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  • Convegno di studi sulla resistenza nell'Appennino umbro marchigiano

  • Storie – Alle origini dei Protocolli in Russia

    Negli anni Venti Adolf Hitler – a quel tempo pittore dilettante pressoché sconosciuto – scriveva che l’accanito tentativo di dimostrare la falsità dei Protocolli dei Savi di Sion ne provava l’autenticità. Negli anni Trenta Julius Evola, nella prefazione all’edizione dei Protocolli curata da Preziosi, affermava che non era necessario accertare l’autenticità del testo, perché la realtà storica ne dimostrava la veridicità. La veridicità o l’autenticità di un falso che, come scriverà all’alba della seconda guerra mondiale Henri Rollin, sarebbe divenuto il più diffuso nel mondo dopo la Bibbia.

    Nei volumi dedicati ai Protocolli dal dopoguerra in poi si analizza la storia, spesso romanzata, di questa calunnia, alla ricerca, quasi sempre, di uno o più falsari in terra francese, senz’affatto spiegare in modo chiaro le origini dell’intera questione. Rara eccezione è l’analisi lessicale e filologica dei Protocolli operata ne Il manoscritto inesistente da Cesare G. De Michelis, che firma la prefazione anche di uno stimolante saggio appena uscito in libreria: L’ombra del kahal. Immaginario antisemita nella Russia dell’Ottocento di Alessandro Cifariello (Viella 2013 – pp. 278).

    In questo libro Cifariello esamina la preistoria dei Protocolli in un ambiente russofono ed analizza la questione ebraica in Russia e la diffusione dei miti attorno agli ebrei e alla comunità ebraica nella letteratura russa dell’Ottocento. Cifariello si sofferma in particolare sulla subcultura antiebraica propria della cultura russa del XIX secolo e sulla giudeofobia, ovvero quella recondita paura degli ebrei che, inizialmente sotto-testo narrativo, diventerà successivamente accusa reale capace di scatenare distruzione e morte attraverso i pogrom antiebraici.

    Il titolo del saggio di Cifariello riecheggia quello pubblicato nel 1869 da Jacob Brafman, ebreo convertito, diventato giudeofobo, che era intitolato appunto Il libro del Kahal. Brafman utilizzò il termine Kahal, che indicava la forma di autogoverno delle comunità ebraiche dell’Europa orientale, in modo distorto, con il significato di potenza occulta che, attraverso una cospirazione planetaria, attuava il programma di dominazione del mondo e di disgregazione fisica e morale dell’Impero russo.

    Di grande interesse è anche la rassegna operata da Cifariello della lunga serie di testi pubblicati sulle pagine di riviste e quotidiani russi, in cui i due schieramenti contrapposti – i giudeofili e i giudeofobi (tra cui figurano personalità di spicco come Suvorin e lo stesso Dostoevskij) – si combattono a colpi d’inchiostro sul campo della questione ebraica. Una rassegna che attesta il passaggio d’idee e miti della giudeofobia dalle riviste ai romanzi, e dimostra quanto la bellettristica, ovvero la letteratura dilettantesca, sia stata parte di un più complesso sistema culturale, assieme alla pubblicistica e alla pamphlettistica reazionaria e conservatrice, e come abbia generato al proprio interno, a cominciare dagli avvenimenti storici della seconda metà degli anni settanta dell’Ottocento, un particolare genere di romanzo: quello giudeofobico, in cui il complotto ebraico viene presentato a tinte fosche, a volte persino con gli strumenti del romanzo gotico o del mistero.

    Ne sono esempio le opere di cinque scrittori, oggi (fortunatamente) dimenticati, ma molto popolari nel periodo d’attività: Boleslav Michajlovič Markevič, Nikolaj Petrovič Vagner, Vsevolod Vladimirovič Krestovskij, Ieronim Ieronimovič Jasinskij, Savelij Konstantinovič Efron-Litvin. L’ombra del Kahal è, dunque, una profonda analisi letteraria sulle origini, tra storia e mito, dell’antisemitismo russo. Un’opera preziosa per indagare sulle origini dei Protocolli

  • Gen Utili. Relazione sommaria sull’operazione di Filottrano. Luglio 1944

     
    I. Situazione Nemica
    Secondo informazioni raccolte nel corso e dopo l’azione da prigionieri e da civili l’abitato di Filottrano era difeso dal I e dal II btg. Del 994° rgt. Della forza l’uno intorno ai trecento uomini, l’altro 250, da tre carri armati o semoventi, da quattro o cinque autoblinde e da un numero imprecisato di pezzi controcarro da 75/40.
    Uno dei  due btg. Era stato affrettatamente portato in linea nelle 24 ore precedenti.
    La posizione di Filottrano, dominante ogni possibile via d’attacco ed appoggiata ad un abitato così robusto che malgrado che i potenti concentramenti di artiglieria la popolazione civile rimasta quasi tutta in paese ha subito, per effetto di essi, perdite insignificanti, costituiva per il difensore un eccellente appiglio tattico a cui le posizioni avanzate sullo sperone di Tornavano e su quello delle Grazie assicuravano una conveniente profondità. Malgrado queste difficoltà per l’attaccante, l’operazione costituiva una necessità fondamentale nel quadro generale delle operazioni per disarticolare un vero e proprio sistema di resistenze appoggiate nella linea di grossi abitati dominanti al di là del Musone.
    Occorre mettere in evidenza che, malgrado i btg. Fossero di forza ridotta, il loro armamento in armi automatiche e mortai risultava al completo, e che la guarnigione ha avuto l’appoggio vivace di una massa di artiglieria molto superiore al previsto.
     
    II. Situazione Nostra
     
    Da parte nostra partecipato all’attacco cinque battaglioni della divisione “Nembo” di cui quattro della forza presente 4-500 uomini ed uno  d circa 300 uomini, quindici batterie italiane con uno scrso munizionamento e artiglieria della 6° brigata polacca rinforzata da due gruppi di medio calibro e da cinque carri “Sherman”, di cui due intervenuti solo nell’ultima fase della lotta.
    Dei cinque btg. Impegnati due avevano subito perdite abbastanza sensibili nelle operazioni preliminari precedenti e due erano giunti affrettatamente a portata solo nelle ultime ore del giorno precedente.
    Data l’urgenza, l’operazione ha dovuto essere imbastita con precipitazione e non era convenientemente preparata soprattutto per quanto riflette l’orientamento generale dei reparti e la loro piena disponibilità di uomini e di mezzi.
    Essendosi già preliminarmente accertata la difficoltà di attaccare Filottrano da sud per lo sperone dell’Imbrecciata, il concetto operativo è stato il seguente:
    investire Filottrano da est con un reggimento su due btg. Partenti dalle posizioni polacche di Villanova, impegnare il pese da sud con un btg., gravitare con la riserva verso destra (attacco principale).
     
    III. Sviluppo delle operazioni
     
    Dalle 06.00 alle 07.00 del giorno 8 luglio sono stati effettuati tiri di artiglieria di preparazione dell’attacco. L’attacco si è iniziato alle 07.30 circa, con un lieve ritardo rispetto al previsto. Nel corso di circa tre ore esso ha progredito attraverso due lotte fino al margine dell’abitato.  Si è trasformato  successivamente in una lotta casa per casa per snidare nuclei nemici asserragliati. Verso le 15.00 un contrattacco tedesco appoggiato da carri e da semoventi ha costretto il battaglione avanzato a fluttuare lievemente  all’indietro, lasciando la 45° cp. A caposaldo nel fabbricato dell’ospedale. Verso le ore 19.00 un impetuoso contrattacco, effettuato da due compagnie con l’appoggio degli “Sherman” polacchi, ha permesso di riprendere il contatto con la 45° cp. Che si è così potuta sganciare. Una nuova azione degli elementi blindati nemici e la sopraggiungente oscurità hanno vietato di mantenere gli obiettivi raggiunti. Durante la notte il nemico ha evacuato il paese dirigendosi, a quanto pare, verso Staffalo, sotto la protezione di tiri intensi e prolungati della propria artiglieria. Alle ore 06.00 del giorno 9 luglio le pattuglie della “Nembo”, spinte innanzi per saggiare la situazione, incontravano debole resistenza da parte di qualche arma automatica ritardatrice. Un’ora dopo il tricolore veniva issato sul paese.
     
    IV: Perdite Nostre
    Sono stati segnale 41 caduti, 209 feriti e 81 dispersi. La maggior parte di questi ultimi è costituita da feriti sgombrati su formazioni sanit5arie polacche e di cui le nostre non hanno ancora notizia. Il resto o la maggior parte del resto è certamente rappresentata da caduti non ancora ritrovati (io stesso personalmente ho ritrovato nei campi due salme non ancora identificate e dunque non computate).
    In elevata percentuale queste perdite sono dovute ai tiri di artiglieria e dei mortai, micidiali perchè effettuati intensamente da più direzioni su contrafforti ove qualunque movimento era visibile. Della rimanente percentuale di perdite una parte è dovuta ai tiri d’arma automatica ed una parte a bombe a mano nei combattimenti ravvicinati.
    Due carri “Shermn” sono stati messi fuori combattimento, l’uno per tiro d’arma controcarro, l’altro per esser saltato su una mina.
    V. Perdite del Nemico
    Trentatrè prigionieri sono stati consegnati il giorno 8 agli organi informativi del II Corpo polacco, un’altra decina di prigionieri si trovano ancora nelle mani della divisione “Nembo”…
    Sono state ricevute una cinquantina di salme tedesche.
    Da dichiarazione dei civili, a prescindere dallo sgombero dei feriti, avvenuto durante la giornata, i tedeschi avrebbero sgomberato nella notte tre autocarri di salme recuperate.
    Nel complesso ritengo ragionevole l’ipotesi che il nemico abbia subito all’ingrosso il 50% di perdite; mi riservo tuttavia di comunicare appena possibile il risultato di ulteriori accertamenti.
     
    Conclusioni
    L’obiettivo è stato raggiunto.
    Il nemico è dovuto ripiegare contro la sua volontà e le forze di fanteria impiegate hanno certamente subito un ulteriore grave logoramento. Tutto ciò è stato realizzato con sacrificio sensibile. Le truppe si sono battute ed un particolare riconoscimento lo debbo all’artiglieria polacca per un concorso non certamente inferiore al 50% delle munizioni impegnate nel totale ed ai carri armati polacchi che hanno subito proporzionalmente perdite considerevoli.
  • UNIBO - Il calendario completo degli incontri su Fascismo e collaborazionismo

    Università degli studi di Bologna

    Dipartimento di Storia, Culture, Civiltà

    (sezione di Scienze del Moderno. Storia, Istituzioni, Politica)

     

     

    FASCISMO E COLLABORAZIONISMO

    RSI E DINTORNI

    QUESTIONI DI METODO E DI FONTI

     

     Seminario

    a cura di Dianella Gagliani

     

     

    Il ciclo seminariale si propone di ritornare su temi per così dire ‘tradizionali’ con un’attenzione particolare rivolta alle questioni di metodo e di fonti per porre al centro il rigore dell’analisi scientifica. A partire da ricerche concluse, nel quadro di riferimento di una dimensione transnazionale, si approfondiranno innanzitutto argomenti nazionali riguardanti nello specifico il periodo 1943-1945, ma con aperture a ulteriori cronologie.

     

    Calendario dei primi cinque incontri

     

    VENERDì 25 OTTOBRE 2013, ore 15-17,30

    MONICA FIORAVANZO, La RSI e il Terzo Reich: la finzione dell’autonomia sovrana

     

    VENERDì 13 DICEMBRE 2013, ore 15-17,30

    ANTONELLA GUARNIERI, Ferrara dal Ventennio alla RSI. Tra scontri interni ed eccidi, la svolta violenta della RSI

      

    VENERDì 24 GENNAIO 2014, ore 14,30-17

    ROBERTA MIRA, La RSI, il Terzo Reich e le tregue d’armi con i partigiani

      

    VENERDì 21 FEBBRAIO 2014, ore 14,30-17

    SONIA RESIDORI, La RSI e i ‘ragazzi di Salò’: il mito della giovane età

      

    VENERDì 21 MARZO 2014, ore 14,30-17

    ROBERTA CAIROLI, La prospettiva americana: RSI e collaborazionismo femminile nelle carte dell’OSS

  • Odg. del C.N. sulla manifestazione del 12 ottobre

    Comitato Nazionale ANPI

    Ordine del Giorno


     

    II Comitato Nazionale ANPI, a seguito di ampia e approfondita discussione:

    approva

    la relazione del Presidente e conferma la decisione adottata dalla Segreteria nazionale per la non partecipazione alla manifestazione indetta a Roma per il 12 ottobre;

    deplora

    – fatto salvo, ovviamente, il diritto di ciascuno a manifestare a titolo personale – I'atteggiamento di iscritti e dirigenti dell'ANPI che hanno in forma pubblica e organizzata

    disatteso le decisioni e le indicazioni contenute nel documento della Segreteria nazionale del 25 settembre, in modo certamente dannoso per la stessa immagine dell'ANPI;

    confida

    che per I'avvenire prevalga sempre, anche in caso di dissenso, I'osservanza delle decisioni assunte dagli organismi nazionali, ricordando a tutti che il rispetto delle regole e

    delle decisioni è stato assunto dal Congresso come elemento fondamentale e imprescindibile, anche e soprattutto nelle questioni di orientamento;

    invita

    tutti gli organismi dell'ANPI a rilanciare ed estendere tutte le iniziative dirette a contrastare riforme non coerenti col sistema costituzionale nel suo complesso, considerando questa una priorità assoluta dell'azione democratica assieme a quella della modifica della vigente legge elettorale. Un impegno da portare avanti secondo le indicazioni del documento politico-congressuale, nel rispetto assoluto dell'identità, dell'autonomia e dell'autorevolezza dell'ANPI, ampliando il più possibile il fronte e coinvolgendo tutti i cittadini in una grande battaglia per la Costituzione, I'antifascismo e la democrazia.

     

    Chianciano Terme, 18 ottobre 2013

     

  • C.N. ANPI. - Dalle riforme costituzionali alla manifestazione del 12 ottobre. L'organizzazione interna, la comunicazione. La relazione di Smuraglia

    CONSIGLIO NAZIONALE DELL’ANPI

    19-20 Ottobre 2013

    RELAZIONE DEL PRESIDENTE

    Sommario: 1. Ricordo di chi ci ha lasciato in questo anno e mezzo; 2. Situazione politica; 3. Il progetto di riforme costituzionali; 4. Neofascismo e iniziative dell’ANPI; 5. L’identità dell’ANPI, alla prova dei fatti; 6. Le regole interne e il rispetto; 7. Due problemi rilevanti: a) il divario fra iscritti e militanti; b) la comunicazione interna; 8. La manifestazione del 12 ottobre e il dibattito interno; 9. Problemi politico-organizzativi (rinvio). CONCLUSIONI


    1. Purtroppo, la logica della vita è che tutto abbia una fine. Questo riguarda tutte le persone; ma colpisce particolarmente un’Associazione come la nostra, fatta di tradizione e di memoria, a cui, però stanno venendo meno, gradualmente ma inesorabilmente, le testimonianze e l’apporto di coloro che si sono spesi per la liberazione del Paese e di coloro che, negli anni, hanno dato tutto di sé per conservare e tramandare i nostri valori.

    Così, a un anno e mezzo dal precedente Consiglio nazionale, sono ben quindici coloro che ci hanno lasciato (e parlo solo dei vertici nazionali e locali dell’Associazione, perché in realtà le perdite, a livello “diffuso” sono, numericamente, ben più rilevanti di quelle che qui ricordiamo.

    Non posso fare, dato il numero, una commemorazione per ognuno di quelli che ci hanno lasciato. Sarebbe troppo lunga, e del resto li abbiamo ricordati di volta in volta con messaggi, con scritti più ampi sulle news-letter e su “Patria” e, in ogni caso, con una partecipazione attiva alle cerimonie e manifestazioni che li hanno commemorati.

    Basterà ricordare qui i nomi e l’appartenenza agli organismi, rendendo chiaro che nel ricordarli e nel riunirli tutti in un grande abbraccio, ricordiamo anche tutti quei “vecchi” compagni, partigiani, combattenti, che in tutta Italia ci hanno lasciato.

    Si è creato un vuoto, che cercheremo di colmare con un maggior impegno, proprio per essere degni di loro.

    Ma sentiremo, comunque, la mancanza di questi compagni e li ricorderemo con immutato affetto. Ecco i nomi: Membri del Comitato nazionale: Umberto Carpi; Manfredo Manfredi; Nazareno Re;

    Membri della Presidenza onoraria: Rosario Bentivegna; Emilio Bonatti; Annunziata Cesani; Ferdinando De Leoni; Didala Ghilarducci; Teresa Mattei; Federico Vincenti;

    Dirigenti dei Comitati Provinciali: Bruno Brizzi (La Spezia); Vittorio Cioni (Livorno); Mario Cravedi (Piacenza); Giuseppe Giust (Pordenone); Alvaro Jovannitti (L’Aquila);

    A tutti loro ed agli altri che non possiamo tutti qui ricordare, dedicheremo un minuto di silenzio e di raccoglimento.

    2. Entrando nel vivo per affrontare l’unico punto dell’ordine del giorno, parlerò anzitutto della situazione politica.

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    Che dire, senza annoiarvi troppo e senza ripetere quanto già detto più volte? Nella relazione che ho svolto nel Comitato nazionale del 26 giugno e che, per la rilevanza dei termini trattati, fu inviata poi a tutto il Comitato nazionale ed ai dirigenti provinciali e regionali, mi sono intrattenuto a lungo sulla situazione, che nel frattempo non è molto cambiata, nella sostanza.

    Riassumendo, e richiamandomi a due editoriali consecutivi che ho scritto su “Patria” rispettivamente nel numero di aprile ed in quello di maggio, posso dire che questo non è il Governo che volevamo e che anzi è molto vicino a quel limite della decenza di cui avevamo parlato in un nostro documento. Un Governo che, al più, potrebbe – dopo la farsa del mese scorso, della “crisi” di Governo, subito superata con una inopinata fiducia – giustificarsi, approvando tre provvedimenti: la legge di stabilità (per intendersi, la ex finanziaria), la legge elettorale e alcuni provvedimenti urgenti a favore dell’economia e del rilancio delle attività produttive. Invece, si sentono propositi di lunga durata, si insiste sulla bontà dei provvedimenti fin qui adottati e di cui non molti si sono accorti e si dimostra quotidianamente che, su ogni argomento (adesso, tanto per fare un esempio, l’abrogazione della legge Bossi-Fini ed altri provvedimenti di tipo repressivo) le due maggiori componenti del Governo sono di parere esattamente contrario. E da questa situazione, com’è noto, non ne può uscire nulla di buono.

    Per di più, si pensa d’andare avanti col progetto di riforma costituzionale, sul quale abbiamo  espresso un parere nettamente negativo con un documento del 18 maggio scorso; parere non dissipato dalle numerose rassicurazioni e tanto meno dal deposito della prima relazione dei “saggi”, nominati dal Governo. Anzi, reso più forte dal fatto che si precede molto speditamente nella lettura (e rilettura) del disegno di legge costituzionale che modifica l’art. 138 della Costituzione, con una solerzia che invece il Parlamento non riesce a dimostrare su questioni ben più urgenti e rilevanti.

    Noi capiamo bene che nuove elezioni, con questa legge, non produrrebbero altro che effetti negativi; ma anche la situazione attuale difficilmente potrà esprimere risultati appaganti, almeno per quanto risulta finora e soprattutto se non si toglie di mezzo il porcellum e non si ottiene una maggiore libertà d’azione da parte dell’Europa.

    In più, a complicare le cose, c’è la vicenda infinita e squallida di Berlusconi. Un Paese che non

    riesce a fare i conti con un personaggio ampiamente illustrato negativamente non da noi, ma da

    sentenze di vari Giudici, compresa la Cassazione; un Paese che non riesce ad eseguire una sentenza definitiva e soprattutto ad applicare una legge approvata a grande maggioranza dal Parlamento, è davvero indegno di considerarsi civile. Per di più, si lascia che chi ha commesso diversi reati gravi e “odiosi” possa dichiararsi “perseguitato”, mentre i suoi sostenitori continuano ad esaltarlo come un grande e intemerato uomo politico.

    Tutto viene capovolto, in questo modo, la politica e la morale. E siamo qui tutti a sperare che almeno su questo il Partito Democratico della sinistra tenga duro fino in fondo, non per inimicizia verso un uomo politico, ma per rispetto del principio di uguaglianza e della legge.

    Francamente, l’esperienza dei 101 che hanno approfittato del voto segreto per impedire l’elezione di un Presidente della Repubblica, non tanto per scarso gradimento nei confronti del candidato, quanto per esercitare vendette o vincere guerricciole interne, è tale da determinare serie preoccupazioni, che speriamo che vengano disperse, chiudendo finalmente questa vicenda che, nell’imbarazzo e nel giudizio critico e sorpreso di tutto il mondo, si trascina da mesi. Dopo di che, sarà la politica a sciogliere questo nodo e gli elettori a decidere. Ma che la legge ci sia e venga applicata a tutti, senza differenze e privilegi, è davvero fondamentale per la sopravvivenza civile del nostro Paese.

    3. Resta, peraltro, la grave questione delle riforme costituzionali progettate da questo Governo e

    in corso di esame in Parlamento. Tutta la vicenda ha un sapore agro di assurdità e di pericolosità. Non si tocca la Costituzione e non si modifica una norma di salvaguardia come l’art. 138 a cuor leggero e quasi vantandosene come di un fatto importante. Anche in questo caso, è tutto stravolto; perfino le modalità delle modifiche costituzionali. Che bisogno c’era di modificare l’art. 138, di costituire un Comitato di “saggi” del Governo, fatto solo per servire un piatto pronto al Parlamento e di costituire una supercommissione parlamentare? Come non ci si rende conto che, in questo modo, si reca un oltraggio alla Costituzione, alla logica e al buon senso? Da che mondo è mondo, sulle riforme della Costituzione, decide il Parlamento, nei modi previsti e il Governo rimane estraneo. Nel nostro caso, accade il contrario: è il Governo che traccia il cammino, costituisce un gruppo di studiosi solo per preparare una bozza su cui dovrebbe lavorare il Parlamento. E già si intravedono i risultati: il Parlamento, che fatica ad approvare leggi sul lavoro e sull’economia, liquida in pochi giorni la prima lettura di un disegno di legge costituzionale; e si appresta, trascorso il termine di rito, a procedere con altrettanta solerzia alla seconda e definitiva lettura. È di martedì la notizia che il Senato ha già messo all’ordine del giorno, la seconda lettura del provvedimento. Se tutto andasse bene (per loro) e se il referendum non mandasse all’aria il disegno, tutto sarebbe già pronto (la bozza governativa) per la discussione in Parlamento e il varo di riforme, non sappiamo ancora quali, ma certo pericolose. Occorre ribadire che non siamo conservatori e non avremmo nulla in contrario, se tutto si limitasse alla riduzione del numero dei parlamentari, alla differenziazione del lavoro delle due Camere e poco altro; ma nei modi previsti dalla Costituzione e all’interno di una unitaria e profonda coerenza col sistema dettato dal legislatore costituente.

    Ma siamo legittimati a temere il peggio. Ed è per questo che abbiamo chiamato tutta la nostra Associazione a mobilitarsi, per chiarire, informare, far conoscere e dunque coinvolgere la gran parte dei cittadini, che tuttora non sa e non capisce che cosa stia avvenendo.

    In questi mesi, successivi al nostro comunicato del 18 maggio, alcuni nostri organismi hanno assunto iniziative e costituito Comitati per la Costituzione, seguendo le direttive che avevamo dato con quel documento, con la diffusione della mia relazione al Comitato nazionale del 26 giugno, e con numerosi miei interventi, sulle news-letter di questa estate. Altri, purtroppo, hanno fatto ben poco; alcuni non hanno fatto assolutamente nulla, però si sono precipitati a Roma per una manifestazione. Capisco che è più facile passare una giornata con molta gente, nel calore di una manifestazione coinvolgente, piuttosto che prepararsi, studiare, organizzare.

    Ma tutto questo significa che non si è capito che il pericolo è serio e non lo si può contrastare con alcune manifestazioni, ma occorre impegnarsi nel lavoro quotidiano di mesi, per coinvolgere tutti e non solo gli amici oppure quelli che, politicamente, si ritengono più vicini.

    Il problema, ripeto, è serio ed è certo che non riusciremo a risolverlo da soli, perché questa volta, in caso di referendum, ci troveremo di fronte non solo il Pdl, come nel 2006, ma tutti i partiti di Governo. Ed allora è chiaro che bisogna coinvolgere molti cittadini, anche diversi da noi sul piano della politica generale, ma che almeno sentano il valore di una Costituzione che non può essere modificata e oltraggiata a cuor leggero. Ecco perché bisogna costituire Comitati, alleanze, iniziative aperte e coinvolgenti; ecco perché non ci si può rinchiudere nel recinto della sinistra o, addirittura, di una parte della sinistra, perché questo significherebbe sconfitta sicura.

    È questo il tema che ci si è posto davanti, quando si è trattato di proseguire il cammino iniziato il 2 giugno a Bologna; come andare avanti, unitariamente, allargando il consenso e ingaggiando una battaglia duratura e distesa nel tempo. Ci siamo trovati di fronte ad una strada diversa e, per noi, non produttiva, e non l’abbiamo accettata; ma di questo parleremo a parte, più oltre. Ma una manifestazione non è tutto e noi intendiamo continuare. Così il 26 ottobre andrò a Bologna per un’iniziativa sulla Costituzione, che avrà anche il patrocinio nazionale. Ho proposto a “Salviamo la Costituzione” di promuovere una riunione veramente ampia, di tutte le associazioni che parteciparono alla manifestazione di Bologna, per proseguire il cammino insieme. Ma intanto, bisogna ampliare e intensificare la nostra iniziativa, considerando questa una priorità e promuovendo una vera campagna nazionale di lunga lena.

    La difesa della Costituzione è uno dei compiti più importanti tra quelli che ci assegnano lo Statuto e il documento politico approvato dal Congresso.

    Certo, bisogna andare ancora oltre; e per noi difesa ha sempre significato anche pretesa di attuazione, perché questa Costituzione così bella non ha avuto la buona sorte di essere intesa, applicata e resa effettiva dai vari Governi del dopoguerra; ed oggi c’è un profondo divario tra i princìpi fondamentali e la realtà. Ma anche qui bisogna riuscire a distinguere e scegliere i momenti in cui si può parlare di tutto e quelli in cui bisogna affrontare il contingente e l’immediato. Il meglio è riuscire a portare avanti, insieme, tutti gli obiettivi, ma sapendo che ci sono richieste che si rivolgono al Parlamento, altre al Governo e altre ancora ad entrambi. E bisogna sapere come muoversi con la duttilità e l’impegno di una lotta, lunga e difficile.

    4. Non è facile condurre la battaglia di cui ho parlato; ma ne dobbiamo affrontare anche altre, sicuramente importanti. Innanzi tutto, quella del neofascismo, del neonazismo, del razzismo, perfino del negazionismo. Contro questi ultimi, c’è una battaglia anche culturale da affrontare, per i tentativi sempre risorgenti di negare i costi e gli effetti di una dittatura, i campi di concentramento, il valore della Resistenza. Ci sono storici che si sono dedicati al cosiddetto ridimensionamento della Resistenza; e scrittori che su questo hanno realizzato cospicui guadagni. Noi dobbiamo riuscire a superare le difficoltà, mostrando la normalità della Resistenza, nelle sue luci e nelle sue ombre, ma esaltandone il valore; e dobbiamo contestare con forza i tentativi di negare le responsabilità e le colpe del fascismo e del nazismo.

    Ma poi bisogna fare i conti col neofascismo, che continua a diffondersi, magari con nomi diversi (il fascismo del terzo millennio; casa Pound, ecc.), ma sempre cercando di accreditarsi e di fare proseliti, soprattutto fra i giovani. Abbiamo cercato, in tutti i modi, di contrastare questi fenomeni, ma dobbiamo riconoscere che ciò che occorre è coinvolgere lo Stato, le istituzioni, la Magistratura, i Comuni, soprattutto la scuola. Bisogna dire basta alla neutralità, all’indifferenza, ai pregiudizi e pretendere che il nostro Stato diventi, nel suo complesso, veramente democratico e si comporti come tale.

    Faremo, a metà dicembre, un nuovo incontro all’Istituto Cervi, dove lanciammo, più di un anno fa, un documento sull’antifascismo.

    Vogliamo verificare che cosa abbiamo ottenuto, che cosa dobbiamo fare, come dobbiamo operare, anche al di là dei consueti schemi (il presidio, le dichiarazioni e così via).                                                                                                                                                                                                                                                                                                

    Abbiamo anche aderito alla FIR, la Federazione internazionale dei resistenti e antifascisti, perché il fenomeno ha ormai carattere europeo ed è incredibile che si riuniscano in Italia e altrove i dirigenti dei vari movimenti neofascisti e neonazisti europei, mentre l’antifascismo non riesce ad incontrarsi ed organizzarsi, allo stesso livello.

    Insomma, stiamo lavorando, ma bisogna fare di più e meglio, soprattutto coinvolgendo le istituzioni, per fare in modo che l’antifascismo e la democrazia entrino nella coscienza e nella sensibilità degli organi dello Stato, creando quindi quella cultura democratica diffusa, che è l’unica che possa opporre un fronte insormontabile ai rinascenti tentativi più o meno nostalgici, ma sempre diretti a ricondurci su una strada non consona ad una nazione civile.

    Infine, su questo punto, bisogna fare molta attenzione al pericolo che dalla crisi si tenti di uscire non solo a destra, ma addirittura con soluzioni autoritarie o populiste. È già avvenuto, in Italia e 5 in Germania, con l’avvento del fascismo e del nazismo, dopo una grave crisi economica e politica. Le condizioni, ovviamente, non sono le stesse; ma bisogna ricavare dal passato gli insegnamenti necessari per creare efficaci antidoti contro ogni rischio di uscita dall’ambito democratico.

    Anche sotto questo profilo, la formazione e la cultura storica sono molto importanti; e noi dobbiamo fare l’impossibile perché si estendano.

    Di recente, ho incontrato la Ministra dell’istruzione per esporle il problema dell’insegnamento, nelle scuole, della storia del fascismo e della Resistenza, ma anche dello sviluppo di quella educazione civica che ormai sembra dimenticata. La Ministra si è dichiarata disponibile a realizzare progetti e perfino a studiare convenzioni in questa direzione. Una disponibilità che considero assai positiva e che stimola a formulare progetti e indicazioni concrete, nella convinzione che è soprattutto nella scuola che si formano le cittadine e i cittadini.

    5. Di fronte alle nuove situazioni che di continuo si presentano, nel Governo, nel Parlamento e soprattutto nella società, bisogna chiedersi come l’ANPI si comporta e soprattutto come si deve comportare per corrispondere alla figura e all’identità che emergono con chiarezza dallo Statuto e dal documento politico approvato dal Congresso, troppo spesso dimenticato da non pochi e che invece definisce una linea ed un orientamento da cui non possiamo prescindere.

    Le indicazioni sono molto chiare: l’ANPI deve essere sempre sé stessa, quella della memoria attiva, della difesa intransigente dei valori della Resistenza, quella del riferimento continuo, come ad un faro, ai princìpi ed ai valori della Costituzione, quella dei diritti, dell’antifascismo, della contrarietà ad ogni forma di disuguaglianza e di razzismo, quella che guarda al futuro non dimenticando mai di restare ancorata al passato straordinario che abbiamo vissuto. L’ANPI deve essere sempre per l’unità antifascista, deve essere “la casa di tutti gli antifascisti” che credono nei valori della Costituzione. L’ANPI non è un partito e non deve avere nulla a che fare con la politica (partitica), pur restando fedele al principio che la politica è necessaria come l’aria, purché sia “buona” e non deteriore. “Si aderisce all’ANPI non per una scelta di schieramento partitico, ma per la sua storia, per la sua memoria, per i valori e i princìpi della Resistenza e della Costituzione”: così dice il documento politico del Congresso, aggiungendo che ciò non significa agnosticismo, perché l’ANPI deve – invece - svolgere la funzione di “coscienza critica della democrazia e della società”. Parole molto chiare, non semplicissime quando si tratta di calarle nella realtà; e non sempre comprese da tutti.

    Quando, nel 2006, abbiamo aperto agli antifascisti che condividevano le nostre finalità e i nostri ideali, sono entrati in molti, per fiducia e stima della nostra tradizione ed anche, non pochi, perché delusi dalla politica dei partiti e dei sindacati o di altre associazioni.

    Questo ci ha caricato anche di attese e speranze eccessive, che – se accolte – ci avrebbero portato e ci porterebbero fuori dalla nostra natura e dalla nostra ragion d’essere, e indebolirebbero quella “autorevolezza” politica e morale dell’Associazione e dei suoi dirigenti, necessaria – come dice ancora il documento congressuale – perché essa continui ad essere punto di riferimento per i democratici e gli antifascisti.

    E questo è un punto fondamentale, perché se cediamo a tutte le pressioni e a tutte le tentazioni che continuamente ci vengono dirette (e non solo dai giovani), finiamo per perdere la nostra identità e diventiamo una delle tante Associazioni, che legittimamente esistono nel nostro Paese. Se ci lasciamo qualificare come una “parte”, perdiamo la nostra autorevolezza e quell’autonomia che ci rende forti.

    Allora, bisogna sempre tenere ferma la barra su ciò che siamo e su ciò che dobbiamo essere.

    Questo può procurarci, qualche volta, dispiaceri e tensioni; ma non possiamo, non dobbiamo cedere, perché il giorno in cui ci collocassimo su posizioni che sono di una parte sola dei cittadini, perderemmo la stima e la fiducia degli altri. Questo non significa, naturalmente, che dobbiamo essere buoni per tutte le stagioni o neutrali di fronte a vicende preoccupanti o rischiose; ma vuol dire che dobbiamo cercare di essere sempre noi stessi, a costo anche di qualche rinuncia, pretendendo rispetto e stima, proprio perché resistiamo alle seduzioni che ci porterebbero fuori dalla nostra storia e snaturerebbero la nostra identità.

    Su questo piano, io credo che dobbiamo essere rigorosi, anzi addirittura rigidi.

    Nelle manifestazioni andiamo con le nostre bandiere, ma ci siamo solo se – potenzialmente – ci sono tutte le bandiere democratiche e non una parte di esse.

    Essere dell’ANPI dev’essere un onore; ma bisogna anche guadagnarselo. Del resto, la Resistenza non è stata solo delle sinistre, anche se numericamente preponderanti; ma è stata un fenomeno complesso, che ha visto convergere ideologie molto diverse, dai comunisti ai socialisti, ai democristiani, a “Giustizia e libertà”, ai liberali, talora – nei CLN – perfino a monarchici. E questa è stata la soluzione vincente per avere una Costituzione meravigliosa, che mai sarebbe stata così, se fosse stata il frutto di accordi parziali. Non a caso, essa è stata votata da una maggioranza straordinaria; e solo da maggioranze come quella può essere modificata.

    So bene che su questo punto c’è discussione e talora idee diverse; ma se, personalmente, resisto talora anche con fermezza, è perché sento il dovere di portare avanti con linearità questa Associazione, così ricca di tradizioni e di memoria, ma anche così ricca di idee, così pluralista nel confronto e nel dibattito, ma mai al punto da essere fuorviata e trascinata, come suol dirsi, nella mischia. Mi sono trovato, in diverse occasioni, a scegliere la strada più difficile (quante volte è capitato di rinunciare al consenso di tutti!), ma l’ho sempre fatto perché il Congresso ci ha incaricato di traghettare la nostra ANPI verso il futuro, ma senza snaturarla e senza perdere mai la sua identità e la sua autonomia. Sì, perché anche di questo si tratta, di conservare gelosamente la nostra autonomia, in ogni momento e in ogni occasione.

    Quando sento qualcuno accusare l’ANPI di essere troppo vicina al PD o troppo condiscendente col Presidente della Repubblica, un po’ mi indigno e un po’ sorrido, talmente sono vuoti e provocatori giudizi del genere. Ho più volte sfidato qualche sostenitore di queste tesi a fornire una prova, una sola, dell’accusa di essere – come uno si è permesso di scrivere – la “stampella” del PD. Mai si è potuto fornirla, questa prova, perché i nostri comunicati, le nostre prese di posizione, i miei scritti sulla news – letter dell’ANPI o su “Patria”, sono lì a smentire qualunque condiscendenza o tanto meno di appoggio al PD; al quale non abbiamo risparmiato critiche, come ad ogni altro. Evidentemente, chi ci muove queste accuse, non ha letto neppure il discorso che ho fatto a Bologna il 2 giugno (pubblicato, per intero, nel sito dell’ANPI). Non gli farebbe male dedicare qualche minuto ad una lettura, tutto sommato, agevole ed utile.

    Certo, non chiamiamo in causa il Presidente della Repubblica nei modi usati dai “grillini”; ma quando abbiamo avuto qualcosa da dire o qualche perplessità da esprimere, lo abbiamo fatto, certo col rispetto dovuto alla più alta carica dello Stato, che ha funzioni di garanzia per tutti, anche per noi.

    Infine, ho parlato di identità e di autonomia; ma bisogna parlare anche di funzionalità. Su questo piano, c’è molto da rilevare, perché nel complesso, l’ANPI c’è e lavora, ma con quante difficoltà e quante lacune. Su alcune di queste si soffermerà, nel suo intervento, Luciano Guerzoni, responsabile dell’organizzazione. Io voglio solo accennare ad alcuni limiti rilevanti: la mancata risposta, da parte di troppi, alla richiesta di mobilitarsi contro le riforme costituzionali; l’esilissima raccolta di firme sulla petizione per ottenere un dibattito parlamentare sulle stragi nazifasciste; lo scarso seguito che è stato dato, in moltissimi Comitati provinciali, al progetto di formazione, iniziato col corso – tipo a Parma e continuato con la distribuzione del libro, che conteneva le lezioni di quel corso; la lentezza nel dar seguito all’impegno assunto nel Congresso, relativo alla costituzione di un’anagrafe degli iscritti; i problemi di comunicazione interna, su cui mi soffermerò più avanti. Sono solo alcuni esempi, ma significativi di un Associazione che si muove a macchia di leopardo e talora, bisogna dirlo, a scartamento ridotto. A tutto questo bisogna, con sollecitudine, rimediare con un forte e continuativo impegno collettivo.

    6. Naturalmente, ogni Associazione che si rispetti ha, e deve avere delle regole, scritte e non scritte. Quelle scritte derivano dello Statuto e dal Regolamento e vanno rispettate. Quelle non scritte, ma che appartengono alla nostra tradizione e sono connaturate alla nostra identità, quando non sono addirittura espressamente indicate nel documento congressuale, sono ugualmente imperative.

    E qui bisogna dire che c’è ancora bisogno di fare chiarezza, perché nella mente e nel costume di alcuni nostri iscritti, permane l’idea di poter fare ciò che si vuole.

    Non è così; e lo dice espressamente il documento congressuale quando afferma che nella “nuova stagione dell’ANPI sono da confermare, fra l’altro, l’unità, il rigore, la disciplina, il rispetto dello Statuto e delle regole”. Questo non significa trasformare l’ANPI in una caserma, ma farne un’associazione autorevole anche perché tutti sono rispettosi delle regole e del costume dell’Associazione stessa.

    Sono capitati, in questi giorni, episodi di vera e propria disubbidienza, al limite – in alcuni casi – della provocazione. Era legittimo dissentire dalla decisione della Segreteria di non partecipare – come ANPI – alla manifestazione del 12 ottobre; ma questo autorizzava, ovviamente, ad andarci a titolo personale e non con le bandiere e i simboli dell’ANPI, come hanno fatto alcune Sezioni della Toscana, dell’Emilia e di Roma. Tantomeno autorizzava (questa è stata veramente una provocazione) a portare sul palco la bandiera dell’ANPI. Nè consentiva a nessuno di annunciare che sarebbe andato lo stesso con il distintivo e col fazzoletto dell’ANPI, salutando ironicamente il Presidente del proprio Comitato provinciale e il Presidente nazionale. Tutto questo è tanto più spiacevole e sorprendente, quando si pensi che dei “dissidenti” di oggi, pronti a correre a Roma, ben pochi avevano trovato il tempo per partecipare alla manifestazione, pur importante, del 2 giugno, a Bologna.

    Ma che Associazione sarebbe se tutti si comportassero così? Che senso, non tanto di disciplina quanto di appartenenza, c’è in chi ostenta il dissenso rispetto alle decisioni degli organismi dirigenti? Una cosa tanto più grave in quanto alcuni di questi “dissidenti” non avevano seguito la direttiva di attivarsi per la Costituzione e contro le riforme in gestazione, non facendo assolutamente nulla, per poi correre, invece, a Piazza del popolo.

    A costoro bisogna dire che l’ANPI non è un luogo di anarchia, di mancanza di rispetto delle regole e degli stessi organismi dirigenti.

    Forse in altre Associazioni (che sicuramente sentono più vicine) si troverebbero di più a proprio agio; ma perché allora scegliere l’ANPI, per poi offendere i valori che ci vengono dalla nostra tradizione?

    Siamo pluralisti e consideriamo il confronto e il dissenso come il sale della nostra convivenza, ma a condizione che siano rispettosi delle nostre regole, della nostra prassi e del confronto civile.

    Sanno costoro che per tanti anni, dal 1944 in poi, quando la nostra Associazione è nata, nessuno si sarebbe sognato di compiere pubblicamente atti di disobbedienza manifesta e provocatoria?

    Dobbiamo tornare, tutti, alle regole ed al rispetto. Se i dirigenti sbagliano, si può discutere e cercare di correggere le opinioni o le decisioni che non si condividono. Ma, nella nostra Associazione non si può andare oltre, perché altrimenti sarebbe l’anarchia e il tradimento di quella fratellanza che i “nostri”, i vecchi combattenti per la libertà, ci hanno tramandato.

    Voglio citare, per concludere, una frase importante del documento politico approvato dal Congresso: “Corrette posizioni sulle questioni di orientamento sono decisive per un lineare svolgersi della vita associativa e per salvaguardare l’identità dell’ANPI e delle sue politiche”. Non occorre commentare.

    7. Restando nel campo di ciò che la nostra Associazione deve e vuole essere, voglio affrontare ancora, sia pure rapidamente, due problemi che ci rendono insoddisfatti e che occorre risolvere proprio perché l’ANPI abbia ancora una vita lunga e gloriosa.

    a) Ogni anno, noi riceviamo nuove iscrizioni e ne siamo felici.

    Ma alla fine dell’anno, mentre conquistiamo nuovi iscritti, ne perdiamo altri dell’anno precedente. Il saldo numerico varia di poco; ma quello politico impone una riflessione. Se è così, i casi sono due: o ci si iscrive solo per un’occasionale fiducia nell’ANPI, che noi deludiamo; oppure siamo noi che non siamo capaci di trasformare un atto di fiduciosa ma generica iscrizione, in adesione convinta e fattiva. Oppure, concorrono entrambi i fattori; ma è certo che vanno risolti, non solo perché non dobbiamo deludere nessuno, ma anche perché dobbiamo essere capaci di valorizzare tutte le energie disponibili, trasformando in militanza quella che era una semplice adesione.

    Molto spesso, accade che la stessa accoglienza è solo formale e momentanea, senza alcuno sforzo coinvolgente; altrettanto spesso accade che non sappiamo come utilizzare bene chi viene da noi; e dico utilizzare e non sfruttare. Sapere con chi abbiamo a che fare, che cosa fa, quale mestiere o professione, come è orientato sulla Costituzione e sulla Resistenza, è importante proprio per poter disporre di energie nuove e per coinvolgere ciascuno, secondo le proprie qualità ed esperienze.

    C’è davvero bisogno di “conoscere” ognuno, per risolvere uno dei nostri problemi che è il divario, notevole, tra adesione e militanza. Spesso si va in Sezioni o in Comitati provinciali, a distanza di tempo, per scoprire che quelli che lavorano sono sempre gli stessi e non c’è stato un coinvolgimento reale di altri e specialmente dei giovani. È un aspetto che dobbiamo curare, perché siamo un’Associazione che si basa sul volontariato e dunque ha bisogno assoluto del contributo e dell’apporto di tutti. È un vero sforzo da compiere, dunque, nei confronti di tutti i tesserati, ma soprattutto nei confronti dei giovani e delle donne.

    b) Ancora un problema: la comunicazione al nostro interno. Dal vertice, con le poche forze di cui disponiamo, facciamo di tutto per essere tempestivi, per dare indicazioni, per intervenire sui problemi e sulle questioni nuove e di attualità. E lo facciamo con mezzi limitati e talora inadeguati, attraverso i comunicati, le dichiarazioni, le mie note sulla news-letter settimanale, “Patria”, il sito.

    Ma quanto di tutto questo arriva alla cosiddetta “base”? Quanto rimane nei cassetti delle Presidenze provinciali o dei Presidenti di Sezione? Cosa si fa perché la conoscenza, l’informazione, arrivino a tutti gli iscritti ed anzi vadano anche all’esterno?

    Ci sono, in questo campo, lacune evidenti: so di Comitati provinciali che diffondono automaticamente la news-letter, appena arriva, a tutte le Sezioni, e questo è bene. Ma so anche di sedi e luoghi in cui nessuno sa nulla e talvolta vediamo alcuni meravigliarsi quando si parla di un’iniziativa, nostra o di altri organismi, che gli era ignota e che invece, avrebbe dovuto essere conosciuta. In questo campo, occorre una vera e propria svolta, perché tutti devono essere informati di tutto ed essere posti in grado di discutere, confrontarsi, magari dissentire, ma consapevolmente.

    E poi c’è la nostra convinzione che il cartaceo non basta e non può bastare, soprattutto con i giovani abituati, ormai, ad altri mezzi e modi di comunicazione. Siamo anche su face-book, ma non basta. In ogni sede, bisogna attivarsi e cercare di risolvere questo problema, che è la vita stessa della nostra Associazione e il fondamento del nostro essere. E chiediamo ai nostri giovani di dirci come possiamo raggiungerli, cosa ci consigliano e ci chiedono; e cerchiamo di venir loro incontro, anche contro le nostre stesse abitudini, che ormai vanno adeguate, ed è bene che ne siamo consapevoli.

    8. La manifestazione del 12 ottobre (e il dibattito interno).

    Ho ritenuto di dedicare a questo argomento una parte specifica e piuttosto ampia della relazione, perché sulla questione vi è stato dibattito e sono stati manifestati dissensi e dunque è bene si discuta ancora, fino ad un auspicabile chiarimento.

    Premetto, però, che dovrò limitarmi all’esposizione dei fatti, almeno nella relazione scritta, perché questa deve essere redatta – ovviamente – in anticipo, sapendo peraltro che della questione si occuperà, nella sua riunione del 18 p.v., il Comitato nazionale, per cui è giusto attendere, in questo momento, il parere e le decisioni del nostro massimo organismo dirigente nazionale. Mi riservo di completare eventualmente, questa parte, oralmente, nel corso dello svolgimento della relazione, nella seduta del Consiglio nazionale di venerdì 19.

    I fatti sono i seguenti:

    venuti a conoscenza del progetto di riforma costituzionale che si andava delineando, nel Governo e nel Parlamento, la Segreteria nazionale emanava – in data 18 maggio – un comunicato, a nome del Comitato nazionale (nell’intento di renderlo più forte), nel quale si assumeva una posizione molto netta di contrarietà ad ogni modifica dell’art. 138 della Costituzione, alla costituzione di Comitati di “saggi” all’esterno del Parlamento e in definitiva,

    alle progettate riforme, ove non fossero in coerenza con i princìpi della prima parte della Costituzione e con la stessa concezione che è alla base della struttura fondamentale della seconda. Nel documento, si ribadiva la necessità di procedere prioritariamente alla riforma della legge elettorale e si invitavano tutti gli organismi dell’ANPI a mobilitarsi e impegnarsi a fondo su questi temi, assumendo iniziative (a partire da quelle programmate per il 2 giugno) e irrobustendo l’informazione ai cittadini. Si chiariva, infine, che la contrarietà non era determinata da spirito di conservazione, ma da fedeltà alla Costituzione, accettando anche l’idea che si potessero introdurre modifiche, ma rispettose del “sistema costituzionale”, indicando specificamente la riduzione del numero dei parlamentari, la differenziazione del lavoro delle due Camere, l’abolizione delle Provincie (quest’ultima, a seguito di approfondita discussione sulla struttura e articolazione complessiva della Repubblica).

    Intanto, Libertà e Giustizia, con altre Associazioni, promuoveva una manifestazione nazionale, a Bologna, per il 2 giugno, alla quale aderiva prontamente la Segreteria nazionale; il Presidente, poi, partecipava alla manifestazione, veniva accolto sul palco con grande rilievo (per l’ANPI) e prendeva, fra gli altri, la parola. La manifestazione riusciva perfettamente. Naturalmente si poneva il problema di come proseguire, restando fermo l’impegno dell’ANPI di andare comunque avanti con le iniziative di cui al documento del 18 maggio.

    Da un comunicato stampa di Libertà e Giustizia (“Costituzione, basta giocare col fuoco”) emerge il compiacimento per la riuscita della manifestazione del 2 giugno, raccolta attorno a personalità come Zagrebelsky, Rodotà, Settis, Azzariti, Smuraglia e attorno ad Associazioni come “Libertà e Giustizia, i Comitati Dossetti, la Convenzione per la legalità costituzionale, Salviamo la Costituzione, l’ANPI nazionale, i sindacati”; si affermava, inoltre, che “un incontro organizzativo si terrà prima di luglio”, anche per “gettare le basi per il Comitato referendario”.

    Successivamente, in un’altra missiva del 24 giugno di Libertà e giustizia, alle Associazioni del 2 giugno, si chiedeva di dare la disponibilità di date e preferenze di luoghi per la prima metà di settembre.

    Di fatto, non accadeva nulla. Sicché, il 25 luglio, il Presidente dell’ANPI indirizzava una lettera a Zagrebelsky, Bonsanti, Pace, Rodotà, esprimendo preoccupazione per l’andamento dei lavori parlamentari sul disegno di legge costituzionale e proponendo almeno un incontro tra pochi, in vista della riunione plenaria delle Associazioni, che ormai sembrava destinata a tenersi a settembre.

    Risposte: Libertà e Giustizia; il 31 luglio: “poi faremo sapere quando si terrà la riunione con le Associazioni del 2 giugno per decidere le prossime mobilitazioni”; Zagrebelsky: “abbiamo intenzione di vederci a settembre… la partecipazione dell’ANPI è, ovviamente, decisiva; le faremo sapere”; Rodotà: “sentiamoci un po’ più avanti per vedere se si riesce a fissare una data”; più avanti, il Prof. Pace scriverà: “a seguito della tua del 25 luglio, mi detti da fare, ma fu un flop”.

    Il 2 settembre, il Presidente dell’ANPI torna alla carica, scrivendo agli stessi destinatari, esprimendo preoccupazione per quanto accaduto in agosto (petizioni e appelli, patrocinati dal “Fatto” ed altri; incontro del 6 agosto tra Landini, Rodotà Zagrebelsky, ecc…, e manifestando perplessità sul fatto che si potesse configurare un’iniziativa di schietto carattere politico, alla quale l’ANPI non avrebbe potuto aderire.

    Unica risposta: Sandra Bonsanti, che scrive, il 3 settembre, di essere stata lontana dall’Italia in agosto, di comprendere i dubbi manifestati ma di escludere qualunque percorso schiettamente politico, ribadendo che appena ci fosse stato qualcosa di nuovo, l’ANPI sarebbe stata informata.

    Intanto, le cose vanno avanti; si parla, sulla stampa, di un’assemblea aperta, per settembre/ottobre,

    a Roma e di una manifestazione nazionale; e tutta la stampa scrive che si sta preparando una manifestazione politica, molti adombrando anche l’idea che si sta preparando un partito o movimento, che definiscono come “un’altra sinistra”. Di tutto questo, l’ANPI non sa assolutamente nulla; lo spirito del 2 giugno sembra dissolto.

    Il 19 settembre, il Presidente dell’ANPI scrive ancora ai soliti destinatari, esprimendo tutte le preoccupazioni, a questo punto anche della Segreteria, e chiedendo un vero chiarimento

    pubblico sulle reali intenzioni, obiettivi e finalità. E chiede se non sia possibile tornare al 2 giugno e individuare un seguito concordato e valutato tra le Associazioni che allora vi avevano partecipato.

    Le risposte: il Prof. Pace, Presidente dell’Associazione “Salviamo la Costituzione”, scrive – il 25 settembre - che la sua Associazione incontra difficoltà ad aderire alla manifestazione del 12 ottobre, “per le stesse ragioni che Smuraglia ha ben illustrato nel caso dell’ANPI” – quanto al metodo, il Prof. Pace sottolinea che “la nostra Associazione (Salviamo la Costituzione n.d.r.) non è stata considerata e neppure consultata a proposito della manifestazione del 12 ottobre, né tanto meno consultata nella stesura del progetto de “La via maestra”.

    Questa volta, rispondono tutti, assicurando che è vero che c’è stata qualche disfunzione “metodologica”, di cui sono dispiaciuti, escludendo qualunque ipotesi di aspirazione a formare un nuovo partito o un nuovo movimento, insistendo per la partecipazione dell’ANPI alla manifestazione del 12 ottobre e proponendo che essa fosse addirittura aperta da un esponente dell’ANPI e magari dallo stesso Presidente.

    In tal senso, si esprimevano i promotori della manifestazione, ormai definiti nella persona di Zagrebelsky, Rodotà, Landini, Ciotti e Carlassare, nel corso di una conferenza stampa.

    A questo punto, si riuniva la Segreteria nazionale e discuteva ampiamente il da farsi, alla luce di tutto il materiale raccolto, delle dichiarazioni rese alla stampa dagli stessi promotori durante l’estate, dei contenuti dell’assemblea aperta del 5 settembre a Roma, insomma di tutto il materiale disponibile.

    Perveniva intanto una lettera del Presidente di “Salviamo la Costituzione” che confermava le precedenti perplessità, anche dopo aver sentito i componenti del Comitato direttivo, ed escludeva l’adesione alla manifestazione del 12 ottobre (con la riserva del Prof. Pace di parteciparvi solo a titolo personale).

    La Segreteria, dopo attenta riflessione e dopo ampia e sofferta discussione, concludeva, all’unanimità, come da Comunicato del 25 settembre, di non aderire alla manifestazione, ma sottolineando che erano condivisi gli obiettivi relativi alle riforme costituzionali e proponendo che “Salviamo la Costituzione” si facesse promotrice al più presto di un incontro quanto meno delle maggiori associazioni partecipanti alla manifestazione del 2 giugno a Bologna, per concordare le modalità di un prosieguo della battaglia. Si riconosceva, ovviamente, la piena libertà degli iscritti, di partecipare alla manifestazione del 12 ottobre, a titolo personale.

    Si confermava l’invito a tutti gli organismi periferici dell’ANPI a promuovere iniziative, sulla questione costituzionale, nei modi e nei termini del Comunicato del 18 maggio e della relazione svolta dal Presidente nel Comitato nazionale del 26 giugno, distribuita a tutti gli organismi provinciali, con particolare sottolineatura della parte dedicata ai progetti di riforma della Costituzione ed alle modalità ed iniziative per contrastarli. Si confermava, infine, la proposta ai promotori della manifestazione del 12 ottobre ed a tutte le Associazioni che avevano partecipato alle manifestazioni del 2 giugno, di proseguire insieme il cammino avviato, appunto, a Bologna.

    A fronte di numerose pressioni e richieste perché si recedesse dalla decisione del 25 settembre, pervenute dall’esterno e dall’interno dell’Associazione, la Segreteria tornava a riunirsi il 4 ottobre e ridiscuteva ancora l’intera vicenda, tenendo conto di quanto dichiarato dai proponenti, di quanto emerso da dichiarazioni pubbliche e dal complesso della stampa ed assumendo anche in attenta considerazione le manifestazioni di dissenso emerse dall’interno dell’Associazione (ovviamente, di quelle formulate correttamente, perché degli insulti e delle insinuazioni non era il caso, per la nostra dignità, di occuparsi).

    Alla fine, sempre all’unanimità, si decideva di confermare la precedente decisione, inviando una lettera aperta ai promotori per spiegare ulteriormente le ragioni della contrarietà della Segreteria nazionale, per ragioni, prima ancora che di metodo, di sostanza.

    Di fatto, il Presidente inviava ai promotori, alla stampa ed a tutti i nostri organismi, una lettera “aperta”, in data 9 ottobre 2013.

    Nel frattempo, il 30 settembre, il Presidente aveva inviato ai promotori una lettera personale, ribadendo l’intenzione e la volontà di riprendere il cammino avviato il 2 giugno, appena possibile, in forma unitaria e con la maggiore partecipazione possibile, anche per l’ipotesi di dovere, in futuro, affrontare un referendum.

    Questo, in sintesi, lo stato delle cose e lo svolgimento della vicenda.

    Poiché è stato manifestato, da alcune componenti e da alcuni iscritti, il dissenso rispetto alla decisione assunta, ed è opportuno ed utile che se ne discuta ampiamente e seriamente, e poiché da alcuni organismi è stato sostenuto che la decisione assunta era sostanzialmente non solo sbagliata, ma priva di motivazioni, sarà opportuno precisare alcune cose, che mi paiono indispensabili per un confronto serio:

    a) Sono corse, anche fra i nostri, insinuazioni e calunnie vergognose, al punto che non meriterebbero neppure una smentita. Si è detto addirittura che avrei ricevuto una telefonata del Presidente della Repubblica, con l’invito a non partecipare; si è affermato che abbiamo così deciso per ossequio al Pd, del quale saremmo addirittura una “stampella”; si è sostenuto che tutto sarebbe derivato da una mia ripicca per non essere stato consultato durante l’estate; si è, infine, asserito che in altri casi (ad esempio, in occasione di uno sciopero generale proclamato dalla FIOM) ci saremmo comportati in modo diverso.

    Ora, la prima insinuazione è ridicola: credo che nessuno, dico nessuno, penserebbe mai di esercitare pressioni su un’Associazione autonoma per tradizione e vocazione, come l’ANPI.

    Risibile, poi, pensare che intervenga addirittura il Presidente della Repubblica per una manifestazione che, alla fine, non ha preoccupato granché, tant’è che poco dopo, il Senato ha rimesso all’ordine del giorno, con urgenza, la seconda lettura del disegno di legge costituzionale.

    La seconda è altrettanto assurda, specialmente nel momento in cui siamo impegnati a contrastare (a partire dal 18 maggio e non solo da ora) i progetti di riforme costituzionali, condivisi anche dal Pd; al quale, del resto, non abbiamo mai risparmiato critiche, quando ci sembrava che le meritasse (basti vedere le news e “Patria” e tutti i nostri documenti ufficiali).

    Quanto alla terza (la mia ipotetica “ripicca”) non sono un bambino e non mi offendo per essere stato lasciato all’oscuro di ciò che andava maturando. Lo dimostrano le lettere che ho rivolto ai promotori, che ribadiscono antiche amicizie e propongono di riprendere un cammino insieme. Il problema metodologico (non a caso condiviso dal Prof. Pace, Presidente di un’importante Associazione) è in realtà, politico, e molto. L’ultima, infine, è assolutamente inconsistente. Quando ci fu una manifestazione “per il lavoro” della FIOM (18 maggio), poiché i temi erano di notevole ampiezza, anche politica, abbiamo espresso non adesione, ma “consenso e condivisione” degli obiettivi.

    b) Vale la pena, peraltro, di spiegare ancora una volta le ragioni che hanno condotto la Segreteria alla nota decisione.

    Secondo alcuni, essa non sarebbe né motivata né comprensibile.

    Francamente, a me sembra che non tutti abbiano letto attentamente e fino in fondo i due documenti più rilevanti, cioè la decisione adottata ed esplicitata in un comunicato del 25 settembre e la lettera aperta inviata ai promotori della manifestazione il 9 ottobre. E devo ricordare, sinceramente, che quelle decisioni non sono state un colpo di fulmine, per chi legge (e almeno i Dirigenti provinciali e locali dovrebbero farlo) le news-letter dell’ANPI.

    Mi sono intrattenuto su questa vicenda ben nove volte e precisamente sulle news-letter n. 13-74-75-79-81-84-85-86-88-90, cioè in un arco di tempo che va da fine maggio ai primi di ottobre.

    In tutte quelle news letter ho parlato costantemente delle riforme costituzionali, delle nostre prese di posizione, come ANPI, della manifestazione del 2 giugno, del “dopo” e dell’andamento in Parlamento del dibattito sull’art. 138; nelle news 85 e in altre si richiamano tutte le organizzazioni dell’ANPI a promuovere iniziative sul tema ed a considerarlo una priorità; dalla n. 86 in poi si esprimono perplessità sui silenzi e sulle scelte di altri, preoccupazioni per l’andamento che la vicenda sta assumendo, e poi ancora sulle dichiarazioni politiche, sull’assemblea aperta a Roma, sulla manifestazione del 12 ottobre.

    Dopo di questo, e specialmente nelle ultime quattro news, qualunque Dirigente o iscritto avrebbe dovuto allarmarsi, fare attenzione (e magari attivarsi). Altro che sorpresa!

    E poi, anche sui due documenti più volte richiamati si può dire tutto, si può dissentire, ma è difficile sostenere che la motivazione non ci sia. La si può riassumere così: eravamo di fronte a una manifestazione e ad un impegno assai ampio (quello del 2 giugno) e ci troviamo improvvisamente di fronte ad una svolta, una manifestazione non concordata e discussa e rivolta ad un ambito certamente più ristretto; la battaglia, che doveva tendere a coinvolgere tutti i cittadini, sembra rivolta solo alla sinistra; i promotori sono diversi rispetto a tutti i precedenti; le dichiarazioni “estive” dei promotori stessi, hanno indotto tutta la stampa a chiedersi ed a chiedere se si tendesse a creare un partito, un movimento o quello che sia, ma di sinistra (“l’altra sinistra” come una fonte di stampa non sospettabile l’ha definita); la stessa assemblea aperta, preparatoria, del 5 settembre è stata definita da tutti come un insieme di protesta, indignazione, attacco ai partiti, manifestazioni di volontà di creare qualcosa di nuovo; il primario obiettivo (resistere e contrastare il tentativo di modificare prima l’art. 138 e poi buona parte della Costituzione) sembra passato in seconda linea.

    Tutto questo “dimenticando” assolutamente gli alleati principali del 2 giugno, vale a dire l’ANPI e “Salviamo la Costituzione”.

    Questo andava molto al di là di ciò che si era pensato, progettato e concordato e preoccupava sia l’ANPI che “Salviamo la Costituzione” (e non parliamo della CGIL!) per gli sbocchi e gli esiti che era facile prevedere.

    Quando sono state manifestate apertamente perplessità e contrarietà, si è cercato di correggere un po’ il tiro; ma ormai era fatta e le attese di chi voleva “altro” erano state messe in moto.

    La “sponsorizzazione” maggiore era della FIOM (ci sono, alla fine, pervenute comunicazioni dalla Segreteria generale della FIOM e da “Punto Rosso” e del “Fatto). Ed anche questo era ed è significativo. In effetti, chi si è messo fortemente in moto per la manifestazione del 12 ottobre era solo in minima parte il “popolo” del 2 giugno, con assenze clamorose: l’ANPI, le ACLI, Salviamo

    la Costituzione, la CGIL e con presenza diffusa di tutta la sinistra extraparlamentare.

    I giornali hanno dato una chiara visione della piazza del Popolo del 12 ottobre. Ne cito solo due, per esemplificazione:

    “Migliaia di persone hanno sfilato per le strade di Roma, tra bandiere di Rifondazione, Sel, IDV, Azione civile e qualche sparuto vessillo di 5 stelle” (La Repubblica del 13.10, p.12); “il rosso della FIOM domina e poi ci sono tutti i tanti partiti extraparlamentari (Azione civile di Ingroia, Italia dei valori, di Di Pietro, Rifondazione) e tante bandiere di Sel” (L’Unità, 13 ottobre, pag.7).

    Per inciso, risultano presenti sul palco bandiere dell’ANPI di Firenze e qualcuno dice di avere visto bandiere emiliane; ma questa è un’altra storia, che valuteremo a parte.

    Quello che è certo è la caratterizzazione della piazza, molto diversa da quella del 2 giugno e certamente più ristretta nelle componenti, laddove si era tutti affermato che occorreva allargare e non restringere.

    A questi risultati (le assenze e le presenze) non si è arrivati per caso.

    Nei documenti della Segreteria nazionale sono state già citate alcune dichiarazioni dei promotori, in interviste o scritti:

    secondo alcuni dei promotori, la manifestazione non avrebbe dovuto essere “contro” ma “per”; e il “per” sarebbe consistito in un “piano di investimenti straordinari, pubblici e privati per difendere il lavoro e riqualificare l’industria e per chiedere più servizi sociali”; ancora secondo i promotori (o alcuni di essi): “occorre ricostituire uno spazio politico vuoto, perché è in gioco la democrazia”.

    E ancora: “personalmente penso che con questo lavoro non escludente potremo ricostruire i tratti di una sinistra costituzionale (Rodotà); “non si tratta di fare un partito, ma una grande coalizione sociale per la democrazia e i diritti (Bonsanti); vogliamo costruire un movimento di pressione e creare uno spazio agibile da tutti i cittadini per porre una diversa agenda politica (Rodotà); “c’è una grande domanda di sinistra, a cui dobbiamo dare risposte” (Landini).

    Dopo di che si poteva smentire che si volesse fare un partito politico, ma non si poteva certo eliminare l’impressione o le convinzioni che frasi come questa hanno determinato in tanti; e non si può negare che esse abbiano creato attese specifiche e squisitamente politiche in una parte ben definita dei cittadini. Si andava, insomma, verso una manifestazione politica, diretta sostanzialmente a coinvolgere la sinistra.

    Significativo il fatto che all’obiezione che il Presidente dell’ANPI aveva formulato, già a

    metà settembre, che con la linea “estiva” si sarebbe finito per rivolgersi ad un pubblico

    ristretto e determinato, specificamente di sinistra, quando invece la necessità era di

    conquistare l’adesione e il consenso dei cittadini, indipendentemente dal loro credo e dalle

    loro convinzioni politiche, uno dei promotori rispondeva testualmente “tu dici che l’area di

    riferimento è “ben identificabile”; purtroppo è così. Il richiamarsi alla Costituzione

    dovrebbe essere di tutti e invece è solo di una parte della società italiana. È inevitabile

    rivolgersi a questa per mettere insieme le componenti”.

    Ognuno vede che in questo modo si finirebbe per parlare solo a quelli già schierati; e questo

    non è mai stato il nostro intendimento e mai lo sarà, nella convinzione che si tratta di una

    vicenda in cui occorre un coinvolgimento ampio e diffuso di cittadini di ogni idea e di ogni

    convinzione.

    Altrettanto significativo il fatto che nella lettera del 19 settembre, il Prof. Pace scrivesse:

    “Nel merito, anche a noi la “Via Maestra” sembra più il lancio di un progetto politico, che la

    difesa della Costituzione degli stravolgimenti del disegno di legge Costituzionale 813”.

    15

    In conclusione, noi ci siamo convinti che nel corso dell’estate sia maturata una sorta di

    svolta, più ambiziosa ed estesa negli obiettivi, che andava molto al di là degli orientamenti

    su cui si era concordato il 2 giugno.

    Una svolta che ha finito, forse, per andare anche al di là della stessa volontà di alcuni dei

    promotori, ma che ha determinato – nella sostanza – anche la “dimenticanza” di quelle

    Associazioni (come la nostra, Salviamo la Costituzione, le ACLI, la CGIL) di cui era

    prevedibile la contrarietà.

    Poi, alla fine, sono arrivati i “chiarimenti”, gli inviti addirittura ad aprire la manifestazione.

    Ma i giochi erano fatti, anche se con i “chiarimenti” e le limitazioni dell’ultima ora.

    Sorprende, piuttosto, il fatto che diversi dei nostri iscritti, probabilmente anche

    disinformati, non abbiamo capito che cosa era successo e che cosa stava accadendo.

    Alcuni hanno seguito il proprio istinto “politico”, lasciando che prevalesse sulle ragioni

    dell’adesione all’ANPI, e si sono ritrovati poi con le bandiere che forse amavano di più.

    Altri hanno inteso in modo non corretto, rispetto agli stessi orientamenti congressuali, il

    ruolo dell’ANPI e la sua identità; altri ancora, per amore dell’ANPI, si sono preoccupati di

    più della (dolorosa) assenza dell’ANPI dalla manifestazione, che non degli effetti, anche di

    immagine, dell’eventuale contrario, nel clima e nel quadro generale che ho descritto.

    Voglio ricordare, per concludere, che la Segreteria ha scelto, faticosamente, la soluzione più

    difficile. Quanto sarebbe stato più facile aderire, parlare dal palco, prendersi una buona dose

    di applausi, come era accaduto a Bologna! E invece si è percorso la linea più impervia,

    sapendo che avrebbe provocato dissidenze, ma convinti di dover fare l’interesse e il bene

    della nostra Associazione, soprattutto per il suo futuro.

    Gli “strappi” in tema di identità, alla lunga, si pagano e duramente.

    Una manifestazione perduta può essere ricuperata, da un lato continuando e intensificando la

    nostra azione per la Costituzione e dall’altro continuando ad insistere con le altre

    Associazioni perché si riprenda, insieme, il cammino iniziato il 2 giugno, a Bologna.

    Desidero solo dire a quegli iscritti che hanno manifestato il loro dissenso con l’aria di chi ha

    la verità in tasca e pensa di esprimere il pensiero di tutta l’Associazione, che alla Segreteria

    sono pervenute, oltre alle proteste, ai distinguo ed alle “condanne”, numerose manifestazioni

    di adesione convinta, di singoli e di organismi. Non si tratta di fare la conta, ma di ricordare

    a coloro che parlano con troppa sicurezza (e talora con poco rispetto delle idee altrui) che è

    sempre necessario avere contezza che si sta solo esprimendo un’opinione e che non è affatto

    detto né che sia giusta né che sia universale; e qualche volta bisogna ricordarsi che decisioni

    come quella adottata dalla Segreteria nazionale costano lunghe riflessioni, tormenti personali

    e notti insonni, nella consapevolezza – che ci è sempre presente – che si può anche sbagliare

    e bisogna fare di tutto per evitarlo, per il bene dell’ANPI. Senza arroganza, né presunzioni.

    Comunque, la vicenda rappresenterà un’occasione di riflessione per tutti: sul ruolo dell’ANPI, sul dissenso e sui modi per manifestarlo, sul rispetto delle regole. Se riusciremo a compiere questa riflessione tutti insieme, al di là delle singole opzioni e perseguendo solo l’interesse dell’Associazione, ne usciremo rafforzati.

    c) Un’ultima questione: c’è chi ha sostenuto che la Segreteria nazionale avrebbe ecceduto rispetto ai suoi poteri, dovendosi riservare al Comitato nazionale le scelte politiche. È l’occasione per fare chiarezza anche su questo punto, che è di principio.

    La Segreteria non è espressamente disciplinata dallo Statuto; ma nel documento politico congressuale si dà atto che c’è una varietà di soluzioni (Presidenze come organi esecutivi, Segreterie organizzative, solo un Segretario) e non si prende posizione, lasciando evidentemente libertà di scelta ai singoli organismi, chiedendo solo, in ogni caso, di garantire almeno un minimo (un segretario organizzativo e un tesoriere).

    Noi abbiamo fatto la scelta di creare una Segreteria non solo organizzativa ma anche politica, tant’è che essa è presieduta dal Presidente e composta tutta da membri del Comitato nazionale. Questa scelta fu sottoposta con chiarezza al Comitato nazionale del 25 maggio 2011 (cito testualmente le mie parole, come risultano dal verbale della seduta: “Smuraglia indica la necessità di istituire una Segreteria che sia operativa, ma abbia anche connotati di politicità, in grado di intervenire prontamente su ogni questione”); e fu approvata all’unanimità, con una sola riserva, espressa nel corso della discussione.

    Una scelta dettata dai mutamenti politici e sociali e dal continuo modificarsi delle situazioni, che richiede interventi tempestivi e responsabili. Stando allo Statuto ed al Regolamento, l’organismo politico che dirige è il Comitato nazionale; ma nei casi di urgenza, decide il Presidente (art. 7, c. 6 del Regolamento), salvo ratifica da parte del Comitato nazionale nella prima riunione. Ho preferito fin dall’inizio non essere solo al comando, come si dice, anche per l’eventualità di casi urgenti (sempre più frequenti); ed ho preferito che le decisioni fossero assunte dopo una discussione e collegialmente, in Segreteria, con evidente vantaggio per tutti. Ma se si pensa che questo non vada bene, si potrebbe anche tornare al passato, quando di collegialità non mi risulta che ce ne fosse molta. Non sarebbe, francamente, una soluzione giusta, democratica ed adatta ai tempi difficili che stiamo attraversando.  

    È certo, in ogni caso, che la Segreteria non deve (e non intende) abusare dei poteri concessi, in caso di urgenza. E per quanto possibile non l’ha mai fatto, assumendo peraltro decisioni ed emettendo risoluzioni e comunicati, ogni volta che fosse necessario garantire quella tempestività che il documento Congressuale considera elemento fondamentale per l’attività dell’Associazione.

    D’altronde, le urgenze, in una situazione confusa e complessa come quella attuale, sono diventate più frequenti; e sarebbe impossibile convocare ogni volta il Comitato nazionale.

    Potremo provare anche a farlo, in via d’urgenza e col modesto preavviso previsto dallo Statuto; ma ritengo realistico ipotizzare che, in molti casi, non si riuscirebbe neppure a raggiungere il numero legale. È dunque solo una questione di equilibrio fra esigenze diverse; ed anche di questo sono pronto a farmi carico, nell’avvenire, ancora di più rispetto al passato.

    Nel caso specifico, comunque, l’urgenza c’era ed era assoluta, non solo per le pressioni dell’esterno, ma anche perché molti compagni, molti organismi telefonavano e premevano perché si assumesse una decisione in Segreteria.

    Posso assicurare, peraltro, che abbiamo tastato il polso della situazione ed acquisito pareri, certo non tutti quelli possibili, ma quanti ci erano sembrati significativi.

    Oltretutto, nella Segreteria, oltre al Presidente, ci sono due Vicepresidenti; ed anche questo dovrebbe costituire un’ulteriore garanzia per tutti. Aggiungo, in più, che ho avuto un personale carteggio con diversi Dirigenti e semplici iscritti di diversa opinione. Se non sono riuscito a convincerli, mi dispiace; ma spero che mi si darà atto di averci almeno provato, con personale sacrificio.

    9. Non mi addentro su altre importanti questioni politico-organizzative, perché ne parlerà espressamente il Vicepresidente Guerzoni; e passo, finalmente, alle Conclusioni.

     

    Il quadro che ho cercato di rappresentare è complesso, certamente difficoltoso e denso di incognite e di pericoli.

    Noi dobbiamo tenere ferma la linea della nostra Associazione, della sua identità, della sua autorevolezza e del suo impegno. E dobbiamo farlo con tutta l’Associazione, con tutti gli iscritti, con tutti gli organismi. Le discussioni, i dissensi si ricompongono di fronte alla necessità di andare avanti e procedere unitariamente. Assieme alla condanna delle iniziative provocatorie ed estranee ad ogni regola, a cui abbiamo assistito nell’ultimo periodo, continueremo nell’opera di chiarimento e di ricupero, fino a ricostituire, come è necessario, un orientamento unitario.

    Intanto, dimostreremo con i fatti, a partire dalla importante manifestazione sulla Costituzione, del 26 ottobre, a Bologna, che ha assunto anche carattere nazionale, qual è il nostro impegno e quali sono le nostre intenzioni sul tema della difesa della Costituzione da ogni attacco e da ogni tentativo di apportare modifiche che non siano coerenti con l’impianto originario, nella consapevolezza che – come ha osservato giustamente uno storico in un suo libro recente – “questa Costituzione dev’essere davvero meravigliosa se è stata capace di resistere al silenzio dei primi anni, alla disapplicazione continua, ai tentativi di svuotamento ed a quelli di modifica”.

    E noi dobbiamo adoperarci perché resista ancora e sempre, come l’unico faro capace di guidarci nelle temperie, con le sole modifiche imposte dall’esperienza, maturate nella coscienza collettiva e tali da non alterarne il sistema.

    Questo è e sarà il nostro impegno prioritario. Ma poi ci attendono molti altri compiti e molte altre sfide: le celebrazioni (non rituali) del 70° anniversario della Resistenza, le iniziative che intendiamo mettere in campo a livello nazionale, contro le crescenti manifestazioni di neofascismo e neonazismo; l’impegno sulle stragi nazifasciste del 1943-45, per ottenere riparazioni da parte della Germania e assunzioni di responsabilità da parte delle istituzioni italiane, anche a seguito di un approfondito dibattito parlamentare. Ed ancora, dobbiamo proseguire il lavoro avviato ed incalzare, sul piano della scuola e soprattutto della educazione alla cittadinanza, base e strumento di ogni vera democrazia.

    Ed infine, dobbiamo intensificare gli sforzi diretti alla formazione, al nostro interno, al rafforzamento dell’apporto diretto dei giovani e delle donne, alla costruzione di una vera cultura della democrazia e della legalità in noi stessi e nel Paese.

    Continueremo anche nell’impegno perché venga meno il profondo distacco tra cittadini e istituzioni e riprenda il suo corso – quello previsto dalla Costituzione e in particolare dagli articoli 54 e 49 - la “buona politica”, ricostruendo quella eticità che deve pervadere l’intera struttura istituzionale e pubblica. Da ultimo, dobbiamo ancora e con forza adoperarci perché questo nostro Stato, ancora troppo debole e permeabile in alcune strutture, diventi quello Stato civile, democratico, antifascista che è disegnato dalla Costituzione e che è stato sognato dai Combattenti per la libertà.

    Andiamo avanti, dunque, nonostante le perdite, dolorose di tanti amici e compagni, nonostante le difficoltà e gli ostacoli, restando noi stessi, l’Associazione nazionale partigiani d’Italia, memore del passato, ma proiettata verso un futuro sperabilmente migliore.

    In fondo, ha ragione quel giovane che mi ha detto che se non ci fosse l’ANPI bisognerebbe inventarla. L’ANPI c’è; facciamola più forte, libera ed autonoma, facciamone sempre di più un luogo di fraternità e solidarietà umana, sociale e civile; semplicemente, vogliamole bene, nella certezza che saremo ricambiati e “ricompensati” se sapremo farli sentire, questo amore, questa profonda e pura passione civile.

     

  • Albania: La Resistenza dei militari Italiani 1943-1945

    In occasione del 70° anniversario degli avvenimenti del 1943, si sono risvegliati interessi e curiosità da parte della opinione pubblica circa  i reali fatti accaduti. Oltre per i fatti in Italia, anche per quelli all'estero. Nel nostro caso, quelli riguardanti i fatti succedutesi in Albania, sulla scia delle ricerche iniziate nel 1989 e proseguite fino ad oggi.

    Noi abbiamo sempre considerato la Guerra di Liberazione come una guerra su cinque fronte, di cui quello della resistenza dei Militari italiani all'estero rappresenta il 4 fronte, dopo quello del sud, resistenziale al nord dell'internamento (sia civile che militare) in Germania e quello della prigionia. Per implementare queste ricerche e dare una vetrina alle numerose richieste di documentazione e notizie, si è deciso di implementare questo blog  iniziando ad inserire post relativi alle richieste di documentazione, ricerche e materiali di interesse per l'Albania 1943-1945.    Questo nella convinzione che la resistenza dei militari italiani all'estero è una componente integrale della Guerra di Liberazione. Peraltro in più di una occasione il gen. Luigi Poli aveva caldeggiato e sostenuto le ricerche e l'interesse documentario relativo all'Albania; infatti l'armistizio lo ha colto a Bari in procinto di imbarcarsi per l'Albania dove doveva raggiungere le unità alpine dislocate in Montenegro. Si armonizza quindi in questa maniera lo spirito di questo blog con l'iniziativi oro ora adottata. ( Massimo Coltrinari. ricerca23@libero.it
  • La "sorella" di Anne Frank

    All’inizio degli anni Quaranta due ragazzine, una dai capelli neri acconciati con cura, che indossava “sempre bluse e gonne immacolate con calzettoni bianchi e lucide scarpe di vernice”, l’altra “un maschiaccio biondo”, con i vestiti in disordine che giocava a biglie e faceva capriole sulla piazza, giocavano allegre per le strade di Merwedeplein, ad Amsterdam. Anne Frank ed Eva Schloss erano nel pieno dell’adolescenza e non immaginavano quale sarebbe stato il loro futuro. Di Anne sappiamo tutto, anche grazie al suo straordinario diario. La storia di Eva, invece, almeno in Italia, è ignota a molti, e ce la racconta lei stessa nel libro Sopravvissuta ad Auschwitz (Newton Compton Editori), arrivato in questi giorni in libreria. Nelle pagine della sua memoria scorrono le immagini della sua infanzia in Austria, della campagna antisemita, dell’avvento dei nazisti e della fuga nel 1938 in Belgio e poi in Olanda, dove Eva stringe amicizia con la loquace Anne, che conquista tutti con le sue storie e il suo eloquio brillante e che scherzosamente le amiche chiamano “Signora Qua Qua”.

    I tempi felici non sono destinati a durare. Nel maggio del 1940 i tedeschi invadono l’Olanda e già a partire da agosto emanano le prime leggi contro gli ebrei. Due anni dopo, scatta l’imposizione di portare sugli abiti una stella di David gialla, con la scritta Jood, e la famiglia Schloss, come tante altre, decide di entrare in clandestinità. L’11 maggio 1944, però, giorno del suo quindicesimo compleanno, a causa di una delazione Eva viene arrestata dai nazisti assieme alla madre Fritzi e deportata ad Auschwitz. La sua salvezza è merito in parte del caso e in parte della forza di volontà della mamma, che nel lager lotta con tutte le sue forse per proteggerla. Quando nel gennaio del 1945 il campo viene liberato dall’Armata Rossa, Eva torna a casa con la madre e inizia la ricerca disperata del padre e del fratello maggiore Heinz, che purtroppo sono morti. Ad Amsterdam, però, il suo destino s’incrocia di nuovo con Anne Frank, o meglio con ìl padre di lei Otto, che intreccia una relazione sentimentale con la madre Fritzi, che poi sfocia nel 1953 nel matrimonio. Incredibilmente, quindi, la sua vita si lega di nuovo a quella ragazzina dai capelli scuri conosciuta anni prima. Nel 1986, trasferitasi a Londra da quarant’anni, Eva, che ha lavorato come fotografa professionista, usando all’inizio la Leica con cui Otto Frank aveva immortalato la sua Anne, all’inaugurazione di una mostra itinerante su Anne Frank per la prima volta racconta la sua storia. Da quel momento in poi diventa una Testimone e inizia a girare il mondo per far conoscere la sua esperienza, a cui è stata dedicata anche la pièce teatrale And They Came for Me: Remembering the World of Anne Frank.

  • BASTA PIANGERE!

    Cari amici, domani esce il mio nuovo libro: "Basta piangere! Storie di un'Italia che non si lamentava". Racconto ai nostri figli l'Italia molto più semplice e povera di quella di oggi in cui siamo cresciuti; quando però il futuro non era un problema ma un'opportunità. Libri, film, miti, canzoni, personaggi, a cominciare dai nonni con cui vivevamo: gente che aveva combattuto guerre mondiali, era sopravvissuta alla febbre spagnola e al tifo, talora aveva conosciuto la fame e la povertà, insomma non erano le persone adatte con cui lamentarsi. Comunque non è un libro triste...per cui leggete e diffondete "Basta piangere!". Vi ringrazio e aspetto i vostri commenti.    Aldo

  • Perché é importante sapere chi siamo, da dove veniamo.

    E' importante sapere chi siamo e da dove veniamo perché questo ci fornisce una chiave di lettura del presente e del futuro.  Quando tanti anni fa feci una ricerca personale sulla mia famiglia trovai anzitutto che quello che era un soprannome che pensavo fosse di mio nonno in realtà si trascinava da almeno da duecento anni!   Difatti, sui registri parrocchiali non solo di trasciveva il nome dell'interessato ma anche il soprannome che, nel mio caso era "Pulcinella".  TRa le cose più importanti trovai due fratelli di mio nonno che sarebbero morti di "fame": avevano una di sette e l'altro di tre anni.   Scoprì così che quei nomi furono poi utilizzati da mio nonno per i suoi figli.   Scoprì anche che, nonostante la profonda indigenza, una cosa non era mai venuta meno nella mia famiglia: la dignità.   Piuttosto che rubare come accadeva frequentemente nei campi al tempo, mio nonno Nazareno preferì andare a riesumare le salme al cimitero locale per il comune, lavoro con il quale riuscì a mantenere i suoi sette figli.  Questa cosa l'ho subito sentita come una medaglia appuntata sul petto. Scrivo di questo fatto personale, cui chiedo scusa ai lettori, per introdurre una notizia che ho appena appreso dalle colonne di Repubblica.it.  Stiamo parlando di una situazione venutasi a verificare in Ungheria laddove, il governo della destra nazionalista, si é contraddistinto per aver modificato la Costituzione in senso antidemocratico suscitando anche le rimostranze della stessa Comunità Europea.   Il premier ungherese si é fatto anche notare per ever premiato con alte onoreficenze esponenti ultranazionalisti, antisemiti e incitanti all'odio razziale.   Tutto questo anche per accattivarsi le simpatie ddell'ultradestra ungherese rappresentata in parlamento dal partito Jobbik che marcia sul 20% circa dei consensi e che costituisce la terza forza del paese.   Nel partito Jobbik la personalità che più del presidente acquisiva consenso é stata quella del vice Csanad Szegedi. E' stata, al passato,  perché dopo anni di propaganda antisemita il dirigente della destra ungherese ha fatto una scoperta che, a dir poco, ha sconvolto la sua vita, quella del suo partito e quella degli elettori del Jobbik: il sig. Csanad Szegedi e' di origine ebraica!

    Immediate le scuse alla comunità ebraica. Questo l'articolo firmato da ANDREA TARQUINI,  corrispondente per Repubblica.

    Ungheria, leader neonazista scopre d'essere ebreo e 'si pente'

    L'incredibile vicenda di Csanad Szegedi, numero 2 di Jobbik e accanito antisemita: dopo la 'rivelazione' del suo albero genealogico va in tv e chiede scusa. Un brutto colpo per il suo partito dell'ultradestra già in difficoltà per la svolta antirazzista del governo Orbàn.

     

    21 ottobre 2013 BUDAPEST - Era il numero due del partito neonazista e antisemita Jobbik, terza forza politica del paese. Solo il capo, Gàbor Vona, vantava più carisma e capacità oratoria di trascinare le folle come lui. Poi all'improvviso qualcosa è cambiato, radicalmente e per caso: Csanad Szegedi ha scoperto di essere di origini ebraiche. E allora, alla ricerca della coerenza perduta, ha abbandonato ogni incarico dirigente ed è uscito da Jobbik.

    Come un pentito insolito, un pentito per motivi etnici. E adesso i suoi ex camerati non sanno più che fare, se minacciarlo e disprezzarlo oppure ignorarlo per limitare i danni pesanti del caso alla loro immagine.

    Dura perdita per i neonazi di Jobbik, proprio mentre il governo nazionalconservatore ed euroscettico del premier Viktor Orbàn e del suo partito (la Fidesz) comincia finalmente ad ascoltare consigli e pressing di Angela Merkel, Barack Obama o José Manuel Durao Barroso, e a correggere la rotta: controlli più morbidi sulla stampa, atteggiamento più 'friendly' verso gli investitori stranieri e, soprattutto, nuove, dure leggi contro l'antisemitismo e il negazionismo. Concessioni importanti, segno che l'Unione europea quando alza la voce con i suoi membri sui valori costitutivi del mondo libero postbellico può anche farsi ascoltare.

    Csanad Szegedi era tra i propagandisti antisemiti più accaniti nello splendido, fortunato paese. E' stato anche tra i fondatori della Magyar Garda, la guardia magiara, organizzazione paramilitare in uniforme cui non dispiacciono azioni-pogrom contro i rom né la nostalgia dei decenni d'oro, l'alleanza tra l'Ungheria autoritaria di Horthy e poi di Imre Szalasi con la Germania di Hitler.

    Una conversione dolorosa. Fino all'ultimo il camerata Szegedi ha attaccato ogni aspetto della vita e della cultura ebraica: no al divieto di mangiare maiale, "perché è una tradizione ungherese", no alla Finanziaria del governo Orbàn "perché è fatta per impoverire tutti tranne gli ebrei". Poi lo shock sulle sue origini lo ha scosso come una doccia fredda, ed è andato in tv a confessare in pubblico il suo dolore: "Io sono stato una persona che procurava dolore agli altri, e peggio ancora quando parlavo di Rom o di ebrei istigavo all'odio anche contro i bimbi di quei gruppi".

    Allora ha preso contatto col rabbino Shlomo Koeves, esprimendo pentimento via sms. Ha scritto: "Non è questione di quello che voglio essere, l'albero genealogico lo dice chiaramente , io sono ebreo".

    Disfatta mediatica enorme per il partito neonazista e antisemita Jobbik, successo mondiale per le comunità ebraiche. Ma anche successo per il governo Orbàn. Il cui 'spin doctor' Ferenc Kumin ha appena approntato leggi durissime di condanna di ogni forma di antisemitismo e di razzismo. La destra nazionale, anche quella di Orbàn, può adattarsi e ritrovare un dialogo e un savoir faire col resto del mondo, gli estremisti no. Orbàn tra l'altro ha scelto coraggiosamente di rischiare sul caso del camerata di Jobbik pentito: condannando e punendo con nuove norme l'antisemitsmo può alienarsi l'elettorato più nostalgico, parte del quale alle elezioni dell'aprile 2010 aveva aiutato a dare alla Fidesz del premier la maggioranza dei due terzi con cui egli cambia a piacimento Costituzione e istituzioni, nornalizzando tutto.

    Persi o perdibili quei consensi, Orbàn cercherà forse di venire a patti in modo migliore con l'Europa, il mondo libero, i suoi valori costitutivi. C'è solo da rallegrarsene: parafrasando l'inno nazionale polacco ma cambiando nella prima strofa solo il paese, si può dire 'Jeszcse Wengri nie zginiela', l'Ungheria non è ancora morta. Certo è solo che Orbàn vuol rendersi pienamente recuperabile, astuzia e capacità di manovra non gli fanno difetto. E per le numerose, influenti comunità ebraiche a Budapest e Rom in tutto il paese, il caso del pentito Szegedi insieme alle correzioni di rotta del premier possono solo essere buone notizie.

    E incoraggiamenti alla Ue, soprattutto alla zarina sorridente Angela Merkel, a continuare col pressing soft e amichevole con Budapest. L'alternativa, dicono qui fonti diplomatiche occidentali, sarebbe isolare l'Ungheria, lanciarla nelle braccia dei neoradicalpopulismi, dalla Lega alla Fpoe austriaca di Strache, dagli olandesi antiislamici in modo razzista di Geerd Wilders alla scandalosa risuscitazione di Pètain e Laval da parte del Front National di Marine le Pen in Francia.

    Se la cara, preziosa, vivacissima e dinamica, sofferta Ungheria saprà sottrarsi a questi abbracci mortali sarà solo meglio per tutti nella casa comune europea. Altrimenti sarebbe triste, e immeritato per i magiari, parlare di loro dicendo 'cry, the beloved country', piangi terra amata, da un titolo della grande scrittrice bianca e antirazzista sudafricana Nadine Gordimer. Via, un po' d'ottimismo, nella contraddittoria, ma dinamica metropoli del Danubio (anche a causa di grandi successi nella cooperazione economica con Berlino) la speranza davvero non è ancora morta, una primavera può annunciarsi, anche con un Orbàn cambiato e ragionevole.

     

     

     

     

  • Costituzione, referendum se si cambia

    "Trovo francamente sorprendente che in Senato, in un momento difficile e complesso, si trovi – con tanta velocità – il tempo per mettere all’ordine del giorno (sembra con l’intento di concludere rapidamente) il disegno di legge costituzionale che contiene, fra l’altro, modifiche all’art. 138 della Costituzione".

    Il presidente dell'Anpi, Carlo Smuraglia, esprime tutta la sua preoccupazione per l'accelerazione impressa all'iter si riforma, ricordando che comunque la parola ultima spetterà ai cittadini con un referendum.

    "Questo procedimento accelerato - sottolinea - non si giustifica, visto che bisogna comunque attendere la seconda lettura della Camera, ma è significativo della volontà di procedere a tutti i costi e con la massima velocità sul cammino di riforme costituzionali sulle quali gravano perplessità e contrarietà di giuristi, politici e comuni cittadini e dunque meriterebbero un’approfondita riflessione e discussione".

    Smuraglia non ci sta alla logica delle due velocità. E fa riferimento alla decadenza - ancora sospesa - del sen. Berlusconi.

    "Ci sono altre cose che invece procedono al rallentatore, in modo incomprensibile per i cittadini, soprattutto per quelli che conoscono il significato della parola “immediatamente” scritta a lettere chiarissime nella legge Severino. Per noi, “immediatamente” significa che la questione dovrebbe essere stata risolta già da un pezzo; ma evidentemente utilizziamo un vocabolario antiquato e ormai poco in uso in questo Paese, dove le scelte stravaganti sembrano prevalere".

    "Confido - conclude il presidente nazionale dell'Anpi - che i senatori, consapevoli della loro funzione e della loro responsabilità, si prendano il tempo necessario per riflettere e discutere e facciano in modo che, in ogni caso, sul disegno di legge sia poi possibile dare la parola ai cittadini, col referendum.

  • UniBo. Un seminario sul fascismo, il collaborazionismo e la RSI.

    Il ciclo seminariale si propone di ritornare su temi per così dire ‘tradizionali’ con un’attenzione particolare rivolta alle questioni di metodo e di fonti per porre al centro il rigore dell’analisi scientifica. A partire da ricerche concluse, nel quadro di riferimento di una dimensione transnazionale, si approfondiranno innanzitutto argomenti nazionali riguardanti nello specifico il periodo 1943-1945, ma con aperture a ulteriori cronologie. Il seminario è aperto a studenti, docenti e ai ricercatori interessati.

      

    Università degli studi di Bologna

    Dipartimento di Storia Culture Civiltà

    (sezione di Scienze del Moderno. Storia, Istituzioni, Politica)

      

    FASCISMO E COLLABORAZIONISMO

    RSI E DINTORNI

    QUESTIONI DI METODO E DI FONTI

      

    Seminario

    a cura di Dianella Gagliani

      

    Primo incontro:

    venerdì 25 ottobre 2013 ore 15-17,30

    via Zamboni 38, aula VII piano terra

      

    Monica Fioravanzo

    " La RSI e il Terzo Reich:

    la finzione dell’autonomia sovrana "

     

     

     

     

     

     

  • J.P. Morgan e il fascismo

    Fa notizia il patteggiamento per la causa che gli  States hanno intentato e vinto contro la banca mondiale JP Morgan per la questione dei derivati che ha piegato il mondo riducendo gli stessi Stati Uniti sull'orlo della bancarotta.   Al di là della credibilità cui é ridotta la banca di New York, qualche tempo fa citevamo lo stesso istituto bancario per un comunicato rivolto all'Europa rea di non sbarazzarsi delle costituzioni nate dalle vicende della Seconda Guerra Mondiale.   Oggi quelle parole suonano ancora più a difesa del nostro dettato costituzionale.

    Noi vogliamoinvece ricordare alcuni trascorsi della J.P. Morgan, sorta nel 1854, e di quando la stessa traslava i soldi di Mussolini al Vaticano in una società: la Profima, società che ancora esiste.   La JP Morgan finanziò pure l'ascesa del fascismo italiano, infatti, questo isitituto bancario, fu il principale finanziatore d'oltremare di Mussolini. Nel 1926, Thomas Lamont che succedette alla poltrona della stessa J.P. Morgan Co, ottenne un prestito di $100 milioni per Mussolini. Noam Chomsky uomo di fiducia della Morgan messo da Thomas Lamont, si definiva 'qualcosa come un missionario' del fascismo italiano esprimendo, per giunta, la sua ammirazione per Il Duce che definiva-un tizio molto onesto' che 'aveva fatto un grande lavoro in Italia' ...  e 'sono le idee' che lo guidano nel governare il paese-.   Il prof. Mauro Canali , già premio ANPI Fabrizi 2010, descrive benissimo il rapporto tra J.P. Morgan e il regime fascista.

  • 11- giorno per giorno

    14 ottobre 1943- Il Maresciallo Caviglia scrive - Badoglio ha istigato il re a dichiarare guerra alla Germania per garantirsi il posto al governo- . Gli alleati hanno rimesso in piedi il porto di Napoli e qui é trasferito il centro di rifornimenti da Salerno. Impossibile valicare il Volturno per la forte resistenza tedesca. Campobasso é libera. I partigiani greci, nonostante l'accordo raggiunto con il comando della Pinerolo ribellatasi ai tedeschi, procedono al disarmo degli italiani nell'area di Pindo. Nonostante il successo del bombardamento sulle fabbriche di cuscinetti a sfera di Schweinfurt, gli americani, in quell'incursione aerea diurna, subiscono la perdita di ben 77 bombardieri. La decisione presa é quella di sospendere i bombardamenti diurni.

    15 ottobre 1943- Viene abbattuta la resistenza tedesca sul Volturno e le forze di liberazione entrano a Venafro e Isernia. A Livno (Dalmazia) si costituisce il battaglione "Matteotti". In gran parte sono militari italiani della divisione Brennero. In Albania il battaglione Gramsci sostiene un furioso combattimento. A Creta, ufficiali italiani sono massacrati.

    16 ottobre 1943- Alle prime luci dell'alba entrano nel ghetto romano truppe naziste affiancate da fascisti romani e prelevano 1022 ebrei romani e due giorni dopo sono tradotti in Germania nei campi di sterminio. Ne torneranno 16 di loro. Iniziano i bombardamenti di Ancona. La gente sfolla verso i centri dell'interno. A breve inizierà il trasferimento degli enti pubblici dello stato, di altri enti fascisti e dei comandi militari a Osimo e dintorni. La città diviene cos' la capitale delle Marche (cit. Bandiera Rossa 12/7/43). Osimo ospiterà pure circa 5000 profughi provenienti dal sud Italia ed ebrei soprattutto nella frazione S.Stefano. Sono liberati 1000 prigionieri politici antifascisti dalle carceri Ischia, Procida, Ponza e S, Stefano. Tra loro Tito Zaniboni che aveva attentato al Duce nel lontano 1924. Fonogramma dalle divisioni Taurinense e Venezia. Si parla d’intensa attività di combattimento e si richiede tutto ciò che occorre per proseguire l'azione militare di resistenza.

    17 ottobre 1943- Il Ministero della Cultura popolare della RSI ricomincia a dettare i canoni per le notizie che i giornali devono riportare riguardo all’andamento della guerra a sostegno dell'Asse. Al sud Puntoni sostiene che la situazione sta degenerando e di come Mussolini si stia celermente riorganizzando al nord anche con lo spostamento dei ministeri. I partiti politici si stanno nel frattempo riorganizzando al sud e attaccano la Monarchia sabauda che - assomiglia sempre più a un consiglio di famiglia- secondo Puntoni. Italia Libera, organo del Partito d'Azione, é tra i primi nel novero dei detrattori del governo badogliano. Lo stesso re Vittorio Emanuele é tentato dal bypassare Badoglio nel colloquio con gli Alleati dati gli scarsi risultati ottenuti da questo. Continuano le incursioni aeree sulla Germania che vede il suo tessuto produttivo molto compromesso. Continuano i successi in Croazia e Slovenia. 1200 soldati tedeschi sono lasciati sul campo nelle operazioni tra Lubijana e Zagabria. Hitler inizia a preoccuparsi anche della futura Jugoslavija tanto che decide l'invio di due intere divisioni a Fiume. I sovietici avanzano sulla parte centrale del fronte Kremenchung mentre altre unità attraversano il Dniepr.

    18- ottobre 1943- Il solito Caviglia cui era stata imputata la mancata difesa ad oltranza della capitale, scrive che se ciò fosse avvenuto Kesserling avrebbe fatto saltare gli acquedotti come minacciato e spedito 700 aerei a bombardare Roma. A Campi Salentino passa in rassegna il 1° gruppo motorizzato del nuovo Esercito Italiano. Questo é dotato di armi automatiche ma senza mezzi corazzati. - Speriamo che possa entrare nelle operazioni belliche a fianco della 5.a Armata americana e che possa essere tra quanti sfileranno nella Roma liberata.- cita Punzoni - Esso ha il compito di rappresentare il risorto esercito-. A Roma, continui e martellanti proseguono gli appelli fascisti all'arruolamento nella Milizia con la promessa di alti salari e di esenzione dalla Leva e dal lavoro obbligatorio. Un attentato é preparato ai danni del gen. Graziani presso il Teatro Adriano ma la bomba preparata dal GAP non s'innesca e l'occasione é persa. L'ordigno era stato predisposto dentro un estintore che sarà disinnescato solo a liberazione avvenuta. Alla riunione in teatro partecipava anche il generale Stahel e ufficiali dell'Esercito Italiano che avevano aderito alla RSI. Il Conte Sforza, arrivato ad Algeri da Londra, si dichiara disposto a mettere a disposizione la sua influenza qualora il re decidesse con determinazione a combattere il III Reich. In Bosnia è distrutta la Krupp che produce locomotive e vagoni ferroviari. In Unione Sovietica i tedeschi perdono più di 2000 uomini, 50 carri armati e 36 aerei nel settore di Melipol. L'Armata Rossa sfonda la difesa tedesca a Kromenciuke Gomel.

     

  • Cronaca antimafia da MIlano. I funerali di Lea Garofalo

    Abbiamo partecipato idealmente ai funarali di una donna, Lea Garofalo, che ritendo un suo diritto vivere e non sopravvivere dentro un sistema di oppressioni, ha avuto il coraggio, come non molti di svoltare conscia di ciò che questa scelta radicale avrebbe comportato.   E' grazie a Lea se questo Paese é oggi un pò meno mafioso, poco certo, ma sicuramente un pò meno dal momento dell'arresto della sua famiglia.   Alla figlia Denise costretta a vivere una vita d'anonimato, gridiamo coraggio.   Anche loro sono partigiane d'Italia e combattono un nemico armato che non da tregua, combattono per un'Italia libera e democratica...giusta.   Non a caso mafia e neofascismo sono sempre andate a braccetto a partire dalla strage di Portella della Ginestra(1).    Non abbiamo molti mezzi per aiutare Denise se non quello di sostenere anche attraverso questo sito la sua battaglia: e lo faremo, sempre!

     

    Milano 19 ott. -   Si sono conclusi i funerali civili di Lea Garofalo, testimone di giustizia uccisa nel 2009, che si sono svolti il 19 ottobre a Milano. A trasportare via il feretro sono stati il sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, il presidente di Libera, don Luigi Ciotti, il direttore de La Stampa, Mario Calabresi, il presidente onorario di Libera, Nando Dalla Chiesa, oltre a due parenti di vittime di mafia. Tra gli applausi, sotto le note di 'Ave Maria' di Fabrizio De Andre', il feretro ha lasciato una piazza Beccaria gremita di persone con in mano i fiori con i colori di Libera (''dono di Lea'', ha spiegato don Ciotti), i segnalibro ''dono di Denise'' (la figlia della testimone di giustizia) e le bandiere con il volto di Lea Garofalo e la scritta 'Vedo sento parlo'. ''Se e' successo tutto questo e' solo per il mio bene e non smettero' mai di ringraziarti. Ciao'': Questo il saluto finale fatto da Denise, la figlia di Lea Garofalo, testimone di giustizia uccisa nel 2009, ai funerali civili della madre in corso oggi a Milano. ''Ciao a tutti - ha salutato la piazza gremita parlando da una localita' segreta vicino al luogo della celebrazione -. Grazie di cuore di essere venuti oggi''. Quindi, in un breve intervento con la voce rotta piu' volte dal pianto, ha detto, rivolgendosi idealmente alla madre: ''per me e' un giorno molto difficile ma la forza me l'hai data tu''.
    ''Oggi non basta parlare di verita', dobbiamo cercarla'': lo ha affermato il presidente di Libera, don Luigi Ciotti nel suo intervento ai funerali di Lea Garofalo, durante il quale si e' anche rivolto ''ai tanti giovani inghiottiti dalle organizzazioni mafiose: contribuite a cercare la verita'. Noi non vi lasceremo soli''. Alla cerimonia, don Ciotti - che si e' definito ''un povero prete capace di vivere il vangelo saldandolo alla Costituzione'' - si e' commosso quando ha ammesso: ''Abbiamo oggi tanto dolore dentro, perche' non ce l'abbiamo fatta a salvarla''. Il presidente dell'associazione antimafia ha parlato di Lea come di ''una martire e testimone di liberta'. Hai deciso di rompere il silenzio e l'ingiustizia e il tuo cuore e la tua coscienza - ha proseguito rivolgendosi idealmente alla testimone di giustizia uccisa - sono sorgenti di liberta''. Quindi, ha parlato del ''codice del silenzio delle mafie'' che Lea ''ha rotto'', avvertendo che ''a volte quel codice ce lo abbiamo anche noi, e' la nostra mafiosita'''. E alla piazza gremita da migliaia di persone ha aggiunto: ''Oggi vogliamo sentirci tutti calabresi e tutti milanesi. Qui c'e' l'Italia''. Infine, si e' rivolto alla figlia Denise: ''Oggi in realta' la tua mamma e' ancora viva, non e' morta. La memoria ci sfida all'impegno, ci commuove e ci fa muovere. Noi tutti siamo in debito con te''. E ha concluso: ''Denise, te lo abbiamo promesso, non ti lasceremo mai sola''.   da agenzia ANSA 19 ottobre 2013

     

    (1)Un rapporto Sis datato 25 giugno ‘47, che si riporta per intero (pubblicato dallo storico Aldo Sabino Giannuli – e dallo stesso rintracciato nel ‘96 – nella rivista Libertaria, il piacere dell’utopia, anno 5, n. 4, ottobre – dicembre 2003, pp. 48 – 58, titolo: Salvatore Giuliano, un bandito fascista,) riferisce quanto segue:

    […] Il “bandito Giuliano” vi è stato più volte segnalato, anche e soprattutto in ordine ai suoi contatti con le formazioni clandestine di Roma. Vi fu precisato il luogo degli incontri coi capi del neo – fascismo (bar sito a via del Traforo all’angolo di via Rasella). Vi parlammo dei suoi viaggi Roma-Torino. Precisammo che capo effettivo della banda è presentemente il tenente della Gnr Martina, già di stanza a Novara. ...

     

  • Diario proibito. L'Aquila anni Quaranta e la RSI

    Quando mi è stato proposto di scrivere la prefazione per il romanzo storico di Mario Fratti, Diario Proibito. L'Aquila anni Quaranta (grauseditore), ambientato all’epoca della Repubblica Sociale e del primo dopoguerra, ho provato molta curiosità. Cosa spingeva un drammaturgo di fama mondiale, che vive dal 1963 a New York, vincitore di ben sette “Tony Award” (l’Oscar del teatro), autore di decine di opere, spesso a fondo sociale, rappresentate in tutti i teatri del mondo (tra i quali il musical Nine, liberamente ispirato al film 8½ di Federico Fellini, che ha superato la cifra record di duemila repliche), a ripescare dai cassetti un testo scritto negli anni Cinquanta? Pagina dopo pagina, ho capito che Fratti, al pari di quanto fatto in alcune sue opere teatrali (da Tangentopoli a Mafia), in questo suo primo (e per ora unico) testo narrativo, con il suo stile crudo, privo di pudicizia, che spesso colpisce duro alla testa come una sassata, fatto di dialoghi serrati e di frasi secche come fucilate, aveva un intento di denuncia. Sotto tiro c’è l’Italia di ieri e di oggi. L’Italia complice di Mussolini e del nazismo, delle sue violenze e delle sue bestialità. L’Italia che non ha mai epurato i fascisti, anzi li ha riciclati nei posti di comando. L’Italia che tuttora stenta a fare i conti con il Ventennio e con Salò, propagandando il mito di un fascismo buono. Siamo nel dopoguerra inoltrato. Il protagonista del romanzo è un giovane adulto, impiegatuccio senza infamia e senza gloria, che vivacchia in quel di Venezia, affittuario di una camera nell’appartamento di due donne sole, ossessionato in modo quasi compulsivo dal sesso, solitario o a pagamento. La febbre lo costringe a restare a casa e mentre mette in ordine una vecchia valigia dei documenti, spunta fuori un quaderno dalla copertina scura: il suo diario proibito e dimenticato. Fogli di quando, imberbe sedicenne, aveva aderito a Salò, anche per lo sfizio di vestire la divisa lucida da soldato e uscire armato con una scintillante pistola nella fondina. Fogli vecchi che puzzano, in ogni senso, non solo all’olfatto, e che se qualcuno li avesse trovati nel ’45, avrebbero provato che chi li aveva vergati era un ufficiale “nero”. La scelta dell’io narrante e della sua identificazione nell’adolescente fascista (al quale Fratti arriva addirittura ad attribuire la sua età dell’epoca e il suo nome, Mario) a primo acchito è spiazzante e imbarazza chi legge. L’autore, abruzzese di nascita, come ha spiegato nell’introduzione, utilizza per costruire la sua storia molti ricordi autobiografici ma in realtà già da ragazzo era tutt’altro che seguace di Mussolini. Era animato da vividi sentimenti antifascisti e i suoi amici del cuore erano i partigiani che poi vennero chiamati i “Nove Martiri di L’Aquila”, anche se lui non trovò il coraggio di seguirli in montagna. Tuttavia, man mano che il romanzo va avanti, l’identificazione tra l’autore e il ragazzo di Salò (poi adulto) protagonista della storia mostra tutta la sua potenza evocativa. All’imbarazzo iniziale del lettore, subentra la vergogna. È come guardarsi allo specchio e non piacersi, anzi provare disprezzo per se stessi. È come guardare allo specchio, da italiani, una pagina di storia che abbiamo voluto dimenticare (e che qualcuno addirittura vuole equiparare alla Resistenza), e che invece Fratti ci costringe a rimestare. Inchiodandoci, senza possibilità di scampo, alla lettura di torture, vessazioni, violenze di ogni tipo che subiscono gli oppositori politici, le donne, tutti coloro che finiscono nelle grinfie del Comando di Presidio fascista guidato da un maggiore che per il suo sadismo e il suo opportunismo ricorda da vicino gli aguzzini della banda Koch. Il panorama del collaborazionismo fascista dipinto da Fratti è putrido e fosco. Le pagine del romanzo sono affollate da puttane, delatori, spie, approfittatori, antisemiti o gente che è pronta a mutare atteggiamento verso i fascisti o i ribelli a seconda dell’andamento della guerra. Un panorama che fa ribrezzo, ma di cui vi sono numerose testimonianze storiche. D’altronde Fratti, proprio all’epoca della stesura del romanzo, si era documentato sulle violenze fasciste ai partigiani, per scrivere il radiodramma “Il nastro”, vincitore del premio Rai ma mai trasmesso alla radio. Certo, va detto che non fu sempre così: la Repubblica Sociale non fu solo un covo di violenti, sadici o opportunisti. Ci fu chi, pur nell’errore della scelta, mantenne un contegno dignitoso e aderì alla Rsi in buona fede oppure facendosi gabbare dalla propaganda fascista e nazista che, come è descritto bene nel romanzo, fece di tutto per alimentare l’odio verso gli Alleati. Sullo sfondo, e neppure tanto sullo sfondo delle pagine di Fratti, emerge anche un’altra Italia, quella dei partigiani animati da amor di patria che resistono fieri alle torture e di chi si oppone con coraggio alla barbarie nazista e fascista. Italiani che, in qualche modo, colpiscono anche il ragazzo di Salò, che a volte simpatizza con loro ma, fino alla fine, mai trova la forza di emanciparsi dall’influenza magnetica e dal condizionamento psicologico del maggiore. Il romanzo si conclude con un pugno nello stomaco, nel pieno degli anni Cinquanta. L’ex ragazzo di Salò, ora impiegatuccio, torna al lavoro dopo la malattia e rivela l’identità del suo capo: il maggiore fascista, diventato ricco imprenditore, che forse ha goduto dell’amnistia Togliatti e nell’Italia che si avvia verso il miracolo economico finanzia in parti uguali Msi e Dc, frequentando i comitati civici anticomunisti e le sacrestie. Il commento amaro finale è: “Qualcosa mi lega ancora a lui. Quello che ho taciuto”. Il silenzio della Storia. Un silenzio che dura ancora oggi. E che lega irrimediabilmente l’Italia fascista a quella del ventunesimo secolo.

     

  • Ermanno Badialetti e Cefalonia. La strage ha ora un colpevole anche se non era il solo.

    Era il 20 marzo 2012 quando da questo sito annuncevamo l'inizio di questo processo a uno dei responsabili di quella strage misurata a tavolino degli italani di Cefalonia e Corfu'. Oggi quel processo si é chiuso, e si é chiuso con una condanna: quella di Alfred Stork all'ergastolo.   Certo é che la storia del fu Erik Priebe ci insegna che anche se la giustizia ordinaria ha impiegato decenni ad arrivare , la condanna più dura é quella di un popolo che non dimentica gli scempi, gli orrori che ha subito; passassero pure settanni.  Sicuramente al sig Stoke non capiterà nulla ma in questi ultimi anni che gli restano da vivere qualche pensiero a quelo che potebbe subire la sua salma, al giudizio di una vita che subirà anche da parte del suo paese come per Priebke, dal suo paese che si sente disonorato dalla sua presenza anche da morto, tutto questo speriamo gli faccia pensare in modo diverso alla sua vita trascorsa a modo di esecuzione della pena di un reato che é contro l'umanità.  A questo speriamo serva anche l'esempio Priebke.  Un pensiero che il signor Stoke  non potrà non rivolgere alle proprie vittime, a quel dolore e a quell'orrore perpetrato.

    Tutto questo dovrebbe essere ragionevole anche per quei gerarchi italiani, 800 in tutto, giudicati criminali di guerra e che non hanno mai subito processi o altro in quanto commessi in terra slava dove risiedevano governi socialisti e in nome della neutralità degli stessi rispetto al blocco sovietico.  Anche noi, come i tedeschi, dovremmo avere l coraggio di fare i conti con il nostro passato fascista fatto di omicidi, stragi, rastrellamenti e di campi di sterminio.

    Vogliamo ricordare la Risiera di San Saba, la più nota, ma anche il lager di Bolzano dove furono sterminati 5000 slavi, o l'Isola Calva in Dalmazia o tanti campi d'internamento anche qui da noi, nelle tranquille Marche, dove erano attivi diversi campi come Servigliano e Fiastra, i più noti.   Dovremmo chiede scusa ai greci di Dominika e agli etiopi e somali. A Colfiorito, tra gli altri, furono rinchiusi tutti gli uomini di Bar (oggi in Montenegro) dai 16 ai 60 anni: pochi di loro fecero ritorno.   Coloro che scamparono arricchirono le fila partigiane dotandole di esperienza nel campo militare.

    Questo processo, cui l'ANPI si é costituita parte civile, termina evvero con una sentenza ma quella più grande l'hanno data e continua a fornirla la coscienza degli uomini e delle donne d'Italia e d'Europa.

    Qualche giorno addietro ho avuto modo di colloquiare con la prof. Annarosa Nannetti, amica della nostra città e sopravvissuta di Marzabotto che mi narrava del suo recente viaggio in Germania invitata da quel paese.

    Mi ha parlato di incredulità, di pietà, di lacrime da parte degli interlocutori tedeschi per quello che era accaduto, ed esterefatti del fatto del non aver saputo nulla prima di quella visita.

    Probabilmente anche noi, per poter creare un coscienza del rispetto, del concetto di collettività, di collegialità, dovremmo fare i conti con il nostro passato per allegerci di un peso enorme che grava sulle nostre coscienze, o perlomeno di chi ne é consapevole e vuol rendere consapevoli i propri concittadini.   Anche da qui dovrebbe passare l'azione dell'ANPI anche se ciò avrebbe un costo da pagare, ma per rendere cosciente un popolo bisogna pure andare contro i suoi miti come quello che gli italiani costruivano strade ed ospedali nelle zome controllatre oltreconfine.

    Questo comunque l'articolo di anpi.it che riportiamo volendo ricordare con questo anche l'osimano Ermanno Badialetti che a Cefalonia rimase per sempre su uno specchio di mare. Sul menù a lato della homepage ne narriamo la storia.  

     

    Ergastolo per il nazista Alfred Stork: colpevole del massacro di Cefalonia

    L’ANPI Nazionale, costituita parte civile nel procedimento penale a carico di Alfred Stork, nella persona del proprio Presidente, prof. avv. Carlo Smuraglia, e difesa dagli avvocati Emilio Ricci e Rosa Anna Ruggiero, comunica che oggi, 18 ottobre,  il Tribunale militare di Roma ha riconosciuto la responsabilità penale dell’imputato, condannandolo all’ergastolo, per il massacro compiuto nel settembre del 1943 sull’isola di Cefalonia, dove vennero fucilati per mano tedesca, in esecuzione di uno specifico ordine di Hitler, centinaia di soldati italiani, prigionieri di guerra, in spregio delle convenzioni internazionali che – anche all’epoca dei fatti – imponevano un trattamento umano dei militari che avevano ormai deposto le armi.

    Alfred Stork, oggi novantenne,che vive in Germania a Kippenheim, a suo tempo aveva confessato di aver preso parte alle fucilazioni degli ufficiali della divisione Acqui a Cefalonia nel settembre del 1943.

    La decisione giudiziaria, che interviene dopo un colpevole ritardo di settanta anni, grazie al serio e attento sforzo investigativo del Procuratore militare, Dott. Marco De Paolis e alla caparbia tenacia di alcuni familiari delle vittime, delle associazioni e dell’Anpi, assume un’importanza decisiva perché per la prima volta un Tribunale ha riconosciuto la colpevolezza di quei militari tedeschi che si resero responsabili dell’eccidio di Cefalonia.

    La sentenza è certamente destinata a fare la storia anche nella parte in cui riconosce il diritto al risarcimento dei danni a favore dell’Anpi, la cui costituzione di parte civile è stata ammessa in considerazione del fatto che l’Associazione è stata formata per dare corpo unitario alle aspirazioni di libertà e giustizia proprie dei partigiani, per conservarne e tramandarne i valori e per non disperdere il messaggio antifascista di cui i partigiani erano portatori.

  • segnalazioni- Massimo Papini e la Settimana Rossa

    Volentieri riceviamo e pubblichiamo della prossima iniziativa della sezione ANPI di Chiaravalle che presentarà il volume di Massimo Papini, direttore dell'Istituto per la Storia del Movimento di Liberazione delle Marche, sulla Settimana Rossa cui ricorrerà il prossimo luglio i 100 anni con la speranza che vengano degnamente ricordati.   Questo il programma  

  • 10- giorno per giorno

    11 ottobre 1943 - Acquarone, ministro del governo, si reca nella Napoli liberata in cerca di personaggi politici napoletani da inserire nel governo Badoglio ma se ne torna a mani vuote: nessuno accetta di entrare nel governo del maresciallo.   La seconda notizia che Acquarone reca a Brindisi é che sta montando la rivolta verso la monarchia.   L'inviato racconta poi che nessuno delle persone contattare é favorevole alla dichiarazione di guerra alla Germania; mentre riporta questo viene a sapere che la dichiarazione é già stata decisa.   Qualche successo tedesco in Unione Sovietica con i panzer che si riavvicinano alla Linea Panther vicino a Vitebsk.

    12 ottobre 1943- Badoglio invita Eisenhover a spedirgli rifornimenti per rendere operativi i reparti italiani.  Lungo 60 chilometri di fronte sul Volturno iniziano le operazioni di sfondamento.

    13 ottobre 1943- L'Italia dichiara guerra alla Germania.   Nel qual tempo il nostro Paese viene riconosciuto come nazione co-belligerante e non come alleato marcando così comunque una linea di confine tra gli italiani e gli altri paesi.   Si crea una testa di ponte sul versante settentrionale del Volturno soprattutto grazie ai genieri alleati essendo stati tutti i ponti distrutti dai tedeschi, questo malgrado le forti piogge in atto che comunque fanno rallentare il passo.   Sul fronte viene lanciato un volantino dove é scritto - Italiani! I tedeschi e i "tedeschi onorari" (leggi fascisti) ...- Il resto del testo é un invito a difendere la corona reale.

  • ANED e ANPI Roma contro la sepoltura di Priebke nella città del martirio

    Aned e Anpi Roma: il sindaco Marino rifiuti la sepoltura di Priebke a Roma L'ANED e l'ANPI di Roma chiedono al Sindaco Ignazio Marino di rifiutare che il criminale nazista Erich Priebke sia seppellito nei cimiteri della capitale. Chiedono inoltre alle autorità che debbono tutelare l'ordine pubblico di vigilare affinché i funerali di questo feroce assassino, che è stato tra l'altro tra i protagonisti dell'eccidio delle Fosse Ardeatine,  non si trasformino in una manifestazione di apologia del nazifascismo, impedendo che a questi funerali vengano esposti simboli o pronunciati slogans o che si verifichi qualsiasi atto in tal senso e, nel caso che ciò accadesse, di identificarne i responsabili e di denunciarli alla Magistratura in base alle leggi "Scelba" e "Mancino". Roma, 12 ottobre 2013

  • Una firma contro la Bossi-Fini

    Adesione del Presidente nazionale dell'ANPI all'appello de la Repubblica per l'abolizione della Bossi-Fini "Sottoscrivo l'appello con assoluta e ferma convinzione che occorre compiere al più presto un atto di giustizia e di umanità contro ogni violazione dei diritti umani e contro ogni forma, diretta e indiretta, esplicita o implicita, di razzismo. Un Paese civile non può tollerare ancora lo scempio e i drammi che avvengono sotto i nostri occhi. Ed è tempo anche di riconoscere lo jus soli perché la parola... "accoglienza" acquisti finalmente un significato concreto ed esteso. Lo richiede, più di ogni altra cosa, la nostra coscienza civile".
    Carlo Smuraglia Presidente Nazionale dell'ANPI
  • I volti della Chiesa.

    Proprio oggi parlavamo in un'articolo su Priebke della "Via dei Ratti", ovvero del modo utilizzato dai criminali di guerra nazisti per trovare l'esilio volontario in Sudamerica.  Facile sarebbe confrontare, leggendo l'articolo di seguito,  l'atteggiamento di Pio XII che passò sopra il Fascismo come il suo predecessore, che passò sopra lo sterminio ebraico e sopra la guerra fascista, con quello dell'attuale papa Francesco e la dittatura di Vileda.  Questo che riportiamo é un articolo dell'Avvenire, giornale dei vescovi italiani, che vorrebbe diradare le nuvole (poche per la verità) sopra la testa dell'attuale pontefice e dell'atteggiamento e del ruolo avuto dal medesimo nei confronti della dittatura argentina, fermo restando che, anche nel rispetto al contenuto del testo sotto, riteniamo scontate le relazioni tra le istituzioni di uno stato cattolico come l'Argentina e il Vaticano e chi lo rappresenta in loco.   

    Bergoglio alleato della dittatura argentina? Un falso. E adesso un libro porta prove che raccontano un'altra verità: il futuro Papa, negli anni tra il 1976 e il 1983 non solo non cooperò con la dittatura dei generali argentini, ma mise in piedi – con trucchi e stratagemmi – una vera e propria “rete” clandestina grazie alla quale, a rischio della sua vita e reputazione, riuscì a far uscire dall'Argentina o a nascondere molte persone che il regime di Jorge Videla aveva già messo sotto tiro e che sarebbero diventati inequivocabilmente desaparecidos. E non solo: i superiori a Roma vennero sempre informati delle azioni di Bergoglio e delle sue iniziative.
    La storia della rete clandestina messa in piedi da Jorge Mario Bergoglio è emersa solo dopo la sua elezione al Pontificato e la disgustosa polemica sul suo presunto appoggio (con tanto di foto taroccate) al regime argentino. A raccontarla è stato il giornalista di “Avvenire” Nello Scavo, che ha raccontato la sua esperienza e la storia alla base del suo “La lista di Bergoglio” (Emi Torino, pp. 192, € 11,20) in un incontro teutosi a Milano, presso il Centro San Fedele dei Gesuiti, nei giorni scorsi. Scavo prende le mosse dall'elezione di Francesco: “Quando la Chiesa è in difficoltà si affida ai Gesuiti, loro sono la 'Delta Force', i marines della Chiesa che intervengono sul campo”, dice. E proprio in quelle ore inizia a girare la “leggenda nera” della connivenza di Bergoglio con il regime di Videla: “Mi sono chiesto: i cardinali si sono sbagliati? E ho iniziato a indagare”. Scoprendo che le accuse non erano così incontrovertibili come potevano sembrare. Uno degli eroi dimenticati di questa storia è il viceconsole italiano in Argentina, Enrico Calamai, che più volte è riuscito a salvare e far scappare centinaia di persone all'estero.
    Ma il futuro Papa, in quegli anni Settanta insanguinati, perché non ha gridato contro il regime? La risposta, per Scavo, è semplice: “Se Bergoglio avesse gridato, la sua voce nemmeno si sarebbe sentita”. Tanto che il suo nome nelle cronache inizia ad affiorare solo dagli anni '90, quando diventa vescovo Ausiliare di Buenos Aires e dopo coadiutare (cioè con diritto di successione). Che fare, allora? Urlare non sarebbe servito a niente, essere compromesso nemmeno (la compromissione era espressa dalla Gerarchia locale, rappresentata in primis dal nunzio in Argentina, cardinale Pio Laghi): l'unica soluzione è stata quella di rischiare, come rischiarono (e morirono) 113 tra sacerdoti, religiosi, vescovi. Il giornalista di Avvenire racconta, ad esempio, come Bergoglio riuscì a nascondere centinaia di persone presso il collegio bairense di San Miguel; oppure quando travestì un giovane da prete (era molto somigliante a un suo religioso) e lo fece espatriare nel nord dell'Argentina: i poliziotti non si accorsero dello scambio di persona. Per il gesuita Alfredo Somoza, il futuro Francesco in quegli anni '70 gioca una vera e propria partita a scacchi con i militari. Con Alicia Oliveira, magistrato argentino dalle idee molto progressiste, deve giocare d'astuzia e non poco: la Oliveira non vuole andare “in mezzo ai preti” a San Miguel. Bene: due volte la settimana padre Jorge con una macchina va a prenderla dal suo nascondiglio, la chiude nel portabagagli e se la porta in collegio a incontrare i figli: “Pensate che rischio – dice Scavo – per Bergoglio: avrebbero potuto ucciderlo oppure il regime lo avrebbe potuto diffamare: uno dei responsabili dei Gesuiti fermato mentre era in macchina con una donna nel cofano”. Juan Carlos Scannone, docente di teologia del futuro Papa, finisce nel mirino della dittatura e rischia di non poter pubblicare più un rigo. Padre Jorge lo incontra di persona e, a quattrocchi, gli spiega come scrivere e in che modo per superare la censura della polizia e della Gerarchia. A parlare con Scavo e rompere il muro di silenzio è stato proprio Scannone, che ha raccontato al giornalista come il Papa “non voglia una revisione del suo CV a mezzo di un giornalista”. E non ha mai voluto mettere in piazza il suo impegno segreto. Le storie sono tante, e testimonianze giungono ancora al giornalista di Avvenire. La lista di Bergoglio, è certo, non è ancora del tutto chiusa

    Antonino D'Anna

    L'Avvenire

  • Priebke é un problema anche adesso.

    Il Vicariato di Roma nega le chiese romane per i funerali dell'ex(!) ufficiale nazista Priebke. La notizia delle esequie nella capitale erano state diramate dal suo avvocato ma la Curia romana ha preso le distanze da questa eventualità.   A questa dichiarazione é seguita quella del Questore di Roma e del Prefetto che hanno vietato qualsiasi sepoltura solenne.   Il sindaco della capitale Ignazio Marino ha dichiarato - Ho concordato con Prefetto e Questore che sarà negata qualunque forma di funerali solenni. Saranno consentite solo esequie in forma strettamente privata. Roma è una città antinazifascista che ha sofferto drammaticamente. Proprio nei giorni in cui si ricorda il 70esimo anniversario del rastrellamento del Ghetto, Roma non può diventare luogo di manifestazioni a favore di chi ha inflitto tanta sofferenza nelle persone che vivono in questa città - .   Nelle intenzioni dell'avvocato che sembra essere l'unico a preoccuparsi del boia delle Ardeatine, vi era anche quella della sepoltura in terra d'Argentina accanto alla moglie nel luogo della Patagonia dove priebke ha vissuto, in tutta libertà, dopo aver preso la cosiddettà "Via dei Ratti", quel sistema falsificazione di documenti e di canali di transito e che aveva al centro il Vaticano, sistema di espatrio che permise a tanti criminali di guerra nazisti di raggiungere i paesi del sudamerica (secondo alcune stime, cinquemila esponenti nazisti riuscirono a scappare grazie ai servizi di questa organizzazione).   Ma il ministero degli Esteri di Buenos Aires ha reso noto che il ministro degli Esteri He'ctor Timerman "ha dato ordine di non accettare alcuna misura che consenta l'ingresso dei resti del criminale nazista Erich Priebke ".   In un paese con la democrazia ancora giovane non vuole sul proprio territorio alcun riferimento a dittature del passato secolo.

  • E' morto Priebke che compì con Kappler la strage delle Ardeatine e confessò ad un giornale tedesco "Provai sollievo dopo aver sparato".

    Stroncanti sono le parole dell'ANPI profferite dal presidente Carlo Smuraglia in merito alla scomparsa di Priebke - 'Rispettiamo la persona di fronte alla morte, ma non possiamo dimenticare le vittime delle Fosse Ardeatine. Erich Priebke è stato un criminale, al servizio di una dittatura sanguinaria - Non meno fermo é il commento del presidente dell'Anpi Roma Francesco Polcaro - Non posso dire che piangerò - sostiene il dirigente romano -  E' morto un assassino che ha ucciso più persone di un serial killer, che non si è mai pentito di quello che ha fatto e che peraltro ha vissuto una vita lunghissima in parte anche felice...- e continuando - Per moltissimi anni infatti dopo la seconda Guerra Mondiale Priebke è stato padrone di se stesso, ha vissuto una vita normale, in Sud America, arrivando anche a diventare presidente di un'associazione culturale a Bariloche, in Argentina. Ha iniziato a scontare la sua pena da non moltissimo, dopo essere stato estradato in Italia. E' naturale che una persona di cento anni muoia e non ho altri commenti da fare. Mi auguro solo che le autorità non permettano che i funerali di questa persona si trasformino in una manifestazione di apologia del nazismo. Per i partigiani resterà sempre un feroce assassino e un nazista".   Anche Alberto Mieli ,ebreo, catturato con in tasca due francobolli di Soccorso Rosso, era nelle celle dei destinati di via Tasso ma non entrò  per destino nel novero dei prescelti al massacro.

    La storia delle Fosse Ardeatine.

    Alla notizia dell'attentato di via Rasella compiuto dai partigiani romani, il generale Kurt Mälzer comandante della piazza di Roma, accorso sul posto, parlò stravolto di una rappresaglia molto grave e dello stesso parere fu inizialmente Hitler ma, successivamente, venne presa la decisione di fucilare 10 italiani per ogni tedesco ucciso.

    Tale numero fu ordinato personalmente da Hitler, dopo aver vagheggiato in uno sfogo iniziale apocalittiche proporzioni di 50 ad 1, la distruzione dell'intero quartiere (che comprende il Quirinale) e la deportazione da Roma di 1000 uomini per ogni tedesco ucciso. La convenzione dell'Aia del 1907 proibisce la rappresaglia, mentre la Convenzione di Ginevra del 1929, relativa al Trattamento dei prigionieri di guerra, fa esplicito divieto di atti di rappresaglia nei confronti dei prigionieri di guerra nell'Articolo 2. Dal punto di vista internazionale l'argomento rappresaglia era contemplato nei codici di diritto bellico nazionali, in cui si faceva riferimento ai criteri della proporzionalità rispetto all'entità dell'offesa subita, della selezione degli ostaggi (non indiscriminata) e della salvaguardia delle popolazioni civili. Alcuni di questi aspetti furono violati: nella selezione degli ostaggi, poiché si procedette alla fucilazione anche di personale sanitario, infermi e malati e inoltre poiché non risulta che sia stata eseguita da parte tedesca alcuna seria indagine per appurare l'identità dei responsabili dell'attacco, né si attesero le 24 ore di consuetudine affinché gli stessi si consegnassero spontaneamente, condizioni necessarie per la legittimità dell'azione di rappresaglia. Com'è noto, infatti, non venne neppure affisso il consueto bando nelle pubbliche piazze, limitando l'affissione, secondo la testimonianza dell'ambasciatore Roberto Caracciolo, ai soli uffici tedeschi.

    In contrasto con la fretta con cui fu consumato l'eccidio, la notizia della rappresaglia contro la popolazione romana non venne immediatamente resa pubblica. La prima notizia, riportata dal quotidiano Il Messaggero a mezzogiorno del 25 marzo, si concludeva con la terribile frase "Quest'ordine è già stato eseguito". Lo stesso maresciallo Kesselring confermò che non fu mai emesso alcun avviso o richiesta di consegnarsi ai partigiani nel corso della sua deposizione al processo contro i generali Mälzer e Von Mackensen come criminali di guerra.

    Nella scelta delle vittime, furono privilegiati criteri di connessione con la Resistenza militare monarchica e con i partigiani, e di appartenenza alla religione ebraica, e se in un primo tempo si tese a escludere persone rastrellate al momento e/o detenuti comuni, successivamente, per raggiungere il numero di vittime volute, un certo numero di ostaggi fu poi costituito con reclusi condannati (o in attesa di processo) per reati di natura non politica. Costoro furono prelevati, insieme a militari, membri attivi della resistenza e ad altri antifascisti, dal carcere romano di Regina Coeli, dove erano tenuti prigionieri. La strage iniziò infatti nemmeno 23 ore dopo l'agguato partigiano.

    Dalle salme identificate (322 su 335) si ricava che circa 39 fossero ufficiali, sottufficiali e soldati appartenenti alle formazioni clandestine della Resistenza militare, circa 52 erano gli aderenti alle formazioni del Partito d'Azione e di Giustizia e Libertà, circa 68 a Bandiera Rossa, un'organizzazione comunista trockijsta non legata al CLN, e circa 75 erano di religione ebraica. Altri, fino a raggiungere il numero previsto, furono detenuti comuni. Quindi circa metà dei giustiziati furono partigiani detenuti; di questi, cinquanta furono individuati e consegnati ai nazisti dal questore fascista Pietro Caruso, dietro minaccia da parte tedesca di procedere con un rastrellamento arbitrario del quartiere di Piazza Barberini. Non mancarono tuttavia tra gli uccisi i rastrellati a caso e gli arrestati a seguito di delazioni dell'ultim'ora

    L'esecuzione bestiale

    Il massacro fu organizzato ed eseguito da Herbert Kappler, all'epoca ufficiale delle SS e comandante della polizia tedesca a Roma, già responsabile del rastrellamento del Ghetto di Roma nell'ottobre del 1943 e delle torture sui partigiani detenuti nel carcere di via Tasso.

    L'ordine di esecuzione riguardò 320 persone, poiché inizialmente erano morti 32 soldati tedeschi. Durante la notte successiva all'attacco di via Rasella morì un altro soldato tedesco e Kappler, di sua iniziativa, decise di uccidere altre 10 persone. Erroneamente, causa la "fretta" di completare il numero delle vittime e di eseguire la rappresaglia, furono aggiunte 15 persone, e non 10. I cinque malcapitati in più nell'elenco furono trucidati con gli altri perché, se fossero tornati liberi, avrebbero potuto raccontare quello che era successo. I tedeschi, dopo aver compiuto il massacro, infierendo sulle vittime, fecero esplodere numerose mine per far crollare le cave ove si svolse il massacro e nascondere, o meglio rendere più difficoltosa, la scoperta di tale eccidio.

    La rappresaglia non poté essere affidata ai sopravvissuti del SS-Polizei-Regiment "Bozen", i quali si rifiutarono di vendicare in quel modo i propri compagni uccisi.

    L'esecuzione iniziò dopo sole 23 ore dall'attacco di via Rasella, e venne resa pubblica ad esecuzione avvenuta. La stessa segretezza avvolse la notizia ufficiale dell'attentato subìto dalle truppe occupanti, notizia diffusa assieme a quella della rappresaglia per ragioni propagandistiche secondo una direttiva del Minculpop.

    Processi ai responsabili dell'eccidio

    Nel dopoguerra, Herbert Kappler venne processato e condannato all'ergastolo da un tribunale italiano e rinchiuso in carcere. La condanna riguardò i 15 giustiziati non compresi nell'ordine di rappresaglia datogli per vie gerarchiche. Colpito da un tumore inguaribile, con l'aiuto della moglie riuscì ad evadere dall'ospedale militare del Celio, il 15 agosto 1977, e a rifugiarsi in Germania, ove morì pochi mesi dopo, il 9 febbraio 1978. Anche il principale collaboratore di Kappler, l'ex-capitano delle SS Erich Priebke, dopo una lunga latitanza in Argentina, è stato arrestato ed estradato in Italia, ove, processato, è stato condannato all'ergastolo per la strage delle Fosse Ardeatine. Morirà a Roma in data 11 Ottobre 2013. Anche Albert Kesselring, catturato a fine guerra, fu processato e condannato a morte il 6 maggio 1946 da un Tribunale Alleato per crimini di guerra e per l'eccidio delle Fosse Ardeatine, ma la sentenza fu commutata nel carcere a vita. Nel 1952 fu scarcerato per motivi di salute e fece ritorno in Germania, dove si unì ai circoli neonazisti bavaresi. Morì nel 1960 per un attacco cardiaco.

    Il Sacrario delle Ardeatine

    Subito dopo la fine della guerra il comune di Roma bandì un concorso per la sistemazione delle cave ardeatine e la costruzione di un monumento in ricordo delle vittime dell'eccidio nel luogo stesso in cui avvenne: le cave di pozzolana della via Ardeatina; fu il primo concorso d'architettura nell'Italia liberata.

     

     

     

     

  • Smuraglia: "Perchè il 12 non ci saremo"

    Cari amici, vi ringrazio di cuore per aver insistito sulla nostra partecipazione alla giornata del 12 ottobre e vi assicuro che sono veramente dispiaciuto di non poter essere con voi ad una manifestazione nella quale convergono obiettivi, sui quali c’è piena condivisione da parte nostra (difesa e attuazione della Costituzione; rafforzamento del “sentimento della Costituzione”, come base fondamentale della convivenza civile, sociale e politica), ed altre idee e prospettive, davvero più ampie.

    Forse queste ultime vanno anche al di là della stessa volontà dei promotori, ma ci sono e su di esse, con tutta sincerità, non possiamo coinvolgere la nostra Associazione di cui dobbiamo salvaguardare l’identità, oltre alla tradizione ed a tutto ciò che ha significato e significa, per noi, la “nuova stagione” dell’ANPI.

    Purtroppo, c’è stato un metodo, per arrivare a questa manifestazione, che non ha consentito di confrontarci e discutere su come proseguire dopo la manifestazione di Bologna del 2 giugno. Se ciò, invece, fosse stato possibile avremmo potuto disperdere – tutti insieme – gli equivoci (se tali sono) che si sono creati. Noi siamo convinti che ci sia, prima di tutto, da condurre una battaglia contro le riforme costituzionali che si vanno progettando e purtroppo sono già in cammino in Parlamento.

    Questa battaglia non può essere solo di una parte dei cittadini, ma dev’essere la più estesa e condivisa possibile, anche per l’eventualità (tutt’altro che improbabile) che alla fine si debba ricorrere al referendum, per il quale non basta solo la partecipazione attiva della sinistra, ma necessita di una partecipazione davvero unitaria di tante cittadine e cittadini, perfino al di là delle loro specifiche convinzioni politiche. Tutto ciò che può dividere o isolare, in questo cammino, non ci troverà consenzienti, perché troppo rischioso e improduttivo.

    Si è detto che siamo caduti nell’equivoco del “nuovo soggetto politico”. Possiamo dire senza iattanza che non siamo così ingenui da cadere negli equivoci e che è singolare il fatto che non ci saremmo, comunque, caduti da soli (non vi dice nulla il fatto che le nostre perplessità e riserve siano sorte in seno ad una Associazione come “Salviamo la Costituzione” a cui va il merito di aver sostanzialmente vinto il referendum del 2006; e il fatto che alla fine anche lì sia prevalsa la linea della non partecipazione?); per non dire di altre associazioni, anche assai importanti (la CGIL ad esempio) e attentissime alle tematiche della Costituzione, che il 12 ottobre non ci saranno.

    Questo significa che qualcosa non ha funzionato, nelle dichiarazioni e in un sostanziale (anche se talvolta involontario) incoraggiamento a pensare che si potesse o volesse andare ben oltre il progetto originario. Abbiamo già fatto qualche esempio precedentemente, ma non è inutile farne altri ancora: “personalmente, penso che con questo lavoro non escludente potremo ricostruire i tratti di una sinistra costituzionale” (Rodotà); “non si tratta di fare un partito, ma una grande coalizione sociale per la democrazia e i diritti” (Bonsanti); “per trasformare questo Paese” (Landini); “vogliamo costruire un movimento di pressione … e creare uno spazio agibile da tutti i cittadini per porre una diversa agenda politica” (Rodotà); “c’è una grande domanda di sinistra, a cui dobbiamo dare risposta” (Landini).

    Questi sono obiettivi squisitamente politici, legittimissimi, ma ben lontani dai propositi originali. Certo, si può accettare la dichiarazione che non si intende “costituire un partito politico”, ma non sembra ci sia grande differenza, se non terminologica fra quell’obiettivo e quello di costruire una “massa critica”, uno “spazio per cambiare politica”, una “grande coalizione sociale”.

    In ogni caso, è nostra ferma intenzione proseguire, con tutti, quel cammino intrapreso il 2 giugno, al quale noi abbiamo dato allora un sincero contributo. Abbiamo già proposto  che “Salviamo la Costituzione” si faccia promotrice di un incontro proprio per continuare ed andare avanti insieme, senza più equivoci, né escursioni oltre i limiti consentiti alle Associazioni che hanno una propria tradizione ed una propria identità da conservare.

    E’ singolare che nessuno abbia, finora, raccolto l’invito e la proposta; sicché non è chiaro come si intenda proseguire e dare continuità a quella che appare, allo Stato, solo come una manifestazione di protesta. Ribadiamo con forza l’invito alla partecipazione e ad un cammino comune, partendo dai problemi e dai rischi più attuali per arrivare anche a chiedere, come da sempre facciamo, che la Costituzione venga attuata e realizzata sia nei principi e nei valori di fondo, sia nelle indicazioni perentorie che sui temi più rilevanti essa formula nei confronti di Governi e Parlamenti.

    Un cammino che può essere fatto anche di momenti e di occasioni diverse, ma che tutti debbono contribuire a definire come un percorso veramente comune. Vogliamo assicurare a tutti coloro, iscritti e non iscritti all’ANPI, che ci hanno scritto e raccomandato di valutare tutte le ragioni e possibilmente di tornare sulla nostra decisione, che la Segreteria ha riflettuto a lungo, tenendo conto di tutti i contributi pervenuti, ma alla fine ha concluso che la prima decisione, adottata solo per tutelare la nostra Associazione, è l’unica che ci consentirà di proseguire anche dopo il 12 ottobre su un cammino che vorremmo condividere unitariamente, anche per il futuro. Con fraterni saluti e con un sincero e sentito “arrivederci”.                                                                

    Carlo Smuraglia, presidente Nazionale ANPI

  • Smuraglia: "Abolire la Bossi-Fini è un atto di giustizia e umanità"

    Anche il presidente dell'Anpi, Carlo Smuraglia, ha sottoscritto la raccolta di firme lanciata da "Repubblica" per richiedere l'abolizione della legge Bossi-Fini che regola l'immigrazione in Italia. Alla campagna hanno già aderito molti nomi di politici, big dello spettacolo e del mondo accademico.

    http://www.repubblica.it/politica/2013/10/10/news/oltre_42mila_firme_per_dire_no_alla_bossi-fini-68282355/

    Questa la dichiarazione di Smuraglia:

    "Sottoscrivo l'appello con assoluta e ferma convinzione che occorre compiere al più presto un atto di giustizia e di umanità contro ogni violazione dei diritti umani e contro ogni forma, diretta e indiretta, esplicita o implicita, di razzismo. Un Paese civile non può tollerare ancora lo scempio e i drammi che avvengono sotto i nostri occhi. Ed è tempo anche di riconoscere lo jus soli perché la parola "accoglienza" acquisti finalmente un significato concreto ed esteso. Lo richiede, più di ogni altra cosa, la nostra coscienza civile".

  • Il bassista e fondatore dei Pink Floyd e la lunga ricerca delle spoglie del genitore caduto in Italia

    Il bassista e fondatore dei Pink Floyd e la lunga ricerca delle spoglie del genitore caduto in Italia, soldato, durante la guerra, quando lui aveva appena cinque mesi. Grazie a Harry Shindler, rappresentante dell'associazione dei veterani dell'esercito britannico, ora c'è anche il rapporto che racconta il combattimento nel quale morì

    "Questa è la fine del mio viaggio". C'erano poche persone e molto vento al sacrario militare di Cassino quando, la scorsa primavera, Roger Waters spuntò come un marziano davanti al cancello del cimitero. Il prato verde smeraldo e le migliaia di croci bianche per i soldati del Commonwealth caduti nella battaglia di Montecassino, il drappello di curiosi che avevano riconosciuto il bassista e fondatore dei Pink Floyd, la telecamera di una tv locale. Qualche parola, gli occhi lucidi e poi via, a bordo dell'auto con i vetri oscurati. La fine di un viaggio lungo quanto un'intera esistenza, la vita segnata dalla morte in guerra del papà - Eric Fletcher Waters - quando Roger aveva cinque mesi e da quell'assenza paterna che ispirerà tante opere del leggendario musicista. When the Tigers Broke Free su tutte, la canzone che attraversa la parte iniziale del film The Wall (1982), ma che curiosamente non era tra i brani dell'omonimo disco dei Pink Floyd uscito nel 1979 (gli altri componenti del gruppo la scartarono perché troppo legata alle vicende personali di Waters, salvo poi riapparire nella compilation Echoes del 2001 e nella versione rimasterizzata di The Final Cut, del 2004).

    Un vuoto che Roger ha cercato di colmare anche con il viaggio a Cassino dove, oltre ai caduti nella battaglia dell'abbazia, sono commemorati tutti i soldati britannici morti in Italia durante il secondo conflitto mondiale, ma dei quali non è noto il luogo della sepoltura. Un pannello del sacrario è dedicato al sottotenente Eric Fletcher Waters, caduto il 18 febbraio 1944 a pochi chilometri da Anzio durante un attacco dei tanks nazisti alla testa di ponte alleata: questo Roger lo ha sempre saputo, però non è mai riuscito a scoprire dov'è sepolto il corpo. In quale fossa senza croce, sotto quale albero sconosciuto... Una ricerca che continua, anno dopo anno sempre più disperata.

    Trovare almeno il nome del padre nel sacrario di Cassino ha comunque allentato l'assedio dell'angoscia, ed ora spunta anche un foglio di carta ingiallita che riempie un altro tassello del puzzle di Eric Fletcher Waters. È il rapporto stilato dal tenente colonnello J. Oliver-Bellasis, comandante dell'Ottavo Battaglione dei Royal Fusiliers, al termine del combattimento nel quale trovò la morte il padre di Roger. Lo ha recuperato Harry Shindler, il rappresentante in Italia dell'associazione dei veterani dell'esercito britannico, un novantenne che dedica ogni giorno della propria vita alla ricostruzione delle piccole-grandi storie lacerate dall'oblio. Anche Harry era ad Anzio nel febbraio del 1944 (meccanico aggregato al Reggimento di fanteria Sherwood Foresters) e ricorda bene il punto dove, secondo le indicazioni del rapporto, è caduto Eric: "Praticamente una buca nel fango e tra i rovi. Una di quelle postazioni talmente vicine al nemico, che nelle nostre canzoni dicevamo che i tedeschi volevano venire a pranzo da noi". Il corpo di Eric Fletcher Waters potrebbe essere stato seppellito dai compagni proprio lì, o magari - come pensa Shindler - disintegrato dalle granate.
                                               

                           

    Il rapporto che descrive il combattimento nel quale perse la vita il padre di Roger Waters

    Il documento recuperato da Shindler è una sintesi serrata dello scontro che coinvolse la Compagnia "Z", quella del sottotenente Waters: tra intensi bombardamenti di cannoni e mortai, alle 11.05 del 17 febbraio una pattuglia della Compagnia "Z" riferisce che le vecchie postazioni delle compagnie "X" e "Y" ormai "sono occupate dal nemico". Alle 17.45 la Compagnia "Z" comunica di aver subito un nuovo attacco: "I Boche (epiteto usato fin dalla prima guerra mondiale per definire i soldati tedeschi, derivato dal francese "caboche", testone - ndr) hanno intimato alla Compagnia "Z" di arrendersi, ma la risposta è stata una scarica di mitragliatrice". Il rapporto spiega che alle 19 i tedeschi hanno deciso di ritirarsi. Alle 21.15 viene inviata una pattuglia di rinforzo alla postazione occupata dalla Compagnia "Z". Il punto (830300, le coordinate sulla mappa militare) viene chiamato "Wadi": "È un termine derivato dall'egiziano - si ricorda Harry Shindler - che usavamo fin dai tempi della campagna africana per indicare, appunto, una sorta di fossa". "Notte tranquilla", aggiunge il rapporto.
    Alle 6.30 del mattino del 18 febbraio "messaggio dal settimo battaglione Oxf & Bucks che è sotto attacco e che sente rumori di cingolati davanti a sé". Ore 7.15: la Compagnia "Z" è attaccata da circa 50 "Boche" che vengono "respinti". Alle 10.15 nuovo attacco alla Compagnia "Z", "questa volta con più soldati. Nemico vicinissimo ai plotoni avanzati. Impossibile inviare rinforzi perché la Compagnia "R" ha problemi sul fianco destro".
    La situazione precipita e, alle 11.10, "la Compagnia "Z" riferisce di essere circondata dai nemici. In corso un combattimento molto violento". Lapidario il passaggio successivo del rapporto: "Ore 11.30 - il sottotenente Waters ucciso e il sottotenente Hill ferito. La situazione è critica. Messaggio ricevuto via radio: ora troppo tardi per i rinforzi". È la fine di Eric Flechter Waters, che il figlio Roger racconterà nella canzone When the Tigers Broke Free, trasformata poi in immagini nel film The Wall diretto da Alan Parker: "Così gli alti comandi - recita l'ultima, polemica strofa - hanno strappato da me mio padre". Un'invettiva che ha un precedente nel testo di Free Four, brano del 1972: "Tu sei l'Angelo della Morte, io sono il figlio dell'uomo morto. Lui è stato ucciso come una talpa nella tana della volpe".

     

     

  • 9- giorno per giorno

    6 ottobre 1943- Gli Alleati occupano il fronte meridionale del Volturno. Raggiunta e liberata Capua.   Dopo averle cedute ai rinforzi tedeschi, sono riconquistate le posizioni attorno a Termoli e al Biferno.   In Montenegro i resistenti italiani perdono 347 alpini tra morti, feriti e dispersi.

    7 ottobre 1943- Gli Alleati premono sul governo del Sud affinché l'Italia dichiari guerra alla Germania.  Il generale Puntoni da Brindisi scrive - Gli anglo-americani ci tengono per il collo e ci adoperano come vogliono: Badoglio é la loro marionetta. UNa volta dichiarata la guerra alla Germania i tedeschi scateneranno la loro vendetta  con la ferocia che li distingue e chi ne farà le spese saranno gli italiani che si trovano nelle zone sotto il loro controllo. L'unica speranza é che Hitler sia trattenuto dalla sua amicizia con Mussolini.-   Da quanto scrive il graduato sembrerebbe che egli, posto negli alti comandi, sia all'insaputa delle stragi che i tedeschi hanno e stanno commettendo ai danni della nostra popolazione e degli stessi nostri soldati. Da questo brano si evince che lo Stato Maggiore italiano sia all'oscuro delle stragi, delle deportazioni di militari, di partigiani e di civili che sono avvenute e stanno avvenendo fuori e dentro il territorio nazionale da parte tedesca e fascista. Sarà verò o é un tentativo di chiamarsi fuori da tante responsabilità da parte del re e del suo governo?   La 5.a Armata americana ammassa uomini sul Volturno.   L'attacco al fronte previsto per il 10 viene posticipato alla notte tra il  12 ed il 13 successivi.   I tedeschi resistono in Russia.

    8 ottobre 1943- Badoglio incita il re, che invece indugia, alla dichiarazione di guerra alla Germania.   Puntoni rimarca - A Sua Maestà ha detto (Badoglio) di aver seguito i suoi consigli mentre in realtà deve essersi impegnato con Eisenhower per una dichiarazione a breve scadenza.-   Come sostenuto invece dal nostro collaboratore Massimo Coltrinari nel suo testo "Salvare il salvabile" i tentennamenti del re hanno solo la motivazione  nel tentativo di "salvare il salvabile" e i suoi interessi dinastici sin dall'insediamento dello stesso Badoglio passando poi per la trattativa della resa di Cassibile e la liberazione del Duce.   Da Algeri dove si trova adibito presso il comando alleato, il gen Castellano fa sapere che la proposta di impiegare 10 divisioni italiane nella lotta ai tedeschi al fianco degli Alleati é stata respinta.   Tra i motivi del rifiuto dovuto alla scarsa fiducia, vi é la mancata difesa ad oltranza della capitale. IN particolare non si comprende come 7 divisioni italiane si siano fermate davanti a 2 divisioni tedesche. Hannover é martoriata dalle bombe inglesi e le attrezzature industriali distrutte.

    9 ottobre 1943-  Impianti per la fabbricazione di aerei della Luftwaffe vengono colpiti e distrutti sul territorio tedesco da 378 bombardieri americani che colpiscono anche i centri petroliferi polacchi sul Baltico occupati dai tedeschi. "Successo" tedesco nel Mar d'Azov. Spinti dall'incedere dell'Armata Rossa nella regione caucasica i tedeschi riescono in 34 giorni a sgombrerare l'area di 202.474 soldati e civili, 54664 cavalli, 15237 automezzi, 20600 carri, 1196 cannoni e 94937 tonnellate di munizioni.  

    10 ottobre 1943- Secondo una fonte americana le perdite di militari a stelle e striscie ammonta a 22892 morti, 35072 feriti, 32912 dispersi e 23383 prigionieri.

  • 8- giorno per giorno

    1 ottobre 1943- Gli alleati occupano Napoli.   Liberato il Gargano e presi gli aereoporti attorno a Foggia. Il fronte si sposta sulla linea Termoli-Vinchiaturo.   Da Berlino Hitler annette al III Reich Trento, Bolzano e Belluno ribattezzandole Alpenvorland mentre annettendosi Udine, Gorizia, Trieste, Lubiana, Fiume e Pola le chiamerà Adriatisches Kusteland.   Dopo 19 giorni di fuoco intenso si arrendono le truppe italiane che difendono il porto jugoslavo di Sinj. Fucilato lo Stato Maggiore.   A Trilj 47 ufficiali italiani vengono passati per le armi sceltri tra gli olter 400 soldati che avevano rifiutato di aggregarsi ai tedeschi.

    2 ottobre 1943- Nel pomeriggio, nei pressi di Porta Cartara, ci fu uno scontro tra alcuni ragazzi del San Marco e dei soldati nazisti. Durante la notte si susseguirono notizie allarmanti su un’imminente azione di accerchiamento che i tedeschi stavano intraprendendo: ≪Io ero appena una ragazzina e abitavo a Carpineto, dove vidi il passaggio dei tedeschi che andavano ad attaccare il San Marco – ricorda Gina Vagnoni. La notte del 2 ottobre passarono, infatti, diverse colonne di camion tedeschi lungo la strada, mentre il giorno successivo tutto il paese fu invaso da gruppi di soldati che, a piedi, si dirigevano verso la montagna≫ (Battistini, Di Sante 2003, p.69). In effetti una camionetta tedesca con mitragliera aveva cominciato a battere la campagna nel tardo pomeriggio per poi fermarsi con il sopraggiungere del buio. Durante la notte giunsero notevoli rinforzi e vennero piazzate artiglierie naziste lungo i colli dai quali si poteva colpire facilmente il San Marco, facendo cadere il presupposto tattico dei partigiani. A Roma il Maresciallo Graziani esorta all'arruolamento i soldati italiani che, secondo il proclama del Comando tedesco, saranno considerati soldati germanici.   A sostegno dell'avanzata degli Alleati sul fronte adriatico, Commandos inglesi sbarcano a Termoli olterpassando la linea del fronte.   Una testa di ponte si consolida lungo la valle del Biferno.   In Grecia reparti italiani continuano la resistenza. I tedeschi rispondono con la fucilazione degli ufficiali italiani, quando questo é loro possibile, indignati dall'eccezionale resistenza dei nostri soldati e dalle gravi perdite subite negli scontri. Questo nella zona di Coo dove i germanici riescono a conquistare l'aereoporto, il più importante dopo Rodi, facendo fuori la guarnigione italiana soccombente dopo il mancato invio di rifornimenti dagli inglesi. 

    3 ottobre 1943-  All’alba del 3 ottobre un intero battaglione di esperti paracadutisti della divisione Herman Goering attaccarono il rifugio di San Giacomo e circondarono il Colle San Marco vicino Ascoli Piceno.  Iniziò una cruenta battaglia che fu interrotta da un provvidenziale terremoto intorno alle dieci della mattina. Ma lo spavento dovuto all’evento sismico durò poco e già prima di sera ricominciarono i combattimenti. Molti partigiani ne avevano approfittato per fuggire, quelli che erano rimasti combatterono e resistettero finché poterono, poi si ritirarono di fronte all’offensiva tedesca. I due capitani e una trentina di uomini raggiunsero il versante abruzzese. Alle Rocce e alle Vene Rosse, gruppi isolati si difesero strenuamente prima di essere catturati e condotti al Forte Malatesta. Da lì, il giorno successivo, furono trasferiti in un campo di concentramento di Spoleto, per poi essere deportati in Germania. Serafino Ficerai, uno dei primi ad unirsi alla banda, si salvò miracolosamente gettandosi in un burrone: ≪Era un inferno: le bombe riducevano in polvere le rocce delle Vene Rosse e la terra intorno a noi tremava come se fosse scossa da un terremoto. Mano a mano, vedevamo il loro tiro farsi più accurato e il cielo sopra di noi segnarci di razzi rossi e verdi, lanciati per segnalare la nostra posizione agli artiglieri. Intanto, il gruppo che ci aveva sparato per primo, stava avanzando velocemente verso di noi ed era ormai così vicino che giungemmo a lanciargli contro le nostre bombe a mano. Era la fine: inchiodati dietro il riparo di sacchi di sabbia, decidemmo di giocare l'ultima nostra carta. Ci lanciammo allo scoperto buttandoci giù da un burrone. Tra rovi, cespugli e alberi, rotolammo per circa venti metri e ci andò bene≫ (Battistini, Di Sante 2003, p.69). 

    Gli americani occupano Benevento. Sanguinosi scontri si registrano lungo il Biferno dove i tedeschi rinforzano la difesa nel tentativo di arginare la testa di ponte.

    4 ottobre 1943- Hitler dispone una linea difensiva che si attesta tra Gaeta e Ortona (Linea Gustav).   Una compagnia di bersaglieri libera Bastia capoluogo corso.   Nella liberazione della Corsica partecipano anche unità marocchine e statunitensi. L'ammiraglio inglese Cunningham viene posto a capo della marina alleata per le operazioni in Mediterraneo. 

    5 ottobre 1943-  Il 5 ottobre i tedeschi fucilarono sedici prigionieri catturati durante gli scontri sul Colle San Marco. Complessivamente nell’attacco al colle caddero una trentina di uomini. Nella sera si ricostituì ad Ascoli una locale federazione fascista.   In Albania 120 salme sono gettate in mare dai nazisti. Sono le salme di uifficiali della Divisione Perugia.

     

  • Quando i testimoni non ci saranno più. Giuseppe Bolgia e l'Angelo del Tiburtino

    Quando David Bidussa, nel suo acuto saggio Dopo l’ultimo testimone, s’interrogò su quale sarebbe stato il futuro della Memoria dopo la scomparsa di chi aveva vissuto in prima persona la Shoah, la Resistenza, il fascismo, l’occupazione tedesca e la seconda guerra mondiale, si riferiva certamente anche ai loro figli.Anche a me è capitato, in giro per l’Italia a parlare di questi temi, di conoscere di frequente figli di deportati, di perseguitati politici e razziali, di partigiani, di internati militari, che hanno raccolto l’eredità dei genitori, con passione e coraggio civile. Purtroppo il tempo passa e anche i figli cominciano a scomparire. È il caso di Giuseppe Bolgia, morto ieri a Roma, a pochi giorni dalla cerimonia di ricollocamento presso la Stazione Tiburtina della lapide in ricordo del padre, la medaglia d’oro al merito civile Michele Bolgia, in programma il 16 ottobre alle ore 12, presso il binario 1. La storia di Giuseppe è drammatica. Appena dodicenne, aveva perso la mamma, durante i bombardamenti alleati del 19 luglio 1943. Dopo l’armistizio, il padre Michele, ferroviere, decise di non potere essere testimone inerte del delitto della deportazione di migliaia di persone, che partivano dalla Stazione Tiburtina per essere avviati ai campi di lavoro e di sterminio. Così, in collaborazione con la formazione partigiana della Guardia di Finanza, in più occasioni riuscì ad aprire i portelloni dei carri ferroviari, togliendo il piombo dai vagoni sigillati e salvando molte persone dalla deportazione. Fu catturato su delazione di fascisti e fu ucciso dai nazisti alle Fosse Ardeatine. La sua vicenda è stata ricostruita di recente da Gerardo Severino nel libro L’angelo del Tiburtino. Giuseppe si è battuto in questi anni affinché la memoria di quei fatti non si spegnesse, partecipando a tutte le commemorazioni e non smettendo mai di raccontare la sua storia nelle scuole e nelle piazze. Anche lui era un Testimone. Il suo impegno e gli atti di eroismo del padre saranno ricordati il 16 ottobre, alle ore 17, all’Isola Tiberina, presso l’Ospedale Fatebenefratelli.
    (L'Unione Informa e moked.it dell'8 ottobre 2013)

  • Ancona. Forza Nuova solidale con gli assassini di Albadorata

    I deputati del Pd Emanuele Lodolini ed Emanuele Fiano hanno presentato stamani un'interrogazione al Ministro dell'Interno relativamente alla manifestazione di Forza Nuova svoltasi al Porto di Ancona nella notte di mercoledì 2 ottobre in solidarietà al movimento politico greco denominato Alba Dorata.

    Alba Dorata è un movimento greco, che si dichiara di ispirazione neonazista, che diffonde idee discriminatorie e razziste, che si è distinto per aver favorito, con le sue pubbliche prese di posizione, un clima di odio e di discriminazione razziale ed è gemellato con Forza Nuova. In base alla cd. Legge Mancino è vietata ogni organizzazione, associazione, movimento o gruppo avente tra i propri scopi l'incitamento alla discriminazione o alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi e che chi partecipa a tali organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi, o presta assistenza alla loro attività, è punito, per il solo fatto della partecipazione o dell'assistenza, con la reclusione da sei mesi a quattro anni, mentre coloro che promuovono o dirigono tali organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi sono puniti, per ciò solo, con la reclusione da uno a sei anni.

    I deputati Pd, tramite l'interrogazione, chiedono qual è l’opinione del ministro interrogato sulla conformità della manifestazione di Forza Nuova nella città di Ancona ai presupposti di tutela dell'ordine pubblico, e se e quali iniziative intenda adottare al fine di verificare la compatibilità con l’ordinamento italiano, sul piano della legittimità democratica, di un movimento come Forza Nuova che esplicitamente di dichiara gemellato con un partito che fa dell’incitamento alla violenza e alla discriminazione razziale uno dei propri punti distintivi"

     

    da On. Emanuele Lodolini parlamentare Pd di Ancona

  • Il cordoglio di Napoliatno

    Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha ricordato il regista inviando ai familiari un messaggio di cordoglio: "La tragica notizia della morte di Carlo Lizzani mi addolora profondamente, per l'amicizia che ci legava da molti decenni e per tutto quel che ha saputo dare al cinema, alla cultura, allo sviluppo democratico del nostro paese: coraggio e passione della battaglia per la Liberazione dell'Italia dal nazifascismo, nella ferma valorizzazione e difesa dei valori della Resistenza, nella creazione artistica sempre radicata nella realtà e nei travagli della nostra Italia. Era rimasto anche negli anni più recenti - prosegue - nonostante l'età e le difficoltà di salute, straordinariamente  presente e combattivo in ogni confronto e in ogni sforzo di passaggio del testimone alle nuove generazioni. Rivolgo a tutti i familiari le mie più sincere e affettuose condoglianze"

  • Carlo Lizzani non c'é più.

    Carlo Lizzani non c'é più.  Un compagno, un'amico dell'ANPI di Osimo. Non siamo riusciti a coniugare il mio sogno e la sua volontà: quella di vederci ad Osimo il giorno della "festa della Resistenza", davanti agli osimani, davanti al Premio Nazionale ANPI Fabrizi. . Più volte c'eravamo chiamati al cellulare riprottendoci ogni volta di sentirci più avanti, il prossimo aprile magari, il prossimo Premio Fabrizi dicevamo, quando cioè, non fosse stato chiamato dai colleghi per una consulenza o quanto la moglie sarebbe stata meglio. "Sai Armando, aprile é il mese più faticoso, é il mese dove si gira, quando c'é una luce adatta alle riprese"; faccio fatica, ma ti prometto che verrò.  Così non sarà più. Non ci siamo mai incontrati di persona, ma a sentire la sua voce era come averlo davanti; mi parlava come se ci conoscessimo da sempre: l'ideale antifascista, la Resistenza, la passione per la testimonianza, era questo che ci faceva sentire vicini, compagni di una stessa avventura. Proprio in questi giorni ricorre il 70° del ricatto tedesco agli ebrei del ghetto di Roma che Carlo tradusse in quel film storico, non solo per argomento, come "l'Oro di Roma" del 1961. Sappiamo che qualche dirigente RAI e giornalisti di LA7 ci seguono e per questo ci piacerebbe che qualcuno di loro cogliesse il nostro auspicio di poter celebrare i due eventi proprio con questa pellicola.   Alla famiglia di Carlo Lizzani rivolgo personalmente e a nome dell'intera ANPI le più sentite condoglianze.   "Addio Maestro!" .

     

  • Comunicato. Ufficiale la data della decima edizione del Premio Nazionale Fabrizi

    L'ANPI delle Marche, quello provinciale di Ancona, la sezione ANPI di Osimo annuncia formalmente che la decima edizione del Premio Nazionale Fabrizi si terrà a Osimo il prossimo sabato 30 novembre.   La decima edizione, essendo appunto un'edizione speciale, avrà un tema unico: la Costituzione e la sua difesa. Un'occasione unica che ha colto il favore della Presidenza della Camera dei Deputati che ha dato il suo patrocinio per il quale ringraziamo la presidente on. Laura Boldrini, come pure la Fondazione Sandro Pertini di Firenze oltre al tradizionale patrocinio dell'IRSMLM di Ancona.

    La manifestazione del decennale avrà una prima fase con un seminario nazionale al mattino con gli istituti scolastici superiori di Osimo seguito dalla classica cerimonia di premiazione nel tardo pomeriggio. Entrambe le manifestazioni si terranno al Teatro comunale La Nuova Fenice di Osimo.   Il seminario tratterà alcuni aspetti del dettato costituzionale normativi della vita civile del nostro Paese quali: il lavoro, la cultura, l'ambiente e la giustizia.

    Gli emeriti, che saranno premiati nel pomeriggio sempre al teatro municipale, sono già in massima parte determinati. Tra pochi giorni una conferenza stampa ne indicherà i nomi che hanno tutti risposto con la massima attenzione all'invito dell'ANPI.   Tra questi la Presidente della Camera, legata anche affettivamente al Premio Fabrizi per averlo ricevuto nel 2011.   La speranza da parte di tutti é di rivederla nella sua nuova veste di massimo rappresentante dello Stato, quello Stato nel quale l'ANPI non smetterà mai di credere, per il quale Osimo, la Provincia di Ancona e le Marche hanno dato un contributo deciso quanto determinante.     

     

  • Picelli "il ribelle". L'antifascista inviso a Stalin

    Il libro della settimana:'Guido Picelli una vita da rivoluzionario'

    Come morì Guido Picelli, il leggendario comandante comunista  degli Arditi del Popolo di Parma che, nell’agosto del 1922, tennero testa alle  squadracce fasciste che volevano occupare la città? Neanche il libro di  Giancarlo Bocchi, regista e autore di documentari di impegno civile, può dare  una risposta. Nel suo recente volume "Il ribelle. Guido Picelli una vita da  rivoluzionario", che comprende il Dvd dell’omonimo film ed è pubblicato da Imp,  ricorda i tanti dubbi e i misteri sulla fine dell’eroe dei combattimenti  dell’Oltretorrente, caduto agli inizi del gennaio del 1937 sul fronte spagnolo  alla testa del Battaglione Garibaldi. Fu una pallottola franchista a farlo  fuori? Oppure, come è stato ipotizzato, furono gli agenti stalinisti a uccidere  un comunista ormai in pieno contrasto con Mosca e con il Pci, sospettato di  essere vicino ai trozkisti del Poum? Non pare inverosimile, visto che l’ex capo  degli Arditi del Popolo già a Mosca, dove si era rifugiato nel ‘32 dopo il  carcere e il confino in Italia, era stato perseguitato dagli stalinisti.

    Il libro di Bocchi, corredato da documenti d’archivio e da  diverse fotografie, rende comunque pieno e giusto omaggio a una delle figure più  limpide e romantiche del proletariato rivoluzionario tra il "biennio rosso" e la  guerra di Spagna.

     

     

     La bandiera degli Arditi del Popolo

       Picelli

  • "Ventotene: Antifascismo al futuro".

    "Ventotene: Antifascismo al futuro". L'appuntamento - con cui prosegue l’impegno dell’ANPI nazionale nell’educazione dei giovani all’antifascismo - è dal 4 al 6 ottobre 2013.


    Dopo la “Garibaldeide”, un viaggio in Sardegna di tre giorni (2011) nei luoghi dell’esilio dell’eroe dei 2 mondi – figura fortemente esemplare di anticipatore delle lotte per i diritti e la democrazia – e la festa nazionale dell’Associazione a Marzabotto nel 2012, dove i ragazzi hanno potuto toccare con mani e coscienza un simbolo della barbarie nazifascista, dal 4 al 6 ottobre 50 giovani approderanno in una nota terra di confino degli antifascisti: l’isola di Ventotene.

    Qui furono reclusi, tra gli altri, personaggi del calibro di Sandro Pertini e Altiero Spinelli.
    Un’ulteriore occasione, questa iniziativa, per dire che vincenti contro il neofascismo prepotente di questi ultimi tempi non sono solo le doverose prese di posizione, ma soprattutto la formazione delle nuove generazioni.

    La delegazione dell’ANPI Nazionale sarà composta da: Carlo Smuraglia, Presidente Nazionale dell’ANPI  Marisa Ferro – Carla Argenton – Andrea Liparoto: componenti della Segreteria Nazionale; Paolo Papotti: componente del Comitato Nazionale; Silvia D’Arpino: staff ANPI Nazionale. Sarà presente anche Vincenzo Calò, Coordinatore Regionale ANPI Lazio.

    La delegazione marchigiana é composta da tre giovani i quali il nostro Niccolò Duranti della sezione ANPI di Osimo.

  • Lutto nazionale

    L'ANPI di Osimo e il Coordinamento tra le ANPI di Camerano, Castelfidardo, Filottrano Numana/Sirolo partecipano al Lutto Nazionale deciso per onorare la memoria delle vittime dell'affondamento del "Peschereccio della Speranza" a Lampedusa. Uno stato civile non può sopportare tutto questo; un'Europa dei Popoli non può sopportare questo.  Per chi ha lottato e sofferto una guerra così come le povere vittime di un'altra guerra, di qualsiasi altra guerra, la cultura dei respingimenti e della difesa delle frontiere non appartiene, ma solo la cultura della solidarietà e della carità.   Una cultura quest'ultima cui deve appropriarsene l'Europa intera.

  • In due comuni, a Nosate e a Belgirate, tra i consiglieri ci sono anche iscritti al Nsab, il movimento nazionalista e socialista dei lavoratori

    Sfrutta le leggi elettorali dei piccoli centri per insinuarsi nelle istituzioni. Obiettivi: "No allo ius soli, immigrazione extraeuropea vietata e lotta ai giudici in carriera"

    La loro strategia è sottile e ben definita: insinuarsi nelle istituzioni, partendo dai piccoli comuni. Sono i nuovi nazisti, i membri del Nsab (in tedesco Nationalsozialistische Arbeiter Bewegung, movimento nazionalista e socialista dei lavoratori), i primi nazionalsocialisti eletti in un'istituzione europea dal dopoguerra. In due realtà del nord Italia - Nosate, in provincia di Milano, e Belgirate, in provincia di Verbania - sono riusciti a far eleggere rispettivamente due e quattro consiglieri comunali. Con una tecnica semplice e al contempo sofisticata. Nei comuni con meno di mille abitanti, se alle elezioni amministrative si presentano solo due liste, bastano infatti pochissimi voti per entrare in consiglio comunale. Inoltre chi presenta le liste elettorali non hanno obbligo di residenza. E i neonazisti hanno presentato propri candidati nei comuni in cui più alta era la probabilità che ci fosse una sola lista come a Cesara (Vb) o a Soriso (No).

    Nell'ultima tornata amministrativa il loro tentativo è fallito grazie all'intervento dei sindaci: individuata la strategia del movimento, si sono adoperati per garantire quasi ovunque, la presenza di almeno due liste. Dove sono intervenuti, il pericolo nazista è stato sventato. Ma l'insuccesso non ha frenato le ambizioni del movimento nazionalsocialista dei lavoratori.

    Abbiamo incontrato gli iscritti: hanno accettato di illustrate la loro proposta politica solo tramite domande e risposte scritte, interpretate in video da un attore.
    "La nostra è un'associazione politica costituitasi nel gennaio 2002 - spiegano - si rifà a partiti nati nella seconda metà dell'800 negli Stati dell'Europa centrale. Per quanto riguarda il tesseramento, considerando il periodo di sospensione dalla fine del 2003 al dicembre 2012, nell'ultimo deposito all'autorità competente risultavano circa 200 persone, tra iscritti, candidati elettorali e richiedenti". Sull'immigrazione hanno le idee chiare. "Va regolamentata a livello europeo, adottando il principio dello ius sanguinis, unico criterio per conferire la cittadinanza nazionale e continentale. L'immigrazione extraeuropea va invece fermata".

    A Nosate e a Belgirate sono rimasti ai margini della vita politica locale. Un atteggiamento studiato? "A Nosate ci diamo il merito di essere stati i primi ad opporci alla terza pista di Malpensa - affermano - a Belgirate ci siamo battuti contro la privatizzazione dell'acqua potabile, qualche anno prima del referendum".

    Propongono un parlamento formato da 200 deputati e 100 senatori, eletti in liste uniche di partito; l'eliminazione del mestiere di giudice e una magistratura composta da toghe senza carriera e senza stipendio, elette dal popolo con mandato a termine. Vogliono due sole forze di polizia (ordinaria e istituzionale) e un unico comando militare. "Dietro a noi non ci sono finanziatori occulti: tutto è frutto solo della nostra volontà.

     

  • 7- giorno per giorno

    27 settembre 1943- Truppe alleate occupano Cava dei Tirreni in Campania ed altri centri fino a Cerignola (Puglia).   Proveniente da Lagosta raggiunge il porto di Bari il piroscafo Fanny Bruner con 1050 italiani.   Iniziano gliscontri a Napoli che si vede razziare derrate e quant'altro e inizia la deportazione. Per quattro giorni Napoli combattè un'alacre battaglia di quartiere cui presero parte i cosiddetti scugnizi, i piccoli napoletani che spesso s'imolarono con gesta eroiche. Furono denominate appunto "le quattro giornate di Napoli" in virtù anche del ricordo delle Cinque di Milano che provocarono la cacciata degli austroungarici dal capoluogo. Alla fine la solevazione del popolo napoletano provocò la liberazione della città partenopea.   A Rocca delle Camminate (Predappio)viene convocato il primo consiglio dei ministri della RSI. In seno all'assise vengono assegnate le cariche in seno al fascismo repubblichino.   In vista dell'incontro di Malta il re convoca Badoglio. Nell'incontro stesso il re s'intrattiene a lungo sulla questione della dichiarazione di guerra alla Germania.

    28 settembre 1943- Foggia é libera.   Badoglio s'imbarca alla volta di Malta.   Mentre Napoli s'infiamma gli Alleati raggiungono Castellammare di Stabia e Nocera.   La sorveglianza alleata sulla stampa sequestra l'edizione della Gazzetta del Mezzogiorno.   Il Comando viene a conoscenza della fucilazione del gen. Amico (Giuseppe Amico -Capua, 1º novembre 1890 – Slano, 13 settembre 1943). Comandante della Divisione Marche". Questi, catturato dai tedeschi e portato davanti alle sue truppe, venne invitato a parlare loro in termini di collaborazione con i tedeschi. Quando quest'ultimi si accorsero che il generale stava invece incitando i suoi soldati alla resistenza lo massacrarono.   C'é preoccupazione per il fatto che i militari alleati acquistano derrate alimentari facendo venire meno gli approvigionamenti delle popolazioni locali.   Si prospetta il divieto alle truppe liberatrici di requisire i pochi mezzi da trasporto rimasti.   Prosegue frenetico il tentativo di rientro dalla Grecia e dall'Albania di truppe italiane. In dieci giorni vengono trasportati in patria 4796 soldati e 450 prigionieri tedeschi.   Si parla di circa 24.000 soldati in attesa sulla costa albanese e nei dintorni di Spalato. La Divisione Firenze si concentra, ancora armata, su Kruje (interno albanese.)    600 militari imbarcati sul Cosenza sono costretti dall'affondamento della nave a imbarcarsi sull'Ulisse e raggiungono Bari.   Bombardato da 599 aerei inglesi l'importante centro industriale di Hannover in Germania. Non ne faranno rientro in 38.

    29 settembre 1943- Ricevuti i 50 kg d'oro dagli ebrei romani, i tedeschi continuano con le vessazioni ed il sequestro di dopcumenti della comunità ebraica romana.   Il maresciallo Caviglia scrive-  A che serve il governo di Mussolini, retto dalle baionette tedesche, se non riesce a fermare la violenza delle truppe d'occupazione? Quanto può durare?-    Malta: firmato l'accordo lungo.   In sintesi, l'accordo consente il pieno controllo militare e politico degli Alleati sul nostro Paese in 44 articoli.   La stessa radio, i cinema, i teatri, la stampa e le funzioni del governo debbono passare la censura Alleata.   Il solito PUntoni scrive che gli Alleati si sarebbero dimostrati intransigenti. Hanno di fatto imposto la dichiarazione di guerra alla Germania ma rifiutato l'appoggio delle truppe italiane nella liberazione del resto del Sud d'Italia.   Italiani e francesi combattono alacremente per impedire l'imbarco di truppe tedesche dirette in Italia nel porto di Bastia.   Nonostante lo sforzo la marina germanica riuscirà, nel giro di qualche giorno, nell'intento.   Bombardata in Germania Bochun. Truppe sovietiche occupano la parte meridionale del Dniepr.

    30 settembre 1943- Rinnovati appelli dei tedeschi rivolto agli italiani affinché combattano al loro fianco.   Gli Alleati sono ormai alle porte di Napoli. IN città continua la resistenza del popolo.   L'attenzione di Hitler é rivolta verso la Scandinavia nel tentativo di stabilizzare eventuali defezioni della Finlandia dando ormai per perso l'appoggio ungherese.  

     

  • 6- giorno per giorno

    20 settembre 1943-   I tedeschi entrano nella Banca d'Italia e sottraggono 118 tonnellate d'oro. Il re scrive ai presidenti Alleati dell'occidente chiedendo di accellerare la liberazione del paese affinché il medesimo ed il governo Badoglio possa fare ritorno in Roma e prendere possesso dell'intero territorio liberato.   Viene liberata Bari. L'aviazione italiana é autorizzata a fare voli ricognitivi e di bombardamento in Grecia. Sono impiegati 12 velivoli in tutto.  Viene fatto presente ai comandi alleati che occorre trovare mezzi capaci di trasportare 30.000 soldati italiani fermi attorno a Spalato e a Santi Quaranta (Saranda, in italiano anche Santi Quaranta e dal 1939 al 1944 Porto Edda ).

    21 settembre 1943- Eboli é liberata. Il piano del gen. Alexander é calendarizzato in quattro tappe: 1) consolidare il fronte sull'asse Salerno/Bari; 2) la conquista di Napoli e Foggia; 3) occupazione della capitale e dei suoi aereoporti nonché del Centro Comunicazioni di Terni; 4) eventuale liberazione di Arezzo, Firenze e del porto di Livorno.   Da Cefalonia che continua la resistenza ai tedeschi ormai da quasi dieci giorni, si ripete la richiesta di aiuti in pezzi d'artiglieria e di caccia atti a contrastare l'assoluto dominio aereo dei Stukas della Luftwaffe che stanno decidendo l'esito della battaglia.   I sovietici sono sulla linea difensiva tedesca Panther realizzata sul fiume Dniepr nell'odiena Bilorussia che risulta gravemente indebolita.

    22 settembre 1943- I " nuovi" fascisti s'insediano a Roma a palazzo Braschi. Congiuntamente viene lanciato una leva per il lavoro dalle '21 al '25. Offrendo la propria vita in cambio di quella di alcuni ostaggi, il carabiniere Salvo d'Acquisto viene fucilato dai tedeschi a Palidoro (allora nel comune di Roma oggi di Fiumicino).   Un'arresto eccellente viene compiuto dagli occupanti tedeschi: é quello di Mafalda di Savoia che viene trasportata in Germania.   A Napoli viene emesso un bando che impone ai maschi dai 18 ai 33 anni di presentarsi al comando tedesco: rispondono solo in 180.   Due battaglioni di Alpini e due della Divisione Emilia entrano nella resistenza con i partigiani slavi.   Proseguono gli appelli del gen Gandin da Cefalonia per un'intervento immediato che eviti l'ecatombe sui soldati italiani. Alle 11 lo stesso generale ordina la resa senza condizioni.  Da Spalato provano a prendere il largo 5 piroscafi.   Uno di questi, con il comandante slavo, non prende il largo per il rifiuto del comandante stesso, Durante la navigazione il convoglio viene attaccato e al piroscafo Diocleziano , colpito, non rimane che incagliarsi sull'isola di Busi assistito da una corvetta. Sarà una strage che compiranno gli stukas che con voli radenti mitragliano i superstiti. Recuperati i sopravvissuti , il convoglio arriverà a Bari il 25 successivo non senza aver subito un nuovo attacco aereo tedesco.   Il polo industriale importante di Hannover viene attaccato da 658 bombardieri inglesi: alla fine ne mancheranno 25.   I sovietici abbattono definitivamente la linea Panther.

    23 settembre 1943- A Roma viene arrestato il gen. Calvi di Bergolo reo di non giurare fedeltà al neogoverno fascista.   Prosegue la liberazione dei centri urbani della Puglia: dopo Trani vengono liberate Corato e Altamura.   Mussolini annuncia la Costituzione dello Stato Nazionale Repubblicano  (nota anche come Repubblica di Salò; tuttavia, la cittadina lombarda sulle rive del Garda non era né la capitale de facto, né la città sede del Capo di Stato e del governo, ma a Salò avvenivano gli incontri di relazione estera, essendo anche sede del Ministero della Cultura Popolare e degli Esteri e la maggior parte dei dispacci ufficiali recavano l'intestazione "Salò comunica...".) Di fatto la Repubblica Sociale fu riconosciuta, oltre che dalla Germania, anche dall'Impero giapponese e dalla maggioranza degli altri Stati dell'Asse[13]: la Slovacchia, l'Ungheria, la Romania, la Croazia, la Bulgaria, la Francia di Vichy e il Manciukuò (stato fantoccio creato dai giapponesi). Di fatto la RSI finirà con l'atto di resa delle forze nazifasciste in Italia siglato a Caserta del 29 aprile 1945 entrato in vigore il 2 maggio successivo .   A Meina sul Lago Maggiore vengono uccisi 17 ebrei italiani ed iniziano le deportazioni.   In grecia si segnalano alcuni successi militari da parte di forze partigiane locali unita a formazioni italiane già della Divisione Pinerolo.   Inizia contemporaneamente la strage degli italiani della Acqui a Cefalonia. I bilanci sono tutt'oggi materia di dibattito in quanto non é certa la consistenza reale presente sull'isola greca. Alcuni riferiscono di 65 ufficiali, 1250 caduti durante i combattimenti tra sottufficiali e truppa. 5000 soldati sono fucilati dopo la resa e altri 3000 annegarono nelle acque greche a bordo delle navi da trasporto tedesche affondate sulle mine inglesi (vedi www.anpiosimo.it alla voce Badialetti).  1800 prigionieri italiani stipati sul Doninzetti, scortati da una nave tedesca, perdono la vita in mare dopo l'affondamento della nave che li trasportava.

    24 settembre 1943- Mussolini é a Vienna. I giornali danno la notizia della costituzione di un MInistero repubblicano fascista: ministro della guerra é Rodolfo Graziani. Al sud gli Alleati sono sul fiume Ofanto. La torpediniera Stocco inviata a Corfù viene affondata dagli Stukas.   Le truppe tedesche sbarcano nella notte sulla stessa isola occupandone il territorio a sud.   Prosegue il bombardamento del suolo tedesco da parte inglese nel tentativo di distruggere l'industria bellica del Terzo Reich. Mannheim e Ludwigshafen vedono cadersi addosso 1862 tonnellate di bombe.   Le truppe tedesche cedono sulk fronte centrale russo.

    25 settembre1943- Il maggiore Kappler convoca i capi della comunità ebraica romana e intima loro la consegna di 50 kg di oro, ordine cui la stessa comunità provvede a recuperare.   Graziano, ministro della guerra, usa la comunicazione per diffamare Badoglio come traditore anche del vecchio valoroso combattente fascista Caviglia (Enrico Caviglia Finale Ligure, 4 maggio 1862 – 22 marzo 1945) è stato  un generale e politico italiano, Maresciallo d'Italia per le imprese della Prima guerra mondiale.). Tirato in ballo il Caviglia scrive- Vecchio poi non mi pare di essere; non ho che ottantuno anni -.    Cade Corfù, l'intero comando italiano dell'isola, agli ordini del col. Lusignani, viene trucidato.   La torpediniera Pilo riesce a sfuggire alle navi da guerra tedesche che la stanno conducendo a Durazzo.   Continua a scrivere Puntoni da Brindisi che il re, presunta l'inadeguatezza del maresciallo Badoglio nella trattativa per il cosioddetto "accordo lungo" cerca contatti diretti che precedano l'incontro di Malta.

    26 settembre 1943- Continua l'approccio degli Alleati verso Napoli.   Il piroscafo italiano Dubac carico di soldati italiani provenienti da Porto Edda viene attaccato da aerei tedeschi e s'incaglia al largo di Otranto: 160 morti e 360 feriti.   Anche il piroscafo Probitas é affonato da aerei tedeschi a Santi Quaranta: non si conoscono il numero delle vittime.