati al comando di battaglione ed erano rimasti con noi quando, nel pomeriggio, siamo stati fatti prigionieri. Siamo stati rinchiusi in un negozio di Crocette, situato in un incrocio di strade. La nostra artiglieria aveva preso allora l'abitudine, per noi scomoda in quel momento, di fare fuoco proprio su quell'incrocio dove avanzava carro armato dopo carro armato. Ogni dieci minuti arrivava una granata. Più di una volta ufficiali polacchi erano venuti da noi chiedendo chi aveva colpito il carro armato: se non l'avessimo indicato, saremmo stati fucilati tutti ed una volta erano stati addirittura portati fuori cinque uomini, messi con spalle al muro e minacciati di morte se non avessero riferito il nome dei due appartenenti alla compagnia controcarro. Ma nessuno li ha traditi. Dopo qualche tempo arriva un polacco, prende con sé i due feriti dicendo che sarebbero stati trasferiti in un ospedale da campo e, con essi, si ferma all'incrocio. Ma non erano neppure trascorsi cinque minuti che in quel punto cade una granata. La nostra artiglieria aveva sparato ancora un colpo uccidendo il polacco ed i due nostri camerati" ( Hoffmann A., in Die Neue Bruecke n.27 natale 1962, pp.15-16)

    All'ala sinistra del fronte: "Nella stessa notte, I tedeschi decidono di abbandonare Villa Centofinestre, occupata all'alba dai polacchi che proseguono all'attacco contro la nuova linea difensiva avversaria (Tornazzano, Villanova, Montoro) che resiste e mette fuori combattimento 4 carri sherman mentre I tedeschi perdono un altro semovente corazzato 75/18. Si svolgono attacchi e contrattacchi che non modificano se non marginalmente la situazione. I polacchi decidono di arrestare l'offensiva su questo lato del fronte..." . (Pierpaoli p. 191).

    Mentre sul settore di destra il fronte accenna a rafforzarsi nonostante la perdita della posizione di Centofinestre difesa strenuamente dai fucilieri del 278 battaglione del maggiore Godorr, sull'ala sinistra dellr linee tedesche sembra andare peggio.I Polacchi con la protezione di un intenso fuoco di artiglieria,di buon mattino hanno attaccato con i carri armati in due ondate,seguite dalla fanteria corazzata,conseguendo una profonda penetrazione tra le file tedesche. Dopo aver superato le Crocette,verso mezzogiorno gli uomini della 3^ divisione karpatica,della 2^ brigata corazzata e dei lancieri di karpazia puntano verso ovest e alle ore 16 raggiungono Castelfidardo.

    Il paese martoriato dal continuo cannoneggiamento e deserto funge ora da cuscinetto tra le due forze in armi, una zona neutra per l'abbandono dei soldati tedeschi dal centro abitato che si attestano a San Sabino e a causa del temporaneo dietro front di quelli polacchi.

    Alla sera anche le deboli forze del 2 battaglione del 993 vengono respinte sulla strada costiera e i polacchi arrivano fino a Numana.

    4 Luglio 1944 Martedì. La battaglia iniziata il 1 luglio come prima fase della battaglia per la conquista di Ancona da parte dei polacchi, raggiunge nella giornata di oggi la massima intensità e si estende al reggimento tedesco posto al centro dello schieramento difensivo.

    Sull'ala destra è stato possibile per i tedeschi mantenere le posizioni sulla linea Centofinestre-Montoro ma il 1 battaglione del 993 Granatieri soccombe di fronte all'attacco di forze corazzate polacche fresche. Il tenente Peters, comandante della terza compagnia, e interinalmente del battaglione, rimane gravemente ferito. La Badia di Osimo cade in mano alle truppe polacche che effettuano una conversione delle operazioni puntando su Osimo. Il 1 battaglione/992, che combatte al fianco del 1 battaglione/993 in difesa di Osimo, arresta la puntata offensiva nei pressi e a nord di S.Sabino.

    I polacchi subiscono perdite sanguinose presi nel fuoco incrociato di alcuni nidi di resistenza tedesca.

    In questi combattimenti perde la vita il sottotenente Schroeder della 14.ma compagnia controcarro/992 granatieri, uno dei più valorosi ufficiali del reggimento. Per il giovane ufficiale la popolazione del luogo prepara una onorevole sepoltura nei pressi della Chiesa di S.Sabino.

    All'estrema ala sinistra dello schieramento tedesco il gruppo da combattimento guidato dal tenente Hans Weinreich blocca la strada costiera e tiene Numana riconquistata. I combattimenti di questa giornata fanno chiaramente comprendere che I polacchi con la conquista di Osimo tendono ad operare uno sfondamento del fronte in direzione delle alture di Polverigi ed Offagna per poi effettuare una conversione in direzione nord e tagliare fuori le forze tedesche dislocate a sud di Ancona.

    "...Ai primi chiarori del mattino del 4, si scioglie di nuovo l'incantesimo. Dopo un violento attacco a fuoco,di sorpresa, sulla prima linea si muove il primo attacco di mezzi corazzati contro la nostra posizione . Subito sbucano dalle cortine fumogene alcuni granatieri del secondo plotone che sembravano non aver ancora superato lo shock dei giorni scorsi,causato dai carri armati. Li fermo e li riporto nuovamente sull'altura; il cannone d'assalto avanza con noi e a 200 metri di distanza colpisce uno Sherman che prende fuoco. Dopo di che, per gli altri tre carri armati, la situazione diventa scomoda e ripiegano verso est ma anche nel settore della settima compagnia vengono respinti. Tuttavia ad un carro armato riesce di penetrare attraverso la prima linea avanzando sino al comando di battaglione. Ma li' viene messo fuori combattimento dal sergente Jennen con un colpo di granata controcarro. Verso sera, nel corso di un rinnovato attacco nel settore della nostra compagnia, un soldato della 14.ma compagnia controcarro, armato di un tubo lanciarazzi, mette fuori combattimento un altro Sherman che va in fiamme proprio davanti alla nostra linea. Nella notte giungono finalmente cibo caldo, posta e articoli dello spaccio militare che assieme ai successi riportati nei combattimenti difensivi durante il giorno, rinsaldano nei soldati la fiducia nelle proprie forze. Il maresciallo capo Buelow è costernato per le forti perdite subite dalle forze tedesche negli ultimi tre giorni" . (Dittman pp.8-9).

    "Alle 6.45 il nemico attacca con I carri armati. Il comandante della squadra ciclisti sottoposta al mio comando, ed un soldato di detta squadra vengono feriti appena iniziato l'attacco. Su tutto il settore della compagnia grava un pesante fuoco di mortai e costringe tutti a restare al coperto.Nel giro di pochi minuti la linea telefonica che ci collega al battaglione viene interrotta e non può più essere rimessa in efficienza. Anche il collegamento con I miei uomini non è più possibile a causa del fuoco pazzesco. Il sottotenente Schoen riesce a mantenere per un'ora e mezza la posizione di S.Sabino. Poi si esauriscono anche le munizioni e sono costretto a ritirarmi. Nel ritirarmi rinvengo una notevole riserva di munizioni in quello che era stato il posto di medicazione sulla strada Castelfidardo-Osimo e così posso nuovamente prendere posizione. Il fuoco aperto contro I polacchi ora ottenuto con tutte le mitragliatrici ancora disponibili fa si che l'attacco venga completamente respinto. Ma la compagnia deve registrare pesanti perdite. Tra l'altro il valoroso maresciallo Huber a suo tempo sfuggito alla prigionia russa è stato ferito gravemente (pochi giorni dopo morirà nell'ospedale militare N.d.T.)". (Schrange, in Heymann pp.40-41).

    Dal rapporto del sottotenente Schoen, capo plotone del primo plotone della terza compagnia /992: "Verso le 6,30 una camionetta nemica passa improvvisamente per la strada principale attraverso S.Sabino in direzione di Osimo, nel settore tenuto dal mio plotone. Come è passata attraverso la linea del fronte? Nessun colpo è partito! L'auto effettua una curva circa 300 metri dietro le nostre linee e torna indietro a tutta velocità. Trovandomi troppo lontano dalla strada e non avendo a portata di mano alcuna mitragliatrice, sparo sul veicolo con il fucile e ne colpisco il parabrezza. L'auto è riuscita a sfuggire senza difficoltà. Circa dieci minuti più tardi sulla nostra posizione viene aperto il fuoco dall'artiglieria pesante e dai mortai. Subito dopo si comincia a sentire anche il crepitio delle mitragliatrici e delle pistole mitragliatrici. Ci viene comunicato che il nemico è penetrato di sorpresa dalla parte dell'ala sinistra tenuta dalla squadra del plotone ciclisti che era stato inserito tra la seconda e la terza compagnia. Il maresciallo Meier dello stesso plotone ed un soldato feriti vengono portati dietro le linee. Il plotone ciclisti indietreggia. Il terzo plotone, al comando del maresciallo Huber, riesce a trattenere il nemico ed io, con gli uomini del plotone ciclisti effettuo uno sbarramento. Il nemico si ferma e sonda il terreno, ancora esitante sul lato sinistro della strada.Dopo l'inserimento di una squadra in quel punto il nemico viene respinto e non avanza più. A causa della distruzione dei cavi telefonici non ho ottenuto il fuoco di sbarramento richiesto ed inoltre le mie disponibilità di munizioni sono fortemente diminuite. Le munizioni da mitragliatrice e le granate controcarro sono quasi esaurite e la mitragliatrice pesante che mi era stata assegnata è stata distrutta da un colpo in pieno.Anche il comando di compagnia, situato dietro la chiesa di S.Sabino, anch'essa violentemente colpita è risultato fortemente coinvolto. Su ordine del sottotenente Schrange la compagnia viene arretrata di 150 metri e, all'altezza del vecchio posto di medicazione, vengono organizzate nuove postazioni. Poi su ordine del comando di battaglione, la linea di combattimento viene nuovamente arretrata di 150 metri e fino a circa le ore 16 regna la calma. Poi nel settore del terzo plotone incomincia all'improvviso un forte attacco a fuoco dei mortai. Il maresciallo Huber e due uomini vengono gravemente feriti da un colpo caduto in pieno su una postazione di mitragliatrice ". (Schoen in Heymann p.41)

    Il generale Hoppe così sintetizza l'andamento del combattimento nella quarta giornata: "La battaglia raggiungeva la sua massima intensità il 4 luglio e coinvolgeva il reggimento posto al centro del nostro schieramento. Sull'ala destra venivano mantenute le posizioni sulla linea Centofinestre-Montoro ma il 1 battaglione del 993 granatieri soccombeva all'attacco di forze corazzate fresche, il comandante del battaglione, tenente Peters, veniva gravemente ferito, Badia cadeva nelle mani del nemico ed i polacchi convergevano su Osimo. Ma il 1 battaglione del 992 granatieri bloccava la puntata offensiva nelle vicinanze e nella zona a nord di San Sabino ed I polacchi subivano perdite sanguinose nel fuoco incrociato di alcuni nostri nidi di resistenza. Sull'estrema ala sinistra il gruppo di combattimento guidato dal tenente Hans Weinreich bloccava la strada costiera e manteneva il possesso di Numana. I combattimenti svoltisi in questa giornata avevano ampiamente chiarito che il nemico, con la conquista di Osimo, tendeva ad operare uno sfondamento in direzione delle alture di Polverigi-Offagna per poi convergere verso nord e tagliare fuori le forze tedesche dislocate a sud di Ancona. Poiché erano venuti a mancare I rinforzi richiesti ed era giunto solo il 302.mo gruppo contraereo al comando del capitano Pelz, che veniva impiegato attorno a Polverigi per creare una linea di intercettazione contro I mezzi corazzati, alla sera del 4 luglio la divisione si vedeva costretta a portare in linea le ultime debole riserve. Al 992 granatieri veniva assegnato il 676.mo battaglione di sicurezza, per cui in Ancona restavano soltanto i reparti di artiglieria di marina che però venivano utilizzati assegnando loro il compito di effettuare azioni di fuoco in direzione di Badia. Se sino ad ora il peso maggiore dei combattimenti era stato sopportato dai reggimenti posti alle due estremità dello schieramento, spettava ora al 992 Granatieri il compito di impedire lo sfondamento nella parte centrale delle nostre linee" (Hoppe )

    Dal rapporto Klennert: "Il 4 luglio il nemico, partendo da Castelfidardo, è riuscito ad occupare Badia (la Badia di Osimo), situata a tre chilometri più a nord. I reparti nemici che avanzano nel settore costiero non sono riusciti a conseguire ne' una penetrazione ne' uno sfondamento. Come riserve, sono stati avviati al fronte il 3 battaglione del 755 Reggimento granatieri, composto di elementi russi ed il 676 battaglione di sicurezza togliendoli dalla difesa costiera e da Ancona" . (Klennert p.279)

    Il sergente Fritz Werner del 278.mo battaglione fucilieri narra come venne fatto prigioniero nel settore di San Sabino: "Nella notte sul 4 luglio mi era stato affidato il comando di una squadra di esploratori volontari. Eravamo in 14. Io ero sergente e vice capo plotone. Verso le una di notte, con I miei uomini, lasciavo una casa posta nei pressi di San Sabino con il compito di prendere contatto con un plotone del 993 Granatieri (si era infatti formata una breccia fra I due reggimenti 992 e 993). Ma io, col mio camerata Schmidt, alle ore 4,20 ho avuto la sfortuna di "prendere contatto" con una compagnia corazzata polacca proprio all'altezza del cimitero di San Sabino! Gli altri dodici camerati, che avevo lasciato indietro per sicurezza, sono rientrati al reparto, come ho potuto apprendere in seguito. Col mio camerata Schmidt mi ero spinto così in avanti sino a che , all'improvviso, ci siamo trovati proprio davanti a cinquanta pistole mitragliatrici. A cinquanta metri di distanza non era più possibile trovare scampo nella fuga. Il comandante della compagnia polacca voleva farci fucilare: avevo notato che odiava noi tedeschi. Fortunatamente giungeva in quel momento un maggiore inglese e, per mezzo dell'interprete, lo informavo delle intenzioni del polacco nei confronti di noi due. L'ufficiale polacco veniva subito allontanato. Come poi ho potuto apprendere da soldati polacchi, nella notte questi avevano respinto da quel settore i resti del 992 granatieri..." . (Werner F., in Die Neue Bruecke n.26 agosto 1962 p.11)

    All'ala sinistra del fronte: "I tedeschi contrattaccano sul fronte della Nembo nella zona di Imbrecciata...Nello stesso giorno, dopo furibondi combattimenti, i polacchi riescono ad occupare Montoro. Gravi le perdite di ambo le parti" . (Pierpaoli p.191)

    La battaglia raggiunge nella giornata la massima intensità e si estende al 992 reggimento tedesco posto al centro dello schieramento difensivo. Sull'ala destra è stato possibile mantenere le posizioni sulla linea Centofinestre-Montoro ma il 1 battaglione del 993 granatieri soccombe di fronte all'attacco di forze corazzate polacche fresche. I polacchi partendo da Castelfidardo riescono ad occupare la Badia di Osimo, situata a tre chilometri più a nord ed effettuano una conversione delle operazioni puntando ora su Osimo. Il primo battaglione (992) che combatteva al fianco del 1 battaglione (993) in difesa di Osimo arresta la puntata offensiva polacca nei pressi e a nord di San Sabino. I polacchi subiscono perdite sanguinose presi nel fuoco incrociato di alcuni nidi di resistenza tedesca. In questi combattimenti perde la vita il sottotenente Schroeder della 14 compagnia controcarro del 992 granatieri, uno dei più valorosi ufficiali del reggimento.Per il giovane ufficiale la popolazione del luogo prepara una onorevole sepoltura nei pressi della Chiesa di San Sabino. All'estrema ala sinistra dello schieramento tedesco il gruppo da combattimento guidato dal tenente Hans Weinreich blocca la strada costiera e raggiunge Numana, mentre ancora i Tedeschi occupano Sirolo.

    CASTELFIDARDO LIBERATA. Alle ore 10,30 circa i polacchi con i carri armati salgono su per il borgo e attraversano la Porta del Sole, su per Linda raggiungono la piazza del Comune. Tutta la popolazione è sulle strade. Concentramento in piazza del Comune. Una bambina sfollata da Roma, Anna Maria Carini che abita in via Mordini consegna un mazzo di fiori al comandante polacco.Nel pomeriggio ballo in piazza. Il comitato di liberazione fa affiggere un manifesto. Muore per ferite, all'ospedale di Loreto , Fernando Dubbini di anni 11

    5 Luglio 1944. Mercoledì. "Le truppe tedesche del 992 reggimento granatieri sostengono ora il compito della difesa di Osimo. Il comandante, maggiore Krueger, ed il suo aiutante tenente Widmaier, guidano I combattimenti. Tre volte Osimo cade e tre volte I tedeschi ritornano sulle posizioni perse combattendo contro carri armati, fanteria polacca e partigiani. Alle ore 14 il battaglione russo agli ordini del capitano Marxreither passa all'attacco ma i polacchi della 1 brigata fucilieri di Karpazia della 3 divisione corazzata resistono tutto il pomeriggio per poi sopraffare il nemico al calar della sera con un attacco di carri armati. I tedeschi decidono di far ritirare il fronte sulla “Linea Albert II“ per difendere Filottrano e Stazione di Osimo, sulla direttrice Casenuove, quota 360 (monte della Crescia), S.Paterniano, S.Stefano. Nel corso dei combattimento attorno ad Osimo il sottotenente Schoen della terza compagnia rimane ferito e cade prigioniero insieme al sottotenente Schrange. La seconda e la terza compagnia del 992 Reggimento granatieri vengono annientate e disperse. Della terza compagnia, nel cui settore hanno attaccato dai 40 ai 50 carri armati, solo quattro soldati feriti riescono a rientrare nelle proprie linee" (Heymann pp.42-43)

    "Nella giornata del 5 luglio il 992.mo granatieri non solo aveva assolto il compito affidatogli (impedire lo sfondamento nel settore centrale del fronte N.d.T.), ma si era anche particolarmente distinto nella difesa della posizione rappresentata dalla città di Osimo. Il comandante del reggimento ed il suo aiutante, maggiore Werner Krueger e tenente Widmaier, avevano guidato I combattimenti in prima linea contro carri armati che avanzavano a ondate successive: tre volte Osimo doveva venire ceduta e ben tre volte veniva riconquistata combattendo per le strade e casa per casa contro I partigiani, mezzi corazzati e fanteria. Erano stati raccolti in fretta ciclisti, genieri e personale degli osservatori di artiglieria che, assieme a radiotelegrafisti e staffette, avevano rastrellato I settori dove era penetrato il nemico. Alle ore 14 il battaglione composto da elementi russi al comando del capitano Marxreither veniva impiegato nell'attacco di quota 217, situata al limite nord orientale del nostro schieramento. I turcomanni conquistavano l'altura e nel pomeriggio la tenevano ancora ma la perdevano alla sera nel corso di un attacco di forze corazzate al quale i nervi di questi figli della natura non erano avvezzi. Il sottotenente Pokojewski ed il maresciallo Schwetzke, con quanto restava della seconda compagnia del 992 Granatieri, tenevano la posizione del cimitero alla periferia orientale della parte bassa della città e quando giungeva la sera di una calda giornata estiva che sembrava non dovesse finire mai, Osimo era nelle mani dei valorosi uomini del 992 granatieri. Nonostante ciò la divisione riteneva necessario di far arretrare il settore centrale del fronte per sottrarre ad un ulteriore fuoco tambureggiante le truppe che erano esposte da cinque giorni a duri combattimenti e per evitare una penetrazione del nemico fra le posizioni del 992 e 993 granatieri dopo la perdita di quota 217 da parte dei turcomanni.

    A Loreto nella notte tra il 5 e il 6 incursione di aerei tedeschi sulla città contrastate da batterie contraeree polacche. Verso le 21,30 un forte boato: è stato bombardato il deposito di armi degli alleati situato nei pressi della stazione ferroviaria.Un improvviso incendio interessa la campagna circostante. La popolazione del centro storico in preda al panico si rifugia nei sotterranei del palazzo apostolico. Spezzoni incendiari cadono sulla Basilica, sulla piazza del Santuario e automezzi polacchi colpiti vanno in fiamme.Viene colpito anche il palazzo della scuole elementari di via Marconi e il sottopassaggio dove oltre una decina sono i morti tra i soldati polacchi e tra i civili. Alla seconda incursione ci sono vittime nella piazza della Madonna. Attaccato dalla contraerea un aereo tedesco dopo alcuni passaggi su Loreto si schianta abbattuto sul crinale della Villa Gigli (o Monte Conero?). Alle 3 e 45 del mattino del 6 luglio la cupola del Sangallo è sventrata.La bomba rovina il mirabile ciclo pittorico del senese Cesare Maccari e provoca danni proprio all'altare della cappella del Seiz dedicata alla Germania. L'incendio dura un paio di ore e alcuni loretani andranno in bicicletta a chiamare i pompieri a Recanati sede di un reparto di vigili del fuoco,mentre lunghe catene umane, incuranti del pericolo si prodigano a portare acqua dalla Piazza alla sommità dell'edificio.

    Precisazioni de L'Osservatore Romano. “L'osservatore romano” pubblica i seguenti particolari sul bombardamento della S.Casa di Loreto: “Aerei germanici per 5 ore, ad intervalli di pochi minuti hanno compiuto diverse incursioni sulla Basilica e sulla città. Fu colpita la cupola con una bomba incendiaria che vi appiccò il fuoco.L'incendio che investì la calotta interna fu domato dopo 10 ore di lavoro.Un'altra bomba dirompente aprì una grande apertura nella cupola stessa. Gli affreschi del Maccari ne hanno molto sofferto.Qualcuno è andato perduto.Candelieri e altri oggetti furono spezzati.In città vi sono molti danni e 30 vittime. Il convento chiamato rifugio S.Giuseppe fu pure colpito ed in parte distrutto dall'incendio. Il giornale deplora il tristissimo attacco che ha posto a si grave repentaglio uno dei più venerati santuari della cristianità.Nulla, assolutamente nulla v'è che possa, non diciamo giustificare, ma neppure spiegare l'incursione (Gazzetta 2.8.44 p.3).

    Durante il conflitto Loreto è stata riconosciuta Città aperta, grazie al lavoro svolto dal Vescovo Gaetano Malchiodi e dalla Santa Sede presso le autorità belligeranti.Si è ottenuto questo status per l'importanza della città,dei suoi monumenti della Santa Casa. Solamente i tedeschi riconoscono di fatto questa convenzione. Allo scoppio della guerra le autorità ecclesiastiche mettono al riparo le numerosissime opere d'arte.Il monumento a Sisto V e le tre porte bronzee hanno protezione con robuste mura

    Continui tiri di artiglieria colpiscono il paese di Camerano.

     

    6 Luglio 1944 Giovedì. “Mantenendo i capisaldi di Filottrano e della Stazione di Osimo, nella notte sul 6 luglio, il settore centrale dello schieramento tedesco veniva arretrato sulla linea Casenuove-quota 360 (monte della Crescia) - San Paterniano-Santo Stefano. Su questa linea, denominata “Albert II” , la divisione veniva nuovamente ricomposta. Poiché la 71 Divisione assumeva la difesa di Filottrano, rendendo così disponibile il 1 battaglione del 994 granatieri, il 6 luglio il fronte tenuto dalla 278 divisione si presentava così disposto: A destra: il 2 battaglione del 994 ed il 278 battaglione fucilieri da Filottrano (escluso) sino a Cesenuove (compresa); al centro: sulla destra il 992 con I suoi due battaglioni ed il 3 battaglione del 755.mo sino al Monte della Crescia (compreso); sulla sinistra il 1°battaglione del 994.mo ed il 2 battaglione del 993 sino alla Stazione di Osimo, a sinistra: la guarnigione di Ancona al comando del tenente colonnello Peter col 903 battaglione da fortezza ed il 676 battaglione di sicurezza unitamente al gruppo da combattimento Weinreich sino a Numana. Riserva divisionale: il 1 battaglione del 993, duramente provato, in riposo dietro la parte centrale sinistra dello schieramento" . (Hoppe pp.26-27)

    Klennert nel suo rapporto così conclude relativamente alla prima fase della battaglia per la conquista di Ancona, ancora in corso: "Il 5 luglio il nemico, con l'appoggio molto potente dell'artiglieria e di 60 carri armati pesanti, dopo aver diffuso cortine fumogene su tutto il territorio attorno ad Osimo, ha iniziato l'attacco in direzione di questa città. Dopo l'annientamento della massima parte della nostra difesa controcarro, dalla periferia orientale il nemico è riuscito a penetrare nella città con carri armati e fanteria. È stato però respinto con un energico contrattacco così che alle ore 16 Osimo era nuovamente nelle nostre mani. Il nemico che, nel corso della serata, spuntava nuovamente da ogni parte è poi riuscito a cacciare da Osimo le nostre truppe fortemente provate ( Il nemico erano in realtà i partigiani del "Riccio" del ten. Remo Ricci che incontrando pattuglie tedesche in città rispondendo all'ordine di farsi riconoscere con "english" ed aprivano il fuoco. Ciò li convinse che Osimo era persa e i tedeschi l'abbandonarono non senza lasciare sul campo vittime civili ndr) . Così nella notte tra il 5 e il 6 Luglio abbiamo perduto Osimo. Con la caduta dell'altura dominante, rappresentata dalla città di Osimo, la divisione è stata costretta ad arretrare il fronte sulla generica linea a sud di Filottrano, Villa Nove, Case Nuove, S.Stefano, La Montagnola, Numana... Su tutto il fronte, dopo la conquista di Osimo, il nemico, a seguito delle forti perdite subite, non era più in grado di sfruttare I suoi successi mediante uno sfondamento in profondità delle nostre linee. Accanto alle elevate perdite del nemico, confermate anche dai prigionieri, la distruzione di 49 carri armati, 5 autoblindo e molti autoveicoli corazzati ed autocarri stanno a provare quanto siano state considerevolmente indebolite le forze di attacco polacche. In particolare c'è da ricordare che molti carri armati ed altri mezzi corazzati sono stati colpiti ed immobilizzati o comunque danneggiati. Dei carri armati distrutti, 31 sono quelli colpiti da armi controcarro portatili, Ofenrohr e Faustpatrone . La divisione aveva dunque conseguito questi successi soltanto con le proprie armi, in parte inadeguate nella lotta contro i carri armati pesanti. Il successo difensivo della giovane 278 Divisione di fanteria è stato onorato dalla citazione sul bollettino di guerra del 6 luglio 1944" . (Klennert pp.279-280)

    Un episodio viene narrato dal soldato Karl Jost, staffetta della terza compagnia del 992 granatieri: "Come tutti sanno, il 5 luglio la maggior parte della terza compagnia del 992 granatieri veniva fatta prigioniera a pochi chilometri dalla città di Osimo perché I polacchi avevano trovato un facile passaggio nella nostra direzione passando attraverso un varco che si era formato fra la seconda e la terza compagnia del 992. Poiché io in quei giorni ero continuamente in movimento come staffetta della terza compagnia, potevo farmi un quadro preciso della situazione che si presentava così. Quando, il 4 luglio, la nostra terza compagnia aveva dovuto abbandonare San Sabino a causa della scarsità di munizioni, e di questo fatto aveva dato comunicazione al battaglione, mi era stato subito promesso, e così pure durante la notte al comandante della compagnia, che durante la notte che si stava approssimando sarebbero certamente arrivati dei rinforzi. Ma nella notte, dato che più di tre volte io mi ero recato al comando tattico di battaglione, non mi era capitato di vedere alcuno di tali rinforzi. Giungevano soltanto un po' di munizioni ed il pezzo controcarro nella cui postazione più tardi cadevano prigionieri quindici uomini quando i polacchi ci avevano tagliato la via della ritirata. Al mattino del 5 luglio si sviluppava il forte attacco di fuoco sulle posizioni della compagnia e noi disponevamo di circa 20 proiettili a testa. Come staffetta mi veniva subito ordinato di recarmi al comando tattico di battaglione per comunicazioni in proposito. Quando, circa una mezz'ora dopo, avevo raggiunto la vecchia casa ormai divenuta familiare, questa era stata già abbandonata. Erano ancora presenti sul posto solo il pezzo controcarro ed i suoi serventi. Questi mi informavano che il comando tattico era stato arretrato. Ero appena entrato in casa quando arrivarono anche gli ultimi uomini della terza compagnia del 992. Erano circa dieci uomini e ci apprestavamo a ritirarci tutti insieme in direzione di Osimo. Avevamo avuto cura di proteggere la casa, disponendo anche delle sentinelle. Avevamo da poco lasciato l'abitazione e già ci accorgevamo del guaio che stava capitandoci. Vedevamo tre dei serventi al pezzo controcarro con le mani alzate. Scappammo via di corsa ma appena fatti una ventina di metri ci stavano di fronte improvvisamente una trentina di polacchi che erano sbucati fuori dal profondo di un varco. Allorché volevamo aprire il fuoco ci siamo sentiti chiamare da dietro: eravamo dunque incappati in una trappola in piena regola. Il motivo per cui non ero giunto abbastanza presto al posto di comando tattico del battaglione era che, mentre mi recavo colà, entrato nel raggio di una salva di artiglieria pesante, avevo cercato riparo nel corridoio di una casa che mi era poi crollata addosso. Se sono uscito vivo dovevo ringraziare soltanto la circostanza che mi trovavo appena sotto la porta. Da solo mi sono dovuto liberare dalle macerie il che aveva comportato del tempo se non volevo morire sotto altre macerie che stavano crollando. È da ricordare che tutti quanti noi, fatti prigionieri presso quello che era stato il comando tattico del battaglione, avevamo rese inservibili le armi. Ricordo anche che il sottotenente Schroeder della 14 compagnia controcarro del 992 granatieri, che avevamo preso con noi dopo la nostra cattura, moriva lungo la strada che portava verso Castelfidardo" .(Jost K., in Die Neue Bruecke n.26 agosto 1962, pp.11-12)

    All'ala sinistra del fronte: "Consolidata l'occupazione della zona di Centofinestre, Montoro, I polacchi si spingono verso Tornazzano-Villanova ed il Musone. Il comandante tedesco decide lo spostamento del 1 battaglione/994 dalla zona di Filottrano alla sponda sinistra del Musone per fronteggiare la minaccia polacca: ad esso subentra per la difesa del centro di Filottrano, il 1 battaglione del 211 Reggimento della 71 Divisione di fanteria tedesca che si schiera nella zona Filottrano-S.Ignazio. Sul fronte della Nembo procede intanto il consolidamento delle forze italiane con il graduale arrivo dei rinforzi del CIL. (Pierpaoli p.191)

    "Al mattino del 6 luglio arrivarono I primi rinforzi richiesti: un comandante di artiglieria con due gruppi di artiglieria e il 3 gruppo del 278 artiglieria, esonerato dagli impegni presso la 71 Divisione. Al comando del colonnello Von Grundherr venivano costituiti due gruppi di artiglieria ciascuno articolato su due gruppi di batterie leggere (obici da 105 mm. N.d.T.) ed uno di batterie pesanti (obici da 150 mm. N.d.T.) rispettivamente operanti sull'ala destra del nostro fronte (al comando del maggiore Von Lonski) e su quello di sinistra (al comando del colonnello Kurth). Per la difesa controcarro, l'inserimento della 242 brigata cannoni d'assalto con una batteria pesante e due leggere rappresentava un accresciuto rafforzamento ed infine giungeva anche l'ultima unità della divisione ancora mancante, la terza compagnia del 278 gruppo controcarro divisionale al comando del tenente Edler von Jaschke, che assumeva la difesa contraerea sul principale settore di combattimento" . (Hoppe p.27)

    All'ala sinistra del fronte: "Sfidando il fuoco delle mitragliatrici e delle artiglierie tedesche appostate sul versante sinistro del Musone, I polacchi riescono ad attestarsi sull'altra sponda della zona di Villa Cannone dove debbono però arrestarsi non senza gravi perdite per la decisa reazione avversaria. Tentano allora una manovra avvolgente su Filottrano costeggiando la sponda destra del fiume ma sono arrestati da una decisa reazione del 2 battaglione/994. L'artiglieria polacca tempesta la zona di Filottrano di colpi e la popolazione atterrita si rifugia nei sotterranei. Particolarmente drammatica la situazione nell'ospedale e nel monastero di S.Chiara“.

    Il gen.Anders intanto invia al gen.Utili, comandante del CIL il seguente messaggio: "La Divisione 5 Kresowa ha attraversato oggi 6 luglio il fiume Musone con parte delle sue forze e sta avanzando con le forze rimanenti in direzione di Filottrano; pertanto il gruppo Nembo attraverserà il Fiumicello e raggiungerà il parallelo di Filottrano. Io vi prego di dare disposizioni affinché l'azione sia condotta con decisione e con forze sufficienti a disimpegnare tale compito"....

    Una puntata esplorativa degli Ulani polacchi cade in un'imboscata presso S.Ignazio: un autoblinda è distrutta ed una catturata dai tedeschi, mentre la terza riesce a mettersi in salvo.

    Durante la notte Filottrano è bombardata: quattro granatieri tedeschi muoiono colpiti da una bomba. Gli aerei erano probabilmente tedeschi". (PierpaolI p.192)

    OSIMO LIBERA. Il mattino tutte le forze partigiane sono in azione. Alle ore 8 circa i partigiani entrano in Osimo precedendo di qualche ora gli Alleati, iniziando un rastrellamento che culmina con la cattura di prigionieri tedeschi e di materiale bellico. Ecco le prime motocarrozzette e poi una compagnia di militari polacchi su due file che entrano nella città liberata. Vengono da Porta Vaccaro, da Via Fonte Magna dopo essersi lì fermati e rassicurati che la piazza fosse sgombra di tedeschi, sono preceduti da un gruppo di partigiani , con a capo il partigiano "Stampella" a cavallo, incolonnati anche essi su due file scortano un gruppetto di 12 prigionieri tedeschi laceri e disarmati. (Orlandini / Grillantini )

    ...Il distaccamento Partigiani Riccio ed il raggruppamento Distaccamenti Gap Fabrizi entrati tempestivamente in azione, hanno fatto precipitare gli avvenimenti affrettando il crollo della difesa tedesca.distaccamento Riccio che si era trasferito nell'interno della città fin dal giorno 3 assolvendo a compiti di assistenza a favore della popolazione ,iniziava l'attività armata alle

    18 del giorno 5. I primi combattimenti si svolgevano nelle mura, in via Roma e in via delle scalette sotto il fuoco delle artiglierie alleate, che male interpretando un segnale, concentrarono il loro tiro nella zona dei combattimenti ferendo quattro patrioti. I nazisti sotto l'impeto dei partigiani, abbandonavano i posti di combattimento, armi e materiali cosi che alle prime ore del giorno 6 la città era libera e alle ore 7,30 le truppe polacche vi transitavano in condizioni di sicurezza. A sua volta il raggruppamento dei distaccamenti Gap Renato Fabrizi che aveva brillantemente operato nei giorni precedenti in località circostanti compiendo audaci azioni ,iniziava il mattino del giorno 6, il rastrellamento dei dintorni della città riuscendo a catturare diversi prigionieri con materiale vario e munizioni. Le perdite inflitte all'avversario dagli uomini del distaccamento Riccio ammontano a tre morti e tre feriti mentre le sue perdite sono di tre feriti... (Bandiera Rossa n.11-12.7.44 p.1) Viene affisso nella città un manifesto.

    A Castelfidardo, una " cicogna" alleata sgancia una bomba vicino al Monumento.

    7 luglio 1944 venerdì. Sin dal giorno precedente la battaglia era diminuita di intensità e attacchi locali, condotti con forze valutate a compagnie o battaglioni, venivano respinti nei pressi di Filottrano, Casenuove e Santo Stefano. All'ala sinistra del fronte: "Fra italiani e polacchi si decide di lasciare alla Nembo, rinforzata dai reparti del Cil, giunti nel frattempo, il compito di prendere la posizione di Filottrano " . (Pierpaoli p.192)

    Prime cannonate da parte delle artiglierie alleate sulla città di Ancona mentre su Osimo si hanno tiri di artiglieria da parte dei tedeschi. A Camerano tiri di artiglieria da parte dei due eserciti.

    8.luglio 1944 sabato. "L'8 luglio ancora una volta si combatteva aspramente per Filottrano che I polacchi volevano prendere premendo ad est (per una dettagliata ricostruzione della battaglia di Filottrano vedi Santarelli). In questi combattimenti il 2 battaglione del 994 Granatieri subiva notevoli perdite riuscendo però in generale a mantenere le sue posizioni. D'accordo con la 71 divisione, nella notte sul 9 luglio, l'ala destra del nostro schieramento veniva arretrata dietro il Musone.

    Alla sera dell'8 luglio era terminata la prima fase della battaglia di Ancona, lo sfondamento del nemico in direzione Polverigi-Chiaravalle era stato impedito ed Ancona era in mano tedesca. La 278 divisione aveva superato la prova delle sue capacità resistendo all'assalto del 2 Corpo polacco al comando del generale Wladislaw Anders, costituito da truppe fresche e riposate: tale unità aveva attaccato con l'appoggio di notevoli forze aeree, con la terza e quinta divisione polacca e almeno una brigata corazzata forte di circa 200 carri armati. Erano stati distrutti 49 carri armati e 5 autoblindo ed altri mezzi corazzati erano stati immobilizzati. Trenta carri armati erano stati distrutti nel corso di combattimenti ravvicinati mediante Panzerfaust o Ofenrohr. I polacchi avevano subito perdite ma anche quelle nostre era alte: 1800 fra caduti, feriti e dispersi, più della metà erano russi e "Volksdeutsche" (tedeschi provenienti da zone di recente annessione). Non è possibile esporre tutti I fatti d'arme, ma siano pur ricordati alcuni esempi particolarmente luminosi: come dimenticare il giovane sottotenente tirolese Aegger del battaglione fucilieri sacrificatosi per il suo plotone preso sotto il fuoco dei carri armati: era saltato sul carro più vicino con una carica esplosiva e lo aveva distrutto, cadendo nell'azione; o il tenente Andresen della seconda batteria del 278 artiglieria che indirizzava il fuoco della sua batteria sul suo posto di osservazione, ormai accerchiato dai carri armati, ne distruggeva uno con un Faustpatrone e, ferito, riusciva a rientrare nelle nostre linee. Con il sottotenente Schroeder della 14 compagnia del 992 granatieri, al quale gli italiani prepararono una onorevole sepoltura accanto alla chiesa di San Sabino, il 992 perdeva uno dei suoi più valorosi ufficiali. (Hoppe)

    Quanto sia stata altamente apprezzata l'azione della giovane 278 divisione si può rilevare dal Bollettino della Wehrmacht del 6 luglio 1944 nel quale è detto: "La 278 Divisione al comando del tenente generale Hoppe, ha combattuto valorosamente in continue e dure azioni difensive contro un nemico superiore, infliggendogli pesanti perdite. Tutti I tentativi nemici di sfondamento sono falliti di fronte alla fermezza di questa divisione..." . (Hoppe pp.27-28)

    All'ala sinistra del fronte: "Verso le 19,30 I combattimenti si erano gradualmente spenti. Cessata provvisoriamente la battaglia I paracadutisti si ritirarono leggermente in posizioni più sicure per riprendere all'indomani l'attacco. Fortunatamente questo nuovo attacco non fu necessario perché durante la notte, in base ad intese intercorse fra i due comandi delle divisioni germaniche I cui reparti erano impegnati a Filottrano, i tedeschi abbandonarono la città ritirandosi sulla linea “Albert II“, lungo le sponde del
    fiume Musone". (Pierpaoli p.192)

    A Filottrano si svolge un'aspra battaglia. A mezzo giorno circa i primi elementi del CIL penetrano nella città con conseguenti combattimenti casa per casa. Alle ore 16 circa un contrattacco tedesco appoggiato da cannoni semoventi obbliga gli Italiani (che non hanno a disposizione armi anticarro) a ritirarsi parzialmente dalla città. In un secondo deciso attacco appoggiato da carri armati polacchi gli Italiani penetrano di nuovo nella città alle ore 16 circa sostituendo elementi che hanno continuato a combattere nella zona dell'ospedale. Dopo che tre carri armati polacchi sono stati distrutti e sotto un intenso fuoco difensivo tedesco di artiglieria e mortai i soldati Italiani ricevono l'ordine di ritirarsi. Nel pomeriggio quindi viene deciso un terzo attacco per la mattina del 9 luglio.

    A Camerano tiri di artiglieria avversaria.

    9 luglio 1944 lunedì. "La “Linea Albert II” era in posizione intermedia conseguente soltanto alla emergenza dei giorni di duri combattimenti svoltisi fra il 1 e il 5 luglio. Il territorio attorno a quota 360 (Monte della Crescia), costituito da dominanti colline, non era in grado di compensare la posizione sfavorevole che aveva presentato il terreno scoperto presso Casenuove e sulla strada fra Loreto e Ancona nei riguardi forze corazzate attaccanti. Pertanto veniva subito effettuata una ricognizione su una ulteriore linea intermedia che andava da S.Maria Nuova, attraverso Agugliano, sino a quota 276, due chilometri ad oriente di Gallignano, e si collegava qui all'anello difensivo più esterno di Ancona. Gli veniva assegnato il nome di linea Hildegard. Se dalla cessione di un settore di battaglione sul fianco destro i chilometri da difendere erano ora soltanto venti, tuttavia questo compito rappresentava pur sempre un elevatissimo sforzo per le forze della divisione, indebolita dalle perdite subite. Il 9 luglio, oltre al 1 battaglione del 993, doveva venire destinato alla riserva divisionale, a riposo, anche il 1 battaglione del 992 granatieri, dissanguato nei combattimenti presso Osimo. Per il resto non veniva modificata la disposizione dei reparti ordinata il 6 luglio. La 242 brigata cannoni d'assalto veniva dislocata con una batteria preso Rustico, due chilometri a occidente di Polverigi, e con due batterie attorno a Offagna. Le compagnie controcarro reggimentali (indicate nella terminologia militare tedesca coma la "14 compagnia".N.d.T.) , che avevano perduto la metà dei loro pezzi, venivano reintegrate con I residuati mezzi plotoni della prima compagnia del 278 gruppo controcarro divisionale.

    Dal 9 al 16 luglio I nemico si limitava ad alcune puntate offensive che venivano respinte. Venivano perfezionate le nostre posizioni, verificati I dati di tiro e inviate in avanscoperta pattuglie esploranti al fine di disporre di dati informativi. Si doveva rinunciare ad azioni di squadre d'assalto dato che, da parte nostra, non veniva effettuata alcuna ricognizione aerea e conseguentemente non disponevamo di alcuna documentazione fotografica delle posizioni nemiche. Pertanto il servizio di vigilanza veniva effettuato nella maniera più scrupolosa da tutti I posti di osservazione" . (Hoppe pp.28-29-30)

    Ed ecco quanto scrive Anders nella sua relazione della prima fase battaglia preliminare alla conquista di Ancona che va dal 1 al 8 luglio: "All'ala destra la 3 Divisione fucilieri di Karpazia rafforzata dal grosso della 2 Brigata corazzata e dai lancieri di Karpazia, dopo un violento combattimento conquistò successivamente le cittadine di Castelfidardo e di Osimo e la catena delle alture dominanti il Musone. Alla nostra ala sinistra, la 5 Divisione di fanteria Kresy, operante su un ampio fronte, occupò la zona tra Fiumicello ed il Musone, raggiunse le sponde di quest'ultimo, lo superò e conquisto le teste di ponte, che dovevano diventare il punto di partenza dell'attacco successivo. L'ampiezza del fronte e le irregolarità del terreno determinarono piccole battaglie combattute da singoli battaglioni. I combattimenti furono molto aspri e gli obiettivi cambiarono ripetutamente di mano. Alcune difficoltà sorsero per il rifornimento delle munizioni, perché grande fu il loro consumo ed altrettanto grande era la distanza dai centri di rifornimento. I reparti avanzati del Corpo Italiano gradualmente si spinsero fino all'ala sinistra della 5 divisione e sostituirono alcuni battaglioni di essa sulle posizioni da questi conquistate. Il Corpo Italiano effettuò un attacco limitato a Filottrano e conquistò il paese dopo un violento combattimento. Alla fine della battaglia il fronte aveva un'ampiezza di sessanta chilometri. Concludemmo la battaglia il 9 luglio e ci trovammo su posizioni adatte per l'operazione decisiva contro Ancona; avevamo completa libertà di attuare I nostri ammassamenti e riordinamenti" . (Anders pp.240-241)

    All'ala sinistra del fronte: "All'alba I paracadutisti che muovono all'attacco trovano Filottrano ormai sgomberata dal nemico e poco dopo fra l'esultanza della popolazione, la bandiera italiana sventolava sulla torre dell'acquedotto" . (Pierpaoli p.192)

    Dopo violenti combattimenti alla ore 10 circa Filottrano viene oggi liberata dagli uomini del CIL. I tedeschi registrano gravi perdite: 1800 fra morti,feriti e dispersi. Sono contati nel centro abitato circa 150 cadaveri . Più di 60 prigionieri catturati. Anche le perdite italiane sono alte.

    10 luglio 1944 martedì. In Osimo e in Numana tiri di artiglieria da parte delle batterie tedesche. A Camerano l'aviazione alleata fa lancio di bombe per colpire la sede del comando tedesco installato presso il Cimitero sul quale cade una bomba mentre altre cadono nei pressi.(Caglini C. Bombardamenti su Ancona e Provincia 1943/44, Castelferretti 1983, p.99) Gli ufficiali sono invece alloggiati nel palazzo Mancinforte.

    11.luglio 1944 mercoledì. Arriva in Osimo il comandante alleato, un inglese, che prende alloggio con gli altri suoi ufficiali nel palazzo del Collegio Campana installandovi il Quartier Generale

    Il governo militare alleato, chiede attraverso un manifesto affisso nei muri dei paesi liberati, la consegna delle armi e di altri ordigni di guerra presso i locali carabinieri.

    13 luglio 1944 giovedì. Alle ore 9 una compagnia del IX reparto d'assalto del CIL al comando del tenente colonnello Boschetti entra in Cingoli. Fabriano è liberata.

    14 luglio 1944 venerdì. Il generale Hoppe, nella notte tra il 14 e il 15 attua per la prima volta e dietro la parola d'ordine Rot-teufel (diavolo rosso) un veemente fuoco di disturbo su grande scala. Per tutta la notte viene mantenuto un fuoco continuo sugli itinerari di avvicinamento sui posti sosta e posti comando avversari, intercalato nelle pause da colpi di artiglieria dei cannoni di fanteria e di quelli contro carri spinti sulla prima linea.

    15 luglio 1944 sabato "Al fine di sollevare il morale della truppa e per risparmiare il munizionamento di artiglieria per combattimenti più impegnativi, nella notte sul 15 luglio, con le armi della fanteria, veniva per la prima volta effettuata una grossa azione di fuoco di disturbo sotto la denominazione dI "Roter Teufel" (Diavolo rosso) . Con l'impiego di 30.000 colpi di munizioni normali (S-Munition) e 1.000 colpi di munizioni traccianti (SMK-L) per ciascun battaglione veniva mantenuto il fuoco ad ondate successive per tutta la notte; nelle pause, quest'ultimo veniva rimpiazzato dalle salve di artiglieria, dei cannoni della fanteria e controcarro in posizione avanzata, dirette contro le vie di accesso al fronte, i punti dove sostavano le cucine da campo ed i comandi delle unità minori. Dopo che l'azione di disturbo aveva dato un po' di sfogo alla truppa, a mezzogiorno del 15 luglio iniziava nuovamente il fuoco della artiglieria nemica che, di quando in quando, diveniva tambureggiante. Bombardieri avevano ridotto a cumuli di macerie Ancona e Chiaravalle ed anche la rocca di Jesi, città in cui nella notte di Natale del 1194 era nato il grande imperatore Federico II di Hohenstaufen, veniva colpita pesantemente. Caccia bombardieri volteggiavano ininterrottamente sul campo di battaglia ed attaccavano le nostre posizioni. La terza compagnia mitragliere contraeree del 278 gruppo controcarro divisionale conseguiva il suo primo abbattimento. Un disertore polacco aveva riferito che il 17 o 18 luglio sarebbe stato effettuato un attacco in direzione di quota 360 e non vi era dubbio che era imminente un attacco in grande stile. La divisione aveva chiesto al Corpo d'Armata due battaglioni come combattiva riserva divisionale. Al loro posto giungeva invece l'ordine del tutto incomprensibile di rendere cioè subito disponibili il comando di artiglieria, i due gruppi di artiglieria e la batteria pesante della brigata cannoni d'assalto. ll notevole indebolimento della nostra difesa non veniva compensato dal fatto che finalmente venivano impiegati in due o tre notti successive nostri reparti di aviazione da bombardamento notturno. Purtroppo il risultato era limitato. Un nostro aviatore, che era stato abbattuto, aveva confermato che la difesa contraerea era troppo forte per poter penetrare nell'entroterra tenuto dal nemico". (Hoppe p.30)

    Verso mezzogiorno riprende il tiro delle artiglierie polacche su Ancona-Chiaravalle e Jesi.

    In Offagna l'aviazione opera sul luogo con azioni di mitragliamento e bombardamento. Tra il 15 e il 17 luglio si conteranno 14 morti e 15 feriti.

    A Camerano nelle giornate del 15 e 16 vengono lanciate circa 150 bombe da parte alleata per colpire un comando tedesco e postazioni di artiglieria con sparo anche delle artiglierie inglesi causando 13 morti e 110 feriti.

    16 luglio 1944 domenica. "Nella notte sul 16 luglio il 1 battaglione del 994 veniva trasferito sulla destra e inserito a quota 360 tra il 2 battaglione del 992 e il battaglione di elementi russi, reparto che poteva fornire scarse prestazioni. Veniva pertanto nuovamente portato in linea il 1 battaglione del 993 ed assegnato al settore tenuto sino ad allora dal 1 battaglione del 994. Il morale della truppa era buono dopo il lusinghiero successo conseguito nel corso delle operazioni difensive e ciascuno intendeva dare il meglio di sé in questa situazione grave ed impegnativa. La truppa veniva incoraggiata in questa fiducia in sé stessa quando alle ore 5 del mattino del 16 luglio si presentava al comando della divisone il feldmaresciallo Kesselring accompagnato dal suo capo di stato maggiore, tenente generale Roettiger. Il comandante in capo esprimeva alla divisione il suo apprezzamento, si informava circa la situazione mettendo particolarmente in rilievo l'importanza di tenere Ancona ancora per qualche giorno" . (Hoppe pp.30-31)

    Alle 5 del mattino anche il Maresciallo Kesselring con il suo capo di stato maggiore Tenente Generale Rottiger è presente sul campo e ordina di tenere Ancona ancora per alcuni giorni. Oltre alle due divisioni 71 e 278, Ancona è presidiata dal comando marina con diversi gruppi di artiglieria da marina e da soldati anziani dei battaglioni 903 da fortezza e 676 di sicurezza. Il 924 reggimento da fortezza con il 278 battaglione complementi ed il 3 battaglione russo del 755 sono in servizio di sicurezza lungo la costa da Ancona-Montemarciano mentre a sud il gruppo di combattimento Weinreih è di collegamento fino a Numana. Appoggiano l'azione due raggruppamenti di artiglieria: a destra quello del maggiore V.Lonski ed a sinistra quello del colonnello Kurth, infine la 242 brigata cannoni d'assalto, la 3 mitraglieri C.A. del 278 gruppo caccia contro carri per la protezione del principale campo di battaglia.

    17 Luglio 1944. Lunedì. Il comandante della divisione polacca dei Karpazi il generale Duch si è istallato in Osimo con il suo stato maggiore nel vecchio palazzo vescovile, di fianco al Duomo

    La seconda fase dell'avanzata polacca per la conquista di Ancona incomincia all'alba. "Decisi di adottare questo piano per la battaglia di Ancona: l'ala destra fronteggiante Ancona, doveva restare passiva, simulando soltanto l'attacco, ed alla sinistra, il gruppo d'assalto avrebbe sfondato le difese nemiche e si sarebbe spinto innanzi verso il mare, ad occidente di Ancona, minacciando cioè di isolare il nemico nella zona. Al fine di attuare l'ordine con successo doveva essere presa la catena Monte della Crescia-Offagna, dominante la strada del gruppo d'assalto. Ordinai questo raggruppamento delle nostre forze per l'attacco: L'attacco a Monte della Crescia doveva essere effettuato dalla 5 Brigata di fanteria Vilno, rinforzata dal 3 battaglione fucilieri di Karpazia, dal 4 reggimento corazzato e potentemente sostenuta dall'artiglieria. L'operazione delle forze corazzate doveva essere effettuata dalla 2 brigata corazzata, costituita dal 15 lancieri e dal 7 ussari britannico, dalla 6 brigata fucilieri di Leopoli e dal reparto Commandos. Le forze nemiche sull'ala destra dovevano essere impegnate ed immobilizzate da una brigata della 3 divisione. L'ala sinistra doveva essere protetta dal corpo italiano che avrebbe effettuato alcuni modesti attacchi sul fianco del gruppo operativo. Riserva: una brigata della 3.a divisione dislocata dapprima sull'ala destra, avrebbe sostenuto il gruppo attaccante se fosse stato necessario. Il riordinamento delle forze fu effettuato in gran segretezza, affinché il nemico non potesse scorgere i movimenti dei reparti corazzati dal settore sul mare all'ala sinistra, compito molto importante ed altrettanto difficile" . (Anders pp.240-241).

    "Già alle ore 6,20 del mattino aveva inizio la battaglia. Fuoco tambureggiante e bombardamento a tappeto avevano sconvolto le posizioni di resistenza tra Casenuove, Polverigi e S.Stefano. Già prima dell'inizio dell'attacco la prima ondata di carri armati aveva totalmente sconvolto le postazioni difensive avanzate, provocando l'intervento della nostra artiglieria. Alle ore 8 I polacchi passavano all'attacco concentrando intensamente le loro forze su un fronte di soli otto chilometri di ampiezza ed effettuando tre ondate con 120 carri armati, seguiti da fanterie montate su mezzi corazzati. I fucilieri a Casenuove e successivamente il 2 battaglione del 992 soccombevano molto presto di fronte alla violenza di questo attacco e cadeva anche il comandante della quinta compagnia del 992, tenente Siebert. Venivano incendiati cinque carri armati ma la superiorità dei mezzi era troppo grande. Del 2 battaglione del 992 granatieri è potuto rientrare nelle retrovie soltanto un superstite, il caporale Ulber, per comunicare la fine del valoroso battaglione il cui comandante,maggiore Albert Mayer, ed il suo aiutante, sotto tenente Gmelin, erano rimasti gravemente feriti. Ora i carri armati, coperti dal fuoco di sbarramento delle artiglierie, travolgendo la prima e la seconda linea difensiva penetravano nella gola che da occidente porta alla quota 360. Mediante l'impiego del 1 battaglione del 992, reso disponibile dal comando della divisione, il 992 granatieri riusciva a bloccare l'attacco a due chilometri a sud di Polverigi, ma verso mezzogiorno il 1 battaglione del 994 granatieri non riusciva più a mantenere il possesso della quota 360. Il capitano Koetke ed il suo aiutante, sottotenente Raue, cadevano eroicamente. Con la perdita della quota dominante, per I polacchi si era venuta ad aprire la strada verso il nord, ma essi non hanno sfruttato il momento favorevole. Infatti essi avanzavano soltanto con una certa cautela, impressionati dalla tenace opposizione di alcuni nidi di resistenza e dal fuoco di infilata proveniente da postazioni di armi controcarro e da batterie di artiglieria. Alle ore 17 I polacchi occupavano Polverigi ed Offagna e poi si fermavano davanti alla linea Hildegard. Quando, nel pomeriggio, il comando della divisione comunicava al 51 Corpo d'Armata Alpino che le riserve erano del tutto esaurite e che si profilava il pericolo di uno sfondamento del fronte, il capo di Stato Maggiore, colonnello Conte Klinkowstroem, informava che I rinforzi potevano venire avviati al fronte non prima del 18 luglio. Compito primario restava il mantenimento della coesione dei reparti. Pertanto, alla sera, il comando della divisione decideva di ritirare entro la linea Hildegard anche l'ala sinistra dello schieramento difensivo al fine di evitare che venissero tagliati fuori il 993 granatieri ed il "Gruppo Peter".

    La notte fra il 17 e il 18 luglio è stata una delle più dure nel destino della divisione. Il comandante della unità, a casa Maggio, posto di comando tattico del 992 granatieri, si rendeva conto della situazione in tutta la sua gravità: il 992 Granatieri ed il 1 battaglione del 994 erano stati distrutti, una batteria e mezzo del primo gruppo del 278 artiglieria erano andate perdute nei combattimenti ravvicinati; Il nemico attraverso Agugliano, già durante la notte, si spingeva in avanti con brevi puntate dei suoi carri armati in direzione di Gallignano. Le deboli posizioni difensive venivano provvisoriamente rinforzate con squadre di genieri e di ciclisti. Nel corso di queste operazioni il maggiore Werner Krueger, che aveva nuovamente assunto il comando del suo primo battaglione del 993 granatieri, cadeva prigioniero del nemico a Gallignano. Sulla via del ritorno al comando della divisione, il generale Hoppe ordinava all'aiutante del battaglione genieri, sottotenente Wilhelm Droescher, di mettersi subito in marcia con 85 genieri disponibili in direzione delle località dove era dislocato il 992 granatieri; rientrato al comando della divisione, l'aiutante, maggiore Hanns-Hermann Adam, alle ore 6 del mattino riceveva l'ordine di attraversare l'Esino con le prime due compagnie del battaglione "Wildflecken", che era in marcia verso il fronte, e di formare una linea di intercettazione e di contenimento sulla direttrice Camerata-Cassero. Questo provvedimento doveva risultare decisivo per l'esito della battaglia. Il maggiore Adam giungeva proprio appena in tempo per impedire lo sfondamento in direzione di Castelferretti. Così il colonnello Paul Broecker, che aveva costituito una linea difensiva sulle alture a nord di Gallignano impiegando i soldati che ancora rimanevano dal 1 battaglione del 993 granatieri, gli sbandati e gli elementi del terzo gruppo del 278 artiglieria, aveva un collegamento sulla sua destra ed in tal modo l'attacco nemico veniva fermato da questa nuova linea difensiva e dal fuoco d'infilata di una batteria del 242 brigata cannoni d'assalto e di alcuni pezzi del terzo gruppo del 278 artiglieria" . (Hoppe pp.31-32)

    Questa invece è la relazione di parte polacca: "Dopo I necessari spostamenti e dopo un breve riposo l'attacco polacco mosse il 17 luglio. La data venne concordata con le date del via dei due rimanente corpo dell'8.a armata, il 10 ed il 13 impegnati nell'interno della penisola. Diritto su Ancona, lungo la strada 16 fingevano l'attacco soltanto limitate forze. I tedeschi ingannati in questo modo indirizzarono quasi l'intero fuoco di sbarramento in tale direzione. Intanto le principali forze all'attacco compivano una manovra di accerchiamento nei lontani avancampi della città. I pesanti Sherman della 2 brigata di carri armati si misero in agguato tra il granoturco sulla sponda del fiume. Per tagliare la ritirata dei tedeschi dalla città, i carri assieme ai battaglioni della 6 brigata dei fucilieri Lwow si diressero, attraversando il Musone, verso la riva del mare ormai oltre Ancona. Allo stesso tempo la 5 brigata di fanteria Wilno, sostenuta dal 3 battaglione fucilieri Karpaty ed al 4 reggimento corazzato, i cui soldati non senza una ragione portavano sui berretti il segno dello scorpione, attaccò i colli del Monte della Crescia-Offagna, il più importante punto della difesa della città. Dopo duri combattimenti durati tutta la giornata, I tedeschi fuggirono da quel punto di resistenza; nello stesso momento I carri del 6 reggimento s'arrampicarono sul monte Torto. Così fu ingrandita la breccia. Operavano qui il 15 reggimento di Ulani Poznan ed il 7 reggimento di Ussari. Ad Ancona cominciò il panico, il comando tedesco decise una febbrile ritirata per la strada statale 16 verso Falconara e Senigallia. Fuggivano gruppetti di soldati, carri di trasporto, poi reparti sempre più numerosi, l'artiglieria trainata da buoi. I soldati tedeschi se solo riuscivano si travestivano in borghese. Più di 300 tedeschi così travestiti furono presi dopo la battaglia. Non sarebbe stato per loro più semplice arrendersi? In ogni altro caso si. Però la notte appunto scesa e che fermò I carri armati in attacco in un punto della strada verso il mare, per I tedeschi in Ancona e per I fuggiaschi dal Monte della Crescia fu la notte della grande paura. Non si trattava più di vincere o restare vinti, ma del fatto che le truppe in arrivo erano polacche" . (Anders pp.100-101).

    Alle 6,20 del mattino le truppe polacche passano all'attacco decisivo per la presa di Ancona. I bombardamenti a tappeto dell'artiglieria e dell'aviazione si concentrano su Casenuove, Polverigi e S.Stefano. La prima ondata di carri armati sfonda la linea di difesa Albert II. Reparti del 68 reggimento fanteria Legnano, dopo aver scavalcato quelli della Nembo, iniziano alle ore 7,10 l'attacco per il superamento del fiume Musone. Dietro di loro si muovono gli uomini del IX reparto d'assalto a far da scudo per proteggere reparti polacchi. Alle 8 i polacchi concentrano le loro forze su una larghezza di 8 chilometri e procedono a tre ondate di attacchi con 120 carri armati seguiti dalla fanteria e da altri mezzi pesanti. Il battaglione fucilieri tedesco a Casenuove e in coda il secondo battaglione/ 992 subiscono la durezza del combattimento. Del secondo battaglione/992 solo un caporale è tra gli scampati. I carri armati si muovono sotto la copertura dell'artiglieria. Il 992 va al contrattacco a due chilometri da Polverigi. A mezzogiorno il primo battaglione /994 situato a quota 360 ,Monte della crescia, viene distrutto. Dopo un'intera giornata di strenua lotta, la 5 brigata di fanteria Wilno sostenuta dal 3 battaglione fucilieri di Karpazia e dal 4 reggimento corazzato conquista Monte della Crescia e allarga il successo impadronendosi alle 17 di Offagna. La 2 brigata corazzata con violenti scontri prende Montetorto e finalmente alle ore 20 Polverigi. Anche Agugliano è liberata. Con la perdita dell'altura dominante i polacchi si aprono il varco verso nord e proseguono avanti lentamente per fermarsi prima della linea Hildegard tra Agugliano, Galignano e Candia.

    In Osimo sotto un bel sole, dopo una breve pioggia nelle prime ore la gente incomincia a circolare vedendo i polacchi raccogliere i fili telefonici e andarsene sui propri carri. Ad una certa ora parte anche il comando inglese. Alle 10,30 passa il Gen.Anders comandante il capo polacco con il suo stato maggiore su cinque macchine. In Osimo torna la quiete e la popolazione dopo 16 giorni di segregazione abbandona i rifugi. Alla finestra centrale del palazzo comunale sventolano le bandiere Americana, Inglese e Francese, manca quella Italiana. Al pianterreno di palazzo Gallo si installa in seduta permanente il comitato di liberazione nazionale. (Grillantini p. )

    La notte tra il 17 e il 18 è fatale per la 278 divisione tedesca. Il 992 e il 993 reggimento sconfitti , il 278 artiglieria distrutto.

    18 Luglio 1944 martedì. "Alle ore 11 il comandante della divisione prendeva la decisione di sgomberare la città di Ancona. Difesi dalla linea di sbarramento Adam-Broecker, il 993 granatieri, I due battaglioni di sicurezza del "Gruppo Peter" e lo scaglione di marina di stanza in Ancona defluivano sulla via Adriatica in direzione est e venivano ad integrarsi al 278. battaglione complementi che era impegnato sul fiume Esino fra Chiaravalle e la costa. Alle due estremità di Chiaravalle venivano impiegate alcune squadre del battaglione Wildflecken e quando a mezzogiorno al tenente Boehme della seconda compagnia del 278 gruppo genieri riusciva a far saltare in aria il grosso ponte di Chiaravalle la gravissima crisi era superata. Sull'ala destra dello schieramento il 994 granatieri manteneva ancora le sue posizioni a sud dell'Esino sulla linea Hildegard e sulle alture di Santa Maria Nuova respingeva con facilità l'attacco di battaglioni italiani. Alla sera del 18 luglio I reggimenti nella loro consueta disposizione - sull'ala destra il 994, al centro il 992 ed all'ala sinistra il 993 granatieri - e la guarnigione di Ancona si trovavano schierati sulla linea Ingeborg che correva lungo la riva occidentale dell'Esino. Anche il Comando della divisione, che si era venuto a trovare sottoposto ad un pesante fuoco d'artiglieria, veniva trasferito più indietro in località Santa Lucia" . (Hoppe p.32)

    "Il passaggio del Musone e le difficoltà del terreno al nord di esso, impediscono alla 6 Brigata di fanteria Leopoli di raggiungere la costa prima di mezzogiorno ciò che permette al nemico di ritirare parte delle sue forze dalla zona di Ancona. Alle quattordici i Lancieri di Carpazia entrano in Ancona. " (Anders). Sulla zona di operazione tedesca arriva il capo dello stato maggiore colonnello Klincowstrom.I tedeschi prendono la decisione di ripiegare sul lato sinistro della linea Hildegard in modo da evitare l'accerchiamento al 993 del gruppo Petter.

    I polacchi della 5 divisione spingono i loro carri armati sopra Agugliano sino a Galignano. Alle 6 del mattino l'aiutante di divisione maggiore Adam riceve l'ordine di attraversare l'Esino con due compagnie e di costruire una difesa in linea da Camerata e Cassero sbarrando la strada per Castelferretti. Il colonnello Brocher che si trova a nord di Gallignano costruisce un fronte di ritirata con il resto del 1/993 e del 3/278 artiglieria. Alle 11 il quartier generale della divisione tedesca dà l'ordine di lasciare Ancona e di attestarsi in serata sulla linea Jngeborg sul fiume Esino.

    Nelle prime ore del mattino del 18 luglio 1944 giunsero al fronte, venendo subito avviate in prima linea, due compagnie raggruppate nel cosiddetto Battaglione Wildflecken, dal nome della località dove era dislocato il campo permanente di istruzione. Secondo il tenente viennese Alfred Peichel, che allora comandava uno dei due reparti, e come confermato dal tenente Ludwig Heymann, a quel tempo Aiutante presso il I Battaglione del 992 Granatieri, la gran massa dei componenti di tale reparto era costituita da provati reduci del fronte russo che erano originari della Germania meridionale e dell'Austria. Ma non dovrebbero essere mancate anche reclute della classe 1926, come attestato da una fotografia in cui appaiono quattro giovanissimi soldati.

    Di primo mattino le avanguardie alleate autotrasportate procedono lungo la strada che da Osimo porta al crocicchio dell'Aspio. Da qui dopo aver percorso la strada statale sino all'altezza di Candia si inoltrano sulla strada laterale prendendo la provinciale per passo Varano. Poi attraverso le Tavernelle, Le Grazie, Vallemiano, scendono da S.Stefano in via Montebello e quindi a Piazza Cavour dove sono ad attendere i liberatori i componenti del comitato comunale di liberazione, il comando GAP dell'ospedale civile ed i gappisti che erano già entrati in città.

    Alle 14,30, per la strada statale 16 dalla direzione del finto attacco, entrano in Ancona i carri armati del reggimento di Ulani Karpaty e i lancieri di Karpazia. La colonna di centro alle 17 raggiunge Chiaravalle. Il CIL sgombra definitivamente i tedeschi dal Musone attestandosi a Rustico. Il territorio di Numana è completamente liberato.

     Mario Belfiori IX rep Assalto Arditi

     

    Questo testo é dedicato a Mario Belfiori di Civitanova Marche, ultimo combattente del glorioso IX Reparto d'Assalto Arditi del Popolo che sfondò il fronte sul Musone consentendo il raggiungimento di Rustico e quindi l'esito vittorioso dell'accerchiamento di Ancona.

     

    Con Mario Belfiori vogliamo ricordare anche un'altro combattente Leonardo Volpini, osimano, sempre del IX Reparto e i combattenti caduti del CIL, della Majella e i soldati polacchi caduti sul fronte di Osimo.

  • Nei giorni cui spettò agli italiani la scelta dirimente tra proseguire o ribellarsi, riproponiamo il contributo del cap. Gerardo Severino della Guardia di Finanza di Roma avente le cariche di capo sezione dell’Ufficio Storico del Comando Generale, comandante del Centro Studi Storici e Beni Museali e infine direttore del Museo Storico della Guardia di Finanza.   Un contributo che ci onora ospitare su queste pagine ma che soprattutto amplia la nostra conoscenza non solo del ruolo della GdF nella lotta di Liberazione ma ci arricchisce di un tassello della nostra storia locale a noi sconosciuto o trattato marginalmente solo da pochissimi testi specialistici.   Una storia di libertà che va riproposta ad una platea assolutamente più vasta che non sia quella di storici o appassionati di storia locale. Questo il testo.

     Armando Duranti

     


     

    da www.anpiosimo.it  del 05/04/2013

    Una "Fiamma" che deve tornare ad ardere a Filottrano

    Dovremmo   essere abituati ormai, dopo tredici anni di ricerca storica, a non stupirci   di nuove storie di uomini e donne che, su questa nostra terra marchigiana,   hanno sentito alto l'obbligo di partecipare alla cacciata di fascisti e   occupanti tedeschi e alla rinascita del nostro Paese. Noi, la sezione di   Filottrano, Filottrano stessa, siamo e saremo sempre grati al capitano   Gerardo Severino delle Fiamme Gialle, direttore del Museo Nazionale della   Guardia di Finanza in Roma, nostro collaboratore, cui sentiamo la vicinanza   ideale, che ha tra altri meriti di sicuro più alto valore, anche quello di   farci conoscere la vicenda umana e militare del brigadiere della Guardia di   Finanza Paolo Arca, vicenda umana e militare che si svolge attorno a   Filottrano. Il destino ha voluto che questa ricerca venisse alla luce proprio   quando l'ANPI di Filottrano perde il suo faro. Anche per questo vogliamo   dedicare questo pezzo al Flavio Antinori.

    Questo   il testo del saggio, non ancora pubblicato, che il nostro collaboratore ci riserva e che proporremmo al sindaco di Filottrano per una pubblicazione in   loco.

                                                                                                                                                                                                                  Armando Duranti

     

      PAOLO ARCA

      (1901 – 1957)

    BRIGADIERE DELLE FIAMME GIALLE
    EROICO PARTIGIANO A FILOTTRANO
     
    di Gerardo SEVERINO 
    (Direttore del Museo Storico Nazionale della Guardia di Finanza)

     

    I. Premessa.

     

    Il 4 gennaio del 1989, un anziano ex partigiano delle   Marche, tale Luciano Cristofanelli, rivolse al Comando Generale della Guardia   di Finanza, da Cingoli (Macerata), ove abitava in via Cristianopoli 1, la   seguente lettera:

     

    “Nel ricordo delle epiche vicende belliche della città di   Filottrano, desidero ravvivare il cordiale affettuoso legame, sorto nella   lotta del CLN per la Liberazione di questo territorio, con l’allora Brig.re   Paolo Arca, della Legione di Ancona, che ne risultò protagonista di primo   piano. 

    Prego voler fornire notizie (indirizzo) di questo valoroso   che operò tanto attivamente in giorni oggi impensabili, con abnegazione ed   ammirata capacità da imporne grata e perenne memoria. Venne proposto per la   Medaglia di Bronzo dal Comando della V^ Brigata Garibaldi, e non so quale   altra onorificenza e riconoscimenti gli furono poi concessi da codesto   Comando Generale.

     Nel 1946 abitava in Viale Bonaria 94 in Cagliari”.

     Il Cristofanelli, nella speranza di riabbracciare il   vecchio compagno di lotta di cui aveva perso le tracce da oltre quarant’anni,   non poteva certo immaginare che il povero Maresciallo Arca era, invece,   deceduto da lungo tempo. Un beffardo destino, infatti, lo aveva tolto ai suoi   affetti ed alle sue amate Fiamme Gialle il 1° febbraio del 1957, esattamente   sei mesi dopo il suo congedo dalla Guardia di Finanza, intervenuto   nell’agosto dell’anno prima, per raggiunti limiti d’età.

     Proprio grazie alla sua lettera, il Cristofanelli ci ha   indotto ad approfondire la figura del partigiano Paolo Arca, di cui il   Generale Oliva, nel suo pregevole lavoro dedicato al contributo offerto dalla   Guardia di Finanza alla Resistenza, cita stranamente la sola promozione   straordinaria per meriti di guerra2]. Per tale motivo abbiamo svolto negli archivi   del Corpo una ricerca storica a

     

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     1- In Archivio Museo Storico   Guardia di Finanza – Roma (d’ora in poi AMSGF), Schedario Decorati, fascicolo   personale “Mar.llo Paolo Arca”. 
     2- Giuliano Oliva, “La Guardia di   Finanza nella Resistenza e per la Liberazione”, Edizione Scuola di Polizia   Tributaria della Guardia di Finanza – Roma, 1985.

     

     più ampio raggio, la quale ci   consente oggi di presentare alla Storia del nostro grande Paese, ma forse   anche al figlio Giovanni, la figura di un uomo integerrimo; un finanziere   onesto e di altissimo spessore morale; un partigiano valoroso; un sardo   d’altri tempi, del quale, sino ad oggi, conoscevamo solo le poche note   biografiche riportate nel Libro d’Oro del Corpo, oltre a qualche riferimento   nei libri dedicati alla Resistenza. A quasi settant’anni dagli eventi che lo   videro protagonista, ricostruiamo ora le vicende di questo grande italiano,   il quale, come approfondiremo a breve, visse una vita semplice, ma nello   stesso tempo avventurosa ed affascinante.  

     

    II. Dalla Sardegna ad Ancona: brevi   note biografiche di un eroico Finanziere.

    Non si può parlare di un vero eroe   se non prima di averne ricostruito le principali tappe della propria   esistenza. Solo in questo modo si può comprendere fino in fondo di che “pasta”  erano – e sono fatte – le persone che hanno dato tanto all’Italia,   soprattutto in un periodo difficile della sua storia.Ebbene, il nostro   protagonista nacque a Bortigali (Nuoro) il 6 agosto del 1901, figlio di   Giovanni Arca e di Lucia Morla, molto probabilmente esponenti di una famiglia   benestante della zona, tant’è vero che il giovane, a differenza di molti   coetanei, ebbe la possibilità di procedere negli studi, conseguendo il   diploma di 2^ Tecnica.

    Il 16 febbraio del 1920, pur non   essendo ancora maggiorenne, Paolo decise di arruolarsi nell’allora Corpo   della Regia Guardia per la Pubblica Sicurezza (l’odierna Polizia di Stato),   ammesso a frequentare il corso di formazione presso la Legione Allievi di   Caserta, terminato il quale fu destinato alla Legione Territoriale di Torino.

    La guardia di P.S. Paolo Arca prestò   servizio nella Pubblica Sicurezza sino al gennaio del 1923, data in cui fu   congedato, a seguito dello scioglimento di tale Corpo, intervenuto per   effetto dell’art. 8 del R.D. in data 15 gennaio.

    Ritornato a Bortigali, l’Arca cercò   in ogni modo di non pesare sulle spalle della propria famiglia, alla quale,   nel frattempo, era venuto a mancare il padre Giovanni. Per tale ragione   decise di tornarsene “in Continente”, stabilendosi a Genova, ove per qualche   tempo avrebbe esercitato la professione di “chauffeur meccanico”, così   come indica il suo libretto personale[1].

    Ma   la passione di Paolo Arca era quella di vestire comunque un’uniforme. Ecco il   motivo per cui, dopo qualche anno dal “congedo forzato” dalla Polizia,   tentò nuovamente la strada dell’arruolamento volontario. Per assecondare tale   desiderio scelse la Regia Guardia di Finanza,presso il cui Comando di Circolo a Genova presentò regolare istanza nel corso del 1925.

     

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     [1] “Libretto Personale” della guardia Arca Paolo. In Archivio Sottocapo   di Stato Maggiore e AA.GG. Comando Generale Guardia di Finanza – Roma (d’ora   in poi A.S.C.S.M.C.G.G.F), fascicolo personale “Mar. Arca Paolo”.

     

    Superate le varie prove selettive e gli   esami medici, il giovane Arca, allora ventiquattrenne, fu ammesso tra le   Fiamme Gialle il 19 agosto dello stesso 1925, destinato alla frequenza del   corso semestrale di addestramento presso il Battaglione Allievi di Verona.  

    Nella città scaligera, l’allievo sardo rimase sino al 22   ottobre, data nella quale fu trasferito alla Scuola Alpina di Predazzo, ove   avrebbe completato il ciclo d’istruzione. Promosso finanziere il 1° febbraio   1926, Paolo Arca fu assegnato alla Legione di Genova, più precisamente alla   Brigata cittadina denominata “A. Doria”, alla quale era demandata la   vigilanza doganale su quell’importantissimo porto mercantile.  

    Nei tre anni seguenti, l’Arca avrebbe continuato a   prestare servizio nella medesima città, anche se mutando spesso reparto,   com’era allora previsto dal regolamento del Corpo. Il 1° ottobre 1929, avendo   superato brillantemente le relative prove d’ammissione, Paolo Arca divenne   allievo della Scuola Sottufficiali delle Fiamme Gialle, che allora aveva sede   a Caserta.

    Promosso Sotto Brigadiere il 1° settembre del 1930, l’Arca   fu destinato alla Brigata “stanziale” di Ortona, dipendente dalla Compagnia   di Chieti, ove rimase sino al 1° giugno del 1931, data in cui fu trasferito   alla Brigata di Avezzano. Negli anni seguenti, il Sottufficiale sardo operò   in altre località, quali Vasto, Genova e Treviso, ove fu spedito il 1° giugno   1936, dopo essere entrato a far parte del Servizio Automobilistico del Corpo:   una sua vecchia aspirazione. Raggiunta Gorizia il 16 agosto 1937, per   l’ennesimo avvicendamento, nel dicembre successivo venne finalmente promosso   al grado di Brigadiere.

    Il 14 maggio del 1939, il Brigadiere Arca fu, poi,   destinato al Drappello Automobilistico di Udine, presso il quale sarebbe   rimasto sino al 1° agosto 1940, data in cui ottenne il trasferimento nelle   Marche. In quella stessa data fu assegnato alla Compagnia Comando della 14^   Legione di Ancona, detta “del Rubicone”, mantenendo ovviamente la   qualifica di “addetto al servizio automobilistico”. Ad Ancona e   provincia operò per tutta la durata del secondo conflitto mondiale.

    Sei anni dopo, l’ormai Maresciallo Capo Paolo Arca avrebbe   lasciato per sempre le Marche alla volta della sua amatissima isola,   destinato alla Compagnia Comando della Legione di Cagliari, ove esercitò[1]., sino alla fine del 1948, la funzione di “Capo Meccanico Automobilista”

    Il 28 dicembre 1951, dopo aver   sacrificato gran parte della sua vita alla professione, l’ormai maturo  Maresciallo Maggiore Arca convolò finalmente a nozze con una conterranea, la   signorina Lavinia Loi, originaria di Seui (Nuoro), più giovane di lui di una decina d’anni. Dall’unione con la signora Lavinia nascerà l’unico figlio,   Giovanni, venuto alla luce il 13 giugno del 1955. Quattro mesi dopo, il 1°   ottobre, essendo stato esonerato dal Servizio Automobilistico per motivi di   salute, l’Arca fu posto al comando della Brigata “stanziale” di Cagliari, destinata ad operare in area portuale.

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    [1] AMSGF, Schedario Decorati, fascicolo personale “Mar.llo Paolo Arca”.

     

    Vi rimase sino alla pensione, intervenuta appena un   anno dopo. Il 6 agosto del 1956, Paolo Arca dovette, infatti, lasciare la sua   seconda famiglia, le Fiamme Gialle, avendo raggiunto il cosiddetto “limite   d’età”. Come emerge dal suo foglio matricolare, il Maresciallo Arca elesse   domicilio in Genova, con indirizzo in Via Melegari, n. 8, ove – molto   probabilmente – si spense il 1° febbraio dell’anno seguente, per cause a noi   sconosciute, lasciando soli al mondo la povera moglie Lavinia ed il   piccolissimo Giovanni.

     

    III.  Il partigiano Paolo Arca.

     

    L’8 settembre del 1943, data fatidica per le sorti   del nostro povero e martoriato Paese, il Brigadiere Paolo Arca si trovava ad   Ancona, in servizio presso la Compagnia Comando di quella Legione   territoriale, così come abbiamo appena ricordato. Prima di analizzare   compiutamente l’esperienza partigiana vissuta dall’Arca, ci appare opportuno   ricordare brevemente la particolare situazione nella quale si venne a trovare   il richiamato Comando in quel particolarissimo e delicatissimo contesto   storico.  

    Per farlo abbiamo rintracciato, negli archivi del   Museo Storico del Corpo, la relazione, sottoscritta in data 12 settembre 1945   dall’allora Ten. Col. Rosario Pisano, divenuto Comandante interinale della   Legione di Ancona proprio all’indomani dell’armistizio, in sostituzione del   titolare, Col. Bonfanti Defendente, che si trovava in licenza a Roma.  

    Malvisto dal Capo della Provincia di Ancona, il truce   Franco Scassellati Sforzolini (che tenne l’incarico sino alla metà di ottobre   ’43, allorquando fu trasferito a Como), con il quale nel ’41 aveva avuto non   pochi problemi – per fatti di contrabbando – in quel di Cattaro (ove il   Pisano si trovava al Comando del 2^ Battaglione mobilitato, mentre lo   Sforzolini era Capo di quella Provincia), il Comandante della 14^ Legione   risultò da subito inviso alle autorità fasciste anconetane, primo fra tutti   al Generale La Corte, comandante della Guardia Nazionale Repubblicana, che lo   sospettarono di antifascismo e disfattismo, specie dopo i cosiddetti “fatti   di Filottrano”, di cui tratteremo in avanti.  

    A seguito dei durissimi bombardamenti ai quali fu   sottoposta la città di Ancona dall’ottobre ’43 in poi, anche le caserme della   Guardia di Finanza subirono gravissimi danni, rimanendo di conseguenza   inagibili. Nonostante l’ordine superiore (impartito dal Comando della 2^ Zona   G. di F. di Venezia) secondo cui il Comando della Legione di Ancona si   sarebbe dovuto trasferire a Nord di Ancona, sfollando uffici e personale a   Forlì o Bologna, il Ten. Col. Pisano si adoperò con ogni mezzo pur di evitare   di lasciare le Marche, ove – come è facile intuire – vivevano le famiglie di   gran parte dei suoi dipendenti.  

    Come evidenziò lo stesso ufficiale:  “Io, invece, anche per i riflessi politici che aveva   un siffatto spostamento a Nord, sfollai – come ho già detto – la Legione, il   Circolo e la Compagnia legionale nella campagna di Filottrano ad alcune   decine di chilometri a Sud di Ancona. Iniziai le operazioni il 4 o il 5   dicembre – non ricordo bene – e le ultimai verso la metà del mese. A Filottrano mi sono preoccupato di sistemare tutti i   miei dipendenti, provvedendo anche per gli alloggi degli ammogliati e   consentendo a coloro che trovavano difficoltà per il vitto, di prelevare,   anche per le persone di famiglia, la razione confezionata presso la cucina   dell’accantonamento.   A Filottrano sono andato con il proposito e la   speranza di poter ivi attendere la liberazione (Ricordo di avere in più d’una   occasione espresso con qualcuno dei miei ufficiali – capitano Cogrossi Renzo   o capitano Caliò Luigi e capitano Bitritto Salvatore – la decisione di   cercare un idoneo ricovero per le famiglie e poscia agire, non appena il   fronte di combattimento si fosse avvicinato alla zona, passando le linee   alleate o alle bande partigiane, per riprendere ciascuno il proprio posto appena liberata la zona stessa)[1]. 

    Ed a Filottrano, seguendo il   proprio reparto, la Compagnia Comando della 14^ Legione, giunse anche il   nostro personaggio principale, il Brigadiere Paolo Arca, che in quel   frangente si occupava ancora del servizio automobilistico legionale. Fu,   quindi, a Filottrano, nei primissimi giorni del dicembre ’43 – gennaio ’44,   che il Sottufficiale, aderendo al C.L.N. (Comitato di Liberazione Nazionale)   di Filottrano, presieduto dal Prof. Fermando Marrani, entrò in contatto con   le organizzazioni partigiane locali, facenti capo alla V^ Brigata partigiana   “Garibaldi” di Ancona, comandata dall’Ing. Amato Tiraboschi, detto “Primo” 2]. 

    Ben presto, però, l’Arca fu   costretto a “darsi alla macchia”, così come evidenziò egli stesso in sede di   interrogatorio: “L’8 febbraio 1944 poiché le mie   relazioni con i Capi del movimento partigiano, i quali mi chiedevano in quel   periodo una attiva collaborazione nel campo militare non mi permettevano più   oltre di restare in servizio, mi allontanai dal reparto. A tale mia decisione  contribuì il fatto che il giorno 9 stesso mese bisognava prestare giuramento alla repubblica fascista. Assente dal reparto. 

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     [1]“Relazione sul comportamento del Ten. Col. PISANO Rosario dopo l’8   settembre 1943 redatta a Milano in data 12 settembre 1945”. In AMSGF,   fascicolo personale “Ten. Col. Rosario Pisano”.
    [2] Nota del 24 febbraio 1945 a firma   del Brig. Paolo Arca indirizzata al Comando brigata litoranea mista di   Ancona, con oggetto: “Dati riflettenti la posizione personale del B.T. ARCA   Paolo dall’8 settembre 1943 in poi”. In A.S.C.S.M.C.G.G.F, fascicolo   personale “Mar. Arca Paolo”.
     

     

    sono stato fino alla liberazione di   Jesi (20 luglio 1944). L’allontanamento avvenne in divisa e senza le armi che lasciai in caserma…”[1].  

    Il partigiano Arca svolse la sua attività patriottica in varie   località delle Marche, da Filottrano ad Osimo; da Macerata a Cingoli, da Jesi   ed Ancona, operando – sempre agli ordini della V^ Brigata “Garibaldi” ed in   collegamento anche con il Comitato di Liberazione Regionale, presieduto   dall’Avv. Oddo Marinelli – mettendo a segno anche importanti azioni di   guerriglia contro i nazi-fascisti nel settore Muscosi – Frontale.  

    In tale ambito, l’Arca dimostrò di essere anche un abile compilatore   di piani per il disarmo dei reparti nazi-fascisti e delle altre forze armate   al servizio degli stessi, come ebbe a dichiarare egli stesso nel richiamo verbale, facendo evidentemente riferimento – senza ammetterlo esplicitamente   – anche al disarmo degli “accantonamenti” (caserme e magazzini) della Guardia   di Finanza ubicati nella stessa Filottrano: operazione passata alla storia della Resistenza appunto come “Fatti di Filottrano”, di cui trattano i   principali testi dedicati al movimento partigiano delle Marche[2].  

    L’azione partigiana fu ricostruita anche dal colonnello Pisano, nella menzionata relazione del ’45, dalla quale   apprendiamo che: 

    “Nella notte dal 27 al 28 febbraio   1944 i due accantonamenti in cui – in frazione San Biagio di Filottrano –   erano sistemati gli uffici del Comando della Legione, del Comando del Circolo   di Ancona, della Compagnia comando legionale, il personale di questa e gli   alloggi di sette ufficiali – compreso il mio – furono invasi da diverse   centinaia di Patrioti che disarmati tutti i militari accantonati, asportarono   oggetti di casermaggio e di vestiario, macchine da scrivere, le armi della   Compagnia comando (compresi due mitra Beretta, sprovvisti di cartucce e di   caricatori, portati dal maresciallo maggiore mare Lopez da Zara con una   nostra motobarca rifugiatasi nel porto di Ancona nei primi giorni successivi   all’armistizio e sottratti alla asportazione dei tedeschi) ed i quattro automezzi   in dotazione al reparto automobilistico legionale, nonché oggetti e valori di   proprietà privata.

    Nessuna reazione di nessuna specie   da parte mia e da parte di tutti i miei dipendenti (.) Ultimate le operazioni   di carico dei materiali militari di cui ho fatto cenno, io, il maggiore   Venditti ed il capitano Cogrossi fummo condotti con i patrioti. Fummo rilasciati   dagli stessi, dopo poche ore e ciò a seguito di quanto spiegai all’ufficiale   che mi apparve fosse il comandante della 

     

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     [1] Dal “Processo Verbale di Interrogatorio” al quale fu sottoposto il   Brigadiere Arca in data 29 maggio 1945 da parte della Commissione per la   sistemazione dei militari sbandati in essere presso il Comando Circolo di   Ancona, Commissione presieduta dal Cap. Alfiero Zanobbi. In   A.S.C.S.M.C.G.G.F, fascicolo personale “Mar. Arca Paolo”. 
    [2] Confrontare, fra gli altri,   Massimo Salvatori, “La Resistenza nell’Anconetano e nel Piceno”, edizione   Opere Nuove – Roma, ottobre 1962, pag. 161.

     

    spedizione e sembra, anche, a seguito dell’intervento favorevole di un   nostro sottufficiale – forse mio ex dipendente – facente parte della   formazione dei patrioti o con questi in contatto”[1] ponendo a frutto, per tale   delicato incarico, la sua bella cultura professionale e la perfetta   conoscenza dei luoghi. Inviato in montagna e chiamato più volte a guidare   reparti di consistenza non inferiore al plotone, in ogni circostanza, spesso   in situazioni drammatiche, sapeva volgere la fortuna delle armi a netto   favore delle forze partigiane, dimostrando sul campo qualità singolari di   tattica abile e intraprendente. Il suo coraggio e la sua fede trovavano nuova   conferma più tardi, quando, arrestato e minacciato di fucilazione, sapeva   mantenere durante due mesi di detenzione contegno fermissimo e, quindi, evaso   dal carcere, tornava con intatto entusiasmo al suo posto di combattimento   (Marche, 9 febbraio 1944- 30 giugno 1944)”.  

    A tale ricompensa   fece seguito, nel corso del 1953, il conferimento della Medaglia di   Benemerenza per i Volontari di Guerra[1], istituita con Decreto legislativo n. 1054 del 21   aprile 1948. Con tale medaglia, che si andava così a sommare alla   modestissima promozione straordinaria, che praticamente aveva abbreviato solo   di qualche anno una progressione di carriera che comunque ci sarebbe stata lo   stesso, l’Italia dimostrò “quanto fosse riconoscente” all’eroico partigiano sardo,   che – ricordiamo – aveva subito anche la galera e le torture dei militi   fascisti, dopo aver combattuto eroicamente al fianco di altri valorosi   partigiani marchigiani.  

    Il Maresciallo Paolo Arca non pretese   altro, nei quattro anni di vita che gli rimarranno, conscio com’era del fatto   di aver contribuito, con il proprio valore e col proprio amor patrio, a   quella vittoria finale contro il nazi-fascismo che fu a base – e lo è tuttora   – della nostra amata Repubblica. Tutto sommato, la ricompensa maggiore la ricevette   dalla vita e da quell’Iddio al quale credeva profondamente, grazie ai quali   ebbe modo di incontrare la sua amata Lavinia e diventare così padre del   piccolo Giovanni, uno dei tanti figli di questa Nazione che hanno avuto la   gioia e la fortuna di vivere e crescere in piena libertà e democrazia.

     

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    [1] Comunicazione n. 27309/M in data 24 agosto 1953 del   Comando 15^ Legione Guardia di Finanza di Cagliari. In A.S.C.S.M.C.G.G.F,   fascicolo personale “Mar. Arca Paolo”.
  • Pochi giorni fa, con una mail, l'amico piemontese Franco Brunetta, già Premio nazionale ANPI Fabrizi 2012, ci annunciava la sua ultima fatica editoriale trattante il dramma di Cefalonia che proprio in questi giorni celebra il 70°. Il 15 scorso la presentazione ufficiale. Una considerazione. Franco Brunetta esce su Cefalonia quanto l'intero Paese se ne dimentica. Un merito ulteriore che va a Franco e che ci fa dire che quel premio, quella stima, quel credito che l'ANPI aprì rendendolo emerito della ricerca erano ben riposti.   Un'altro merito di Franco é quello di aver avuto il coraggio di prendere in mano una patata bollente come la vicenda legata all'isola greca. Quella di Cefalonia non é mai stata una storia "facile". Lasciando da parte il fatto che solo nell'ultimo decennio i fanti dell'isola greca hanno avuto il riconoscimento che meritano, da quando cioé Ciampi andò in visita a quel sacrario, ancora adesso una serie di polemiche aleggiano ancora su quell'episodio a partire dal numero dei morti per finire al famoso referendum che, per detto di alcuni, non fu mai fatto o, perlomeno, non nei termini cui si é sempre scritto.   Un grazie a Franco Brunetta va pure perché ha voluto inserire nel suo nuovo testo pure la storia dell'osimano Ermanno Badialetti prendendo spunto dai fatti e dai documenti che sono riportati in questo sito.  Tutto questo é motivo di ulteriore soddisfazione ed é la conferma della bontà del lavoro svolto sin qui anche attraverso www.anpiosimo.it, e che ci motiva nel continuare la ricerca storica che consideriamo mai compiuta.  

    Secondo Graziella Bettini, Presidente dell'Associazione Nazionale Divisione "Acqui": "Parlare, come fa l'autore, della storia di questo militare, sottolineata da inserti storici che permettono di inquadrare (o talora, conoscere!) la tragedia della Divisione "Acqui", penso che costituirà un importante tassello che contribuirà alla Memoria della Divisione stessa, specie in questo 70° anniversario".

  • È il primo effetto sortito dopo che Repubblica ha dato notizia dell’evento. Con il direttore della struttura che fa marcia indietro e attacca gli organizzatori: «Avevamo dato l’ok all’affitto seguendo le normali procedure e fidandoci del nostro interlocutore — spiega Alessandro Arnone — poi quando abbiamo aperto il giornale siamo cascati dalle nuvole. Non ci avevano illustrato quale fosse la vera natura del raduno. Che non assolutamente è in linea con la politica del nostro teatro». In sostanza — è la ricostruzione di Arnone — le sigle di estrema destra avevano mandato avanti il circolo culturale Excalibur, un nome “pulito” e sconosciuto ai non addetti ai lavori grazie al quale poter prenotare un teatro prestigioso, centralissimo e capiente (700 posti) senza troppi problemi. Omettendo il programma dell’iniziativa, che negli ambienti neofascisti era già stata ribattezzata come la “Woodstock nera”. Cioè un festival con ospiti le band più conosciute nei circuiti eversivi e negazionisti. «Abbiamo fatto gli approfondimenti del caso, a volte capitano delle sviste, l’importante è rimediare in qualche modo», rimarca il direttore del teatro. Adesso resta da capire se il raduno verrà soppresso del tutto o se l’estrema destra cercherà un altro luogo sempre a Milano o nei dintorni. Per questo l’Anpi non abbassa la guardia: «Mentre chiediamo l’intervento delle istituzioni cittadine e delle autorità competenti perché questi raduni che si pongono in aperto contrasto con i principi della Costituzione repubblicana nata dalla Resistenza e con le leggi Scelba e Mancino vengano vietati, chiamiamo i cittadini e gli antifascisti alla massima vigilanza democratica», dice il presidente provinciale Roberto Cenati. Concetto ribadito dalla Cgil: «Milano e i milanesi devono indignarsi e pretendere che tali iniziative vengano proibite». Soddisfatto il presidente del consiglio comunale, Basilio Rizzo, perché «la decisione del Manzoni è un chiaro segnale, le mobilitazioni antifasciste hanno dato fiducia a chi intende rispettare la Costituzione e la Resistenza. Abbiamo fatto capire che in città tira un’aria nuova, sono sicuro che anche altri negheranno i propri spazi». Già nei giorni scorsi a Milano si sarebbe dovuto tenere il Festival Boreal, una sorta di Internazionale nera; ma le pressioni della giunta comunale avevano costretto lo spostamento a Cantù. «Le diverse formazioni della galassia neofascista da tempo lottano per riconquistare uno spazio di visibilità in città», commenta il deputato pd Emanuele Fiano. Pericolo che anche stavolta sembra sventato

  • 11 settembre 1943 – Viene emanato un’ordinanza del generale Giorgio Carlo (1887-1977) genero di re Vittorio Emanuele III, firmatario dell’accordo con i tedeschi per Roma Città Aperta, invita i militari italiani a presentarsi con la propria arma individuale. Nello stesso tempo Kesserling proclama l’Italia centrale e meridionale “zona di guerra”. Da Brindisi il re ed il governo decidono per la permanenza dello stesso in città, emanando nel qual tempo l’ordine di considerare i tedeschi come nemici: tardi, perché i tedeschi hanno già realizzato il loro progetto d’occupazione.   Gli Alleati inglesi raggiungono Brindisi e una battaglia di unità italiane contro la Wermacht si esaurisce con la fucilazione dei nostri ufficiali.   Altri ufficiali italiani vengono fucilati, gli scampati deportati, a Nola. Unità italiane liberano il porto di Bari.   I nazisti si ritirano dalla Sardegna e dalla Corsica.   In Grecia il gen. Infante firma un accordo di collaborazione con gruppi di Liberazione locali così come nei territori della ex Jugoslavia militari italiani entrano nella Resistenza slava.   Cade anche Rodi nelle mani tedesche dopo che questa era divenuta di fatto italiana dopo la guerra italo turca. La resistenza dei militari italiani durò diversi giorni e furono migliaia i soldati italiani catturati. 4000 di loro affonderanno e moriranno con il vecchio bastimento sul quale furono in seguito (febbraio ‘44) caricati per la deportazione. Anche gli ebrei come Sami Modiano  di origine italiana vengono caricati su battelli per il bestiame e tradotti in Grecia per l’internamento in Germania.   Nell’isola greca di Eubea gli italiani attaccano una fortezza occupata dai tedeschi.

     

    12 settembre 1943 – Roma viene stretta in una morsa da Kesserling il quale vieta qualsiasi forma di sciopero pena la fucilazione degli organizzatori. Lo stesso Kesserling vieta la scrittura di lettere, le comunicazioni telefoniche e gli operai passano direttamente al servizio delle truppe tedesche.   I tedeschi assaltano alcuni centri della Puglia seminando morte. Mussolini viene liberato a Campo Imperatore e condotto a Pratica di Mare prende la via della Germania (Monaco) a bordo di un velivolo tedesco.   Ad Ascoli Piceno il reparto della piazza e avieri assalgono i tedeschi costretti a ritirarsi così come a Teramo.  Forte è il contrasto agli Alleati che tentano di risalire dopo lo sbarco di Salerno.   A Spalato 200 carabinieri decidono di combattere i tedeschi.   A Corfù il comandante italiani, rispondendo alle continue pretese tedesche di disarmo arrestando il loro comandante: abbattuti tre aerei.

     

    13 settembre 1943 – I tedeschi ripiegano verso nord saccheggiando Potenza . Salerno è al centro degli scontri con i tedeschi impegnati in forze a contrastare la forza alleata sbarcata cinque giorni prima. Tedeschi e militari italiani si fronteggiano a Palau e a La Maddalena: 24 marinai rimangono uccisi. Cefalonia, Baia di Argostoli, alle prime luci dell’alba, batterie italiane aprono il fuoco sui mezzi da sbarco tedeschi. Ha inizio la battaglia di Cefalonia.   Unità britanniche entrano nei porti dell’Egeo presidiati dagli italiani in loro aiuto. A Cosimo, vicino Zara, si costituisce il battaglione “Goffredo Mameli” mentre a Spalato viene costituito il battaglione “Garibaldi”.

     

    14 settembre 1943 – Qualche3 successo apre le speranza tedesche di ricacciare gli Alleati in mare nella baia di Salerno. Il Maresciallo d’Italia Cavallero viene trovato morto presso il Comando tedesco di Frascati che comandava la piazza di Roma. Venne definito un suicidio ma il colpo mortale era stato tirato alla tempia destra ( il generale era mancino).  In quella stessa mattinata il generale avrebbe dovuto raggiungere Monaco di Baviera chiamato a guidare le forze armate italiane che avessero desiderato continuare la guerra a fianco della Germania, guida che Cavallero rifiutò. In realtà, secondo Ciano, il Cavallero era noto per far credere al Duce della alta capacità di produzione dell’industria bellica italiana, e per essere un “collezionista” di opere d’arte, di fare incetta di derrate alimentari e valuta pregiata trafugandole dai luoghi conquistati.   Si combatte alacremente a Canosa e Trani nelle Puglie mentre al Cattaro gli alpini della Taurinense vengono logorati fino al giorno 26. In Corsica militari italiani e corsi fanno 200 prigionieri tedeschi.   A Cefalonia, contrariamente all’ultimatum dato al comando italiano, i tedeschi attaccano con due ore d’anticipo scatenando un furibondo attacco aereo, elemento quest’ultimo, determinante per l’esito finale della difesa di Cefalonia che continua con veemenza a difendersi.

     

    15 settembre 1943 – Continua violenta la battaglia di Salerno. I tedeschi saccheggiano alcuni centri dell’Hinterland.   Paolo Puntoni, primo aiutante di campo generale di S.M. il Re, nel suo diario annota - La propaganda rossa lievita in maniera paurosa. Sembra che il governo non faccia nulla, anzi che sostenga gli oppositori della monarchia, considerata troppo compromessa dalle vicende del Fascismo -.   Sotto la supervisione di Hitler, Mussolini da Monaco costituisce il governo fascista.   A Cefalonia gli italiani continuano a resistere sulle alture nonostante l’incessante pressione aerea tedesca, addirittura a respingendo in qualche caso i fanti tedeschi.   Il ten. Col. Barbicinti invita gli italiani presenti in Albania al combattimento contro i tedeschi.   Hitler approva l’arretramento delle truppe tedesche sul suolo sovietico.     

     

  • Nella storia d’Italia non vi è stato un uomo politico così passionalmente e visceralmente amato (ma anche così detestato) come Benito Mussolini. Il duce, come lui stesso si definì, ha segnato un’epoca, tracciando la strada del totalitarismo fascista in Europa e nel mondo, che da Hitler a Franco e ai dittatori sudamericani, tanti emuli avrebbe avuto nel Novecento. Durante il Ventennio, la fabbrica del consenso messa in piedi dal regime si concentrò nell’esaltazione di Mussolini, avvolgendo la sua figura di un alone di divinità e di immortalità (anche grazie ai numerosi attentati a cui era sopravvissuto), oltre che del crisma dell’infallibilità, in coerenza con l’architettura para-religiosa del fascismo. La penetrazione capillare del mito del duce nelle menti e nel cuore degli italiani è testimoniata dal corpus straordinario (anche nei numeri) di lettere, cartoline, telegrammi a lui diretti che è conservato presso l’Archivio Centrale dello Stato e che costituisce l’oggetto del libro «Duce! Tu sei un Dio!» (Baldini & Castoldi, pp. 320, euro 16,90) di Alberto Vacca, che ne propone un’accurata e intelligente selezione antologica, suddivisa cronologicamente dal 1932 al 1943 e per temi e suggestioni. In modo singolare, lo stesso Mussolini denominò «Sentimenti per il duce» la serie dei fascicoli che raccoglieva questo tipo di corrispondenza. E in effetti il sentimento è la cifra prevalente di queste missive, che rappresentano un termometro attendibile di quel che pensavano milioni di italiani dell’epoca del duce. Gli aggettivi e le definizioni altisonanti accostate al suo nome e alla sua figura si sprecano, a volte con ricchezza espressiva, a volte con l’eccesso di retorica del tempo: «amatissimo», «sommo», «buono, grande, sapiente, intelligente e generoso», «augusto», «magnifico», «Prode», «Giusto», «santo», «benedetto». In percentuale a scrivere di più sono le donne, che, come rileva Vacca, subirono in modo particolare il fascino del duce («ti amo tanto, più di me stessa […] ardo dal desiderio di conoscerti», scrive una diciassettenne). Ma molte lettere sono anche di sacerdoti o monaci, e numerosi bambini e adolescenti, sull’onda del coinvolgimento emotivo delle organizzazioni giovanili di regime, delle sfilate, del mito della romanità e dell’Impero. I toni delle lettere, lo stile di scrittura (ufficiale o informale), la qualità stessa dei messaggi variano a seconda della personalità del mittente, dell’estrazione sociale e del suo livello di istruzione. Ed è davvero impressionante in questa antologia la ripetitività del concetto di investitura divina del duce – giustamente ripreso nel titolo del libro – da parte dei mittenti delle più varie categorie sociali e classi anagrafiche. Questo è un elemento conosciuto ma spesso sottaciuto dalla storiografia, anche se non sorprendente, visto che lo stesso papa Pio XI, dopo la firma del Concordato del 1929, definì Mussolini «l’uomo della Provvidenza» che era riuscito a ridare «Dio all’Italia e l’Italia a Dio». È interessante esaminare quali altre rappresentazioni abbia avuto la figura del duce nell’immaginario degli italiani. Vacca ha individuato tre ulteriori importanti categorie: il «Salvatore d’Italia», al quale affidare ciecamente le chiavi del destino della Patria; il «Difensore della civiltà romana e cristiana», «Artefice della Conciliazione fra la Chiesa e lo Stato»; e almeno fino al 1939-1940, l’«Angelo della pace». L’approvazione a Mussolini continuò anche duranti gli anni della guerra mondiale e perfino in quel 1943 che segnò la fine del suo regime. Ancora in aprile un domenicano chiamato in servizio come cappellano militare gli mandava a dire: «Sei il nostro Padre. Noi ti amiamo e siamo pronti a dare la vita per Te. Tu sei la Patria che crede, combatte e vincerà». Certo, nel corso del Ventennio, i sentimenti degli italiani non furono unanimemente improntati al consenso a Mussolini. L’adesione dell’opinione pubblica al fascismo fu altissima ma non monolitica. Lo stesso Vacca, in un altro saggio, Duce truce, ha analizzato e antologizzato le lettere dei critici del fascismo. Una minoranza di italiani, anche se più consistente di quanto si possa pensare. Peraltro, dopo il primo anno di guerra, a seguito dei rovesci militari sui vari fronti esteri e delle pesanti difficoltà economiche, anche il popolo che aveva mitizzato Mussolini iniziò a interrogarsi su di lui. Ma le menzogne della propaganda dell’epoca sulle sue capacità quasi divine, il suo buonismo, la sua generosità, hanno attraversato il lungo dopoguerra repubblicano e sopravvivono tuttora nel sottostrato di ampie fasce dell’opinione pubblica. Il duce resta quindi una presenza ingombrante, con cui il nostro Paese non ha ancora fatto del tutto i conti. Questo libro contribuisce a svelare le ragioni di fondo della longevità del mito di Mussolini e della sua eredità scomoda e pesante.

     

           

  • «L’esperienza del Partito d’Azione è stata una luminosa meteora nella storia del nostro Paese. Eppure, la sua cultura, nonostante la breve vita, è quanto mai viva perché è una Scuola di Democrazia», si legge nel libro di Vittorio Cimiotta intitolato "La Rivoluzione Etica. Da Giustizia e Libertà al Partito d'Azione" (Mursia, pp. 370, euro 20). Un saggio importante che ripercorre le tappe salienti dell’esperienza politica di GL e del Partito d’Azione, e dei loro principi e idee, riconoscendone la grande validità anche nella società contemporanea in balia di una grave crisi morale e civile.

    Il movimento Giustizia e Libertà, ricorda Cimiotta, venne fondato nel 1929 a Parigi da Carlo Rosselli e da altri fuoriusciti antifascisti con l’obiettivo di organizzare un’opposizione attiva ed efficace al regime di Mussolini, alternativa a quella comunista.

    Dall’incontro tra giellisti, liberalsocialisti, sostenitori del liberalismo progressista gobettiano, esponenti del liberalismo amendoliano e del Partito Repubblicano, nacque nel 1942 la breve ma intensa esperienza politica del Partito d’Azione che, dopo la caduta del duce, organizzò bande partigiane, partecipò alla Resistenza con le Brigate Giustizia e Libertà e contribuì alla stesura della Carta Costituzionale.

    Grandi personalità, come Mazzini, Salvemini, Gobetti, i fratelli Rosselli, Parri, Calamandrei e La Malfa, hanno lottato per dar vita a un modello di società basato sull’etica nella politica e nella comunità, di cui il giellismo e l’azionismo sono stati portatori ed esempi. 

    E il Partito d'Azione fu un lievito importante che nel dopoguerra, dopo il suo scioglimento, trasmigrò nel Pri così come nel Psi e nel Pci, immettendo in quei partiti motivi centrali della lotta politica democratica fino a far parlare nella storia italiana di una "fede azionista" sopravvissuta alla fine del partito.

    "Il saggio di Cimiotta - scrive nella prefazione Nicola Tranfaglia - che è nello stesso tempo agile e aggiornato, ricco dei riferimenti storici necessari, rappresenta un contributo utile a introdurre per le nuove generazioni un mondo e un movimento che hanno costituito per molti decenni raggi di luce nella nostra storia". 

    Preziosa anche l'appendice finale

    fondato nel 1929 a Parigi da Carlo Rosselli e da altri fuoriusciti antifascisti con l’obiettivo di organizzare un’opposizione attiva ed efficace al regime di Mussolini, alternativa a quella comunista. Dall’incontro tra giellisti, liberalsocialisti, sostenitori del liberalismo progressista gobettiano, esponenti del liberalismo amendoliano e del Partito Repubblicano, nacque nel 1942 la breve ma intensa esperienza politica del Partito d’Azione che, dopo la caduta del duce, organizzò bande partigiane, partecipò alla Resistenza con le Brigate Giustizia e Libertà e contribuì alla stesura della Carta Costituzionale. Grandi personalità, come Mazzini, Salvemini, Gobetti, i fratelli Rosselli, Parri, Calamandrei e La Malfa, hanno lottato per dar vita a un modello di società basato sull’etica nella politica e nella comunità, di cui il giellismo e l’azionismo sono stati portatori ed esempi. E il Partito d'Azione fu un lievito importante che nel dopoguerra, dopo il suo scioglimento, trasmigrò nel Pri così come nel Psi e nel Pci, immettendo in quei partiti motivi centrali della lotta politica democratica fino a far parlare nella storia italiana di una "fede azionista" sopravvissuta alla fine del partito. "Il saggio di Cimiotta - scrive nella prefazione Nicola Tranfaglia - che è nello stesso tempo agile e aggiornato, ricco dei riferimenti storici necessari, rappresenta un contributo utile a introdurre per le nuove generazioni un mondo e un movimento che hanno costituito per molti decenni raggi di luce nella nostra storia". Preziosa anche l'appendice finale

  • Settant’anni fa, l’armistizio di Cassibile, stipulato il 3 settembre, fu annunciato pubblicamente. Che cosa fu l’8 settembre per gli ebrei italiani? Come la storiografia ha concordemente dimostrato, fu l’inizio della persecuzione delle vite, le retate naziste e fasciste, le fughe, i nascondimenti, i documenti falsi, la morte. Ad opera, nella maggior parte dei casi, dei fascisti, a cui i nazisti delegarono, dal dicembre 1943 in poi, l’arresto degli ebrei, che non avevano le forze per compiere da soli. Ma come, durante i 45 giorni di Badoglio, ci si preparò a questa prevedibile (e prevista) situazione? Che Badoglio si sia barcamenato sulle leggi razziste senza abolirle, adducendo a pretesto la paura della reazione dei nazisti è noto. Ma non fu nemmeno dato l’ordine di distruggere o nascondere le liste degli ebrei censiti nel 1938, complete di indirizzo aggiornato. In pochi casi, furono distrutte da coraggiosi funzionari privi di direttive, nella maggior parte dei casi restarono a disposizione dei nazisti. Le pressioni delle organizzazioni mondiali ebraiche per spostare gli ebrei italiani al Sud, liberato o in via di essere liberato, ebbero la mediazione del Vaticano, ma morirono nelle secche della burocrazia del governo Badoglio. Gli ebrei stranieri internati nei campi furono liberati poche ore prima dell’arrivo dei nazisti, anche qui tranne coloro per cui le porte dei campi furono spalancate da funzionari locali. Ma anche i prigionieri politici antifascisti furono quasi tutti liberati con grande ritardo, dopo il 20 agosto. Qualche altro giorno e sarebbero caduti direttamente nelle mani dei nazisti. Così cominciò l’occupazione dell’Italia da parte dei nazisti e la caccia agli ebrei da parte dei nazisti e della polizia di Salò.

    Anna Foa

    Progetto Memoria
    Fondazione CDEC - Dip. Beni e Attività Culturali, Comunità Ebraica Roma
    tel. 340.1799505

    email da Pagine Ebraiche, quotidiano UCEI, del 9 settembre a ANPI Osimo

  • L’8 settembre 1943 non è una data qualsiasi del calendario della memoria dell’Italia. Settant’anni fa l’annuncio dell’armistizio segnò davvero una svolta, aprendo la strada al riscatto di una nazione che aveva conosciuto vent’anni di dittatura fascista, la soppressione delle libertà politiche e civili e le leggi razziali, e si era alleata con la Germania di Adolf Hitler.

    Anche in questo anniversario, si è parlato troppo poco della vicenda dei circa 650 mila internati militari italiani che rifiutarono di aderire alle SS tedesche e poi all’esercito della Rsi del redivivo Mussolini, pagando la loro scelta con il campo di concentramento, il lavoro obbligatorio e, a volte, con la morte, a seguito degli stenti, delle malattie, della fame o del comportamento brutale dei carcerieri tedeschi.

     Eppure la loro fu una scelta di resistenza, un tentativo di salvare l’Italia, di non farla tornare ad essere “una semplice espressione geografica”, restituendole un ”governo democratico”, come chiarisce uno di loro, il sottotenente friulano degli Alpini Giovanni Malisani, in una pagina del suo diario dell’epoca, che sarà presentato il prossimo 20 settembre a Udine.

    Un’altra storia poco conosciuta è quella dei militari italiani prigionieri nei campi degli Alleati che all’indomani dell’armistizio decisero, non senza difficoltà ed ostacoli da parte degli angloamericani, di cooperare alla lotta per la libertà. Così commentava la fine della guerra uno di loro, il calabrese Antonino Corigliano, da un campo di prigionia in India, nel suo taccuino pubblicato dal figlio Gregorio (I diari di mio padre 1938-1946, Luigi Pellegrini Editore): “Le forze del bene hanno trionfato su quelle del male, schiacciando i serpenti che, con le loro spire, tentavano di stritolare le potenze amanti della pace, del lavoro e della libertà. Ed a fianco di questi popoli forti e vittoriosi, ha marciato in 20 mesi di lotta il popolo italiano, togliendo una parte di quel fango che ci era stato gettato, da parte di un regime d’oppressione e di falsità”.

     

    È proprio grazie agli internati militari, ai cooperatori, alle forze armate del ricostituito esercito italiano del Regno del Sud, ai deportati politici e, naturalmente, ai partigiani (tra i quali ci furono tantissimi ebrei), che l’8 settembre non fu la data della vergogna o della morte dell’Italia, bensì della sua rinascita.

    Ma l’armistizio, come ha sottolineato giustamente Anna Foa, a seguito dell’occupazione tedesca e della politica razzista della Repubblica Sociale di Mussolini, nelle regioni del centro-nord segnò anche il tragico passaggio dalla persecuzione dei diritti alla persecuzione delle vite degli ebrei. Alla quale collaborarono molti loro connazionali italiani, così come avevano fatto al tempo dell’applicazione delle leggi razziali. Anche questo va ricordato.

     

    (L'Unione Informa e il portale moked.it del 10 settembre 2013)

  • 9 settembre 1943- Alle prime luci dell’alba il re e lo stato maggiore italiano lasciano in fretta Roma diretti a Pescara. Temono la cattura da parte dei tedeschi che stavano riversando la loro rabbia su Roma. A Pescara decidono che è rischioso usare un aereo e quindi si dirigono a Ortona dove sono imbarcati sulla corvetta Baionetta che salpa verso la mezzanotte diretta a Brindisi. Il generale Roatta, lo stesso che comandò la stretta su Lubijana mietendo molte vittime tra i cittadini sloveni, dichiarò la necessità di quel gesto per dare continuità al trattato di resa.  

    Alle 3.30 gli Alleati sbarcano nelle prossimità del fiume Sele (Salerno).   In mare, la flotta italiana ha l’ordine di convogliare su Malta. Così, partendo da La Spezia e da Genova si crea un convoglio che viene individuato dagli aerei tedeschi e attaccato. La corazzata Roma, ammiraglia della flotta italiana viene affondata con 1326 marinai a bordo. La corazzata Italia viene gravemente colpita.

    Mentre il re e il suo codazzo scappano continuava la resistenza di Roma e dell’esercito all’occupazione della capitale. I Granatieri di Sardegna resistono a Porta San Paolo e a sud di Roma, ma anche sul Campidoglio é  difeso da un plotone di granatieri agli ordine del capitano GdS Alberto Alessandrini di Osimo. A nord resiste il reggimento Lancieri di Montebello davanti ai panzer tedeschi.

    Azioni di guerra si generano a Mantova, sul Colle del Frejus, qui i doganieri respingono un tentativo tedesco di oltrepassare la dogana così come in altri valichi di frontiera come quello di Tarvisio. Si combatte a Trieste dove la nave Berenice, appena varata, tenta la fuga dal porto ma viene affondata con l’equipaggio.

    In Sardegna si compie lo scempio della Nembo.  I paracadutisti rifiutano l’armistizio e il 12° battaglione si schiera con i tedeschi. Il CSM insegue la macchina dei fuggiaschi  per tentare di dissuaderli dal passare al nemico. La risposta è dura. Il ten. Col. Luserna (MOVM) viene massacrato ed il suo corpo gettato in mare.

    Si costiuisce a Roma il CCLN (Comitato Centrale di Liberazione Nazionale) cui la presidenza va a Ivanoe Bonomi.

    Gli inglesi sbarcano a Taranto occupandone il porto senza incontrare resistenza.

    Parte il piano tedesco di disarmo delle unità italiane su tutto il teatro di guerra. Parliamo di 1.090 mila unità in Italia e di 900.000 dislocate sui territori occupati.

    L’Iran dichiara guerra alla Germania.

     

    10 settembre 1943 -  Il generale Carboni rientra in una Roma ancora in fuoco e conclude un accordo con i tedeschi che consente loro un facile transito delle truppe d’occupazione dirette alla volta di Salerno. Nel qual tempo Roma è dichiarata “Città aperta”.

    Nonostante l’accordo i tedeschi attaccano i presidi italiani e viene firmata la resa.   Il bilancio della strenua difesa di Roma è di 414 militari e 156 civili morti oltre ai 700 feriti.

    Una testimonianza di questa giornata la leggiamo direttamente dalla lettera del Comando Brigata Granatieri di Sardegna in Roma del 3 novembre 1945 indirizzata al cap. GdS Alberto Alessandrini. In serata viene dichiarato il cessate il fuoco.

    Si continua a difendere le frontiere. Il re Vittorio insedia il governo del cosiddetto del Sud. Truppe canadesi entrano in Catanzaro.

    Aerei alleati bombardano la città industriale di Dussendorf: 360 aerei sganciano 760 tonn. Di bombe sulla città tedesca.

    I sovietici occupano il Mar d’Azov.

      

  • L’8 settembre del 1943 è una data tragica nella memoria degli italiani. Il 25 luglio era caduto il fascismo e subito dopo l’armistizio, firmato dal governo Badoglio il 3 settembre, il re e il suo governo abbandonarono Roma per trasferirsi a Brindisi.

    L’8 settembre Badoglio annunciò che la guerra continuava contro i tedeschi e al fianco degli alleati. Ma l’esercito era stato abbandonato a se stesso, alla mercé delle truppe hitleriane nei territori d’oltremare. Liberato Mussolini dal Gran Sasso, le armate tedesche occuparono l’Italia del Nord e vi installarono la Repubblica di Salò.

    Per la prima volta dopo il 1860, «l’Italia era divisa in due»: il regno del Sud e la Repubblica sociale italiana, due stati in guerra fra loro. E non solo l’occupazione tedesca al Nord e degli alleati al Sud ma soprattutto la guerra civile, che imperversò fino al 25 aprile del 1945. Un intreccio di tragedie per cui l’Italia avrebbe potuto perdere la sua unità per sempre.

    Ma l’8 settembre non fu solo tragedia e man mano che il trascorrere del tempo e il consolidarsi della riflessione storica aiutano ad elaborare i lutti e a rasserenare la memoria, questa data si può ricordare anche per gli eventi luminosi che ne scaturirono. Innanzitutto la Resistenza, che cominciò dai militari, giovani soldati e più maturi ufficiali, i quali non deposero le armi, non si consegnarono ai tedeschi e iniziarono a combatterli come poterono senza l’aiuto del Regno del Sud.

    Quindi la rinascita dei partiti e, dopo il rientro di Togliatti in Italia (fine marzo 1944), la formazione di un governo di unità antifascista che creò le premesse del rapido sviluppo della Resistenza e della sua affermazione come guerra di Liberazione nazionale. Così l’Italia occupata e divisa concorse alla sua liberazione prima che le truppe alleate, vittoriose sul nazifascismo, completassero l’opera.

    La sua unità fu riguadagnata e ricominciò dignitoso il suo cammino nel concerto delle nazioni, con l’umiltà di chi riconosceva le sue colpe – la colpa di aver scatenato la Seconda guerra mondiale a fianco della Germania e del Giappone - e si dimostrava, nello stesso tempo, capace di scavare un vallo definitivo tra il suo popolo e il fascismo.
    Per queste ragioni gli italiani ricordano l’8 settembre come una data anche fausta, come il giorno in cui cominciò la rinascita della patria. Non è un’idea facile da popolarizzare finché i lutti della memoria non saranno stati definitivamente superati dalla catarsi della storia. Inoltre, è un’idea controversa, spesso contrastata nel discorso pubblico per ragioni strumentali di politica immediata.

    Ad esempio vent’anni fa, in un periodo cruciale della vita italiana segnata dall’implosione dei partiti della prima Repubblica e da nuove minacce alla sua unità, l’8 settembre fu assunto a simbolo della morte della patria, non solo per la catastrofe bellica ma anche perché aveva originato la rinascita dei partiti i quali, per definizione, non potrebbero che smembrare l’unità della nazione.

    Non so se chi lanciò questa idea fosse consapevole di riproporre un argomento frusto del legittimismo monarchico. Certo non lo erano quei bardi del giornalismo che le diedero ampia risonanza. Il suo aspetto più grottesco era il concetto di nazione che la sottendeva. Se la nazione italiana aveva mai smesso di essere la patria dei suoi cittadini, ciò era avvenuto con la sua appropriazione totalitaria da parte del fascismo.

    Infatti, con l’avvento del fascismo, l’Italia non era stata più nominabile senza l’aggiunta dell’aggettivo fascista. Ma la nazione moderna, per essere la patria di tutti i suoi cittadini, ha la necessità di vivere della molteplicità delle loro fedi, delle loro culture, delle loro idee politiche. In altre parole, l’idea della nazione moderna è indisgiungibile dalla democrazia ed è difficile immaginare «un’Italia del popolo» che non sia animata dalla presenza vivificatrice dei partiti.

    Un giudizio equilibrato sull’8 settembre è quindi necessario anche per accrescere la consapevolezza dei caratteri originari della storia d’Italia. Nessuno dubita, io credo, che il fascismo sia stato un regime totalitario, ma i totalitarismi non sono tutti eguali e il modo in cui finì il fascismo italiano tra il 25 luglio del 1943 e il 25 aprile del 1945, evidenzia che non fu mai un totalitarismo integrale ma piuttosto una poliarchia totalitaria. Fra il 1922 e il 1929, anche la Corona e il Vaticano si unirono al fascismo ma non si risolsero in esso. Quando Mussolini precipitò l’Italia nella guerra, la catastrofe era annunciata.

    Ma fu proprio la guerra a originare, dopo lo schieramento degli Stati Uniti a fianco della Gran Bretagna e dell’Urss, la dissociazione del Vaticano dal fascismo e l’avvicinarsi della sconfitta indusse Casa Savoia a fare altrettanto. La Corona fu oscillante e si rivelò del tutto inadeguata a gestire il distacco dell’Italia dalla coalizione hitleriana, segnando così il proprio destino. Tuttavia l’8 settembre ci ricorda non solo le ignominie che abbiamo raccontato ma anche che quella monarchia, macchiatasi della colpa di aver consegnato l’Italia a Mussolini, al suo tramonto potè rendere ancora qualche servigio all’Italia.

    Alla liquidazione di Mussolini si deve aggiungere l’iniziativa di perseguire abilmente il riconoscimento del governo Badoglio da parte della Russia sovietica per favorirne la presenza nel Mediterraneo, in funzione riequilibratrice della preponderanza inglese alla quale pure i Savoia legavano le proprie sorti. Era la ripresa di una tradizione della politica estera dell’Italia che risaliva a Cavour e con la pietas del giudizio storico questi meriti li aveva riconosciuti.

  • Sappiamo quanto duro sia stato quell'8 settembre 1943. Mentre ad Osimo la notizia venne accolta con gioia tanto che le forze dell'ordine furono costrette a calmare con la forza gli animi entisiasti in piazza, ad altri osimani s'imponeva "la scelta": in patria come all'estero, proprio quell'8 settembre. In Jogoslavia come in Grecia, in Slovenia come in Italia, Amedeo Serloni, Bruno Liberti, Gino Marini, Ermanno Badialetti, Ivo Sanseverinati, Leopardo Pierantoni, Giuseppe Massaccesi e molti ancora ne fecero una impegnativa e, per alcuni di loro, finale. Qualcuno quella scelta l'aveva già fatta da tempo come: Quinto Luna, Marino Verdolini, Mario Pasqualini, G.Battista Cecconi e quelli che riuscirono a tradurre il loro pensiero in azione. Questi proseguirono e materializzarono il sogno dei loro compagni come Renato B. Fabrizi e degli altri perseguitati politici. Altri ancora, sbandati senza una guida, senza una luce, trovarono lo stesso la loro croce nella deportazione, nella sofferenza spesso la fine. Gli ultimi fecero una scelta sbagliata. Questo in uno stato che si era eclissato. Traduciamo quanto sopra in documenti e video ripubblicando l'intervista video a Nello Terrè sul fratello Silvio sull'homepage del sito (sibillaonlinetv) e la lettera con la quale un commilitone di Ermanno Badialetti narra i fatti di Cefalonia e la fine dello stesso ai congiunti.  Pubblichiamo inoltre, sempre nel nel 70° di quell'8 settembre, il discorso che il gen. Massimo Coltrinari fece pervenire tramite l' ANPI di Osimo, il'1 luglio 2011, per salutare il ritorno a Osimo dei resti mortali di Giulio Marchetti bersagliere morto a Berlino nel 1944. 

     
    Badialetti  

     

                    

    Un passaporto interno di un prigioniero italiano di Osimo detenuto nei campi di lavoro nelle campagne tedesche: il frontespizio e due delle pagine interne. Sul documento é riportata la data del 1946 come data per il rinnovo.

     

    Intervento del Generale di Divisione dell’ Esercito Italiano Massimo Coltrinari in occasione della tumulazione del milite bersagliere Giulio Marchetti caduto in Berlino1944. 

    La crisi armistiziale del settembre 1943 ha messo gli italiani di fronte a se stessi.

    Dopo un ventennio di dittatura voluta dalle classi dominanti per mantenere i loro privilegi e per non attuare quelle riforme sociali promesse durante i giorni tremendi della prima guerra mondiale all’indomani di Caporetto, ed una guerra durata 39 mesi voluta dal regime fascista in cui non si erano ben definiti gli obiettivi strategici e soprattutto non si avevano dottrine, mezzi, materiali per affrontarla, l’8 settembre 1943 tutti i nodi vennero al pettine.

    Travolta dai suoi stessi errori, la Monarchia, complice del fascismo, non trovò di meglio che fuggire da Roma, mettersi al sicuro dietro lo scudo alleato, e lasciare gli italiani senza guida, sena protezione, senza legge, alla merce del nostro nemico ereditario, che si presentava sotto le vesti, questa volta, del nazista espressione di quel regime del genocidio che ha segnato di sangue il secolo breve.

    I grandi drammi politico- sociali non possono che riverberarsi sulla vita di ogni uomo e donna. E la generazione, nata sotto il fascismo, ma per la gran parte non contaminata da esso, si trovò di fronte a se stessa: come tutti gli italiani si dovette scegliere sull’onda degli avvenimenti.

    Per molti soldati non ci fu nemmeno questo.

    Sorpresi dall’iniziativa tedesca, che già all’indomani del 25 luglio aveva predisposto piani ed azioni per ridurre l’Italia in schiavitù, appena fu proclamato l’armistizio, la furia teutonica si abbatté sull’Italia e sugli Italiani.

    Soprattutto sui militari.

    Questi, lasciati senza ordini, non ebbero la possibilità di difendersi e furono tutti catturati ed inviati in Germania, come lavoratori schiavi, senza alcuna protezione giuridica, nemmeno riconosciuto lo status di prigionieri di guerra.

    Erano considerati poco al di sopra degli Ebrei, destinati allo sterminio, ed ai prigionieri dell’Unione Sovietica, che non godevano delle protezioni del Diritto Internazionale.

    Furono 600.000 i soldati che ebbero questa sorte, la sorte di Giulio Marchetti, che qui ritroviamo, che qui salutiamo orgogliosi. Una sorte, però, che nella tragedia, come tutto quello che riguarda la guerra di Liberazione, si trasformò in epopea, in forza morale ed esempio.

    In seicentomila, ebbero il coraggio morale e civile di rifiutare ogni proposta accomodante e dei nazisti formulata attraverso i collaboratori della Repubblica di Salò.

    Fu un no generalizzato, detto e mantenuto da una generazione che il fascismo aveva cresciuto ed allevato.

    Un no che fu di fatto, anche agli occhi dei tedeschi, la delegittimazione della Repubblica Sociale Italia.

    E’ quel fronte della resistenza, il fronte della resistenza del filo spinato, che è una delle pagine più esaltanti della nostra storia recente e che rappresenta uno dei fondamenti della

    Nostra repubblica.

    Roma, addì 1 luglio 2011

                                                                                                                         Il Generale di Divisione

                                                                                                                           Massimo Coltrinari

     

    Messaggio pervenuto tramite la Presidenza della sezione ANPI di Osimo e letto al momento della tumulazione presso il Cimitero vecchio di Osimo.

     

     

  • 2 settembre 1943 - Il Comando Supremo italiano autorizza la diramazione della "Memoria OP44" cui non si parla di armistizio ma delle probabili reazioni vilente tedesche. Il generale Castellano si presenta a Cassibile per la trattativa senza credenziali. Scontato il commento del gen. Alexander che ironizza sulla condotta in merito del governo italiano.

    3 settembre 1943 - Alle 17 il Governo italiano autorizza la firma dell' "armistizio corto" in quanto il contenuto é in soli 12 punti: la resa incondizionalta. Non viene stabilita la data dell'annuncio ufficiale dell'accordo in attesa di movimenti di truppa.  Senza trovare resistenza le truppe alleate di Montgomery sbarcano in continente tra Reggio di Calabria e Villa San Giovanni.

    4 settembre 1943 - Si ragiona ancora su come effettuare uno sbarco nella zona di Roma. Il generale Castellano viene messo al corrente del piano ma non la data precisa ne tantomeno il luogo dell'operazione.

    5 settembre 1943 - Il generale Marchesi porta a Roma la copia dell'accordo firmato adeguato con le clausule aggiuntive e un'ordine operativo degli Alleati, le modalità per il passaggio delle nostre navi al Comando alleato e pure dell'aviazione, l'ordine per i sabotaggi da compiere a danno dell'esercito tedesco e gli ordini per il servizio di spionaggio. In questa opera di spionaggio dovrebbe aver agito il capitano dei GdS l'osimano Bruno Liberti, cui sono addebitati diversi viaggi tra Lubijana e l'Italia liberata. catturato alla stazione di Bologna e poi fucilato Fossoli nella strage del Cibeno.  

     

    2 settembre 1944 - La Finlandia caccia i tedeschi. Le stesse truppe occupanti lasciano la Romania dietro la spinta dell'Armata Rossa. 18 divisioni tedesche finiscono in una sacca tesa dai sovietici in Ucraina. Contemporaneamente i tedeschi lasciano l'Egeo. In fFrancia si attacca il fortilizio di Brest.  In Germania viene appeso con un gancio da macellaio l'alto ufficiale tedesco von Witzleben autore dell'attentato al Fuhrer. In Italia, sul fronte Adriatico, le truppe polacche e la Brigata Majella liberano la città di Pesaro. L'esercito tedesco é respinto oltre il Foglia, baluardo germanico sulla Linea Gotica.

    3 settembre 1944 - Hitler combina l'ennesimo cambio ai vertici della guerra.  Bruxelles e Lione vengono occupate dagli Alleati.    Viene approvato un piano che a fine guerra prevede lo smantellamento dell'industria tedesca e renderla economia prevalentemente agricola.   Gli Alleati decidono che la Divisione Garibaldi in Jugoslavia venga rifornita specificatamente diversifi cando gli aiuti da quelli fin qui forniti ai partigiani slavi.

    4 settembre 1944 - Il fronte tirrenico allinea gli Alleati nell'Altopascio fino alla vicina Empoli. Nel settore adriatico continua a scatenarsi l'offensiva sulla Linea Gotica a ridosso di Cattolica nel tentativo di creare una testa di ponte sul fuime Conca.   Nel Canavese si scatena la furia tedesca dopo che questa ha subito pesanti perdite dalle formazioni partigiane.  Forti scontri sono segnalati nella marca trevigiana ad opera dei partigiani. Il fronte in Francia si ferma.   Il porto di Anversa, importante per l'assalto alla Germania é reso inutilizzabile.

    5 settembre 1944 - L'Unione Sovietica dichiara guerra alla Bulgaria in quanto esita a rompere i rapporti con la Germania.   Il fronte adriatico rappresenta ancora il vertice dello scontro non riuscendo ad allargarsi la testa di ponte sul fiume Conca.   Il porto di Napoli supera quello di New York per volume di merci transitanti.   Sempre in Italia viene liberata Prato, Scontri a fuoco e sabotaggi avvengono intorno a La Spezia e Borgotaro.   A Ovest é vicina la caduta di Calais e Dunkerque.    Forte resistenza tedesca a nord est di Varsavia.

     

     

  • Ci sono microstorie della Shoah che commuovono e appassionano in modo particolare. Una di queste, è la vicenda della famiglia Klein-Sacerdoti, raccontata da Giorgio Sacerdoti nel libro Nel caso non ci rivedessimo (Archinto), con l'ausilio di lettere dell'epoca.

    I Klein sono di Colonia, in Germania, i Sacerdoti originari di Modena, ma vivono a Milano. Il destino delle due famiglie s'incrocia nel 1939 su un campo da tennis a Parigi, dove sboccia l'amore tra il giovane Piero Sacerdoti, dipendente della Ras assicurazioni, e l'affascinante Ilse Klein, segretaria d'ufficio. I due si sposano il 14 agosto 1940 a Marsiglia, nella Francia del Sud occupata.

    Sono tempi bui. L'Europa è sotto il segno della svastica e delle persecuzioni. Dopo la Notte dei Cristalli del novembre 1938, i genitori di Ilse, l'avvocato Siegmund Klien e la moglie Helene Meyer, decidono di riparare ad Amsterdam, dove si trova già l'altro figlio Walter. Da qui intrecciano una complicata corrispondenza con la figlia (il servizio postale tra Olanda e Francia del Sud è sospeso), per il tramite di una cugina di Helene che vive in Svizzera, Anni, che da Zurigo smista le lettere. Negli anni successivi anche in Olanda, a seguito dell'occupazione nazista, la situazione degli ebrei precipita. Walter nel maggio 1942 tenta di fuggire a Marsiglia, per raggiungere la sorella, ma viene catturato dai nazisti al confine con la Francia. Le sue lettere dal carcere sono cariche di disperazione. Piero s'adopera in ogni modo per salvarlo, ma il suo destino è scritto e la mattina del 26 agosto il giovane viene deportato ad Auschwitz, assieme ad altri 948 sfortunati. La madre Helene per il dolore si ammala e il 14 gennaio 1943 muore in un ospedale di campagna, dopo aver tentato il suicidio. Qualche settimana prima, però, assieme al marito, avendo saputo che la figlia Ilse è incinta, ha fatto in tempo a confezionare amorevolmente un pacchettino con il corredino per il nipotino in arrivo, Giorgio Sacerdoti. Il pacchetto attraversa l'Europa in guerra e, dato per disperso, dopo tre mesi giunge incredibilmente a destinazione, quando la donna è già morta. La scomparsa di Helene verrà nascosta ad Ilse dal padre per quasi un anno. Solo il 16 ottobre papà Siegmund, che sente la fine vicina, chiederà ai parenti di rivelare la verità ad Ilse. Tre giorni dopo verrà arrestato e dopo un paio di cartoline dal campo di raccolta di Westerbok, anche lui caricato come una bestia su un convoglio per Auschwitz, dove morirà all'età di 69 anni. Intanto la giovane coppia costituita da Piero ed Ilse, con il piccolo Giorgio nato a marzo, fugge da Nizza in un villino sul lago Maggiore, unendosi ai genitori Sacerdoti, papà Nino e mamma Gabriella. L'incubo non è finito. Dopo l'8 settembre, anche in Italia parte la caccia all'ebreo. I Sacerdoti riescono fortunosamente a passare la frontiera svizzera a Vieggiù e poi si trasferiscono a Ginevra, dove trovano la sospirata salvezza. Ma l'orrore di quegli anni e la perdita di mezza famiglia segnerà per sempre la loro vita.

  • L’ANPI Nazionale sull’attuale vicenda Berlusconi:
    “Rispettare ed applicare le leggi e le sentenze definitive. In uno Stato di diritto non c’è spazio per salvacondotti” La Segreteria Nazionale dell’ANPI, non intendendo invadere il campo e le prerogative né del Governo, né del Parlamento, né dello stesso Presidente della Repubblica, ritiene tuttavia di non poter tacere di fronte ad una situazione politica complessiva, nella quale
    sembrano sfumare, fino a scomparire del tutto, alcuni dei valori fondamentali della Carta Costituzionale. Nel corso di questa “calda” estate, si sono sentite parole come “salvacondotto”, che sanno di medioevo e parole come “agibilità politica”, di senso quanto meno oscuro.
    E’ tempo di dire con chiarezza che tutto questo non ha nulla a che fare con i valori ed i principi per i quali ci siamo battuti combattendo per la libertà e che sono stati recepiti nella Costituzione, dalla quale si deduce (giova ripeterlo ancora una volta) che:
    1. La legge è uguale per tutti, senza distinzioni di sorta;
    2. tutti sono tenuti a rispettare la legge e la Costituzione, così come le sentenze,  legittimamente emesse dagli organi giudiziari;
    3. la legge “Severino” è stata approvata dal Parlamento a larga maggioranza, previa valutazione, in entrambi i rami del Parlamento, di legittimità costituzionale; il Parlamento ha la possibilità di modificarla, ma non il potere di disattenderla, né quello di sollevare questioni che, secondo norme e princìpi costituzionali sono riservati ad organismi giurisdizionali; tanto più che essa è stata già applicata in numerosi casi, talchè ogni deviazione per “ragioni politiche” violerebbe – oltretutto– il principio di eguaglianza;
    4. i provvedimenti di clemenza sono ammissibili solo alle condizioni previste dalla legge e comunque sempre in rispondenza dell’interesse generale e non di quello di singole persone;
    5. la stessa “grazia”, che compete al Presidente della Repubblica, ha dei limiti naturali, che derivano anche da sentenze emesse dalla Corte Costituzionale. E va detto con chiarezza che la grazia, che dovrebbe essere determinata essenzialmente da ragioni “umanitarie”, presuppone non solo la richiesta dell’interessato, ma anche l’accettazione delle sentenze definitive e delle proprie responsabilità, nonché l’assenza di altri procedimenti e di altre condanne, anche se non definitive, per un ovvio principio di logica e morale coerenza;
    6. è pacifico che deve essere sempre garantito il diritto di difesa; ma esso non può e non deve concretarsi in modalità volte soltanto ad eludere la legge e procrastinare ingiustificatamente gli effetti che da essa direttamente scaturiscono.
    Naturalmente, l’ANPI rispetterà qualunque decisione possa essere adottata dagli organismi competenti; ma non rinuncerà mai né al diritto di critica né al dovere di difendere i princìpi e i valori della Costituzione, nati dalla Resistenza.
                     
                                                  Roma, 4 settembre 2013
                                                                                                                                                                                             La Segreteria Nazionale dell’ANPI
                   
  • E' ambizioso e me ne rendo conto. Mi rendo pure conto che l'impresa che tentiamo é nozionistica allo stato puro e non l'analisi dei fenomeni e delle questioni che si snoderanno scorrendo il tempo dal 1943 al 1945; L'analisi storica sarebbe davvero un piacere per noi affrontarla e ci auguriamoo che magari, nel corso di questo viaggio, insieme ai nostri già preziosi e preparatissimi storici che collaboratorano con questo sito, lo facessero storici di professione o ricercatori affidabili. Per par nostro ci limiteremo solo al ricordo scalare, alla celebrazione di date e quindi di eventi che hanno caratterizzato tutto il periodo 1943/1945. Per fare questo prenderemo come riferimento cronologico un testo edito dall'ANPI di Udine del 2001, dal titolo "Dal Patto di Monaco alla Liberazione 1939 - 1945 -Giorno per giorno le tappe della tragedia), volume curato da Ermes Brezzaro e Federico Vincenti pp919, testo stampato su concessione di Patria Indipendente, la rivista dell'ANPI nazionale oggi guidata da Andrea Liparoto.   Tra l'altro, riprendendolo in mano, non abbiamo potuto non notare che tra gli storici che hanno scritto l'impegnativo volume di ben 919 pagine figurano due storici marchigiani: Enzo Santarelli e Massimo Coltrinari, quest'ultimo prevalentemente per la parte che riguarda le formazioni del CIL della Lotta di Liberazione.

    Casualmente iniziamo citando un 1° settembre 1939 e l'invasione della Polonia. Ma la nostra storia nazionale ci racconta di un primo settembre 1940 quando Ciano riferisce di un Mussolini contento per il protarsi della guerra il che ingrandirebbe a fine guerra i "sacrifici" degli italiani.   Nello stesso giorno, il 1° settembre 1940, entra nella base atlantica in caverna, su concessione tedesca, il primo sommergibile italiano (Malaspina). Alla fine si uniranno a questo altri 11 sommergibili della Marina italiana la quale scoprirà in mare che la flotta sottomarina italiana non é in grado si sostenere operazioni in Atlantico in quanto inadatta ad affrontare quell'oceano e, lo scopriranno in seguito, neppure in Mediterraneo.

    1941, Bombardata Crotone dalla RAF e i segnali d'allarme non scattano perché manca l'energia elettrica che li alimenta. La rivolta nella capitale slovena Lubijana fa le prime due vittime italiane.

    1942, prosegue la battaglia di El Alamein con enormi perdite di carburante da parte tedesca che mette i panzer schierati in seria difficoltà. Gli alpini dell'ARMIR riescono a conquistare due grosse posizioni ma i panzer tedeschi non si muovono e lascianoi scoperti gli italiani che abbandonano ciò che avevano conquistato.

    Il primo settembre 1943 racconta di un rapporto fatto all'alba al re da parte del generale Castellano trattante la resa con gli Alleati.

     

  • Vogliamo iniziare

    L'annuncio del 25 agosto 1939 da parte dei ministri degli esteri Ribbentrop e Molotov, che l'Unione Sovietica e la Germania aveva firmato un patto di non aggressione stupì il mondo, giacché pochi credevano che due stati un tempo avversari ideologici, avrebbero mai potuto unire le loro forze. Il patto Molotov-Ribbentrop diede a Hitler il via per l'invasione della Polonia, e delineati i suoi obiettivi, il Führer convocò i suoi generali il 23 agosto, fissando la data per l'invasione al 26 dello stesso mese, ma Hitler esitò quando la Gran Bretagna offrì sostegno militare alla Polonia. Furono messe in opera trattative diplomatiche dell'ultima ora, e addirittura i tedeschi si inventarono uno sconfinamento inesistente per offrire un pretesto all'invasione. I generali riferirono a Hitler che per non perdere l'effetto sorpresa le truppe non potevano rimanere indefinitamente in stato d'allerta lungo il confine, di conseguenza il 31 agosto 1939 il Führer diede l'ordine di invasione fissato per il giorno successivo: il 1 settembre 1939. E' l'inizio dell'ecatombe europea.

LOCANDINA

AD OSIMO


 

  

 

 

 

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