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  • Per accontentare le tante richieste pervenute, anche da parte delle scuole, da sabato la mostra “Ancona in guerra 1940-‘44” viene prolungata ma in altra sede: al secondo piano di Palazzo Camerata, in via Fanti 9. Contiene alcune novità rispetto all'allestimento precedente dell'Atelier dell'Arco Amoroso: immagini nuove, e alcune divise storiche che integrano quelle già ammirate.
    Inaugurata il 2 novembre scorso in occasione della visita guidata all’ex rifugio delle carceri, la mostra è ora aperta da sabato prossimo (30 novembre), fino a lunedì 6 gennaio 2014 nei seguenti orari: dal martedì al venerdì, la mattina dalle 10 alle 12; il martedì e il giovedì pomeriggio dalle 15,30 alle 17,30, e il sabato dalle 16 alle 20. Sono escluse le domeniche e le festività (22-26 e 29-1° gennaio), eccetto lunedì 6 gennaio, data in cui la mostra sarà visitabile.
    Fino al 28 dicembre è inoltre possibile visitare, a cura della Soprintendenza ai beni archeologici, anche il rifugio delle carceri di santa Palazia (il venerdì e sabato dalle 9 alle 12). Nel tunnel sono stati posizionati anche meravigliosi mosaici di età romana.
    Da ricordare, inoltre, che una raccolta di documenti e immagini relative a quegli anni terribili è in corso e sta già dando buoni frutti (i cittadini che vogliono prestare, dietro garanzia, album di famiglia, cimeli, e ricordi personali possono scrivere a turismo@comune.ancona.it, oppure chiamare i numeri 071.2223125-5067). Alcune di queste ultime immagini raccolte sono esposte alla mostra.
     
    dott. Sergio Sparapani Settore Beni e Attività Culturali, Biblioteche,Turismo tel. 071-222.3125 fax 071-222.5015 mob: 338.7019177 e_mail sergio.sparapani@comune.ancona.it
  • Comunicato Stampa X Premio Nazionale Fabrizi

    da ANPI sez. Osimo – prov.le Ancona – reg.le Marche

     

    Comunicato Stampa
    10° Premio Nazionale Fabrizi

    Doveva essere in aprile l’edizione 2013 del Premio Nazionale Fabrizi, come tutti gli anni.
    Si è invece volutamente preso del tempo in più proprio per onorare al meglio la decima edizione della manifestazione; siamo così arrivati alla data di sabato 30 novembre prossimo,.
    Nato come premio locale nel 2004, il Fabrizi ha assunto in questi nove anni un valore di rilievo nell’ambito della cultura italiana e delle istituzioni.
    Una notorietà acquisita per merito, per l’alto valore morale, per la coerenza che quest’evento ha sempre espresso e, in primis, per il fatto di rappresentare una grande storia, quella della democrazia e della libertà del nostro Paese.
    Tutto questo ha fatto si che l’ambito premio senta su di se l’onore e l’onere di essere riconosciuto dalla terza carica dello stato con il proprio patrocinio.
    La Presidenza della Camera dei Deputati, nella persona dell’on Laura Boldrini, avendo conosciuto di persona l’alto valore morale del Premio Nazionale Fabrizi, ha ritenuto di poter concedere alla manifestazione dei partigiani il proprio patrocinio.
    Un riconoscimento per l’impegno dell’ANPI di Osimo, della provincia di Ancona e delle Marche, del Comitato Nazionale ANPI, dell’IRSMLM, nel riaffermare il ricordo di coloro che, con il proprio sacrificio, spesso estremo, hanno rappresentato l’Italia migliore e costruito la nostra repubblica; un riconoscimento dell’attivismo dell’ANPI a difesa della civiltà, a baluardo della Costituzione.
    Il rilievo raggiunto dal Premio Fabrizi su vasta scala, è dato anche dall’ingresso di un altro ente patrocinante, cioè la prestigiosa Fondazione “Sandro Pertini”, eredità politica del Presidente della Repubblica e partigiano più amato dagli italiani, fondazione questa che ha voluto porre ufficialmente il proprio sigillo sul premio, come pure hanno riaffermato il proprio impegno il Comitato Nazionale ANPI, il Comune di Osimo e l’Istituto Regionale per la Storia del Movimento di Liberazione delle Marche.
    In nove anni sono passate dal Fabrizi tante persone di eccezionale valore etico e morale che, attraverso le loro esperienze di vita e di lavoro, hanno arricchito moralmente e culturalmente la nostra Italia, difendendola dall’inciviltà e promuovendo la memoria ma anche la legalità e i diritti fondamentali dell’uomo con ogni mezzo.
    Uomini e donne che hanno riconosciuto nell’ANPI e nei valori che quest’organizzazione esprime, un importante riferimento.
    Anche quest’anno i premiati sono tutti d’indiscusso valore morale e professionale, emeriti cui questa repubblica deve molto, quali: il Presidente Emerito della Corte Costituzionale Valerio Onida, il consigliere del Consiglio Superiore della Magistratura Guido Calvi, il sostituto procuratore della Cassazione Vito D’Ambrosio e la presidente della Fondazione” L. Basso” Elena Ornella Paciotti.
    Questi stimati uomini e donne potranno essere ascoltati nel seminario nazionale che si terrà dalle 10.15 al teatro comunale di Osimo sul tema della Costituzione, ovviamente, essendo questi noti giuristi e costituzionalisti.
    Ognuno di questi tratterà un aspetto della nostra carta costituzionale mentre la presidente Paciotti tratterà sulla Costituzione europea.
    L’ANPI ha pensato per questo 2013 a un’edizione che potesse coinvolgere non solo il pubblico che pure da anni segue numeroso l’importante cerimonia del Fabrizi ma anche a un incontro con gli studenti e i cittadini che volessero approfondire un tema così importante, dirimente nel dibattito politico di oggi, e fondamentale per il nostro Paese: la Costituzione appunto.
    La recente proposta di deroga all’articolo 138 sarà uno dei temi più significativi trattati.
    Un seminario di altissimo livello qualitativo e educativo. Per questo motivo sono state invitate le scuole di Osimo, e si sono coinvolte le stesse università di Macerata e Camerino.
    A un’importante mattinata si affiancheranno altre iniziative come la visita in municipio per la firma delle presenze, cui seguirà nel pomeriggio la visita a un’eccellenza italiana quale la Lega del Filo d’Oro.
    Sempre in teatro, con inizio alle ore 18.00, il decimo Premio Fabrizi proseguirà con un concerto con musiche di Giuseppe Verdi nel bicentenario di grande italiano, tra i simboli dell’Unità d’Italia: protagonista l’Orchestra Mini Armonica delle Marche composta di giovani della Civica Scuola di Musica di Osimo e di Zona Musica ANSPI di Ancona.
    Alle 18.30 la cerimonia di consegna dei premi intervallata da pezzi eseguiti dall’orchestra Mini Armonica, chiuderà il Fabrizi 2013. Il tutto avverrà alla presenza del Presidente regionale ANPI Lombardia Tullio Montagna, figura di primissimo piano nell’organizzazione, e di Pietro Pierri della Fondazione Sandro Pertini.
    Conduttrice della cerimonia di consegna la bravissima giornalista di Radio Arancia Network Chiara Principi.

    per l'organizzazione
    ANPI Osimo

  • "L’Anpi di Ascoli Piceno manifesta tutta la propria indignazione e condanna per l’ennesima manifestazione di violenza fascista ai danni di uno studente del Liceo Scientifico di San Benedetto del Tronto vigliaccamente aggredito con schiaffi e sputi e minacciato da delinquenti appartenenti a Blocco Studentesco al grido “gli antifascisti non sono graditi nella nostra città” e al contempo esprimendo disprezzo nei confronti dei Partigiani ascolani,  avvenuto al termine della riunione della nuova Consulta provinciale degli studenti verso le 12.45 di lunedì mattina."

    Questo il commento dell'Anpi al grave episodio con la ferma richiesta di un maggiore impegno "preventivo" delle istituzioni rispetto ai rigurgiti neofascisti.

    Che aggiunge: "E’ ora di finirla, il tempo delle riflessioni è ormai passato, più di una goccia ha fatto traboccare il vaso.
    Tempo fa abbiamo manifestato alle autorità preposte all’ordine pubblico tutta la nostra preoccupazione per  i sempre più frequenti attacchi fascisti da parte dei vari gruppuscoli nazifascisti presenti nel nostro territorio a danno dei nostri studenti, rei solo di aver studiato la storia, al contrario dei teppisti fascisti che di questa materia poco hanno appreso. Cari rappresentanti delle nostre Istituzioni, L’ANPI dice basta!"

    "Ascoli e Provincia - si sottolinea - sono state decorate con Medaglie d’oro alla Resistenza per attività partigiana, esse sono appese, in bella vista, sui gonfaloni del nostro comune e della nostra provincia e non si trovano lì per caso. Esse rappresentano i nostri morti, i nostri giovani che hanno dato la loro vita per la libertà e la democrazia ed è grazie a loro se oggi esistete voi Istituzioni. E’ nostro ma anche vostro sacrosanto dovere difendere questi valori da qualsiasi gesto possa metterli in discussione ed in pericolo e l’impegno deve essere ancora maggiore quando il pericolo viene da chi inneggia alla dittatura fascista insultando i nostri Partigiani. Chiediamo quindi pubblicamente che venga fatta luce e chiarezza su quanto accaduto e che i responsabili vengano finalmente puniti come le nostre leggi impongono".

     

  • Una maggioranza insensibile e antisemita raccontata nel libro di Avagliano e Palmieri «È tempo che gli italiani si proclamino francamente razzisti». Così recitava il Manifesto... della razza che nel luglio 1938, dopo una virulenta propaganda sui giornali, ufficializzò la svolta antisemita dell'Italia fascista. Tra settembre e novembre di quello stesso anno il regime passò dalle parole ai fatti, varando le cosiddette leggi razziali che equivalsero alla «morte civile» per gli ebrei, banditi da scuole, luoghi di lavoro, esercito, ed espropriati delle loro attività. La bella gioventù dell'epoca (universitari, giornalisti e professionisti in erba) rappresentò l'avanguardia del razzismo fascista. Molti di loro avrebbero costituito l'ossatura della classe dirigente della Repubblica, cancellando le tracce di quel passato oscuro. Non a caso, per lungo tempo la persecuzione è stata declassata dalla memoria collettiva, e da una parte della storiografia, a una pagina nera che gli italiani, in fondo «brava gente», avrebbero subìto passivamente. Per restituirci un'immagine quanto più veritiera possibile dell'atteggiamento della popolazione italiana di fronte alla persecuzione dei connazionali ebrei, Mario Avagliano e Marco Palmieri, nel saggio Di pura razza italiana. L'Italia «ariana» di fronte alle leggi razziali (Baldini & Castoldi), hanno compiuto una ricognizione di un'enorme mole di fonti (diari, lettere, carteggi burocratici e rapporti dei fiduciari della polizia politica, del Minculpop e del Pnf) dal 1938 al 1943. Ne è emersa una microstoria che narra un «altro Paese», fatto di persecutori (i funzionari di Stato), di agitprop (i giornalisti e gli intellettuali che prestarono le loro firme), di delatori (per convinzione o convenienza), di spettatori (gli indifferenti) e di semplici sciacalli che approfittarono delle leggi per appropriarsi dei beni e le aziende degli ebrei. Rari i casi di opposizione e di solidarietà, per lo più confinati nella sfera privata. Una microstoria che ribalta il netto giudizio assolutorio degli italiani formulato nel 1961 da Renzo De Felice nella sua Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo, che è stato a lungo condiviso da larga parte della storiografia. Leggendo gli stralci dei documenti d'archivio, dei rapporti di polizia, delle relazioni dei fiduciari del regime, dei diari e delle lettere dei persecutori e delle vittime, pubblicati nel saggio di Avagliano e Palmieri, risulta infatti che complessivamente in quegli anni bui, tra il 1938 e il 1943, milioni di persone si scoprirono di pura razza italiana e i provvedimenti razziali riscossero il consenso maggioritario della popolazione, talvolta convinto, talvolta indotto dall'efficace campagna di propaganda, talvolta infine dovuto a ragioni di opportunismo. E non mancarono episodi di violenza verbale o fisica, soprattutto dopo lo scoppio della seconda guerra mondiale. L'atteggiamento degli italiani "ariani" contribuì a rinchiudere gli ebrei italiani in un nuovo ghetto, dopo l'emancipazione del Risorgimento. Un ghetto invisibile, le cui mura erano costituite, oltre che dalla privazione dei diritti civili e sociali, dalle umiliazioni, dai gesti di indifferenza e dagli epiteti scritti o verbali subiti da vicini, colleghi, ex amici, fanatici antisemiti, giornalisti e intellettuali. Una pagina nera della storia italiana su cui ancora non si è fatta pienamente luce e che questo libro finalmente disvela con tragica evidenza e con rigore storico. Il libro sarà presentato il 20 novembre alle ore 18, presso il Palazzo della Provincia. Parteciperanno gli autori, i giornalisti Aldo Cazzullo e Roberto Olla e il presidente della Comunità ebraica di Roma Riccardo Pacifici.
  • 23-24 novembre

    ANNIVERSARIO DELL’ATTENTATO AL MUSEO

    VIA TASSO A PORTE  APERTE

    Ore 9,30-19,30

     

     

    Il  23 NOVEMBRE 1999 il Museo storico della Liberazione, in Via Tasso 145, fu fatto  segno di un attentato rivendicato con esplicita motivazione antisemita e  antisionista. Per un puro caso fu evitata una tragedia, vista la vicinanza delle  tubature e contatori del gas. La solidarietà fu immediata ed estesissima, sia da  parte delle istituzioni, sia da parte dei cittadini e cittadine, con grande  impegno della Comunità ebraica di Roma.

    Come risposta culturale ed ideale, non appena il Museo  ebbe dei nuovi spazi espositivi, volle dedicarli all’esposizione permanente “Deportazione egli ebrei romani 1938-1943”, inaugurata in occasione della  prima celebrazione del Giorno della Memoria il 27 gennaio 2001, che tanti  apprezzamenti ebbe e continua ad avere soprattutto per la sua efficacia  didattica. 

    Fu  allora anche deciso di rinnovare ogni anno quell’incontro con la popolazione che  allora l’8 dicembre 1999 portò a Via Tasso circa 3500 persone (1 romano su 100)  ripetendo l’iniziativa “VIA TASSO A PORTE APERTE, con apertura dalle 9,30 alle  19,30.

     

    QUEST’ANNO – PER PERMETTERE LA PARTECIPAZIONE DEGLI  AMICI APPARTENENTI ALLA COMUNITA’ EBRAICA – ESSA SI SVOLGERA’ DOMENICA 24  NOVEMBRE.

    Sarà possibile visionare novità inaugurate il 25 aprile  dal Presidente Giorgio Napolitano ed alcune sperimentazioni di nuovi  allestimenti, assistere alla proiezione del film “VIA TASSO 145: DAL CARCERE AL  MUSEO”, e ottenere una copia dell’omonimo album e di altre pubblicazioni del  Museo, versando una quota di solidarietà.

    L’appello a stringere il rapporto con i cittadini è oggi  tanto più forte perché c’è la possibilità che il bilancio del 2013 non pareggi  per i mancati contributi – dato l’avvicendamento e le loro difficoltà  finanziarie - delle amministrazioni locali (complessivi 37.000 € tra Regione Lazio e Roma  Capitale) e che il Museo venga commissariato, con le conseguenze che lasciamo  immaginare In più, notiamo una certa indifferenza, indotta dalla crisi e dalla  debolezza dei punti di riferimento. Tuttavia notiamo anche che le risorse finora  versate dai nostri amici ed amiche sono state continue e significative: sanno di  agire a difesa di UN BENE COMUNE e mostrano di ben comprendere che IL MUSEO  DIPENDE DALLE ISTITUZIONI, MA LA MEMORIA CHE CONSERVA E TUTELA E’ DEL POPOLO  ROMANO E ITALIANO. Anzi, al Museo facciamo riflettere i visitatori – soprattutto  giovani – che la Resistenza è un grande fatto europeo.

     

    Proiezione del film-documentario “VIA TASSO 145: DA  CARCERE A MUSEO”

    [su prenotazione] sabato 23, ore 16,00, 17,15 e  18,30

    [su prenotazione] domenica 24, ore 10,00, 11,30

    [su prenotazione] domenica 24, ore 16,00, 17,15 e  18,30

    info@museoliberazione.it I  contributi versati da imprese (anche individuali) possono essere detratti  fiscalmente come "erogazioni liberali"

    --- c/c 51520005 Intestato a: Museo storico della  Liberazione, via Tasso 145 – 00185 Roma.

    Causale: CONTRIBUTO VOLONTARIO ALBUM

    ---- Bonifico: IBAN: IT 39 T 07601  03200000051520005

    Causale: CONTRIBUTO VOLONTARIO ALBUM

  • In occasione delle celebrazioni del 70° anniversario della Resistenza, l’Istituto Alcide Cervi di Reggio Emilia e l’Istituto per i beni artistici, culturali e naturali della Regione Emilia-Romagna (IBC) promuovono una rassegna d’arte comprendente pitture, sculture, opere grafiche ispirate all’eccidio dei sette Fratelli Cervi e di Quarto Camurri, alla figura di Papà Alcide ed alla vicenda di Casa Cervi, dal titolo "I CERVI: UNA STORIA CHE RESISTE. Arte per un museo della coscienza" che verrà inaugurata il 28 dicembre 2013 al Museo Cervi di Gattatico (RE) nella giornata del ricordo dell'eccidio dei fratelli.

    L’occasione si presenta come un momento importante per far conoscere e divulgare il patrimonio figurativo già conservato presso il Museo Cervi, ma anche per proseguire e sviluppare l’indagine ricognitiva in ambito reggiano, su scala territoriale regionale e nazionale, al fine di realizzare un archivio iconografico legato appunto alla tragica vicenda che ha coinvolto la famiglia Cervi.

    La prima fase di ricerca ha già permesso di individuare interessanti presenze diffuse in ambito regionale, come nel caso ad esempio del "Ritratto di Papà Cervi" di Aldo Borgonzoni al Csac diParma, o della grande composizione pittorica di Nello Leonardi alla Scuola Media di S. Ilario d’Enza o di "Ultimo bacio" di Mario Bortolani di proprietà del Comune di Reggio Emilia.

    Riteniamo che un impegno corale, che veda coinvolti non solo enti pubblici, istituzioni museali e bibliotecarie, strutture associative culturali e sociali della nostra regione, ma anche studiosi, cultori d’arte e collezionisti privati, possa validamente contribuire al raggiungimento dell’obiettivo che ci siamo proposti, sia in relazione all’evento espositivo, che per la realizzazione del già citato archivio iconografico.

    La cortese richiesta che gentilmente rivolgiamo qui a tutti è di informarci dell’esistenza di opere afferenti al tema dell’eccidio dei sette Fratelli Cervi e più in generale alla vicenda e alla memoria della famiglia Cervi. Sarà nostra cura contattarvi per raccogliere maggiori notizie circa le opere eventualmente segnalate.

     

     
  • Il film racconta come una piccola radio clandestina fatta da esuli comunisti seppe diventare la prima emittente in grado di incrinare il monopolio della Rai a tal punto che contro di lei si accanì anche il governo italiano, come testimoniano le interpellanze parlamentari dell’epoca. Superata la fase artigianale degli esordi, negli anni Radio Oggi in Italia si perfezionò e si caratterizzò per la tempestività dell’informazione e per la costante polemica con la Rai. Fu il primo organo d’informazione a dare notizia dei fatti di Ungheria nel 1956, anticipò la radio di stato nell’informare dell’accordo tra Kennedy a Krusciov sulla crisi dei missili a Cuba e diede per prima l’annuncio che la “Legge truffa” del ’53 non era scattata. In pochi anni acquisì grande popolarità (riuscendo anche a toccare il record dei 4 milioni di ascoltatori), divenendo una seria antagonista al monopolio dell’informazione Rai, in un’epoca in cui in Italia era dominante il conflitto tra PCI e DC e nel mondo imperava la guerra fredda. Osteggiata per vent’anni dal governo democristiano italiano, cessò di trasmettere per volontà dell’Unione Sovietica dopo l’invasione di Praga nel ’68 per aver palesato posizioni pro-Dubcek.

    Protagonista del filmato è Stella, storica speaker di Oggi in Italia, presso i cui studi lavorò dagli esordi alla chiusura. Per la prima volta dopo tanti anni, Stella decide di tornare a Praga per andare a visitare gli archivi della radio e rivedere la donna che si trovò a crescere sua figlia. Il suo diventa un viaggio nella memoria della radio, dell’Italia tra gli anni ’50 - ‘60 e del proprio percorso di vita. Un percorso fatto di emozioni e di ferite ancora aperte.

    La descrizione di questo viaggio è intercalata da varie testimonianze di chi ebbe a che fare con la radio, tra cui quelle di Sandro Curzi, Carlo Ripa di Meana e Aroldo Tolomelli, per quasi vent’anni caporedattore della radio.I loro interventi rispondono a domande chiave: perché si dovette fare a Praga questa radio? Perché i redattori erano esuli? Perché il governo italiano si accanì per chiuderla? Perché invece fu chiusa dai sovietici? Domande e risposte svelano a poco a poco la storia, stimolando la curiosità e tratteggiando sempre più marcatamente il quadro di una radio scomoda e di una storia sfaccettata.

     

    Aroldo Tolomelli(da anpi.it)

    Nato a Funo di Argelato (Bologna) nel 1921, deceduto a Bologna il 5 aprile 2011, operaio, dirigente e parlamentare del PCI.    

    Col nome di battaglia di “al Fangen”, nei lunghi mesi dell’occupazione tedesca, era stato il vice comandante delle Brigate SAP che combattevano i nazifascisti nella pianura bolognese. Tolomelli era entrato nella Resistenza al termine del servizio militare e da allora ha sempre combattuto per la libertà e la democrazia.

    Dirigente dei giovani comunisti bolognesi quando la FGCI era guidata da Enrico Berlinguer, Tolomelli nel dopoguerra si era trasferito in Cecoslovacchia per dirigervi le tramissioni radio del programma “Oggi in Italia” che, negli anni tra il 1950 e il 1960, era molto ascoltato nel nostro Paese.

    Quando Tolomelli rientra a Bologna vi dirige il Comitato cittadino del PCI e per dieci anni è consigliere comunale del capoluogo emiliano. Eletto senatore per il PCI, lo rappresenta a Palazzo Madama per due Legislature.

    L’annuncio della scomparsa di Tolomelli è stato dato da Ugo Mazza, esponente di “Sinistra e Libertà”, il movimento politico al quale negli ultimi tempi l’ex comandante partigiano si era molto avvicinato.

    Nel 2007 Ludovico Testa aveva pubblicato, su Aroldo Tolomelli, il libro “La vita è Lotta. Storia di un comunista emiliano”.

     
  • Con l'uscita del n. 4 di Secondo Risorgimento si è superato, agli inizi del 2003, la soglia dei tre numeri, obiettivo fissato come traguardo per dimostrare se la Direzione e la Redazione fossero in grado di produrre una rivista di approfondimenti. Si pubblicarono oltre 500 pagine stampate nei quattro numeri. Si cominciò a vedere che le collaborazioni con saggi e note di un certo rilievo, dovevano essere ricercate fuori dalla Associazione, in quanto, a fronte di numerosi interventi verbali e di promesse, pochi se non nessuno i contributi di qualsiasi livello. Sarà una costante negli anni a venire, e questo fu oggetto di aspettative che andarono poi deluse sistematicamente. La copertina del quarto numero fu  una scelta felice. Riporta la fotografia ripresa da un ricognitore tedesco da bassa quota mentre sorvolava il "Baionetta". Qui, come noto, si era imbarcato  ad Ortona, il vertice politico-militare dopo aver abbandonato Roma il 10 settembre. Sulla coperta del Baionetta, nelle prime ore del mattino, vi erano il re, la Regina ed il Principe Ereditario, mentre tutti gli altri erano nelle loro cabine a dormire. Un fatto inspiegabile dal punto di vista sia del protocollo di corte, sia del buon senso. I tre indossano anche i cappotti, quindi faceva freddo. Si calcola che erano le ore 7,45. Un altro mistero di quella crisi armistiziale. Ma se seguiamo le ricostruzioni di Ruggeto Zangrandi e riprendiamo a ragionare andando oltre la vulgata dell'8 settembre, il tassello si colloca e si spiega nel fatto che un certo tipo di accordo era stato verbalmente fatto tra una parte del vertice italiano e Kesserling, comandate delle forze tedesche del sud in Italia. Mentre Rommel era già in ritirata verso il Brennero. Kesserling prova a resistere e con iniziative decise riesce a stabilire un accordo tra lui e gli Italiani: per 48 ore vi lascio andare dove volete, poi riprendono le ostilità. E' la tesi di Zangrandi, che non porta però le prove documentali in merito. Ma se tiene presente questa ipotesi, allora si comprende come i Reali alle prime ore del mattino stanno in coperta di una nave da guerra, mentre gli altri dormono. Danno assicurazione che sono sulla nave; inoltre il ricognitore, armato, non attacca, mentre nelle stesse ore tutti gli aerei tedeschi attaccano le navi italiane in navigazione, prima fra tutte la corazzata "Roma", affondata dai tedeschi alle bocche di Bonifacio. E la tesi dell'accordo tra Kesserling e il vertice politico-militare italiano non è poi così ipotetica. Un numero di Secondo Risorgimento che riteniamo stimolante, e aperto ad approfondimenti su una tematica di estremo interesse. Tematica che nel 70° anniversario degli avvenimenti è stata praticamente non affrontata con iniziative degne di nota. (chi non desidera questo post è pregato di scrivere a: ricerca23@libero.it)

  • "L’ANPI condivide pienamente le motivazioni dello sciopero indetto da CGIL, CISL e UIL che culminerà, con varie iniziative, venerdì 15 novembre". Con una nota la segreteria nazionale dell' ANPI sottolinea che "Sono in ballo princìpi fondamentali, che attengono ai diritti delle lavoratrici e dei lavoratori e, nella sostanza, a problemi riguardanti l’intera collettività".

  • ROMA - La polizia di Roma sta eseguendo 35 perquisizioni nei confronti di altrettante persone in tutta Italia, per identificare nuovi componenti e autori di un nuovo forum nazista sulla scia di Stormfront, il sito già in passato oscurato. Si tratta di persone residenti in 22 diverse province italiane, tra cui la capitale e Milano, accusate della diffusione sulla rete di idee fondate sull'odio razziale ed etnico e di incitamento a commettere atti di discriminazione e di violenza per motivi razziali ed etnici.

    In particolare, le indagini si sono concentrate sull'identificazione degli autori della diffusione sulla rete internet, attraverso canali di condivisione video, di un filmato, "Il nemico occulto - un documentario sulla questione ebraica", realizzato da utenti della sezione italiana di Stormfront, dai contenuti antisemiti. Il video riproduce immagini con lo scopo di accusare gli ebrei della crisi economica mondiale, indicando alcuni di loro come titolari di ruoli di apicali all'interno di banche ed altre istituzioni.

    Ulteriori accertamenti hanno consentito di risalire agli autori di post, pubblicati sempre sul forum italiano che istigano all'odio ed alla violenza per motivi razziali, etnici nazionali e al contempo fortemente diffamatori contro personaggi pubblici ed in particolare contro Roberto Saviano, il sindaco di Lampedusa Nicolini e Carla di Veroli, assessore alle politiche culturali di un municipio di Roma.

    I post sono stati pubblicati da utenti che usano pseudonimi, alcuni dei quali evocano chiaramente una cultura della discriminazione. L'indagine fa seguito all'operazione Stormfront del novembre 2012 conclusa con l'arresto di quattro persone, tra cui Daniele Scarpino promotore dell'associazione e moderatore del forum, Diego Masi e Luca Ciampaglia, moderatori del forum, e Mirko Viola, utente del forum particolarmente attivo nella pubblicazione di post tematici. Il processo relativo alla prima indagine si è concluso, per i quattro arrestati, con la condanna a pene che variano da 3 anni a 2 anni e 6 mesi di reclusione.

    La Comunità ebraica di Roma. "Esprimiamo il nostro apprezzamento per il lavoro svolto dalla magistratura e dalle forze dell'ordine che in queste ore dimostrano di tenere alta l'attenzione su fenomeni criminali di stampo antisemita, razzista e xenofobo. Ciò dimostra che la battaglia contro l'odio on line va combattuta giorno dopo giorno, anche a seguito di soddisfacenti sentenze che avevano pochi mesi fa condannato proprio gli autori della sezione italiana del sito Stormfront. L'Italia non può distrarsi". Lo dichiara in una nota l'assessore alle Relazioni Istituzionali della Comunità Ebraica di Roma, Ruben Della Rocca.

  • 75 anni dopo i pogrom di novembre, niente e nessuno è stato dimenticato”. Così i tifosi del Bayern Monaco in uno striscione apparso nella curva bavarese in occasione del 75esimo anniversario della Notte dei Cristalli. Un lungo applauso ha accolto l'iniziativa tra i supporter del Bayern, squadra che ai tempi del nazismo fu malvista dai vertici del regime anche per le origini ebraiche del suo storico presidente, Kurt Landauer, deportato a Dachau e in seconda istanza espulso dal paese (emigrerà in Svizzera) in considerazione di alcuni meriti militari precedentemente acquisiti sul campo. Negli anni trascorsi in territorio elvetico il Bayern organizzò una partita amichevole a Ginevra cui assistette, di persona, lo stesso Landauer. Alcuni giocatori e dirigenti gli tributarono un commosso omaggio che costò loro, al momento del ritorno in patria, la netta condanna del Terzo Reich. Era il 1940, l'Europa andava in fiamme e la macchina della persecuzione e dello sterminio entrava sempre più nel vivo. Undici calciatori della Germania nazista e ariana, allineati in mezzo al fazzoletto verde, salutavano in modo vistoso un ebreo.

  • Il museo storico della Liberazione in via Tasso a Roma é in serie difficoltà economiche «Se non riusciamo ad approvare il bilancio preventivo del 2013 - dice il presidente Antonio Parisella - il museo verrà commissariato». Nella legge istitutiva che risale al 1957, è scritto che il Museo deve rappresentare la lotta di liberazione a Roma dall'8 settembre 1943 al 4 giugno 1944, «ma si occupa di totalitarismi, di lotte di Resistenza, di antifascismo; nella nostra biblioteca, nell'archivio, nella mediateca c'è materiale a tutto campo su tali argomenti, e comprende anche documentazione di paesi esteri: vi sono diari della campagna in Russia, fotografie sul fronte greco. Ha il compito di fornire, raccogliere e conservare materiale su tutta l'esperienza di antifascismo».
    Numeroso è il pubblico che ogni anno lo visita, dalle 13mila alle 15mila persone, e sempre più crescente è quello straniero. Le scuole vengono in visita con le loro classi gratuitamente. Gli studenti universitari fanno ricerche per le loro tesi e studiosi italiani e stranieri usufruiscono della biblioteca e degli archivi. Per citare solo due casi: Mario Avagliano ne ha tratto il libro Il partigiano Montezemolo (Dalai editore, 2012) e Robert Katz vi scrisse Roma città aperta: Settembre 1943 - Giugno 1944 (II Saggiatore) presentato in anteprima al Museo in segno di gratitudine.
    «Ma tutto questo e i progetti ancora da realizzare verrebbero vanificati se ci fosse il commissariamento - prosegue Parisella -. Un commissario non può contare su quelle solidarietà che sono legate al nostro modo di essere: noi abbiamo relazioni di vertice e di base, non solo a Roma; abbiamo contatti con decine di gruppi, di associazioni di quartieri, centri sociali, centri per anziani, scuole, e collaborazioni con tutte le regioni italiane. E un commissario, per quanto bravo, non ci riuscirebbe: questa rete non si improvvisa! Anche il gruppo di volontari che lavora con noi di fronte a una situazione commissariale si troverebbe a disagio».
    Diciotto sono i volontari di alta qualificazione, insegnanti in pensione, persone che si dedicano con grande passione, e ogni anno il gruppo si aggiorna anche con giovani. Poche le cifre simboliche date per incarichi di amministrazione, per l'archivio e la biblioteca; le risorse servono o per investimenti di ricerca o per il funzionamento della struttura. «Due anni fa la Regione cou una legge si impegnò con 25mila euro e il Comune con 12mila euro. Questi soldi erano stati messi in bilancio per il 2013, ma non sono stati erogati e le attuali amministrazioni, per le note vicende finanziarie, non sono in grado di fare fronte alle necessità entro il 31 dicembre».
    II Museo deve trovare 37mila euro in poco più di un mese. Nel loro sito vi è una sottoscrizione aperta «e i nostri amici in Italia sono molti e si mobilitano sempre; ma se facessero una sottoscrizione fra i parlamentari e i consiglieri regionali del Lazio, il contributo sarebbe consistente, anche dal punto di vista morale: sarebbe un esempio». Il presidente Parisella sa benissimo che in questo momento gli istituti non possono soccorrersi l'un l'altro con il poco che viene dato loro. Inoltre è difficile coinvolgere qualsiasi ufficio ministeriale o dell'amministrazione locale con i grossi problemi finanziari e politici che hanno. Spera che il governo rifaccia una legge di rifinanziamento del Museo per ottenere l'autonomia economica: «Abbiamo inviato una richiesta al Ministro della cultura per sistemare la situazione futura del Museo e per fare una legge che permetta almeno di stare tranquilli. Ma bisognerà aspettare». Hanno un importante progetto da realizzare nel 2014 per conto della Presidenza del consiglio dei ministri: si chiama «Museo diffuso della Resistenza italiana» e si tratta di «un coordinamento, tramite un portale, degli oltre 160 musei della Resistenza che esistono in Italia. Si realizzeranno collegamenti, percorsi, un modo di comunicare in Italia e all'estero». Hanno poi progetti di pubblicazioni: un album con testi e fotografie della mostra di donne resistenti, perché venga usato nelle scuole; e un volume con il diario della campagna in Russia e i documenti autobiografici sulla Resistenza, lasciati dall'ex direttore del Museo Arrigo Paladini. «Le risorse per il 2014 ci sono, ma non quelle per quest'anno». Il Museo storico della Liberazione di Roma va salvato; Calderoli lo aveva barbaramente inserito nell'elenco degli enti inutili, ma è una preziosa fonte di storia, e non va né persa, né dimenticata.

     

  • Il sensazionale ritrovamento, rivelato dal settimanale tedesco Focus, nell'appartamento decrepito del figlio di un collezionista: fu suo padre ad acquistare il tesoro che i nazisti saccheggiarono negli anni Trenta e Quaranta. Tra le opere, quadri di Picasso, Matisse, Renoir e Chagall

    BERLINO - Era a Monaco di Baviera, nascosto e forse quasi dimenticato in una casa abbiente ma polverosa e in rovina, quello che molti chiamavano 'il tesoro di Hitler': oltre millecinquecento quadri e altre opere d'arte, tra cui anche opere di Pablo Picasso e Henri Matisse considerate 'arte degeneratà dal Terzo Reich'. Degenerata o no, l'arte valeva e Goering, Goebbels, Himmler e tutti gli altri gerarchi nazisti erano assetati di denaro e morbosamente affascinati dal valore dell'arte.
    Le opere ritrovate furono infatti sequestrate dai nazisti a famiglie ebree o ai musei dei paesi europei occupati dalla Wehrmacht e dalle WaffenSS. Lo racconta il settimanale Focus, in un sensazionale servizio. Gli investigatori, afferma la rivista dell'editoriale Burda, dopo lunghi anni d'indagini sono riusciti a trovare una pista calda. Hanno fatto irruzione nel polveroso, mal ridotto appartamento di un ottantenne. Dove, dimenticati tra armadi, sgabuzzini e stanze ripostiglio, erano appunto i millecinquecento capolavori.
    Da dopo la 'notte dei cristallì  -  il primo grande e brutalissimo pogrom contro gli ebrei tedeschi, ordinato da Hitler e dai suoi complici, un crimine di cui il 9 ricorre il settantacinquesimo anniversario  -  poi con l'inizio degli espropri e delle deportazioni, poi con l'invasione di Polonia, Olanda, Belgio, Francia e tanti altri paesi dove vivevano vitali, numerose comunità ebraiche, spesso punta di lancia della borghesia colta locale, i nazisti si scatenarono negli espropri.
    Proprio oggi su Der Spiegel sono pubblicati i diari dei diplomatici stranieri in servizio a Berlino durante e dopo la 'Reichskristallnacht'. Diplomatici polacchi e nipponici, finlandesi e ungheresi trasmisero alle loro capitali rapporti agghiaccianti: "arrivano di notte, violenti, rubano tutto, tentano di violentare le donne, poi si portano via valori, preziosi, opere d'arte, assegni e liquido per migliaia e migliaia di marchi, e la plebaglia antisemita segue i militari nazisti".
    Lo stesso saccheggio sistematico, un crimine senza precedenti nella storia dei rapporti tra arte e guerra, fu compiuto nei musei polacchi, francesi, olandesi, belgi, di ogni paese occupato. Goering e Goebbels si fecero stimare le opere rubate, pare che ne rinchiusero alcune, quelle che piacevano loro di più, nelle compiacenti casseforti di banche svizzere. Ma molte di queste opere furono portate a Berlino. Non poche finirono distrutte durante i bombardamenti dei Lancaster, delle Fortezze volanti e dei Liberators inglesi e americani, e nei furiosi combattimenti degli ultimi nazisti contro l'armata del maresciallo Zhukov.
    Le opere ora ritrovate, scrive Focus, hanno un valore di oltre un miliardo di euro. Gli
    investigatori sono arrivati a cogliere la pista calda nel 2011, dopo un'indagine sull'inquilino dell'appartamento, colto in flagrante dalla dogana in treno mentre tentava di portare denaro contante in Svizzera. Il padre del proprietario dell'appartamento a sua volta era un mercante d'arte e avrebbe acquistato il 'tesoro saccheggiato nazista' negli anni Trenta e Quaranta. Resta ora da vedere se discendenti delle vittime si faranno vivi per reclamare una giusta restituzione delle opere d'arte.

  • Credo che quest'immagine sia eloquente e non servano più parole ma fatti concreti. Non é più giustificabile la società che permette alla sua curva slogan che fanno riferimento a movimenti violenti e xenofobi. Per l'ampiezza degli striscioni non pùò più essere dichiarata opera di "alcuni" isolati ma di pertsone conosciute e tollerate dalla società.   La politica, come la violenza, esca dallo sport.  Proprio stasera la tv ha mostrato il vero volto che dovrebbe avere lo sport. Un servizio sulla nazionale italiana di cricket, composta in massima parte da "naturalizzati" o da italiani nati da immigrati, dove una partita può durare anche più di un giorno e dove gli ospiti mangiano insieme ai padroni di casa all'insegna della tolleranza e della civiltà dello sport: un esempio!.

    Il cricket non é uno sport minore nel mondo, é il secondo sport più praticato, eppure i suoi giocatori non prendono soldi a palate come i nostri "pedatori".   Tornando ai nostri mi sembra d'uopo che la federazione intervenga in modo massivo.

     

  • MANIFESTO DELLA CONFEDERAZIONE ITALIANA FRA LE ASSOCIAZIONI COMBATTENTISTICHE E PARTIGIANE IN OCCASIONE DEL I V°  N O V E M B R E GIORNATA DELLE FORZE ARMATE FESTA DELL’UNITÁ NAZIONALE

    I Combattenti, Decorati al Valor Militare, Congiunti dei Caduti, Mutilati ed Invalidi di Guerra, Protagonisti della Guerra di Liberazione e della Resistenza, Reduci dalla Deportazione, dall’Internamento e dalla Prigionia, in memoria della grande guerra e della sua conclusione

    RICORDANO

    quanti, fedeli alla Bandiera, sacrificarono la loro esistenza o subirono immani sofferenze per una Italia libera e indipendente;

    RIVIVONO

    nell’anno in cui iniziano le Celebrazioni del 70° anniversario della Resistenza e della Guerra di Liberazione, il sentimento corale ed esemplare di orgoglio del popolo italiano che ha portato, con la lotta al nazifascismo, alla riconquista della libertà e della democrazia nel nostro Paese;

    MANIFESTANO

    riconoscenza alle Forze Armate, presidio delle Istituzioni repubblicane, e ai militari che anche all’estero, rischiano la vita al servizio della comunità internazionale, per la pace e la convivenza tra le Nazioni;

    PERSEVERANO

    nel trasmettere alle nuove generazioni la memoria degli eventi che hanno caratterizzato la storia della Patria.

     

    La Confederazione Italiana fra le Associazioni Combattentistiche e Partigiane

     

  • Domenica 24 novembre si svolgerà l'ormai tradizionale "Giornata nazionale del tesseramento all'Anpi". In moltissime piazze verranno allestiti  azebo dove si potrà discutere di antifascismo e democrazia anche in rapporto all'attualità di un disegno di legge per la modifica dell'articolo 138 della Costituzione che trova l'ANPI nettamente contraria.

    "E’ inutile sottolineare - si legge in una lettera inviata ai presidenti dei Comitati provinciali, ai Coordinatori regionali, ai fiduciari, alle Sezioni ANPI all’estero e ai membri del Comitato nazionale - la grande importanza di una giornata come questa, non solo sul piano materiale ed economico, ma anche e soprattutto sul piano politico."

    La “giornata” - si spiega - è un’occasione per parlare con i cittadini, riflettere con loro sul difficile momento che sta attraversando il nostro Paese, per discutere dell’ANPI, del suo ruolo, di ciò che sta facendo e si propone di fare; è un’occasione unica anche per parlare di “Patria”, sottolineando il nuovo carattere “aperto” che abbiamo dato alla rivista e l’importanza – per la sua stessa sopravvivenza – degli abbonamenti che, nella misura attuale, seppure con accenni di crescita,  continuano ad essere insufficienti.

    "In più - si sottolinea - quest’anno intendiamo attribuire una particolare attenzione ai progetti di riforma costituzionale in esame al Parlamento e sui quali abbiamo espresso la nostra contrarietà. In particolare, la nostra “giornata” cadrà proprio nell’imminenza del voto della Camera (l’ultimo, dopo le altre tre letture, e quindi definitivo) sul disegno di legge costituzionale che modifica l’art. 138. Ed anche su questo dobbiamo illuminare il Paese e far sentire con forza la voce dell’ANPI".

    "Una giornata, quindi, con cui intendiamo invitare cittadini e cittadine ad un vero e proprio  “Appuntamento con la Costituzione” nelle piazze di tutta Italia. I dirigenti provinciali e di Sezione saranno nei gazebo, allestiti per l’occasione, ad illustrare le posizioni dell’ANPI sulle riforme costituzionali, a leggere gli articoli della nostra Carta e a farli, quindi, conoscere diffusamente. Una “pedagogia di strada”, in sostanza, oggi più che mai necessaria per far divenire la Costituzione e le sue radici, Antifascismo e Resistenza, davvero un patrimonio dell’intera nazione e per dare dunque forza alla battaglia per presidiarne principi e valori fondamentali".

  • Ci sono luoghi cui la natura, la volontà degli uomini e la storia affidano un particolare destino, quello di essere luoghi di esilio, le piccole isole ne sono un esempio peculiare. L’isola di Ventotene, anche per le sue ridotte dimensioni, non si è sottratta a tale sorte e da sempre luogo ideale di segregazione, fu individuata, durante il periodo fascista, come colonia di confino politico.

    Il regime fascista per non arrecare pericolo allo Stato, inviò sull’isola, per 13 anni donne e uomini coraggiosi, allontanandoli dalle loro attività e dai loro affetti per fiaccarli, svilirli e umiliarli nella loro dignità, li riunì coattivamente in una sorta di pollaio, ma inconsapevolmente, trasformò l’isola in un’occasione speciale e irripetibile per la storia futura del nostro paese, perché è proprio a Ventotene che si forgiò la classe politica della futura Repubblica. L’isola da luogo di umiliazione, si trasformò in luogo di testimonianza e di riscatto per tutti coloro che opponendosi alla violenza e alla sopraffazione decisero di non mollare e difendere con dignità le proprie idee.

    Il confino politico era regolato da alcuni articoli delle leggi speciali del 1926, leggi che avevano abolito i partiti e i loro giornali, i sindacati e le associazioni antifasciste. Con queste leggi fu anche istituito il Tribunale Speciale per la difesa dello Stato e la Commissione Provinciale che assegnava al confino.

    Lo scopo del confino era quello di allontanare gli individui ritenuti pericolosi per lo Stato ma anche per l’ordine e la sicurezza pubblica, così finirono al confino anche gli omosessuali, (soprattutto alle Tremiti) e i religiosi di fede diversa, testimoni di Geova, evangelisti.

    Per finire al confino bastava veramente poco, come si evince dalle oltre 12000 ordinanze emesse dalle Commissioni Provinciali: partecipare al funerale di un amico comunista, deporre fiori sulla tomba di un antifascista, ironizzare o raccontare barzellette sul fascismo o sulla figura del duce, diffondere notizie ascoltate da una radio straniera, leggere libri ritenuti sovversivi, cantare inni considerati rivoluzionari, anche in abitazioni private. Festeggiare il primo maggio era poi considerata un oltraggio per il regime fascista.

    Diversamente dal vecchio domicilio coatto, il confino non era una condanna stabilita dal potere giudiziario, ma una misura preventiva volta a liberarsi degli oppositori politici senza ricorrere ad un processo e soprattutto senza l’esibizione delle prove.

    La durata del confino era variabile da uno a cinque anni ma spesso allo scadere del periodo assegnato si utilizzava il meccanismo del rinnovamento perché il confinato non aveva dato segni di ravvedimento e costituiva dunque ancora pericolo per lo Stato.

    Per attuare le misure di repressione contro l’opposizione antifascista, il regime si dotò di una nuova forza, una polizia segreta appositamente istituita, l’OVRA, mentre la milizia fascista, M.V.S.N., fu individuata come forza d’ordine nelle colonie confinarie.

    La storia della colonia di confino politico di Ventotene inizia nel 1930, quando per ragioni di sicurezza  il Ministero degli Interni (Divisione Affari Generali e Riservati) decise di chiudere la colonia di Lipari, anche in seguito alla clamorosa fuga di Carlo Rosselli, Emilio Lussu e Fausto Nitti, e individuò nell’isola di Ventotene il luogo che meglio rispondesse, date le ridotte dimensioni e la scarsa accessibilità delle coste, alle ragioni di sicurezza, il più adatto adatto ad “ospitare” i confinati ritenuti più pericolosi ed irriducibili, comunisti ed anarchici . La colonia divenne veramente importante, dal punto di vista quantitativo e qualitativo, per i nomi dei suoi confinati, solo a partire dal 1939, quando fu ridimensionata la colonia di Ponza. Da quella data il capo della polizia, Arturo Bocchini, progetta per l’isola la nascita di una vera e propria colonia confinaria dove concentrare i più pericolosi avversari del regime. Fu costruita a tale scopo una cittadella confinaria, con un’imponente caserma per gli agenti di PS, 12 padiglioni, uno destinato alle donne, uno ai tubercolotici e un’infermeria e fu trasferito sull’isola un intero reparto di milizia volontaria. Tra agenti, militi e carabinieri erano più di 350 ed assolvevano ad un efficiente controllo lungo le coste e per mare. Su circa 800 confinati presenti sull’isola la metà era costituita da comunisti, seguivano poi in ordine di grandezza gli anarchici e i socialisti, il gruppo di Giustizia e Libertà e i Federalisti di Altiero Spinelli. Erano presenti anche gli stranieri, i nuovi sudditi dissidenti dell’impero mussoliniano: albanesi, jugoslavi, dalmati, montenegrini, croati, sloveni.

    Il confinato arrivava sull’isola, dopo un lungo ed estenuante viaggio con sosta nelle celle di transito sporche ed infestate di insetti, caricato con i ferri ai polsi e legato a catena con gli altri sul piccolo postale che collegava l’isola al continente, era condotto nei locali della Direzione della colonia e sottoposto ad un accurato controllo, era privato dei suoi documenti personali e fornito di una carta di permanenza, il famoso libretto rosso, nel quale erano segnate tutte le prescrizione alle quali doveva attenersi.

    Il confinato poteva passeggiare in un percorso limitato, solo al centro del paese, senza superare il limite di confino che era segnalato da cartelli, da filo spinato o da garitte con guardie armate, poteva passeggiare solo con un altro confinato. Aveva l’obbligo di rispettare gli orari di uscita ed entrata nei cameroni e rispondere, due e in alcuni periodi, anche tre volte al giorno agli appelli; non poteva avere nessun rapporto con gli isolani, non poteva entrare nei locali pubblici se non per il brevissimo tempo dello scambio commerciale, non poteva partecipare a riunioni o intrattenimenti pubblici, non poteva parlare di politica, ascoltare la radio, non poteva avere carta da scrivere se non timbrata dalla direzione, poteva scrivere, con le persone autorizzate dalla direzione, una sola lettera a settimana, lunga 24 righe, ovviamente sottoposta a censura. Vi erano poi alcuni confinati speciali, che avevano come ulteriore umiliazione un milite che li seguiva a tre passi.

    I confinati però negli anni seppero organizzarsi in una serie di imprese comunitarie: spacci, botteghe, mense, biblioteche, perfino un’orchestrina che si esibiva la domenica. A Ventotene, a differenza di quanto era avvenuto nelle altre isole di confino, le mense erano organizzate per appartenenza politica: vi erano 7 mense dei comunisti, componente più numerosa, con i nomi più importanti (Terracini, Secchia, Scoccimarro, Longo, Roveda, Curiel, Ravera…), 2 mense degli anarchici dove spiccava la figura quasi leggendaria di Paolo Schicchi; c’era Giovanni Domaschi, conosciuto in tutte le colonie confinarie per le sue rocambolesche fughe. Vi era poi la mensa dei giellisti dedicata ai fratelli Rosselli, con Ernesto Rossi, Bauer, Fancello, Calace, Dino Roberto. Vi era poi la mensa dei socialisti con a capo Sandro Pertini, due mense dei manciuriani, cioè di quei confinati isolati dalla componente politica perché ritenuti delatori al soldo della direzione politica e infine vi era la mensa dei federalisti europei con Altiero Spinelli, mensa che aggregava proprio per il consenso alle nuove idee contenute in quello che poi diverrà famoso come il Manifesto di Ventotene per un’Europa libera ed unita. C’era anche la mensa A degli ammalati, soprattutto tubercolotici, dove la generosità di alcuni confinati, tra i quali Di Vittorio, faceva arrivare il latte della loro stalla e i prodotti dei campi che coltivavano.

    I confinati avevano a Ventotene una fornitissima biblioteca con volumi di storia, di economia, di filosofia di letteratura sia italiana che straniera, accanto alla biblioteca ufficiale vi era poi una biblioteca clandestina a cui potevano accedere solo in pochi.

    Attorno alla biblioteca nacque in quegli anni un’intensa attività di studi, di riflessioni di preparazione, non a caso Ventotene è stata definita l’Università del confino, un autentico laboratorio culturale. Nelle stradine dell’isola, in una vera e propria organizzazione, i confinati studiavano, analizzavano, discutevano; si tenevano lezioni sistematiche e specialistiche di storia, di economia, di finanza, di statistica e perfino lezioni di tecniche militari impartite da alcuni ufficiali albanesi e dai combattenti di Spagna. Qualcuno ha poi raccontato che quelle lezioni furono fondamentali nella lotta partigiana.

    Ognuno si specializzava nello studio dei testi, ma tutti si arricchivano e si formavano per lo scambio privilegiato con alcune personalità di altissimo spessore culturale e morale presenti allora sull’isola. Nella apparente immobilità della vita confinaria Pietro Grifone, scrisse la sua opera più importante Il capitale finanziario e nell’introduzione all’opera dedica una parte proprio a come si studiava al confino di Ventotene; anche Ernesto Rossi scrisse e soprattutto scrisse Altiero Spinelli il Manifesto di Ventotene .

    Parallelamente all’efficiente sistema di sicurezza, di sorveglianza e di censura messo a punto dalla direzione della colonia negli anni, i confinati avevano altrettanto saputo organizzare un’ efficiente organizzazione per la ricezione e la trasmissione di documenti, da e per il continente, con la complicità di qualche familiare in visita o di qualche isolano, partivano messaggi clandestini celati negli oggetti più disparati. Per tutti quegli anni il collettivo del partito riuscì sempre ad essere collegato con il centro sia in Italia che all’estero, non a caso qualcuno argutamente ha definito il gruppo dei comunisti dell’isola, il governo di Ventotene, perché era proprio dall’isola che partivano le direttive più importanti.

    Il 25 luglio cade il fascismo, i confinati si sentono liberi, ma il giorno dopo viene affondato, da quattro aerei siluranti inglesi, il piccolo postale che collegava l’isola al continente, e i confinati privi di mezzi rimasero bloccati sull’isola.

    Il 28 luglio giunse nel piccolo porto dell’isola un ospite d’eccellenza Benito Mussolini che ironia della sorte, qualcuno aveva deciso di confinare a Ventotene, ma il direttore della colonia, Marcello Guida, per ragioni di sicurezza, considerata la presenza di quasi novecento confinati e della bene armata guarnigione tedesca, (che si occupava di un potente radar) decise di non accogliere. La corvetta si diresse allora verso la vicina Ponza.

    Gli ultimi confinati partirono verso la fine di agosto, erano soprattutto anarchici e slavi che furono destinati ai campi di concentramento di Fraschette d’Alatri e Renicci d’Anghiari, gli altri si erano già uniti ai gruppi combattenti per la liberazione d’Italia.

    L’8 settembre sull’isola sbarcano 45 paracadutisti americani e grazie alla collaborazione di un ex confinato, che era rimasto sull’isola dopo la partenza degli altri, i tedeschi consegnarono le armi e Ventotene divenne il primo comune della provincia di Latina ad essere liberato dagli alleati, di questo episodio si conosce la testimonianza di un inviato di guerra molto speciale, J. Steinbeck, che accompagnava i soldati in quella che fu chiamata Ventotene Mission; l’episodio è raccontato nel suo libro C’era una volta una guerra.

    Siamo un popolo dalla memoria assai corta, che dimentica facilmente gli errori e i sacrifici compiuti dalle generazioni che ci hanno preceduto, così negli ultimi anni è accaduto che nell’immaginario collettivo la mistificatoria associazione confino-villeggiatura sia andata rafforzandosi e qualcuno ha utilizzato l’assonanza isola-villeggiatura per un revisionismo storico alterato e manipolato, rivalutando il regime fascista come benevolo e svilendo la repressione degli oppositori come fatto secondario. L’isola invece da luogo di umiliazione, si trasformò in luogo di testimonianza e di riscatto per tutti coloro che opponendosi alla violenza e alla sopraffazione decisero di non mollare e difendere con dignità le proprie idee.

    Filomena Gargiulo

  • lapide del bombardamentoGià Ancona aveva avuto, all'indomani dell'8 settembre, il segno tangibile dell'occupazione tedesca e della guerra che incombeva sulle città italiane quando la caserma dell'Esercito Italiano di Villa Rey divenne teatro di un'azione di guerra popolare cui parteciparono antifascisti anconetani e alcuni militari di stanza in quel sito militare, tra i quali l'osimano Quinto Luna, azione atta a liberare i militari italiani "sotto chiave" dalle truppe tedesche ed in attesa della deportazione. Il porto di Ancona era già importante tanto da subire un bombardamento navale già il 23 e 24 maggio 1915 nel corso del primo conflitto mondiale tanto che Rizzo e i suoi MAS che affondarono l'ammiraglia austroungarica Santo Stefano partirono proprio dai moli anconetani; e Ancona divenne sempre più strategica dopo lo sbarco alleato del 1943 man mano che le truppe alleaste risalivano la penisola dall'Adriatico verso la Linea Gotica. Così l'attenzione dell'aviazione alleata si concentrò sulla città già dal 16 ottobre 1943 e Ancona subì innumerevoli incursioni aeree fino al 17 luglio 1944 che, nel loro complesso, causarono circa 4.000 morti, il 70% della città distrutta e orrendamente mutilata, oltre a non quantificabili danni al patrimonio sociale, culturale, identitario e storico. Ma certamente il più cruento dei bombardamenti fu quello di Ognisanti: il 1° novembre appunto. E' sabato mattina, l'orologio segna le 11:30, i mercati si presentato affollati quanto tre formazioni di quadrimotori composte da 8 bombardieri ciasciuna, per più di un'ora si accaniscono sulla città dorica occupata. In un solo giorno morirono 2.000 persone, venne distrutta un’ala della Cattedrale di San Ciriaco, completamente distrutta la Chiesa di San Lorenzo, semidistrutta la Chiesa millenaria di San Pietro, danneggiate Santa Maria della Piazza e San Cosma, gravemente colpiti ed in parte crollati il Palazzo degli Anziani ed il Palazzo del Governo. Venne colpito anche il Carcere di Santa Palazia e l’adiacente rifugio di via Birarelli: in un sol colpo morirono 400-500 persone – molte delle quali provenienti dall’orfanotrofio - che vi avevano trovato rifugio.  Questo il rapporto della Prefettura di Ancona e del Comitato Provinciale di protezione anti aerea (1) :.... omissis .....

    Benchè non rivesta il carattere di ricovero pubblico, nè quello di ricovero privato, tuttavia non si può tacere che il rifugio aperto in roccia marnosa per i detenuti della "Casa di Pena" sulle Rupi del colle Guasco, ed in corso di completamento, dove il primo novembre s'era rifugiata anche parte degli abitanti delle case prossime, oltre ai detenuti della ''Casa di Pena" e quelli del "Carcere dei Minorenni", non ha resistito alla azione distruttrice delle bombe.

    Non è possibile a questo Comitato P.A.A. stabilire le ragioni della non resistenza di detto ricovero, perché

    éè il progetto di esso non è mai stato sottoposto all'approvazione del tecnico del Comitato, ne mai furono chieste dalla Direzione del Penitenziario consigli o ragguagli in merito alla costruzione di esso.

    Dalla relazione sul luttuoso incidente presentato dall'Ufficio del Corpo del Genio Civile si legge:

    "Purtroppo anche il rifugio aperto in roccia marnosa pei detenuti, ed in corso di completamento, dove s'era riversata anche parte degli abitanti le case prossime è stato raggiunto ad uno degli imbocchi. Le bombe certo a grappolo e, comunque, di calibro da ritenersi - per gli effetti - eccezionali, hanno avuto ragione della protezione costituita dalla falda collinare marnosa, nella quale è stata perforata la galleria, nonché delle due quinte sfalsate in muratura di mattoni costruite come d'uso a protezione dell'imbocco del ramo colpito e seguito da altra quinta di sacchi a terra. Per non essendosi avuta, per esistenza di queste ultime opere di presidio, proiezione di materia, la incidenza assiale degli ordigni sull'imbocco ha sottoposto il ramo di galleria, cui questo dava accesso, alla nota azione di soffio e successiva depressione, con deleteri effetti sugli organi interni delle persone che ne sono rimaste investite.

    Non è stato possibile accertare il numero delle persone che hanno trovato la morte nel luttuoso incidente, perché estratte circa 150 vittime, non è stata più possibile l'estrazione delle altre ed il ricovero stesso è stato chiuso con muri alle imboccature trasformandolo così in tomba. Da informazioni assunte si calcola che in esso erano rifugiate dalle 400 alle 500 persone delle quali pochissime hanno potuto salvarsi.

    Già dai primi bombardamenti su Ancona una parte della popolazione si riversò sulle campagne e sui paesi limitrofi tra i quali Osimo che alla fine contò più di 5000 rifugiati, anche molti provenienti dal sud. Alcuni ebrei anconetani si rifugiarono attorno alla frazione S. Stefano e alcuni anconetani agli ordini di Wilfredo Giannini costituirono un GAP.  Ma la conseguenza più evidente fu quella per la quale Osimo divenne “la capitale delle Marche” fino alla liberazione.  Tutti gli uffici dello Stato, le Caserme, furono distribuite sul territorio osimano tra le quali il comando marchigiano della Guardia di Finanza che fornì di armi i partigiani e condussero la lotta di liberazione acquisendo un MAVM nella persona del maresciallo Arca. Anche la MAVM osimana Federico Paolini era un impiegato nella Prefettura dorica traslocata a Osimo.

    Questo è quanto scrive Giovanni Lafirenze sulla tragedia di Ancona il primo novembre

    i B-24 (bombardieri pesanti) in venti minuti rovesciano su Ancona bombe dirompenti e incendiarie da 250, 500 e 1000 libbre. La struttura portuale in pratica non esiste più, le navi all'ancora agonizzano tra le fiamme, La Stazione è un braciere incandescente, il Palazzo del Governo e quello Comunale ardono per causa delle bombe incendiarie.
    Il Carcere è colpito da più bombe, ma all'interno del rifugio anti-aereo carcerario si consuma una diabolica tragedia: i locali proteggono persone d'ogni età, sesso e condizione sociale, la paura della morte abbraccia e unisce 4500 anime. I bimbi urlano paura tra le calde tremanti braccia dei genitori. I boati delle esplosioni sono sempre più intensi e minacciosi.
    L'aria all'interno del rifugio è irrespirabile...improvvisamente un nutrito gruppo di persone inizia a pregare. Un assordante boato zittisce tutti, una bomba è caduta a pochi metri,
    l'esplosione è violenta perciò trascina il proprio acre fumo all'interno del rifugio, peggiorando l' impossibile respirazione... colpi di tosse simili a rantoli riempiono le stanze, il viso di molti anziani diventa cianotico, ma i boati continuano. Le preghiere, i rosari si trasformano in deboli lamenti.
    Qualcuno maledice inglesi e americani, altri sfogano le proprie collere in direzione del dieci luglio. Fuori i boati delle bombe americane producono frastuoni ormai indistinguibili.
    Guardie carcerarie e detenuti cercano d'aiutare i primi agonizzanti. Ma non serve a nulla...due bombe centrano l' ingresso del rifugio. Un paio di sfere infuocate proiettano nel rifugio carcerario una doppia onda d'urto che inibisce e schiaccia 450 sogni di vita. 

    (1) (dal volume "Bombardamenti su Ancona e Provincia 1943/44")

     

     

LOCANDINA

AD OSIMO


 

  

 

 

 

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